Cronaca di un viaggio in Sicilia

Chi legge Camilleri, Pirandello, Sciascia, Verga, Quasimodo e Buttitta, nella maggior parte dei casi non si limita a leggere, ma fa un viaggio attraverso se stesso. Leggendo le storie delle persone, si riesce a capire meglio la propria storia. Prendendo in prestito gli occhi di qualcuno che guarda il mondo in modo diverso, si impara a guardare diversamente, a non giudicare, a vedere il bello dove sembra esserci il brutto e il brutto che spesso viene camuffato con una bellezza superficiale. Ho fatto il mio viaggio in Sicilia e sono tornato senza tornare. Dalla Sicilia non si torna (e lo dico da romano) mai completamente. I siciliani sono esattamente come li ha descritti Tommaso da Lampedusa : “…noi Siciliani siamo stati avvezzi da una lunghissima egemonia di governanti che non erano della nostra religione, che non parlavano la nostra lingua, a spaccare i capelli in quattro. Se non si faceva così non si sfuggiva agli esattori bizantini, agli emiri berberi, ai viceré spagnoli. Adesso la piega è presa, siamo fatti così. Avevo detto ‘adesione’ non ‘partecipazione’. In questi sei ultimi mesi, da quando il vostro Garibaldi ha posto piede a Marsala, troppe cose sono state fatte senza consultarci perché adesso si possa chiedere a un membro della vecchia classe dirigente di svilupparle e portarle a compimento; adesso non voglio discutere se ciò che si è fatto è stato male o bene; per conto mio credo che parecchio sia stato male; ma voglio dirle subito ciò che Lei capirà da solo quando sarà stato un anno fra noi. In Sicilia non importa far male o far bene; il peccato che noi Siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di ‘fare’. Siamo vecchi, Chevalley, vecchissimi. Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee, tutte venute da fuori già complete e perfezionate, nessuna germogliata da noi stessi, nessuna a cui abbiamo dato il ‘la’; noi siamo dei bianchi quanto lo è lei, Chevalley, e quanto la regina d’Inghilterra; eppure da duemila cinquecento anni siamo colonia. Non lo dico per lagnarmi: è in gran parte colpa nostra; ma siamo stanchi e svuotati lo stesso…Siamo troppi perché non vi siano delle eccezioni; ai nostri semi-desti, del resto avevo di già accennato. In quanto a questo giovane Crispi, non io certamente, ma Lei potrà forse vedere se da vecchio non ricadrà nel nostro voluttuoso vaneggiare: lo fanno tutti. D’altronde vedo che mi sono spiegato male: ho detto i Siciliani, avrei dovuto aggiungere la Sicilia, l’ambiente, il clima, il paesaggio. Queste sono le forze che insieme e forse più che le dominazioni estranee e gl’incongrui stupri hanno formato l’animo: questo paesaggio che ignora le vie di mezzo fra la mollezza lasciva e l’asprezza dannata; che non è mai meschino, terra terra, distensivo, umano, come dovrebbe essere un paese fatto per la dimora di esseri razionali; questo paese che a poche miglia di distanza ha l’inferno attorno a Randazzo e la bellezza della baia di Taormina, ambedue fuor di misura, quindi pericolosi; questo clima che c’infligge sei mesi di febbre a quaranta gradi; li conti, Chevalley, li conti: Maggio, Giugno, Luglio, Agosto, Settembre, Ottobre; sei volte trenta giorni di sole a strapiombo sulle teste; questa nostra estate lunga e tetra quanto l’inverno russo e contro la quale si lotta con minor successo; Lei non lo sa ancora, ma da noi si può dire che nevica fuoco, come sulle città maledette della Bibbia; in ognuno di quei mesi se un Siciliano lavorasse sul serio spenderebbe l’energia che dovrebbe essere sufficiente per tre; e poi l’acqua che non c’è o che bisogna trasportare da tanto lontano che ogni sua goccia è pagata da una goccia di sudore; e dopo ancora, le pioggie, sempre tempestose che fanno impazzire i torrenti asciutti, che annegano bestie e uomini proprio lì dove una settimana prima le une e gli altri crepavano di sete. Questa violenza del paesaggio, questa crudeltà del clima, questa tensione continua di ogni aspetto, questi monumenti, anche del passato, magnifici ma incomprensibili perché non edificati da noi e che ci stanno intorno come bellissimi fantasmi muti; tutti questi governi, sbarcati in armi da chissà dove, subito serviti, presto detestati e sempre incompresi, che si sono espressi soltanto con opere d’arte per noi enigmatiche e con concretissimi esattori d’imposte spese poi altrove; tutte queste cose hanno formato il carattere nostro che rimane così condizionato da fatalità esteriori oltre che da una terrificante insularità di animo”.
Come avevo accennato la settimana scorsa, sono partito alle 11:35 dell’8 ottobre con un volo Ryanair (tratta Roma-Comiso) acquistato per una cifra ridicola: 19 euro per l’andata e 19 euro per il ritorno. Ora posso dirvelo: ogni volta che prendo l’aereo ho una paura terribile. Avete presente quando Camilleri descrive la paura dell’aereo di cui soffriva il fisico delle alte atmosfera nel libro segnali di fumo? Sono fisico anch’io e come lui sono terrorizzato dall’aereo. Senza scendere nei dettagli, ogni volta che sto per salire quelle scalette, mi risuonano in testa le parole di Gigi Proietti nel famoso sketch della saùna: “Ma nun ciannà, ma lassa perde, ma chi t’ ‘o fa ffà, basta!”. Per fortuna il volo è tranquillo e l’aereo atterra alle 12:30 senza troppi problemi. Gli altri passeggeri fanno l’applauso al pilota, io gli scatto una foto e mi riprometto di accenderci sotto due candele per una settimana in segno di adorazione. L’aeroporto di Comiso è piccolissimo. Praticamente si scende sulla pista. All’uscita vedo un ragazzo (i quarantenni come me li chiamo ragazzi…) con un cartello sul quale c’è scritto Hertz, l’autonoleggio dal quale ho prenotato l’auto in affitto (il costo per quattro giorni, compresa l’assicurazione che copre tutti i danni e le varie franchigie, si aggira intorno ai 200 euro). Avevo già previsto di fare due chilometri a piedi e invece Carmelo è lì ad accogliermi, pronto ad accompagnarmi con la navetta nella sede dell’autonoleggio. Ha il viso simpatico e abbronzato Carmelo. Sorride e mi racconta dell’estate infernale appena finita, dei 40° di temperatura media, del flusso di turisti ‘da bagno’ e di quelli che scelgono la Sicilia perché amano Camilleri. Mi dice che un gruppo di Dublino ha prenotato tutte le auto; vanno lì solo per vedere la casa di Montalbano. Gli faccio osservare che io non appartengo a nessuna delle due categorie. Io sono un po’ siciliano. Ho letto e viaggiato talmente tanto tra le parole e le descrizioni dei siciliani e della Sicilia, che la cittadinanza debbono darmela ad honorem. Mi consegna la macchina, una Fiat Panda nuova di zecca, consigliandomi di percorrere la statale, per arrivare a Ragusa in un ‘virivirì’. Lì ho prenotato una stanza in un B&B. Mi sono fatto un programma preciso e dettagliato (che ho puntualmente disatteso in ogni sua parte) per vivere la Sicilia. L’arrivo a Ragusa, per esempio, l’ho previsto alle 13:30. Arrivo alle 14:30, dopo essermi perso per strade e stradine (tranquilli, non sono il PM Tommaseo e non mi sono scatafasciato da nessuna parte. Avevo il navigatore, ma nel corso della vita mi sono fatto pirsuaso che l’unico modo per capire fino in fondo un posto è perdersi tra la gente e i vicoli; quasi sempre a piedi, ma questa volta anche tra i sensi unici e i divieti di accesso…). Mi telefona Adele, la ragazza – anche lei quarantenne – che gestisce il B&B, la quale mi spiega esattamente come raggiungerla. Sapete il motivo per cui ho cambiato programma? Appena sceso dalla macchina ho sentito un profumo di melanzane fritte e di bucato appena fatto. Odore di buono. Ho deciso di seguire quei profumi. State pensando che sia un contrasto di odori stranissimo? Ho passato quattro giorni ad inseguire quel tipo di contrasti che ho ritrovato più o meno dappertutto (mi verrebbe da scrivere anche dentro di me, ma evito di farlo perché non basterebbero le pagine di un’antologia). Adele è di una gentilezza incredibile. Mentre scrivo questi appunti, mi viene in mente un’altra Adele(ina) e mi accorgo di non aver pensato alle coincidenze. Non voglio fare pubblicità al B&B, ma mi rendo conto che è una cosa talmente particolare da destare qualche perplessità…se siete curiosi guardate qui (http://www.tripadvisor.it/Hotel_Review-g194872-d1550753-Reviews-Le_Stanze_del_Sole-Ragusa_Province_of_Ragusa_Sicily.html), io mi sono trovato bene e Adele esiste realmente. Mi trattiene mezz’ora per parlarmi della sua esperienza nel settore alberghiero e mi consiglia i posti in cui mangiare i veri piatti siciliani. L’ascolto, ma non vedo l’ora di andare là fuori ad inseguire quegli odori. Sistemo i bagagli alla meno peggio, indosso le scarpe da ginnastica, mi armo di macchina fotografica e inizio a vagare: il mio viaggio inizia da qui. Io non mi sono quasi mai meravigliato di fronte alle città che ho visitato. E’ la condanna di chi vive immerso nell’arte e nel bello di Roma. Scendo quei pochi scalini che separano il bed e breakfast da Ibla e mi trovo davanti un panorama di una bellezza struggente. Un contrasto mozzafiato tra il cielo nuvoloso, i raggi di sole che infilzano le nuvole e quel barocco dolcemente malinconico che ti entra dentro. Vorrei avere la capacità di inchiodare tutto nella memoria. Stringo i pugni, chiudo gli occhi, ma so che quella sensazione è passata nello stesso attimo in cui è iniziata. Restano gli scatti della reflex da cui si capisce ben poco e queste poche parole scritte a caldo. Mi aggiro per i vicoli di Ibla con la stessa fame d’aria di chi è stato in apnea vent’anni. Respiro. Respiro quelle pietre e quell’aria in cui si mescolano le storie vere e di fantasia che raccontano dei siciliani e della Sicilia. Mi perdo tra il Duomo di San Giorgio e la piazza antistante (quella di Vigata per intenderci). Resto a tambasiare tra la piazza e il duomo fino a quando non mi imbatto nella gelateria consigliata da Adele, nella quale servono dei gelati particolarissimi all’olio di oliva, al nero d’avola e all’immancabile pistacchio. Cammino quattro ore senza fermarmi tra il saliscendi delle gradinate (alcune veramente molto suggestive), toccando le parole che ho letto e riletto, riconoscendomi nei vicoli e nei visi. Sono stanco, ma non riesco a rinunciare alla granita alle mandorle del Caffè Sicilia, un bar pasticceria che si trova sulla piazza antistante la cattedrale di San Giovanni battista (un altro gioiello da ammirare affatati). E’ quasi ora di cena. Rientro nella stanza, faccio una doccia veloce ed esco a caccia di sapori. Il gestore della Tana del Lupo è un signore cinquantino dai modi gentili. Mi spiega con dovizia di particolari come si prepara la pasta alla donnalucatese: alici fresche, capperi, pomodori pachino, olio extra vergine d’oliva e pangrattato. I pomodori si mettono sempre verso la fine della cottura perché altrimenti diventano delle pellacce sparse nel piatto. Mi è venuta una gana di pasta alla donnalucatese che non immaginate. Al primo boccone, come scriverebbe Camilleri, sento la marcia trionfale dell’Aida e il sciauro di mare che mi attraversa…Sono le 23:00 ed ho gli occhi a pampineddra. Vado a letto.
9.10.2014 Oggi il programma è chiaro. L’itinerario che ho fatto, studiandolo per giorni sulla carta, prevede una visita ad Agrigento e a Porto Empedocle. Faccio colazione verso le 8. Agrigento è molto distante da qui, per cui starò fuori tutta la giornata. Adele ha preparato delle brioche col tuppo, dei cornetti caldi ed altri dolci molto buoni. Oh no! Il latte a lunga conservazione lo odio…prenderò un paio di caffè. Esco e lascio volutamente il navigatore in stanza. Mi perderò di nuovo. Percorro la strada che porta fuori dal centro di Ragusa e mi fermo su un’altura a guardare Ibla per riempirmi nuovamente gli occhi di quella bellezza malinconica. Il motore della Panda fischietta allegramente ed è una bella giornata. Cerco il cartello stradale che indichi la direzione per Agrigento. Non lo trovo. Proseguo per un paio di chilometri e leggo ‘Santa Croce Camerina’. La tentazione è troppo forte, lo seguo. Da lì a poco trovo l’indicazione per Punta Secca. Guccini scrive in una famosa canzone ‘E’ difficile spiegare è difficile capire se non hai capito già’. Chi legge questo racconto ha sicuramente capito. C’è il sole, fa caldo e la verandina è lì, vicino alla bellissima Torre Scalambri appena restaurata. Non nego che ci sia molta autosuggestione in chi visita questo posto. Camilleri e Montalbano lo hanno reso unico. Probabilmente, se stessi passeggiando in un angolo del lungomare di Rimini, vivrei tutt’altre sensazioni. Ma sono qui, dove il mare sembra più mare che in altri posti. Sono qui dove sembra di toccare l’Africa e dove sembra di sentire le grida disperate dei migranti. Sono qui seduto in questa verandina che è stata protagonista di mille viaggi della mente. Sono qui mentre accarezzo questa sabbia dolcemente ruvida come i brividi sulla pelle. E’ già passata un’ora ed ho scattato decine di foto. Mi sono amminchiato con l’idea di immortalare ogni particolare, compreso un granchio che sta lì fermo a prendere la tintarella. Sarà uno di quelli con cui si è fermato a giocare Montalbano? Ma va! Alessandro sveglia! La parte razionale di me cerca di prendere il sopravvento. “Tu confondi realtà e fantasia”, mi dice senza pietà. Da bambino hai visto decine di granchi come quello, ci hai giocato anche tu e questo non ha nulla di diverso. Lo so, gli risponde l’altra metà, ma lasciami sognare in pace un altro po’. Guardo l’orologio. E’ passata un’altra “mezz’orata” ed io non ho voluto dare soddisfazione all’Alessandro razionale. Ora devo proprio andare, altrimenti non riesco a completare il programma della giornata. La macchina guida da sola, ormai comanda lei. Non c’è verso di farla arrivare sulla strada che porta ad Agrigento. Si ferma davanti al castello di Donnafugata: una visita a casa di Balduccio Sinagra è d’obbligo. La storia di questo castello la leggo nel suo giardino. Ci sono degli alberi centenari enormi lì. Chissà quante storie avrebbero da raccontare. Mi fermo a guardare meglio…non sono alberi, sono ficus. Ne esistono di così grandi? Nel salone di casa mia ne ho uno che sarà grande quanto una foglia di queste qui. Mi chiedo se siano più antichi i ficus o il castello e mi viene in mente la storia della fontana dei quattro fiumi di piazza Navona e della statua che rappresenta il Rio de la Plata. Secondo la leggenda, questa statua venne scolpita dal Bernini con la mano alzata per proteggersi dalla caduta imminente della chiesa di sant’Agnese in Agone di Borromini. Nella realtà, la fontana fu realizzata prima della chiesa e la mano alzata è un omaggio ad un angelo della cappella Sistina dipinto da Michelangelo. E le stanze di questo castello quante storie avranno da raccontare? Sono le 12: 30 ed è arrivato veramente il momento di andare, ci penserò mentre guido..ehm, cioè, mentre guida la Panda. Stavolta sembra che ci abbia inzertato: la strada è quella giusta ed Agrigento dista 100 chilometri. Le strade di campagna che passano per Vittoria interrompono la continuità delle caratteristiche recinzioni in pietra, che delimitano centinaia di serre curatissime: gli ortaggi che trovo sui banchi del mio mercato rionale provengono da qui. Provengono da qui anche le recenti storie di violenza sulle donne immigrate che lavorano nei campi: il contrasto tra il buonumore della verandina e il pensiero nivuro mi ha messo malinconia. Nel frattempo arrivo a Gela. L’umore nivuro peggiora. Una città distrutta dalla faccia peggiore della chimica. L’attraverso, cercando di guardare soltanto la strada, per non rovinarmi la giornata. Si sono fatte quasi le due, ma per fortuna sono quasi arrivato ad Agrigento. Stavolta ho le idee chiarissime. No, la prima tappa non è la valle dei templi e nemmeno la casa natale di Pirandello. Vista l’ora, direi che si tratta di un posto ben più importante: il gran caffè Concordia. E’ qui che fanno i migliori cannoli siciliani che si possano mangiare. Poiché sono curioso come una scimmia, ho chiesto ad un’anziana signora di Agrigento, fermata con la scusa (neanche troppo scusa) di essermi perso, quale fosse il segreto per prepararli. Vi riporto quasi integralmente la sua teoria: “per arrotolare il cannolo non si utilizzano mai le canne di acciaio, ma delle canne di fiume vere e proprie: il nome cannolo deriva dalle canne con cui viene preparato. Se non si utilizzano le canne di fiume, si ottiene un’altra cosa simile al cannolo. La canna di fiume, essendo di legno, quindi permeabile, permette all’impasto di cuocersi perfettamente durante la frittura. La ricotta deve essere esclusivamente di pecora. Il vero cannolo ha una scorza croccante e dorata che non si ammorbidisce quando si riempie con l’impasto. Il segreto è una seconda frittura veloce di tutte le cialde sfumata con un po’ di vino rosso. Nel ripieno ci vanno l’arancia candita, la zucca candita e il cioccolato.
Vi do una ricetta che vale oro…
Impasto:
400 g farina
40 g strutto
40 g zucchero
Marsala secco
Ripieno:
1 kg di ricotta
600 g di zucchero
cioccolato fondente
30 g di aroma ai fiori d’arancio
buccia di arancia candita
Zucca candita dadini
Ciliegine candite per la decorazione (ma va bene anche l’arancia)
Zucchero a velo.
Strutto per friggere i cannoli
L’anziana signora impasta a mano, su un ripiano in legno, la farina, lo strutto e lo zucchero, facendo amalgamare gli ingredienti e aggiungendo il marsala fino a quando l’impasto non risulti morbido. Dopodiché lascia riposare l’impasto coperto per un paio di orate .Successivamente, stende l’impasto col mattarello (scrodatevi la macchina per la pasta) stando attenta a non fare la sfoglia troppo sottile, altrimenti la cialda si rompe quando i cannoli vengono riempiti. Dopo aver steso la sfoglia, taglia dei quadrati che debbono avere la diagonale uguale alla lunghezza della canna. Posiziona il rullo all’interno della sfoglia e piega un lembo verso l’interno, facendo combaciare l’altro lembo spennellato precedentemente con dell’ acqua in modo che faccia da collante e impedisca l’apertura della sfoglia durante la frittura. Attenzione, la sfoglia si cuoce in fretta…le prime volte è meglio friggerne uno per volta. I cannoli si devono riempire nel momento in cui vengono consumati, altrimenti la sfoglia diventa molliccia. La farcitura è semplice: setaccia la ricotta e con il mestolo e amalgama delicatamente gli ingredienti. Questo è quello che ho imparato dalla signora siciliana. Il risultato è quello che vedete nella foto, o meglio, nella foto c’è il cannolo del Caffè Concordia. Se devo essere sincero, cannoli a parte, Agrigento me l’aspettavo diversa. Ma è anche giusto che sia così. Il sogno di Zosimo e il sogno rivoluzionario dei contadini del ‘700 fanno parte di un’epoca troppo lontana. Fuggo dal traffico, facendo lo slalom tra i palazzoni di cemento, sperando di prendere aria ad Akragas, nella valle dei templi, la vera Agrigento. Qui c’è tutta la Grecia di Camilleri. Immagino quegli stessi contadini nascosti tra le colonne del tempio della Concordia che cercano di fronteggiare il gioco delle alleanze dei potenti. Accanto a me una guida turistica illustra le differenze tra le varie tipologie di templi greci. Mi fermo ad ascoltare, se fossi un turista ‘standard’, sarei già appagato da questo, ma io non sono venuto in Sicilia per ascoltare una guida. La storia del tempio l’ho già letta su Wikipedia ed ho appagato la curiosità del turista da esportazione. Adesso mi metto a cercare la moneta di Akragas e sparisco come Cosimo Cammarota. Chi non ha mai pensato di sparire e di ricominciare? A pochi passi da qui c’è la casa di Pirandello. Il sole, ancora caldissimo, proietta la mia ombra lunga sul viale e non posso fare a meno di pensare ad Adriano Meis e chiedermi se sono più ombra io o lei. Meglio di no. Meglio pensare al caldo afoso e borbottare qualche imprecazione, pensando al dottor Pasquano. La visita ad Akragas costa circa 10 euro, 8 euro l’ingresso e 2 euro il parcheggio, ma ne vale la pena. Sono talmente stanco che la tentazione di tornarmene a Ragusa e farmi una doccia sta prendendo il sopravvento. Non posso. Devo passare per forza a Porto Empedocle e a Realmonte. Arriverò a notte inoltrata. Il contrasto tra la miniera di sale di Realmonte e Akragas è impressionante. Mi fermo per assaggiare quel sale, avendo la netta impressione di averlo già assaporato. Mi viene in mente la capretta del sonaglio…ha fatto una brutta fine, meglio proseguire per la scala dei Turchi. Non so se riesco a descrivere con le parole cosa significhi trovarsi al centro dei colori. Mentre mi arrampico sulla gradinata naturale della falesia, ho la sensazione di essere un intruso tra l’azzurro del mare, il bianco accecante della marna, il marrone della valle dei templi , il verde dei cactus e l’arancione dei fichi d’india. Dio, se esiste, è passato qui. Ormai è tardissimo e il mal di testa è sicuramente venuto anche alla Panda. Faccio in tempo a passare per Porto Empedocle, guardare la casa di Camilleri e scattare una foto ad un cartello che dà il benvenuto a Vigata. Le ciminiere che vedo in lontananza parlano più delle mie parole. Della Vigata che immaginavo, lì c’è ben poco. Ormai è notte fonda, ma Gela mi regala ancora un picco di umore nivuro: quasi un’ora per uscire dalla via che attraversa il paese. A letto, finalmente.
10.11.2014 Il mio programma è completamente saltato. Chili e chili di fogli e di itinerari stampati, il tablet a portata di mano e un gps infallibile sono diventati un complemento d’arredo della stanza. Sono in vacanza e faccio quello che mi pare e piace, non voglio più farmi guidare da quelle scatolette invadenti che decidono per me. Faccio colazione con le ottime brioche di Adele, bevo una cicaronata di caffè e mi metto alla guida. Alt! Sosta al caffè Italia. Altra colazione a base di brioche col tuppo e granita alle mandorle. Ora posso ripartire. Percorro una strada a caso e vedo l’indicazione per Donnalucata. Decido di andare lì, sul lungomare di Vigata. La prima cosa che mi colpisce di questo borgo di pescatori è la luce che si riflette sulle pietre bianche delle case. Entro in un negozio che vende le tipiche ceramiche siciliane, attirato dalla bellezza del fabbricato decorato all’esterno con vari oggetti colorati. Poi, un piede leva e l’altro metti, mi dirigo verso la spiaggia. Senza accorgermene, comincio a canticchiare “Ciuri Ciuri Ciuriddi tutto l’annu…”. Sto lì un’ora, sdraiato sulla sabbia a prendermi tutto il sole e il vento che posso. Sono solo. Le onde del mare cullano i miei pensieri. Il vento ascolta tutte le parole che non ho detto. Un dialogo, o forse un ballo, la danza del gabbiano. Mi ritrovo in uno stato di dormiveglia strano. Non so se ho dormito o no. So soltanto che si sono fatte le 11 e devo proseguire il mio pellegrinaggio verso Modica. Anche qui, come ad Agrigento, la prima cosa che mi viene in mente è mangiare. Voglio due arancini veri. Il parente dell’arancino a Roma è il supplì. Questa parola deriva dal francese surprise, che è stato italianizzato in supplì e non in sorpresa. La sorpresa è la mozzarella che si trova al suo interno. Il supplì al telefono prende il nome da un’evidenza innegabile: se si apre in due, la mozzarella deve filare e collegare le due metà. Al contrario di Montalbano, penso modestamente di saper cucinare bene e i supplì sono una mia specialità. Fare dei buoni supplì è difficile come fare dei buoni arancini. La difficoltà principale è la cottura al punto giusto: se sono poco cotti la mozzarella non fila, se sono troppo cotti, si scuriscono e si induriscono. Si comincia dal ragù, che preparo con un trito di sedano, carote e cipolla, soffritto in olio extra vergine d’oliva, a cui si aggiunge la carne di manzo e di maiale in parti uguali. Ovviamente il ragù deve ‘pippiare’ almeno 4 ore per raggiungere il giusto livello di consistenza. La carne di maiale e la carne di manzo si debbono fondere insieme al soffritto e al pomodoro, per creare un unico sapore che si riconosce dal profumo che invade la cucina. Il riso per preparare i supplì deve essere a chicchi grandi e si deve mantecare insieme al ragù e ad un ricco brodo vegetale preparato ad hoc: il dado serve solo per il gioco dell’oca. Regola aurea: non uso mai il mestolo per mantecare il riso, lo salto in padella affinché tutto il ragù, anche quello che si trova sul fondo, venga assorbito dai chicci. A tre quarti di cottura, aggiungo un bel po’ di pepe e lo lascio raffreddare in un apposito recipiente abbastanza capiente (va bene anche un piatto molto grande), avendo cura di stenderlo uniformemente per garantire un raffreddamento omogeneo. Il più è fatto. Quando il riso si è completamente freddato, formo delle polpette al cui centro inserisco la mozzarella, le passo nell’uovo e nel pangrattato e le friggo a 180°. Ah, dimenticavo, non aggiungo mai il sale sull’impanatura, altrimenti il supplì si sbriciola durante la cottura. Il supplì ha un sapore deciso, il pepe nella cucina romana è utilizzato spesso, e si accompagna bene con una birra fresca. Racconto questo perché ho camminato un’ora per Modica alla ricerca di una friggitoria (lì ce ne sono tante) che mi piacesse. Quella no, è troppo moderna. Quell’altra è poco pulita. Quegli arancini sono stati fritti nel ’77 e gli sono cresciute le basette a forza di stare lì. Signora sa consigliarmi un posto dove mangiare degli arancini buoni? Sì, forse, ma, svolta a destra, dietro l’angolo…insomma, ho girato a vuoto per molto tempo, prima di trovare quella che mi piacesse. Alla fine ho deciso di entrare in una friggitoria che esponeva il cartello “Arancini di Montalbano”. Anche in questa entro malvolentieri perché non mi piacciono queste trovatine pubblicitarie attira turisti, ma, vista l’ora e la fame, direi che è arrivato il momento di fermarsi. Al banco c’è una ragazza mora a cui chiedo due arancini. Mi risponde cortesemente: “Attenda un attimo che glieli faccio preparare”. E’ quella giusta. Passano cinque minuti e torna con due sacchetti bollenti. Le chiedo il conto e una birra fresca. Mi risponde, sempre garbatamente, che con gli arancini non si beve la birra, ma la spuma. Mi chiedo tra me e me: ”Ancora la fanno?”. Lei sembra che mi abbia letto nel pensiero e aggiunge: ”A Modica, oltre alla cioccolata, facciamo un’ottima spuma”. Ne prendo due bottigliette. La spesa è consistente…3,40€. Mi siedo sulla scalinata della chiesa di Santa Maria del Gesù…dopo dieci minuti gli arancini e la spuma non ci sono più! Non ho una meta precisa. Leggo un’indicazione che segnala la casa natale di Quasimodo. Per raggiungerla, passo attraverso una lunga scalinata che sembra scavata nel ventre della città. Incontro alcuni turisti tedeschi che scattano foto a mitraglia. Fa caldo, d’altronde sono le 3 del pomeriggio, cosa pensavo di trovare qui, la neve? Anche qui c’è una luce accecante che rende belli pure i palazzi più decadenti. Difficile trovare una chiave di lettura per Modica. E’ di una bellezza particolare. Ricordate Michela Pardo (Pia Lanciotti) nella Luna di Carta? Ecco, la descriverei così, quel tipo di bellezza malinconica e disperatamente ai margini. Sono davanti alla porta della casa di Quasimodo. Mi sento banale, ma sembra l’uscio di una casa qualsiasi. Giro l’angolo e leggo la targa posta accanto alla finestra: “ Ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole. Ed è subito sera – Salvatore Quasimodo”. Quante volte l’ho letta sui banchi di scuola. Eppure mi fa piangere. Per la prima volta. Chi l’ha detto che gli uomini non devono piangere? Modica è così, come Michela Pardo, come me, come i siciliani e i romani, come tutti quelli che non sanno di esserlo: soli sul cuore della terra trafitti da un raggio di sole. Giro per i vicoli con questa idea fissa. Modica è bellissima. Mi fermo in un negozio a comprare la cioccolata. Chiedo al negoziante se il caldo la scioglie. Seconda gaffe. La cioccolata di Modica è fatta soltanto con cacao e zucchero lavorati a basse temperature. Non ci sono olii, grassi e burro di cacao, non si scioglie. Dolce e amaro. Ed è subito sera… Ho ancora il tempo per fare un giro a Scicli, dove c’è il famoso commissariato e la stanza del ‘signori e quistori’. Parcheggio appena posso e mi incammino ancora una volta. Non nascondo che trovarsi tra Palazzo Iacono e piazza Mormino Penna sia emozionante, ma la cosa che mi ha colpito di più è stata la conversazione con la ragazza che mi ha fatto visitare la stanza del sindaco. Lei è innamorata di Roma, il suo sogno è trasferirsi nella mia città ed aprire un PUB. Le chiedo il motivo, visto che vive in una terra a parer mio bellissima. Mi dice serenamente: “Tu la vedi da turista ed hai ragione. Il PUB qui ho provato ad aprirlo col mio ragazzo…. i gestori dei ristoranti vicini ci hanno fatto i peggiori sfregi e siamo stati costretti a chiuderlo”. Alla faccia del bicarbonato di Sodio, direbbe Totò. Continuo a passeggiare con una certa amarezza, è meglio che me ne torni nella mia stanza. Faccio un attimo mente locale, e mi dico ” Alessà hai fatto ‘na cazzata”. Non mi ricordo più dove ho parcheggiato la macchina. Ma si può essere più coglioni? Va bene che Scicli non è Roma, ma adesso vai a trovarla. Giro a vuoto per mezz’ora abbondante. Non so proprio come tornare a casa. E adesso che faccio? Sono un idiota. Ma come mi salta in mente di parcheggiare in una città che non conosco senza guardare nemmeno il nome della via? Lampo di genio. Cammino per le strade, pigio il tastino per l’apertura delle portiere e, mi dico, prima o poi la trovo. Faccio trecento metri e vedo le quattro fecce della Panda lampeggiare. Fantozzi me fa ‘n baffo! Dopo questa bravata è meglio che me ne torni a Ragusa. Stasera voglio vedere Ibla illuminata.
11.10.2014 Mi sveglio malinconico. Oggi è l’ultimo giorno. Domani dovrò essere all’aeroporto alle 7 e non farò in tempo nemmeno a fare colazione. Saldo il conto della stanza (170€ per 4 notti), bevo un’altra cicaronata di caffè, mangio un paio di brioche col tuppo e mi fermo a parlare con Adele. Mi consiglia di tornare in primavera, per vedere le rappresentazioni delle tragedie greche a Siracusa. Prometto di non mancare. Un gruppo di turisti del nord benestanti mi consiglia un ristorante per la cena. Mi fido o no? Deciderò stasera…Come al solito, non ho nessun programma per la giornata. Un amico mi ha consigliato di visitare Marzamemi. Ma sì, vado lì. Lungo la strada trovo l’indicazione per Noto. Visto che è qui vicino, ci faccio un salto. Stavolta non ci casco: la macchina è parcheggiata sulla via Giovanni Aurispa! Il fascino del barocco di Noto è tristemente offuscato dalla dimensione turistica che hanno dato al centro storico. Decine di negozi che vendono souvenir made in China…troppo fuori dalle mie corde. Faccio un giro di cortesia, prendo una granita al gelso nero al Caffè Sicilia e mi dirigo verso la riserva di Vendìcari. La radio passa “Amore che vieni amore che vai”. L’impatto con l’ingresso nel paese è terribile. Quattro costruzioni degli anni ’70 semidiroccate. E’ dove sto? All’idroscalo di Ostia? Mai fidarsi dei consigli…proseguo verso il borgo e arrivo davanti alla tonnara abbandonata. Parcheggio. Giro l’angolo e resto senza parole. I malavoglia e Verga. Un borgo di casuzze in pietra che il sole fa brillare. Le porte e le finestre sono di tutti i colori: rosso , celeste, giallo e verde. Una goccia di splendore. Cerco accuratamente un posto dove mangiare. Dopo una breve ispezione sulla banchina frangiflutti, scelgo il posto che ha la terrazza sul mare più bella. Entro e mi siedo al tavolo all’angolo da cui si vede Capo Passero, un’acqua cristallina e, con un po’ d’immaginazione, l’Africa. Oddio che ho combinato. Che errore. Il peggiore della vacanza. Un cameriere gentilissimo ed educato mi porta un menù in pelle ‘appestato’ di brillanti. E’ un posto elegante e non me n’ero proprio accorto. Le pietanze sono incomprensibili. Prendo un antipasto a base di sarde e un primo piatto a base di bottarga. In pochi minuti mi viene servito l’antipasto: tre sardine minuscole con una sputazza trasparente accanto (ecco cos’era la nuvola di menta che riportava il menù) e due gocce di pomodoro. Confido molto nel primo piatto. Finisco di mangiare l’antipasto e il cameriere poco dopo mi serve il primo piatto: 11,23 grammi di linguine con bottarga e limone. Mi viene da dirgli: “Stai babbiando? Questa di solito è la quantità che assaggio per sentire se la pasta è cotta”. Finisco di mangiare. La fame supera la tristezza. Il cameriere gentile torna e mi chiede: “Tutto a posto?”. La mia anima romana non può fare a meno di dire:” Sì, l’assaggio è stato buono, ora puoi anche portare la porzione intera”. Mi sorride, facendomi intendere che lui è un povero Cristo che sta lì a guadagnarsi da vivere. 38€ per sostare un’ora su una veranda non è poco. Poiché la tonnara dove comprare le alici è ancora chiusa, decido di fare un’altra passeggiata. Mi incammino per le vie del paese nuovo e vedo due tavolini fuori ad una specie di alimentari che espone un cartello con sopra scritto “Pane Cunzato”. Avete presente il filone di pane tagliato a metà e condito con olio, sale, origano, pomodoro a fette, scaglie di formaggio e acciughe? E la provvidenza che lo manda. Mi siedo. Pane cunzato a tinchitè e birra costano cinque euro e cinquanta centesimi: pago con dieci euro senza chiedere il resto. Ora sto meglio. Si è fatto tardi. Percorro velocemente la strada che passa per Capo Passero, Capo Spartivento e Pachino. Tante serre come qui non le avevo mai viste. Ho voglia di farmi un bagno. Mi fermo sul lungomare di Donnalucata, prendo l’asciugamano e mi avvio verso la spiaggia. L’asciugamano è rosso, celeste, giallo e verde…curioso no? La spiaggia è deserta, il mare è tutto mio. Nel frattempo, ho deciso di andare a mangiare nel ristorante consigliatomi la mattina; anche Adele mi ha assicurato che si mangia bene. Faccio una doccia veloce, quasi dispiaciuto di lavare via il sale di Donnalucata, ed esco nuovamente. Due errori nello stesso giorno sono imperdonabili. Posto elegante, cameriere gentile, questa volta anche una bella porzione di pasta alla Siracusana con alici, capperi e uvetta, ma ho ancora il sapore del pane cunzato in bocca e non riesco proprio a gustarmela. Purtroppo, io non sono abituato a viaggiare. Quando sono fuori di casa ho uno stravolgimento del metabolismo e dello stomaco. Non mi sembra elegante scrivere dove e come ho passato l’ultima sera a Ragusa…
12.10.2014 Sveglia alle 6. Riconsegna dell’auto alle 7. Carmelo controlla che non ci siano danni. E’ tutto a posto, mi accompagna in aeroporto. Gesti apotropaici prima del decollo. Vedo in lontananza l’Etna. Il volo procede bene…oh cavolo, i motori dell’aereo non ronzano più. Ecco, cadrà e non potrò raccontare le mie impressioni a nessuno. Lo sapevo. Proietti aveva ragione…Ah, no, è solo iniziata la discesa. Sono arrivato a Roma sano e salvo.
Questo è il diario strampalato e sgrammaticato del mio viaggio in Sicilia. Non vuole essere una guida o una raccolta di consigli, anche perché ho visto tutto con i miei occhi, che sono abituati a guardare il mondo a testa in giù. Qualcuno si ritroverà nelle mie descrizioni, qualcun’altro rimarrà deluso. Fa parte di quella capacità di vedere il mondo da diverse angolazioni, che inseguo da una vita. Buon viaggio.

Comments are closed.