Le confessioni di un (tele) lavoratore

La pubblica amministrazione sta imparando a camminare. E questa è una buona notizia. Il mondo, le persone e il modo di lavorare cambiano in continuazione e la pubblica amministrazione non sembra accorgersene o comunque non mantiene il passo. Questa è la cattiva notizia. Da anni, grazie a una pubblica amministrazione che ha avuto il coraggio di sperimentare il telelavoro quando questa parola veniva associata a coloro i quali guardavano la televisione in ufficio, sono un telelavoratore o smart worker che dir si voglia. A parte le differenze normative e burocratiche (bah!) tra le due forme di lavoro, per me quelle parole indicano più o meno la stessa cosa: lavoro dove posso, quando posso, garantendo dei buoni risultati al mio datore di lavoro. Non ho orari, non ho un cartellino da timbrare, non perdo tempo alle macchinette del caffè e non devo giustificare il tempo impiegato per fare la spesa o accompagnare i figli a scuola. Non si tratta del paradiso del lavoratore, ma ciò che dovrebbe essere la normalità in una società civile che ha imparato a conoscere il valore del tempo, del lavoro e della vita. Certo, parlare di condizioni che migliorino la vita dei lavoratori suona quasi come un’eresia in un paese in cui il lavoro si fa sempre più fatica a trovarlo. Ma ragioniamo per assurdo e supponiamo che tutti abbiano un lavoro. Beh, in questo caso ci sarebbero altri problemi: il malcontento tipicamente umano con cui fare i conti, insoddisfazioni varie, un capo dispotico, il ruolo sociale del proprio lavoro, il cartellino da timbrare, etc. etc.

Partiamo dall’ultimo punto:, il concetto della timbratura del cartellino mi è sempre stato sullo stomaco. Non ha senso, è “vecchio”, è fuori moda, è fuori tempo, è fuori dalla realtà per molte professioni e lavori attuali. Dico per molti lavori e non per tutti perché obiettivamente ci sono mestieri che richiedono la presenza: il conducente di un autobus o l’addetto agli sportelli postali non possono lavorare quando vogliono, è evidente. Per gli altri il discorso cambia. Mi capita spesso d’indignarmi per l’indignazione di chi si indigna (perdonate il gioco di parole) contro i cosiddetti “furbi del cartellino”: sarà un mio limite, ma per me una mamma che ha necessità di andare a prendere il figlio a scuola o di fare la spesa non è una furba che vuole fregare il datore di lavoro. Piuttosto, è una donna che deve gestire il lavoro, la famiglia, i figli, la casa, la spesa, le visite mediche, le vaccinazioni, lo sport e non sa come fare perché la nostra bella società moderna, checché se ne dica, non è né società né moderna né tanto meno bella: è ipocritamente buonista a parole e colpevolista nei fatti. Mi sento di dire che nemmeno mezz’ora di corsa all’aria aperta nel bel mezzo di una giornata stressante lo sia. Muoversi e fare sport è un’esigenza tipicamente umana, soprattutto dopo due ore in mezzo al traffico e quattro seduti su una sedia. Si potrebbe obiettare che i bisogni umani devono restare confinati agli orari extra lavorativi perché prima di tutto viene il lavoro poi il resto. Errore. Bestemmia.
L’io che lavora è lo stesso che gioca a calcetto o che cuoce la pasta. È ipocrita pensare che a lavorare vadano persone diverse da quelle che incontriamo nelle riunioni condominiali. Il lavoro è una parte della vita come lo sono le faccende domestiche. È il nostro tempo ad averlo trasformato nell’essenza della vita. È diventato essenziale perché ce n’è poco. È razionato. Come il pane durante la guerra. Averlo è un privilegio. E un lavoratore, oggi più che mai, ha l’obbligo di considerarsi un privilegiato che non può pretendere e desiderare nulla se non di mantenere il suo posto di lavoro; anche rinunciando alla sua natura umana, se serve. Avere un lavoro, quindi, significa essere pronti ad accettare tutto. Dare un lavoro a un altro, invece, significa sentirsi in diritto di chiedere qualsiasi cosa in cambio.
In questo panorama, la timbratura del cartellino, quella su cui si focalizza l’attenzione della mala informazione, è una soluzione eccezionale per proteggere la classe dirigente. I dipendenti, nessuno escluso, sono chiusi dentro l’ufficio e la coscienza del controllore è lavata. Dentro l’ufficio a fare cosa? Non importa. L’importante è salvare la forma, alla sostanza non bada quasi nessuno, specialmente nel pubblico impiego. C’è da chiedersi perché l’attenzione è rivolta al tempo perso dal furbetto a fare la spesa e quasi mai al tempo perso a in interminabili riunioni inutili, nel migliore dei casi, o a scannarsi per la carriera o per qualche altra mediocrità nel peggiore…. tutte cose che danneggiano i cittadini ben oltre il chilo di zucchine comprato al mercato. Ecco, lavorare da casa, con questi presupposti e queste false morali, non è per niente facile.
Ci sono due aspetti che non vanno proprio giù a chi vede di cattivo occhio il telelavoratore: la mancanza di controllo e la possibilità del telelavoratore di poter disporre del proprio tempo. Come faccio, io, datore di lavoro, a sapere dove sei e cosa fai? Un dramma! Per estensione del principio di indeterminazione di Heisenberg non è possibile sapere contemporaneamente dove si trova un telelavoratore e cosa stia facendo. Roba da esaurimento nervoso per chi deve avere tutto sotto controllo. Perché, per dirlo alla Guccini, la giustizia proletaria è ancora una chimera e la lotta di classe tra dirigenza e schiavi è una faccenda ancora non risolta. E la pubblica amministrazione, come la religione, ha tra gli obiettivi principali di tenere tutto sotto controllo… La verità è che un telelavoratore è nient’altro che un lavoratore libero. E un lavoratore libero fa paura. Un lavoratore libero può spostarsi, leggere, confrontarsi con altre persone, informarsi (non per obbligo ma per passione) e conoscere. E la conoscenza fa paura. Un lavoratore libero può decidere di fare una passeggiata in un parco, di lasciare l’auto sotto casa e vivere il quartiere, di “sprecare” un’ora del proprio tempo per preparare un dolce, di essere meno stressato, insomma. E un lavoratore bravo, rilassato e soddisfatto non fa bene alla società. Quindi scattano le invidie e i boicottaggi. Che sono anche comprensibili se a perpetrarli sono quei lavoratori chiusi tra le quattro pareti dell’ufficio che vedono il mondo da un solo punto di vista e combattono quotidianamente con un modello distorto e con quintali di fogli per giustificare le ferie, i permessi, le uscite anticipate, il recupero delle ore in eccesso, l recupero delle ore in difetto… Insomma, il tempo di un normale lavoratore viene impiegato almeno al 50% per giustificarsi.
Non che un telelavoratore sia immune da questi obblighi, sia chiaro. Il rientro in ufficio è programmato: guai a cambiarlo. Ci si può vedere coi colleghi solo nei giorni prestabiliti: le urgenze non sono ammesse. Per fortuna esistono i pub e i bar dove è possibile discutere per ore e parlare di lavoro, progetti, tecnologia o normativa senza il terrore di dover giustificare un ingresso in ufficio non previsto che causa problemi legali e assicurativi al datore di lavoro. Qual è quindi il vantaggio per un’azienda ad avere un numero consistente di telelavoratori. Cominciamo dai risparmi: si risparmiano i canoni di locazione dei mega uffici in centro, si risparmiano le risorse, si risparmiano le spese di elettricità e riscaldamento e si risparmiano i rimborsi dei buoni pasto. Una bella sommetta, direi. Poi, si contribuisce a migliorare la vivibilità delle città sotto due punti di vista. Il primo, più evidente, riguarda la mobilità: non diventa più necessario spostarsi nelle ore di punta e affollare strade e mezzi pubblici. Basta spostarsi quando serve: si risparmia carburante, si inquina meno, si limitano le riunioni inutili e le perdite di tempo. Fin qui la situazione non è per niente male: se fossi un datore di lavoro comincerei a farci un pensierino… Però, al centro resta la produttività: se non posso controllare chi è in stanza e cosa sta facendo, non posso garantire la produttività. Falso. La produttività, ormai è assodato dalle grandi aziende come Google o Facebook, non dipende dal controllo, ma da un insieme di molteplici fattori: obiettivi, prospettive, coinvolgimento, valorizzazione, condizioni di lavoro, conoscenze, attitudini personali, stati d’animo… e potrei continuare all’infinito. Cosa ci guadagna, quindi, una pubblica amministrazione che lascia libero il lavoratore? Anzi, correggo la domanda: Cosa ci guadagna una pubblica amministrazione che lascia libero un lavoratore responsabile (perché è evidente che il criterio della libertà non può essere applicato senza criterio)? Semplice, un lavoratore libero è libero di produrre più degli altri perché è nelle condizioni migliori per farlo. E questo è un problema enorme. Se si viene a sapere che un lavoratore senza regole è migliore di un lavoratore che deve fare i conti coi giustificativi da far approvare al superiore gerarchico crolla la società italiana. Poi, un lavoratore libero è libero di lavorare anche durante le ferie o la malattia semplicemente perché il lavoro è una parte integrante della vita come lo è crescere un figlio, badare alle faccende domestiche o leggere un libro. C’è un problema serio, però, in questo meccanismo. La consapevolezza. Da telelavoratore ho acquisito una consapevolezza diversa sul mio modello di vita, sulla libertà, sul tempo e sulle energie che ho a disposizione. Il sospetto che seguissi un modello sbagliato scandito da una visione distorta di libertà dettata dal comportamento di massa ce l’ho sempre avuto. Come ho sempre avuto la sensazione che stessi sprecando il mio tempo e le mie energie per risolvere impedimenti e questioni inutili al lavoro e soprattutto al mio benessere. Tempo fa, Pepe Mujica, l’ex presidente uruguaiano, fece un discorso che mi ha lasciato senza fiato per la sua lucidità:

Abbiamo inventato una montagna di consumi superflui. E viviamo comprando e buttando… E quello che stiamo sprecando è tempo di vita perché quando compri qualcosa non lo fai con il denaro, ma con il tempo di vita che hai dovuto utilizzare per guadagnare quel denaro. L’unica cosa che non si può comprare è la vita. La vita si consuma. Ed è da miserabili consumare la vita per perdere la libertà”

Ecco, il telelavoro mi ha fatto capire fino in fondo il valore del tempo. Mi ha insegnato a rallentare. Non rallentare in termini di efficienza produttività lavorativa tanto care al datore di lavoro, quelle fanno parte del mio senso del dovere nei confronti dei cittadini: ci tengo a restituire alla comunità l’investimento che è stato fatto su di me in termini di formazione (spesso autoindotta) e stipendio. Ho rallentato dal ritmo della vita. Mi sono preso la libertà di scegliere come usare il mio tempo nel rispetto del lavoro e del senso civico. Mi sposto a piedi o in bicicletta. Conosco meglio le persone del mio quartiere. Mi fermo a parlare col fruttivendolo o col fornaio. Ho più tempo da dedicare a me e alle persone che amo. Uso la macchina raramente. Faccio sport con regolarità. Cucino. Curo le mie piante. Leggo. Suono. E il lavoro? I migliori progetti della mia carriera, almeno fino ad ora, sono nati durante il periodo di telelavoro.

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