Secondo me l’Italia…

Ho sempre pensato che il voto fosse l’unico strumento in mio possesso per rivendicare il diritto alla democrazia. Democrazia che, lo scrivo per non dimenticarlo, etimologicamente deriva dal greco δῆμος (démos) e popolo e κράτος (cràtos) e significa governo del popolo. Come si può chiamare un uomo che, nell’epoca della globalizzazione, ritenga la propria felicità subordinata alla felicità degli altri? Illuso? Ingenuo? Nostalgico? Non so come definirmi, so soltanto che nel 461 a.c Pericle fece questo discorso agli Ateniesi:

Qui ad Atene noi facciamo così.
Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.
Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.
Qui ad Atene noi facciamo così.
La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.
Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.
Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.
E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.
Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.
Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.
Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versalità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.
Qui ad Atene noi facciamo così.

E qui in Italia noi come facciamo?

Qui in Italia noi facciamo così.
Qui il nostro governo favorisce i pochi invece dei molti e per questo viene chiamato “Governo Ladro”, un governo che continua a pesare il sale quando piove.
Qui in Italia noi facciamo così.
Le leggi qui assicurano una giustizia diversa in base alla ricchezza e alla posizione occupata nella società, ma noi ignoriamo sempre i meriti dell’eccellenza.
Se un cittadino si distingue, allora egli sarà punito e, a differenza di altri disonesti, ladri e faccendieri, sarà allontanato da qualsiasi compito statale che possa consentirgli di contribuire a creare una società migliore. Qui in Italia il merito non viene mai ricompensato ed è facilissimo far diventare un raccomandato direttore di un centro di ricerca; ben più complicato è dare ad un ricercatore la possibilità di fare ricerca.
Qui in Italia noi facciamo così.
Nella vita quotidiana abbiamo una libertà molto limitata perché non conosciamo più il significato della parola solidarietà; siamo sospettosi l’uno dell’altro e impediamo al nostro prossimo di vivere a modo suo perché siamo invidiosi della sua felicità. Non siamo liberi di vivere come ci piace e siamo sempre pronti a ignorare qualsiasi pericolo che non ci colpisca direttamente. Un cittadino Italiano mischia sempre gli affari pubblici con quelli privati e soprattutto si occupa degli affari pubblici per risolvere le sue questioni private.
Qui in Italia noi facciamo così.
Ci è stato insegnato a non rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche a non rispettare le leggi e a non dimenticare mai che non dobbiamo proteggere i deboli.
E ci è stato anche insegnato a non rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento perché, a poco a poco, ci hanno privato dei sentimenti fino a non farci più distinguere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.
Qui in Italia noi facciamo così.
Un uomo che non si interessa allo Stato noi lo consideriamo prezioso perché non può intralciare gli affari loschi della politica; benché in molti siano in grado di dare vita ad una politica, in pochi qui in Italia sono in grado di giudicarla.
Noi consideriamo la discussione uno strumento per raccontare false verità al fine di raccogliere voti, per governare i cittadini come fossero dei burattini attraverso una dittatura mascherata da democrazia.
Noi non crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma che la libertà sia solo il frutto dell’arroganza, della prepotenza e della furbizia.
Insomma, io proclamo che l’Italia sia schiava di un’Europa in cui credo sempre meno e che ogni Italiano cresca con la speranza di avere un lavoro gratificante, speranza che si trasformerà presto nella sfiducia in se stesso, in un licenziamento a 50 anni e nell’incapacità di guardare in faccia il proprio figlio quando non saprà come sfamarlo o farlo studiare. Ed è per questo che la nostra Nazione è schiava della globalizzazione ed ha paura degli stranieri che emigrano dal loro paese come hanno fatto i nostri bisnonni molti anni fa.
Qui in Italia noi facciamo così.

Perdonate la mia satira velata di polemica, ma soltanto confrontando irriverentemente il passato col presente sono riuscito a darmi una risposta e a capire il punto in cui siamo arrivati. La democrazia è nata con un obiettivo ben preciso: creare uno Stato che avesse come scopo principale il raggiungimento della libertà e della felicità dell’individuo. Felicità e libertà che non potevano ignorare quella del prossimo e che si realizzavano condividendo lo Stato insieme a tutti i cittadini. E in cosa si è trasformata questa democrazia? In una cosa sporca che favorisce la cultura del profitto a tutti i costi; un profitto a favore dei furbi, degli speculatori e di un modello economico malato e fallimentare attraverso il quale si perpetrano le peggiori ingiustizie sociali.
La colpa di tutto questo è sicuramente dello Stato (cioè nostra) perché non abbiamo fatto nulla per impedirci di diventare quello che siamo: un popolo con molti furbi, ignoranti e arroganti che approfittano dei deboli, togliendogli ogni speranza; quei deboli che vengono privati di qualsiasi potere decisionale e, a volte, anche della dignità. Il voto, quello strumento meraviglioso attraverso cui dovremmo decidere come raggiungere la nostra felicità, è diventato una semplice nota di colore elettorale priva di significato che serve soltanto a rendere la mediocrità di questo paese un po’ meno mediocre. L’inno della nostra nazione inizia con delle parole molto belle che purtroppo non ci rappresentano più: fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta. Ci sentiamo ancora fratelli? L’Italia s’è desta o è addormentata da mezzo secolo? Rileggendo quello che ho scritto, ripenso ad un monologo dell’indimenticabile Giorgio Gaber: ” Secondo me un italiano quando incontra qualcuno che la pensa come lui fa un partito. In due è già maggioranza.”

Ecco qual è il nostro problema: non riusciamo più a condividere nulla, neanche le idee. E questa disaggregazione è la forza del potere che gestisce le nostre vite. La storia, il corso delle cose non li cambia una persona sola. Andrea Camilleri, uno scrittore che adoro per la lucidità con cui descrive la nostra triste realtà, in un romanzo (per l’esattezza il giro di boa) scrive :

E s’arricordò che una volta aveva veduto, in un paese toscano, i cardini del portone di una chiesa distorti da una pressione accussì potente che li aveva fatti girare nel senso opposto a quello per cui erano stati fabbricati. Aveva domandato spiegazioni a uno del posto. E quello gli aveva contato che, al tempo della guerra, i nazisti avevano inserrato gli òmini del paese dintra alla chiesa, avevano chiuso il portone, e avevano cominciato a gettare bombe a mano dall’alto. Allora le pirsone, per la disperazione, avevano forzato la porta a raprirsi in senso contrario e molti erano arrinisciuti a scappare.Ecco: quella gente che arrivava da tutte le parti più povere e devastate del mondo aveva in sé tanta forza, tanta disperazione da far girare i cardini della storia in senso contrario.

Insieme possiamo cambiare le cose, da soli NO!

Io sono un fisico e mi indigno quando sento parlare di modelli economici basati sulla crescita, che impoveriscono la terra e gli uomini. In natura non esiste un sistema in grado di crescere all’infinito. Le risorse sono finite, come probabilmente lo sarà la permanenza dell’uomo su questo pianeta; qualcuno, prima o poi, dovrà preoccuparsi di trovare una valida alternativa al presente. Lo dovrà fare per se stesso e per i propri figli, sperando non sia troppo tardi! Perché quel qualcuno non dovremmo essere noi?

Alessandro Capezzuoli

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