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ALESSANDROCAPEZZUOLI

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Posted on 7 Agosto 201926 Dicembre 2019 by admin

trasportipericolosi_gelone

Il cibo è la mia seconda passione. La prima è… la narrativa. Che avevate capito? Subito a pensar male… “Ci sono gente” totalmente in malafede e voi non fate eccezione. A dire il vero, ero indeciso se scrivere musica o narrativa, ma poi ho optato per la prima, che in qualche modo comprende anche la seconda. Direte, se c’è di mezzo anche la musica, non potevi scrivere che il cibo è la tua terza passione? Sì, avrei potuto scriverlo, ma poi non sarebbero tornati i conti e non avrei saputo argomentare bene l’equivoco tra prima e seconda passione. E poi non è che devo svelare tutti i trucchi del mestiere… Comunque, in questi anni, avreste dovuto capire con chi avete a che fare. Dovreste sapere che se mi proponessero di scegliere tra un fine settimana triste in compagnia di Belen Rodriguez e la lettura ad alta voce de I fratelli Karamazov in un gruppo di ultrasettantenni, non farei nessuna fatica ad ammettere candidamente di avere un’amaurosi fugace, patologia che sicuramente conoscerete, anche senza usare Google, e che indica un desiderio irrefrenabile di “amaure” fugacemente Belen. Sbagliato. Volevo vedere fino a che punto arrivasse la vostra ignoranza sulle patologie oculari; patologie che io conosco alla perfezione, conoscendo a memoria la poesia Un ottico dell’Antologia di Spoon River. Si tratta di una comune perdita temporanea della vista che, purtroppo, con enorme rammarico, mi costringerebbe a disertare la lettura condivisa e a ripiegare sul fine settimana triste. Lo so, sarebbero dei giorni terribili, che passerei chiuso con lei in una camera d’albergo con vista sul mare senza sapere cosa fare. Che noia, dio, che noia. Dovrei far ricorso a tutta la mia fantasia, per non tagliarmi le vene, e, ovviamente, porterei con me tutte le precauzioni del caso: le carte napoletane e il gioco dell’oca, per l’esattezza. Passare ore e ore a lanciare i dadi, per arrivare al traguardo e ritrovarsi tra la casella 89 e il rischio di finire sulla casella “torna al punto di partenza” è un dramma che nessuno meriterebbe di vivere. Porterebbe alla disperazione chiunque. Meglio vaccinarsi contro l’amaurosi fugace, dunque, e scongiurare ogni rischio. Purtroppo, non sono riuscito a vaccinarmi in tempo e un paio di weekend con la bisteccona argentina li ho dovuti trascorrere. Vi dirò, non vi perdete niente. Non è gran che, non sa giocare nemmeno a rubamazzo. Ho vinto sempre io. Solo una volta mi sono lasciato intenerire e ho finto di finire sulla casella “salta due turni”, ma solo perché sono un buono. Sono convinto che chiunque altro non avrebbe avuto pietà. Non so perché sia finito a parlare di questo, visto che ero partito dal cibo. Forse perché cibo e gioco dell’oca danno lo stesso piacere? O forse perché sono un dissociato che inizia a parlare di un argomento e finisce col parlare di tutt’altro? Lascio a voi la risposta. Non cado in queste provocazioni che peraltro mi sono fatto da solo. Ho detto che parlerò di cibo, e gioco dell’oca sia! Cioè, e cibo sia.
La mia è una vera e propria malattia. Io con gli ingredienti ci parlo. Li coccolo. Quando vedo il guanciale solo e triste nel frigorifero, mi commuovo. Tutto solo, al freddo. Mi chiedo: “Ma non ce l’ho un cuore? Possibile che sia diventato così arido?”. A quel punto, sento il dovere di trasmettergli tutto il calore che merita. Sui fornelli. I vegani non me ne vogliano, ma c’è della poesia in tutto questo. Ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da guanciale e pecorino. Ed è subito amatriciana. Quasimodo approverebbe commosso. Mi sento un poeta. Ermetico come un vasetto di ciauscolo. Sensibile come un finocchio al cazzimperio. Cazzimperio come un finocchio sensibile.
E atletico.
Atletico come un capocollo di suino nero dei nebrodi.
Campione indiscusso di salto in padella. Ci sono voluti anni e anni di faticosi allenamenti, ma alla fine ce l’ho fatta. Il polso della mia mano destra, che prima era dedito esclusivamente a pratiche e movimenti condizionati dai precetti onanistici, si è evoluto. Avrei potuto perdere tranquillamente la vista, ed evitare di ricorrere all’amaurosi, se non fosse subentrata questa passione per la cucina. Tralascerei l’immagine di me associata agli ampi movimenti della mano nella pratica del salto in padella e ai micro movimenti relativi alla pratica onanistica: non ne uscirei vincente e trasmetterei false aspettative alle mie fans. Poi, c’è da dire che gli allenamenti di salto in padella non sono mai esenti da rischi. Prima di raggiungere un livello di dimestichezza simile a quello raggiunto nell’altra attività, peraltro praticata con soddisfazione per circa trent’anni, qualche piccolo inconveniente l’ho avuto. Sono talmente onesto da ammettere che degli incidenti sporadici si verificano tutt’ora, ma si tratta di casi isolati. Qualche goccia d’olio bollente che mi ustiona le mani, sugo sulle camicie, macchie di unto sulle Clarks. Robetta, insomma.
Purtroppo, come in tutto ciò che si fa nella vita, c’è una differenza sostanziale tra l’obbligo e la passione. Cucinare per qualcuno che si ama  è passione, è donargli un po’ d’amore, seppur sotto la forma di tonnarelli a cacio e pepe. Quando Daniela entra in casa e, per esempio, sente il profumo di ciambellone appena sfornato, cambia espressione. Si distende. Può esserle accaduta qualsiasi cosa, che so, una lite in ufficio terminata con una scarica di vaffanculi repressi, che non ha potuto spedire a destinazione perché con gli altri mantiene sempre un timido riserbo, ma appena varca la soglia di casa, si riconcilia col mondo. La sequenza è: fetta di ciambellone caldo, baci, letto, amore e lite furiosa. Perché al vaffanculo represso bisogna dare libero sfogo, non si può reprimere, e io sono il suo sfogatoio preferito. Con me il timido riserbo non funziona, siamo come il canestro e il pallone da basket. Col tempo, lei è diventata più precisa: potrei azzardare che è quasi una specie di Michael Jordan dell’insulto. Ormai mi centra anche a occhi chiusi. Anche quando sono innocente e del tutto estraneo ai fatti. Perché una donna trova sempre il motivo per insultare o sminuire il proprio uomo. E se non lo trova, ne inventa uno. Sarebbe capace di rinfacciarmi che a ottobre del ‘68 non ho cambiato la cinghia della tapparella”. Aivoglia a spiegarle che nel ‘68 non ero neanche nei pensieri dei miei genitori e che non ero nato. Aivoglia a spiegarle che, da quando stiamo insieme, ho preso 7 lauree, 4 master, scritto 95 libri, e letti almeno  2000, e inventato le tapparelle che si sollevano con la forza del pensiero. Per lei e per i suoi amici sarò sempre il coglione che nel ‘68 non ha cambiato la cinghia della tapparella. Amen.
E questo discorso quando salterà fuori? In un sabato qualsiasi, dopo l’annuncio del venerdì, annuncio che ormai conosco benissimo: “Amore, domani sera ho invitato a cena i nostri amici”.
Come? Stai dicendo che vuoi frantumarmi gli zebedei, con la storia della tapparella, senza concedermi nemmeno di appellarmi a un attacco di amaurosi tremends? Ho una dignità, io. E so fare l’analisi psicologica delle frasi che mi dici. Punto primo, se esordisci con la parola “amore”, qualsiasi cosa dirai dopo sarà senz’altro un padulo di dimensioni galattiche che viaggia con moto uniformemente accelerato verso le mie terga. Punto secondo, se inviti delle persone a cena e io devo passare una giornata davanti ai fornelli, nonostante l’amaurosi, c’è qualcosa che non funziona. Punto terzo, i nostri amici sono solo amici tuoi. A me stanno sulle palle a livelli stratosferici. Soltanto con la mia ex suocera ho raggiunto livelli simili di disgusto. Ma, si sa, l’uomo innamorato è per definizione cedevole e rincoglionito, e io non faccio eccezione. Quindi, di solito, rispondo con altrettanta tenerezza “Certo, amore, passeremo una bella serata”. Che tradotto significa “passerò una serata di merda insieme a qualche mignotta rifatta e a dei superuomini che non devono chiedere mai”. Anche perché, con quei prepuzi che si ritrovano al posto della testa, non saprebbero cosa chiedere e quali domande fare. In compenso, hanno le soluzioni per qualsiasi problema, purché il problema non riguardi loro. Ma su questo punto mi soffermerò tra poco, quando vi parlerò dell’alternativa alla cena fatta in casa. Quella più terrificante. Quella che, nella maggior parte dei casi, mi obbliga a soggiornare lunghe ore sulla tazza del cesso fin quando le mie chiappe non si siano fuse con la tavoletta. Sì, sto parlando del ristorante “in”, quello che conosce l’amico figo che sa vivere. Al contrario di me che non so vivere e sono ancora attaccato alle fettuccine fatte in casa da mia nonna, quelle alla nazzicaculo, per intenderci. Quelle col ragù fatto pippiare 7 ore sui fornelli, in cui affondare mezzo filone sciapo di Terni. Quelle che lasciano nel piatto un irresistibile richiamo alla scarpetta. I sentimentalismi non pagano, questo è evidente. Invece, quei posti del cazzo in cui si mangia bene, si spende poco e si può conversare per ore di argomenti interessantissimi fin quando i testicoli non chiedono asilo politico ai polmoni, quelli sì. Quelli sono da uomini di mondo. Funziona così, lei rientra in case e…

–  Amore?…
Eccolo. Sento il sibilo.
Colpito!
Ahi!, donna furba di dolore ostello,
che hai disprezzo imman per le mie terga,
dispensi più paduli di un bordello
Quando uno ha l’anima candida e poetica come me, non c’è nulla da fare. Sento odore di Nobel…
Sentiamo, cosa devo aspettarmi, dopo questo incipit vaselinato?
– Stasera ti porto a cena in un posto bellissimo. Andiamo insieme a Piero, Franca, Carlo…
– Davvero? Fantastico… di che posto si tratta?
Fantastico un cazzo. Voglio starmene a casa a sfondarmi di fettuccine e vino dei castelli.
Un posticino che conosce Piero. Dice che si mangia un sushi da dio e si spende pochissimo… lo sai, lui per queste cose è un fenomeno.
Come no. Un vero fenomeno. Ha un talento per sparare minchiate colossali, oltre alla sfacciata intenzione di portarti a letto, usando quei mezzi da Casanova fallito che funzionano bene su quelle bagasce delle tue amiche. Mi chiedo chi sei diventata, Dani. Non ti riconosco più. Non mi piaci più. Siamo lontanissimi. Te ne sei accorta? No, secondo me no. Non ti sei accorta che ci siamo persi. Ha ancora senso stare insieme? Ti ricordi chi sono e perché ci siamo scelti? Ricordi i tuoi slanci d’amore, i  tuoi gesti altruisti? Ricordi il mondo che avevamo costruito? Camminiamo sulle macerie, facendo finta di niente. Passando dagli impegni di lavoro alle cene di merda insieme ad amici che amici non sono. Rimpiango i primi tempi, quando vivevamo in simbiosi. Quando il tempo aveva senso solo se stavamo insieme, anche solo a guardare il soffitto. Quando ti addormentavi tra le mie braccia e  dicevi “ho tutto, sto bene così, non mi serve altro”. Adesso cos’hai? Adesso cosa ho? Niente. Mi manca tutto. Un’altra volta. Anzi manca tutto e faccio finta di niente.
–  “Maddai”… è una bella idea. Se non ti dispiace, invito anche Alberto e Cristiana. Sono mesi che non facciamo qualcosa insieme…
–   Sei sicuro? Non mi sembra una buona idea… Cristiana è veramente pesante e volgare. Temo che mi faccia fare una brutta figura…
C’è un momento preciso, in ogni coppia, in cui bisognerebbe parlare senza freni inibitori. Dire tutta la verità, fregandosene delle conseguenze. E’ un momento di confine, e si percepisce chiaramente. Sai benissimo che se parli la storia finisce e se non parli continuerai a strascinarla per un po’, con la stessa agonia. E’ questione di attimi. Un secondo, per prendere una decisione. Un secondo per decidere se ferire o non ferire, se restare o andarsene, se dare ancora una possibilità o non darla più, se essere te stesso o far finta di essere qualcun altro. Capite bene che si tratta di una responsabilità enorme. Una volta, quando ancora ci amavamo, è accaduto. Ho mostrato il mio disagio, il mio dolore e la mia sofferenza: ero io ed è stato drammatico. Danni incalcolabili. Ne siamo usciti in fin di vita. Perché il problema non era solo nelle mie parole, ma anche nei miei silenzi e nelle fragilità che ho rotto. Troppo rischioso, mandare in frantumi qualcuno che si ama. Ma adesso posso permettermelo. Ci vogliamo bene, non ci amiamo più, e siamo alla distanza giusta per non ferirci. Ci penso un momento. Prendo fiato. Rifletto ancora. Sto per dire “È finita, non ti amo più”, ma le parole si fermano. Sembrano incastrate nella gola come spine di pesce. Conficcate nella trachea. Dico la prima cosa che mi passa per la testa.
–   Ho voglia di vedere i miei amici, Dani. Della figura che “potrebbe” farti fare Cristiana non me ne può fregare di meno. D’altronde, anche Piero, con quelle sue uscite da psicodemente, non fa una bella figura ai miei occhi. Preferisco la volgarità di Cristiana, che almeno è sincera.
–   Come fai a difenderla, non lo so. Ti ha creato solo problemi, in agenzia. Stavate per chiudere i battenti, a causa del suo modo di essere. E non dire di no… troieggiava con chiunque. Non la sopportavi… non capisco come hai fatto a cambiare idea.
–   Sì, è vero, ha creato qualche problema. Ma ho imparato a conoscerla. Ha cercato di migliorarsi e ho capito che troieggia molto meno di quello che sembra. In ogni caso, molto meno di quelle baldracche delle tue amiche!
Ecco là, mi è scappato…
–   Non ti permetto di rivolgerti a loro con questi toni. Ognuna ha una storia che tu non conosci: non puoi esprimere giudizi.
–   Esattamente come non puoi farlo tu con Cristiana.
Discorso chiuso.
Muro contro muro.
In auto, silenzi, musi lunghi e anime annoiate. Distanza. Sembriamo come quei luoghi che qualche anno prima sembrano fantastici e dopo qualche anno li trovi completamente cambiati. Rivedi le foto e ti chiedi “com’è possibile?”. Prima c’era un campo di papaveri e margherite e adesso c’è il deserto.
Cazzo, mi sono intristito per voi al pensiero che in questo momento starete ricordando qualcosa di bello che non c’è più. Non ho inventato nulla, sia chiaro. Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria, diceva Francesca, per mano del sommo poeta.
Vabbè, parcheggio davanti al ristorante tra la BMW di Piero e la Porsche di Fabio, un altro superuomo dell’alta finanza, sempre abbronzato e col sorriso lupigno. Ho qualche perplessità… non vorrei che quei due cessi a pedali facessero sfigurare la mia Panda Hobby 1.100 Fire. Specifico “1.100 Fire” perché la mia non è quella col motore tradizionale ad aste e bilancieri. Altrimenti avreste ragione a non considerarla al pari della BMW e della Porsche. Ho anche il portapacchi sul tetto, se proprio vogliamo essere precisi. Optional di altissimo livello, che i fighetti non sanno nemmeno a cosa possa servire. Possibile che non abbiano mai avuto l’esigenza di trasportare, che so, un divano letto o un materasso a molle indipendenti, sfoderabile, che al minimo accenno di moto si impenna come il ciuffo di Little Tony? Io prevedo tutto, cari miei. E quando devo acquistare un’auto guardo agli aspetti pratici.
A dire la verità, sono un po’ preoccupato per la serata. Daniela non ha tutti i torti: Cristiana è una mina vagante. È anche vero che non la sopportavo… e parlo al passato perché le persone cambiano e lei negli ultimi anni si è comportata lealmente in diverse occasioni. L’ho apprezzato e si è guadagnata la mia fiducia, al punto da diventare una buona amica. È una donna ruvida e schietta, non c’è che dire. A volte se ne esce con delle espressioni gergali da carrettiere che, per quanto possano essere volgari, descrivono benissimo le situazioni, ma mi mettono terribilmente in imbarazzo. Per questo, ho cercato di metterla in guardia, cercando di contenere la sua esuberanza con un ammonimento imperativo:
–  Cristiana, mi raccomando, sii sobria…
–  In che senso?
–  Nel senso che ti troverai in mezzo a un gruppo di stronzi che non sono capaci nemmeno di stare a galla e Daniela non vuole fare brutta figura.
Mentre sono perso tra i miei pensieri, Alberto arriva con la sua Audi cabrio. Eccone un altro, penso. Valutate voi, tra tutta questa gente, chi è inadeguato: io o loro? La maggioranza vince, ma si contende premi di merda. Vogliamo competere veramente? Facciamo una gara di trasporto materassi e vediamo chi vince. Ecco là, parli di materassi e spunta Cristiana, vestita come un carretto siciliano e truccata come il cantante dei Cure, che mi tramortisce con un profumo agli olii essenziali di mango e caciocavallo. Meno male che le avevo chiesto di essere sobria. Avrei dovuto dirle “sii zoccola” e si sarebbe presentata sicuramente in tailleur e con un filo di trucco. Ha una personalissima visione della zoccolagine e non ha tutti i torti…
–   E me cojoni…
Esclama, guardandosi intorno.
–   Prego?
Risponde Daniela, fingendo di non aver capito. Io, invece, conoscendo Cristiana e interpretando bene l’intonazione data alla sua esclamazione di giubilo, ho capito tutto.
Il significato è chiaro:
E. Bel posto, non c’è che dire…
Me. Spenderemo una cifra spropositata per mangiare poco e male.
Cojoni… Mi annoierò talmente tanto che ringrazio dio di essere donna perché se avessi le palle resterebbero incollate alla sedia.
Che poi è quello che ho pensato anch’io. Solo che, essendo uomo, e avendo le palle, l’incollaggio istantaneo lo rischio realmente. Se fossimo andati da Peppe er matriciano, mi sarei sentito più a mio agio. Tovaglie di carta, boccali di birra e soffritto di sugna. Ah, quella sarebbe vita. Invece no. Entriamo in una sala elegantissima appestata di cristalli di Murano, sedie di Murano, camerieri di Murano, pane di Murano, pesce di Murano e facce da cazzo dei Parioli, che cercano di far finta di essere di Murano.
La tavolata è al completo: mancavamo solo noi. Presentazioni, convenevoli, parole di circostanza, e ovviamente, gli occhi sono tutti puntati su Cristiana. Risatine, segni di disgusto, apprezzamenti pesanti. Viene servito un prosecco accompagnato da alcune tartine, le distanze si riducono e iniziano le operazioni di incollaggio: discorsi inutili, su temi inutili fatti da persone inutili.
– Uè, Luchino, quando lo cambiamo quel catorcetto di macchina? Se vuoi, ti vendo la mia,,, io ho ordinato il nuovo modello.
Luchino ‘sto cazzo, penso. Chiama Luchino quella bagascia della tua compagna, se hai le palle. La mia Panda si inchiappetta il tuo Suv di merda quando vuole, ho il motore Fire, io. Con dieci euro di benzina faccio Roma- Magliano Sabina andata e ritorno. Ma non ti do la soddisfazione di proporti uno scambio, sono un signore e rispondo con più eleganza.
– Mi piacerebbe, Fabio, mi piacerebbe sul serio, ma la tua non auto non ha il portabagagli e io ne ho un bisogno vitale: trasporto spesso materassi sfoderabili a molle indipendenti.
– Materassi…?
– Lascia perdere, Fabio. Stasera Luca ha bevuto troppo prosecco… Spero che riesca ad arrivare lucido al dolce…
È incredibile come sia cambiato tutto. Qualche anno fa, la disputa Panda – SUV era con Alberto e Cristiana. Ricordate la vacanza sulla neve? Ricordate l’ultimo addio allo sportello? Ok, non ricordate un cazzo. Vabbè, facciamo finta che abbiate detto sì. In quell’occasione, ebbi modo di argomentare le distanze che si erano create tra noi: davamo un valore ai soldi troppo diverso. Adesso mi ritrovo a dover stringere alleanze con Cristiana, per poter sopravvivere alla serata. Purtroppo, però, non si possono mai prevedere le direzioni che prenderanno le conversazioni: da semplici questioni automobilfalliche si può passare tranquillamente alle coltellate, senza accorgersene. Per esempio, basta dire:
– Maddai, la Panda è una macchina da poveracci. Bisogna anche darsi un tono… Nemmeno gli zingari la usano più… L’abito fa il monaco, Luchino… capisci il mio ragionamento?
Ragionamento? Cioè, fammi capire, pensi veramente di aver sviluppato un ragionamento? Sicuro che non si tratti di un pensiero che potrebbe fare anche l’unghia incarnita di un galletto amburghese? Fattelo venire qualche dubbio, ogni tanto. Ti sei mai chiesto, per esempio, cosa accadrebbe se al posto del cervello avessi un casatiello? Te lo dico io: non accadrebbe niente. Produrresti gli stessi pensieri ad minchiam of levrier, cioè a cazzo di cane. Stai calmo, Luca, stai calmo. Conta fino a dieci, anzi, risolvi a mente la radice quadrata di settemilioniquatteocentocinquantottomilaventisette. Poi, ripeti un paio di canti a caso della divina commedia e ripassa a memoria la dimostrazione delle successioni di Cauchy. Infine, di’ una preghiera propiziatoria al creatore di tutti gli uomini, Galileo Galilei. Soltanto lui può fornirti un sistema inerziale da cui far partire un vaffanculo, che arrivi al destinatario con moto rettilineo uniforme e velocità costante. Mi ripropongo di farlo, ma vengo inaspettatamente interrotto. No, Cristiana non ha preso il vaffanculo al balzo per rispondere al posto mio. Men che mai l’ha fatto Daniela, che avrebbe dovuto mostrare un po’ di gratitudine per quella povera auto, l’unica ci ha regalato momenti di felicità irripetibili e non ha mai perso un colpo. Come il sottoscritto, aggiungo io. Su, Daniela, di’ qualcosa, su, non è difficile. Ti ricordi quella volta in cui ci scappava di fare l’amore e ci siamo fermati nel primo parcheggio che abbiamo trovato? Ti ricordi quanto eravamo felici? Faceva un caldo della Madonna, eravamo sudati, stretti come la testata e il monoblocco del motore fire, ci muovevamo pianissimo e tu eri bella come il sole di luglio. Indossavi un vestito nero e avevi negli occhi una luce che avrebbe fatto sfigurare persino i led della spia della riserva. Stavamo là, in un posto desolato, tra i rifiuti e la puzza degli scarichi, davanti a un fabbricato abbandonato, con le auto che ci passavano vicino e la paura di essere beccati da un momento all’altro. Eppure, nonostante tutto, il paradiso era in quella Panda, in uno spiazzo accanto all’autostrada Roma-Fiumicino. Via Riccardo Morandi, per l’esattezza. Il fratello di Gianni, quello conosciuto più per le opere di ingegneria e meno per la passione segreta per le canzoni. Gianni cantava “c’è un grande prato verde”, ricordate? E l’avevamo cercato, quel giorno, il prato verde in cui imboscarci… cioè, impratarci… ma niente. Abbiamo girato tutta la campagna intorno all’aeroporto, come cani da tartufo. Delusione. Il grande prato verde non esiste. Se esiste, o ci sono i cani pastore, o ci sono le case dei contadini o è pieno di rovi che ti bucano il culo appena ti siedi. Il bastardo di Monghidoro ha mentito. Ma per fortuna suo fratello Riccardo ha pensato anche a quelli come noi, quelli che, in un pomeriggio afoso d’estate, vogliono amarsi e non hanno tempo per tornare a casa. Non c’è il prato verde? Pazienza. “C’è un gran parcheggio grigio”, brano meno celebre ma sicuramente più realistico, dal momento che il parcheggio esiste e porta il nome del suo autore. Che coppia, Riccardo e Gianni Morandi. Il primo costruiva autostrade e il secondo scriveva canzoni per fare pubblicità alle opere del fratello, al suono di “Andavo a 100 all’ora…”. Insomma, in quel parcheggio deserto ci siamo amati, tra i tuoi sììììì e i miei silenzi. Bocche incollate e sudore. Ea talmente bello vedere il piacere disegnato sul tuo viso, che non riuscivo a dire niente, cercavo solo di trattenere quel momento più a lungo possibile. Perché sapevo che saremmo diventati diversi da quelli là e volevo avere qualcosa da ricordare quando sarebbe accaduto. In una sera qualsiasi, a cena con degli estranei, che di quella Panda non ne sanno un cazzo.
Ho tirato fuori questo momento poetico e felice della mia vita per due ragioni. La prima è per dimostrare scientificamente, qualora ce ne fosse bisogno, cosa di cui dubito, che non sono un coglione, almeno non interamente. So riconoscere la bellezza anch’io, cosa credete? La seconda è per dimostrare scientificamente, qualora ce ne fosse bisogno, cosa di cui dubito, che sono un coglione intero e non il mezzo coglione delle righe precedenti. Invece di attaccare quel deficiente alla giugulare come un mastino napoletano, cosa che avrei fatto senza problemi, se solo mi fossi trovato nelle condizioni per farlo, me ne esco con la frase che fa imbestialire Daniela perché è il mio modo per perculare un interlocutore che mi parli di cose di cui non me ne frega una cippa.
– Certo, certo. È chiaro…
Frase che può assumere forme diverse, ma egualmente efficaci. Basta mescolare l’ordine degli addendi e il risultato non cambia.
Certo, è chiaro è chiaro.
Certo, è chiaro, certo.
È chiaro, certo, è chiaro.
La duplicazione di “certo” ed “è chiaro” è essenziale per rafforzare il concetto. È come dire “Certo, non me ne frega un cazzo, un cazzo!” oppure “È chiaro, sei un coglione, un coglione!”. Duplica l’offesa e il disinteresse. Potreste obiettare che nella forma “certo, coglione, certo” o “è chiaro, non me ne frega un cazzo, è chiaro” la duplicazione dell’offesa non c’è. È vero, potrebbe sembrare così, ma la soddisfazione di dare apertamente del coglione a qualcuno fingendo di assecondarlo non ha prezzo. Sotto un innocuo e gratificane “è chiaro” si nasconde un coglione, dietro a “certo” si nasconde “fottiti!, tu i tuoi ragionamenti da minchione”. Se state pensando che uso le metafore meglio di Raymond Chandler, siete autorizzati a farlo. Vi autorizzo anche a usare le suddette metafore per scopi personali e non commerciali.
Insomma, questa storia del “Certo, certo. È chiaro” è uno dei tanti linguaggi in codice che Daniela conosce bene. Mi guarda compassionevole e distante, nemmeno incazzata, come per sottolineare la mia incapacità di mostrare le palle e scatenare una rissa. Una volta mi avrebbe guardato innamorata, pensando “sei un cazzo di genio”. Pensate che io sia un vigliacco? Scusate se mi permetto, ma, come al solito, non avete capito un cazzo. Mentre quel testicolo striminzito parlava di auto e 4×4, io sono stato attaccato violentemente da una nemica subdola che combatto da anni. No, non mi riferisco a Daniela, e nemmeno alla mia ex moglie. Mi riferisco a quella bagascia infame, che si palesa nei momenti meno opportuni. Di solito esordisce con delicatezza, mostrandosi quasi distaccata e accondiscendente. Mi dà una specie di sensazione di freddo in pancia anche se fuori ci sono 40 gradi e ho appena bevuto tè bollente. Conosco benissimo il significato di quella sensazione, ma ogni volta faccio finta di niente e cerco di ignorarla. Faccio il vago. Dissimulo. Dico “sarà lei o non sarà lei?”. Nella mia mente intono qualche canzone per distrarmi, brani tipo “Ancora tu? Ma non dovevamo vederci più? E come stai? Domanda inutile, stai come me e mi scappa…”. Oppure, “No non può essere leeeeeei… “. Insomma, c’è una canzone per tutte le situazioni della vita e in questo caso Battisti ci prende alla grande. Minuti sprecati per far credere all’ascoltatore che Non è Francesca e alla fine è proprio Francesca. La stessa situazione in cui mi sono trovato io: minuti sprecati per autoconvincermi che non fosse “costipazione ultraliquida improvvisa” e alla fine non solo era quella, si era trasformata nella più celebre delle sue sfumature, quella che più elegantemente viene chiamata cacarella e a cui vengono associate spesso altre parole delicate ed eloquenti tipo fischio, asfissia, braghe, aritrmia, sudarella.
Capirete bene che mentre quel coglione parlava di auto io ero troppo impegnato in altri ragionamenti e non potevo argomentare qualcosa di conflittuale. Avevo un conflitto interno da risolvere. Prove di indifferenza. Ma, si sa, l’indifferenza è il peggior disprezzo, e alla cacarella non piace essere ignorata. Cioè, tu puoi anche ignorarla, ma lei non ignorerà mai te. Strano modo di dimostrarti il suo affetto e la sua amicizia.
Mentre penso “no, non può essere leeeei”, sento nello stomaco il classico rimescolio, che dura qualche secondo, e alla fine la sciabolata. Quel dolore che ti squarcia lo stomaco. La stessa sensazione che avrebbe un’orata se solo potesse dire cosa prova quando la squartano in due per toglierle le interiora. Ecco, in questo caso l’orata sono io e la sciabolata mi toglie il fiato, strappandomi anche le branchie. Respiro a stento. Non so cosa fare. Avrei voglia di scappare e invece questi coglioni continuano a parlare di puttanata galattiche. Quando il nemico attacca bisogna studiare le contromosse, ma in questa guerra c’è solo un vincitore e quel vincitore non sono io: è la tazza del cesso su cui posare nel più breve tempo possibile le mie chiappe traditrici. Che faccio? Provo a resistere e arrivare alla fine della cena? Ci provo? Ok, l’avete voluto voi. Ma per resistere devo pur occupare il tempo. E lo faccio come mi riesce meglio, impiegandolo in due cose assolutamente inutili. Visto che non ricordavate le vacanze sulla neve, sicuramente non ricorderete nemmeno il mio sorriso da fontana luminosa, quello che sfoggiai quando un tabaccaio con la testa da prepuzio mi vendette un generatore di palle di fuoco incendiarie al posto di una fontana luminosa da mettere sulla torta di compleanno di Alberto. Insomma, parlo di quella volta in cui il mio regalo gli incendiò la casa, creò il caos, e io, mentre i lapilli incandescenti mi bucavano il cranio, continuavo a rassicurare gli ospiti con il mio sorriso forzato, ribattezzato “sorriso da fontana luminosa”. Situazione diversa, ma stessa impostazione. Dentro muoio, ma ai commensali sfoggio il mio sorriso da fontana luminosa. La prima cosa inutile è andata. Inutile perché alla gente del tuo dolore non gliene frega mai niente. Puoi soffrire ridendo o soffrire piangendo: gli altri non riusciranno mai a comprendere fino in fondo quello che senti realmente. Quindi, col mio bel sorriso da fontana luminosa stampato in faccia, che non permette nessuna considerazione sui miei dolori, passo alla seconda cosa inutile. Mi chiedo “Cosa mi avrà fatto male?”. Lo vedi che sei un deficiente, Luca? Ti stai torcendo dai dolori e pensi sia più importante risalire alla causa del malessere che trovare un cesso disposto a essere umiliato dalle tue terga? È importante sapere se è colpa delle tartine o del panino con cozze, melanzane, peperoni, fettina panata e caciocavallo che hai mangiato a pranzo? No, non è importante, solo che questo pensiero si palesa in ogni essere umano, in quel minuto di pausa in cui sembra che sia tutto un falso allarme. Il sudore freddo si attenua, il senso di sgomento passa e si intravede una possibilità di salvezza. Di solito, quella sensazione dura poco, un paio di minuti al massimo. Poi, arriva il colpo di scimitarra, che riporta tutto alla realtà. Non è un falso allarme, hai bisogno di un cesso. Subito.
Cosa fai, quindi?
Ti alzi, mantenendo il suddetto sorriso, e ti dirigi verso la toilette.
Mi scappa di lavarmi le mani, dici ai commensali, facendo ricorso all’ultimo briciolo di ironia che hai in corpo. Cammini, in travaglio, verso il bagno e trovi la sorpresa.
Guasto.
Nemmeno occupato, guasto. Rotto. Fuori uso.
Guastooooo?
Cosa cazzo state dicendo?
Volete farmi credere che in questo posto di merda, dove il coperto costa dieci euro a persona, non c’è un bagno funzionante? Giuro che, appena esco da questo incubo, scrivo una recensione negativa che farà passare la voglia a tutti i colitici del pianeta di venire a mangiare qua.
Ho capito, può salvarmi solo lei.
Panda.
1100 Hobby.
Con motore Fire.
Lei da sola non basta, però, mi serve anche quell’insalatiera di cristallo piena di frutta che ho visto all’ingresso. In meno di mezzo secondo, e in queste situazioni gli attimi possono essere fatali, elaboro il mio piano diabolico.
– Mi sa che ho dimenticato il cellulare in macchina. Vado a recuperarlo… aspetto un messaggio di un cliente importantissimo.
– Vacci dopo, Luchino, abbiamo ordinato la grigliata di pesce.
– Fabio… Fatti. I cazzi. Tuoi.
Temo di averlo detto con il tono e lo sguardo della bambina dell’Esorcista, perché quel demente replica mestamente.
– Ok, Luchino, ma stai calmo… Era solo per dirti che tra poco arriva la grigliata di pesce.
Sai dove puoi mettertela la grigliata di pesce? Vuoi che ti faccia un disegno o lo intuisci da solo? Con la spigola non dovresti avere problemi, semmai potresti avere delle incertezze con le rotelle di calamari… Potrei stupirti, se ti dicessi gli usi che puoi farne. Per fortuna, all’ingresso non c’è nessuno, posso agire indisturbato. Non mi pongo nemmeno il problema della pena relativa al furto con destrezza di un’insalatiera. Un anno? No, vostro onore, la frutta l’ho lasciata dov’era. Va bene, allora facciamo tre mesi e dieci cene forzate con gli amici di Daniela. Ok, come non detto, vada per l’annetto di vacanza a Regina Coeli. Esco dal ristorante come Furia cavallo del west e galoppo verso la Panda, ma a metà strada sento contemporaneamente l’ultima doglia e la voce di Piero che dice “Luchino, sbrigati, la grigliata è in tavola”. Ancora Luchino… Luchino ‘sto cazzo, ripenso un’altra volta. Lo so, sono monotono, ma non sopporto di essere chiamato così. Se ti avvicini alla Panda, giuro che ti spacco il parabrezza a testate. Con la tua, di testa. Apro lo sportello e in meno di due minuti quella che sembrava una tragedia annunciata si trasforma in un momento di enorme gratificazione. Giubilo. Sento gli angeli cantare Alleluia.
Ah! Come sto bene.
Mi sento un uomo nuovo.
Rigenerato.
Fischietto come un fringuellino. Fiù fiù fiù.
Finestrini aperti, cicale e l’odore della notte.
Cioè, non solo della notte, ma questo non conta ai fini del racconto.
Aria, aria fresca.
Panda.
1100 Hobby.
Motore Fire.
Amore.
Fedele compagna.
Solo tu mi conosci veramente.
Solo a te ho mostrato i miei lati nascosti.
Solo tu mi togli dagli impicci come nessun’altra.
Per un attimo, valuto attentamente cosa fare dell’insalatiera, promossa in un millisecondo a un ruolo ben più importante e impegnativo di quello che aveva sul bancone. Ho diverse possibilità: rimetterla al suo posto?, depositarla sul cofano della BMW di Piero?, creare un’edicola votiva in un angolo di casa?, trasformarla in un pratico portachiavi da usare alla bisogna? Alla fine, però, prendo una decisione drastica e dolorosa: l’abbandono lungo la strada senza guinzaglio. Mi vergogno troppo di essere umano. Qualche anima buona si prenderà cura di lei.
Rientro nel ristorante, con l’aria trionfante, simulando il passo sicuro di un garibaldino. Mi è venuta quasi fame, a dire il vero.
– Ce l’hai fatta? L’hai fabbricato questo cellulare?
– Fabio, vai a farti fottere tu e la tua Porsche. Col cazzo che la cambio la mia Panda!

Voli d’angelo e pelli di leone

Posted on 16 Luglio 201926 Dicembre 2019 by admin

Io e lo sport abbiamo sempre avuto un rapporto burrascoso, tipo Brooke e Ridge in Beautiful. Ormai non conto più le volte che ci siamo presi e lasciati… che nostalgia. Quante volte, dopo una prova impegnativa, ho detto, Ma chi cazzo me l’ha fatto fare?, più o meno come quando ripenso alle poche ma squilibrate donne che per fortuna sono lontane. Quanti commoventi vaffanculi di cuore ho indirizzato alle salite ripide percorse in bicicletta? Quanti mortacci, passando al setaccio diverse generazioni, ho evocato, mentre scendevo da qualche pista nera con gli sci? Lo so, le parole d’amore sono una cosa meravigliosa… Nonostante ormai siamo arrivati ai ferri corti, lo sport continua a tentarmi come una baldracca d’alto bordo: prima mi fa vedere la coscia tornita e poi mi presenta il conto. Ho provato di tutto: calcio, nuoto, pallavolo, basket, windsurf, sci, canoa, ciclismo, atletica… e in ogni disciplina ho primeggiato al contrario. Ho ultimeggiato. Fallendo, ovviamente. Daniela, la mia compagna fedele come un lupus eritematoso, invece, oltre ad avere una predisposizione naturale per qualsiasi sport che la diabolica mente dell’uomo abbia avuto la malvagità d’inventare, è anche campionessa di decathlon. No, non intendo quella specialità che prevede la pratica di dieci sport impossibili per le capacità di qualsiasi comune mortale. Sarei tentato di dire che è più portata per passare ore e ore dentro al negozio di sport dal nome omonimo, a rompere le balle ai commessi e a scegliere capi d’abbigliamento super scontati, dai colori improbabili, che non indosserebbe nemmeno Platinette, ma nemmeno questa è l’attività in cui spicca. Il suo è un decathlon psicologico contro di me, una specie di giochi senza frontiere distruttivo, che prevede:

– Frantumazione ripetuta delle sacche scrotali perpetrata con lamentele crescenti su temi casuali, sconnessi e inutili.
– Frattura scomposta dell’apparato riproduttivo, preceduta da scenata di gelosia isterica e simulazione di convulsioni
– Tre giorni di “niente’” a chiunque tenti di chiedere cosa c’è che non va
– Prova di velocità di bipolarismo, per battere il primato del mondo sul numero di cambi d’umore al minuto
– Distruzione di autostima a colpi di “non capisci”.
– Rievocazione e rinfaccio di parole dette anni prima, registrate nel master boot record dell’hard disk cerebrale, e pronte a essere vomitate al primo malfunzionamento del BIOS.
– Prova di imbruttimento multipla con testata a freddo in pieno petto, corredata dalla fatidica domanda “chi è quella troia?”
– Istigazione alla crisi d’identità, con tecniche di distruzione psicologica subliminali, e competizioni ad minchiam con qualsiasi donna abbia avuto la sventura di nominare.
– Sollevamento di problemi inesistenti e corsa alle insoddisfazioni
– Salto con l’ansia e scatto di nervi

Capirete che, con una donna simile accanto, gli sport estremi si sprecano. Il più pericoloso in assoluto è la contraddizione. Basta che io dica timidamente “forse stai sbagliando”, badate bene, “forse”, non “sono certo che”, per scatenare una prova di forza su chi ha ragione. Prova di forza che finisce solitamente in rissa e non termina alla fine della discussione. Nooo, termina quando è stata attuata, da parte sua, una vendetta lenta, progressiva e proporzionata, come suggerito dal codice barbaricino, libro che tiene sopra al comodino e consulta tutte le sere prima di addormentarsi. Termina in un momento qualsiasi, in un pomeriggio qualsiasi, in cui non si può far altro che tirar fuori il rancore. Quando la noia e la voglia di stare lontani superano di gran lunga la voglia di stare insieme. Questa è la vera differenza tra me e lei: io quel “forse” lo dimentico subito dopo la discussione, a lei resta marchiato a fuoco nelle sinapsi. E a volte le sue sinapsi si impallano come Windows. La differenza è che per risolvere la situazione non si possono spingere i tasti Ctrl-Alt-Canc e tantomeno riavviare il sistema operativo. Va in loop, come quei programmi che si scrivevano da ragazzini sul Commodore 64 per sentirsi dei programmatori navigati. Riga 1, print “Sei bello”. Riga 2 go to 1. Solo che nel caso di Daniela la riga 1 corrisponde a uno dei dieci punti elenco del decathlon decalogo. Su quel “forse”, lei costruisce un castello di riflessioni, di “forse intendeva dire che…”. Lo fa in piena autonomia e libertà. E quando una donna ragiona liberamente e autonomamente sulle parole dette da un uomo, di sicuro trae delle conclusioni sbagliate. Perché siamo diversi, non c’è niente da fare. L’uomo ragiona in maniera euclidea e la donna in modo naif. Per comprendersi, bisogna parlarsi e confrontarsi. Altrimenti si rischia di schiantarsi a volo d’angelo sulle incomprensioni e di atterrare a pelle di leone sui fallimenti sentimentali. Che poi è la mia specialità, anche negli sport. Sono un campione di volo a cazzo di cane e atterraggio scomposto. Ricordo quella volta in cui, per seguire lei e i suoi amici, dei pazzi esaltati con la fissazione dell’adrenalina e delle prestazioni da gara, mi sono imbattuto nella più fantozziana delle discese sugli sci: la Gran Risa. Già il nome avrebbe dovuto suggerirmi qualcosa, rispetto alla reazione che avrebbero avuto gli altri nei miei confronti.
– Hai visto quanto è ripida? Sembra un muro…
– Infatti, più che Gran Risa avrebbero dovuto chiamarla Muro del pianto…
– E dai, Luca, devi sempre rovinare tutto!
– Non voglio rovinare nulla, invece. Sai che a me piace scendere lentamente, facendo delle tappe, che prevedono strudel, cioccolata calda e bombardino con panna.
– Uffa! Non capisci proprio niente. Pensi sempre al cibo. Prendi esempio da Piero… lui scende come un razzo e ha uno stile perfetto.
Che vi avevo detto? Ecco il primo “Non capisci” della giornata. E, per non farsi mancare nulla, anche l’istigazione alla crisi d’identità. Piero, invece, capisce. Per essere precisi, Piero è un manager rampante, palestrato e con la fissazione del deltoide scolpito, della dieta proteica, e del Rolex Daytona stile macellaio arricchito. Tacchina Daniela da sempre. E lei si lascia tacchinare, peraltro. Il fatto è che non riesco a prendere esempio da un gorilla con due neuroni sconnessi, e questo sta diventando un problema. Io sono fiero del mio sognare, di questo eterno mio incespicare, direbbe Guccini. E rido in faccia a quello che cerchi e che mai avrai, direbbe sempre Guccini.
– Sì, Piero è il mio modello di riferimento. Se oltre a sciare come Alberto Tomba riuscisse a dire “se io avessi” e non “se io avrei”, sarebbe un uomo da sposare.
– Non essere polemico: non si vive di soli congiuntivi. Serve anche altro…
– Sì, è vero, per vivere servono anche i Rolex da otto chili. Di piste nere, invece, si può morire.
– Esagerato! Su, forza, vedrai che ti divertirai.
Come no…
Odio la mia accondiscendenza, specialmente quando la uso per mascherare il mio senso di inadeguatezza. Per non sentirmi diverso, dico sì. E mi pento. Dovrei fregarmene e dire dei no tondi tondi, ma non sono capace. Eppure, dovrei aver imparato che quando cerco di essere uguale agli altri le cose vanno a puttane. Qualsiasi cosa. Dal lavoro all’amore. Tranquilli, non vi deluderò: anche stavolta, per non sentirmi inadeguato rispetto a Piero e per non deludere Daniela, dirò di sì. Anche se ho paura. Anche se non so sciare. Anche se vorrei solo stare con lei, senza avere quest’ansia da prestazione e da competizione. Servirà a qualcosa? Chi può dirlo? Ah, già, posso dirlo io, che vi sto raccontando la storia…
Eravamo schierati in formazione d’assalto. Sembravamo i Sorci verdi, il temibile battaglione aereo della seconda guerra mondiale da cui deriva il celebre detto “te faccio vedé li sorci verdi”. Con la precisazione che, in quell’occasione, io ero il bersaglio e loro il battaglione. E i sorci verdi, in effetti, me li hanno fatti vedere. C’è da dire che la formazione d’assalto era molto disomogenea. In prima fila erano schierati Daniela e Piero, poi, a scalare, in ordine di ego ed esaltazione, gli altri componenti del gruppo. In coda, io e Rosario, un cinquantenne siciliano e imbranato che vedeva nella mia inadeguatezza l’unica sua ancora di salvezza, più o meno come io vedevo nella pratica professionale del suo nome l’unico sistema per uscire vivi da quella situazione.
– A Lù, non so te, ma, come dite a Roma?, io me sto a cacà sotto dalla paura…
– Tranquillo, Rosà, scendiamo piano piano a spazzaneve. A ogni curva tu dici un ora pro nobis, nella speranza che serva a qualcosa, e vedrai che ne usciamo vivi.
Che gruppo di merda!
Disomogeneo al massimo.
Mi chiedo perché, per far funzionare le cose in una coppia, si debba sempre scendere a compromessi. Non è possibile andare nella stessa direzione? No, pare di no. Uno ama il mare, l’altra la montagna. Una è pigra, l’altro iperattivo. Uno è simpatico, l’altra ha il senso dell’umorismo di un frigorifero. Uno è passionale, l’altra una lavastoviglie con le unghie. Uno ha amici anarchici e minimalisti, l’altra amici fighetti e superficiali. Fattele due domande, se le relazioni naufragano, no? Ogni volta che si fa un compromesso, si rinuncia a essere sé stessi. E ogni volta che si rinuncia a essere quello che si è, si scava la fossa alle relazioni. Perché se uno è costretto a essere qualcun altro significa che la persona che ha accanto ha bisogno di qualcun altro. Questa rincorsa a essere diverso da quello che sono mi ha un po’ rotto i coglioni. Soprattutto quando mi ritrovo in contesti in cui la diversità mi fa sentire profondamente inadeguato. Tipo quelle cene tra pariolini figli di papà in cui ognuno tenta di dimostrare, a colpi di successi lavorativi, scarpe in pelle di foca nana del Sahara e soluzioni capitalrazziste ai problemi del mondo, chi ce l’ha più lungo, senza rendersi conto di mettere sul tavolo una dotazione genitale che meriterebbe un microscopio di precisione, per essere osservata. Sappiatelo, io rubavo i pezzi dei motorini insieme a Giggetto, il tossico del quartiere. Quanta nobiltà c’era in quei gesti. Eravamo i Robin Hood delle due ruote. Rubavamo a chi aveva i pezzi di ricambio, per venderli a poco prezzo a chi non li aveva. A chi non aveva il motorino non rubavamo niente Più nobili di così credo che non si possa essere. Quella era un’azienda solida, altro che Amazon. Una vera Società a Responsabilità Limitata. Io mi limitavo a fare il palo e Giggetto a smontare i pezzi: eravamo d’accordo che se la polizia si fosse bevuta uno dei due l’altro avrebbe negato fino alla morte qualsiasi conoscenza. Più limitata di così… Non siamo mai andati in perdita, i conti sono sempre stati a posto. Il fatto che i miei soldi li abbia investiti in cazzate inutili dipende dal mio spiccato senso per gli affari, che si è palesato fin dall’adolescenza. Ricordo con commozione quel trittico, composto da sella, ruota e carburatore di una Vespa 150, che ha fruttato la somma esatta per comprare un Game Boy con cui sfidare gli amici a Tetris. E ricordo nettamente i ringraziamenti sinceri del ricettatore: erano mesi che la sua Vespa singhiozzava a causa di un carburatore malfunzionante. Con una spesa contenuta, gli consentimmo di sistemarla. Tutti contenti, insomma. Se state pensando che il derubato non sia rimasto proprio contento, vi dico che se uno può permettersi un carburatore funzionante, non si può provare pena. Sono problemi suoi, se viene derubato. A me interessa aiutare chi non può permetterselo…
Invece, sentire i discorsi dei manager rampanti mi fa venire il voltastomaco. Sì può essere schiavi di un padrone, che si arricchisce alle loro spalle e non gliene frega un cazzo dei dipendenti, credendo di vivere una vita appagante e sentendosi realizzati? Evidentemente sì, è possibile. Se è possibile questo, può anche verificarsi l’eventualità che un ladro libero faccia il suo sporco lavoro, che poi così sporco non è, se viene paragonato a quello di chi ruba in giacca e cravatta, e smonti nottetempo i paraurti delle auto per rivenderli ai bisognosi.
Insomma, mentre guardo le ricche facce da culo che mi circondano, ripenso ai primi tempi, a quanto eravamo spensierati io e Daniela quella volta in cui ci ritrovammo a sciare insieme ad Alberto, il mio migliore amico, e a quella baldracca della sua compagna, la donna che ci ha fatto allontanare. Sono mesi che non usciamo insieme. E mi manca un po’. Chissà come avrebbe reagito, in questa occasione. Sicuramente non mi avrebbe lasciato indietro… In certi momenti, bisognerebbe fare delle fotografie, per ricordarsi come siamo prima che tutto cambi. Sarebbero delle immagini da guardare con nostalgia, utili per trovare il punto esatto in cui qualcosa è andato storto e si è rotto, e servirebbero per capire come non sbagliare più. Invece, si dimentica, o si cambia, e si cede il fianco agli sbagli ancora, ancora e ancora.
– Scendiamo a cannone e l’ultimo paga da bere.
Ancora con queste scommesse da coglioni? Pago io e la finiamo qua, penso.
– Quanto mi sta sul cazzo quel Piero.
– Lo dici a me? È una vita che cerca di rimorchiare Daniela. Prima o poi ci riuscirà, ne sono certo.
– Minchia!, ieri sera eravamo seduti allo stesso tavolo: non ha fatto altro che parlare di SUV, bilanci, Costa Smeralda e investimenti.
– Che uomo modesto. Briatore in confronto a lui è don Gallo…
– Però sa sciare… Guarda come scende a razzo.
– Dai, scendiamo anche noi…
Come si traduce, in italiano, l’espressione romana “Mortaccisuaquantoèripidastadiscesa”?
Non mi viene in mente niente. “Accipicchiolina, la pendenza è elevata” non rende l’idea.
Ma chi me l’ha fatto fare? Non potevo restarmene in albergo, simulando un attacco di cervicale? Mi tocca far ricorso al coraggio che non ho. Mi faccio il segno della croce, nel nome di Daniela, di Piero e dell’anima di chi t’è muort. Scendo con una grazia che non dico Graziella un po’ per modestia e un po’ perché renderebbe di più l’idea la terza Grazia, quella più famosa…
Ogni metro è una scommessa con Newton per mantenere l’equilibrio. Ovviamente, nel mio caso, più delle leggi della fisica valgono le leggi della metafisica e, soprattutto, il ricorso alla religione. Non proprio alla religione… diciamo a quella branca della religione che prevede un sano raccoglimento spirituale al quale prima o poi ricorrono tutti. No, non parlo del catechismo e nemmeno della confessione. Parlo della bestemmia, per l’esattezza. Ci vuole talento a nominare invano il nome di dio e di tutti i suoi collaboratori, a mo’ di cantilena, come in una canzone degli Inti Illimani o, meglio, come in un coro gospel.
Mantenendo il tempo.
In ordine d’importanza.
Solista: Porco Giuda ciabattino.
Coro: Prega per noi.
Modestamente, io quel genere di talento ce l’ho. Forse, quando andrò all’inferno, avrò uno sconto di pena. Forse…
Mentre valuto con attenzione il girone infernale in cui potrei finire, esitando tra quello dei minchioni e quello degli assaggiatori professionisti di merendine, sento dire:
– Wow, la pista è ghiacciata! È fantastica…
Fantastica un cazzo, dico io.
Ma non faccio in tempo a concretizzare il mio dissenso perché, davanti a me, Rosario perde l’equilibrio, dando ragione più alla legge di Murphy che a quella di Newton, fa una spaccata, perde l’equilibrio e inizia a rotolare a valle come un cannolo siciliano.
– Luca, aiuto!, non riesco a fermarmi…
Capirai, ti stai rivolgendo alla persona giusta… Provo a vedere quello che riesco a fare. Ecco, ora giro a sinistra. No, questo sci di merda mi porta a destra. Cumulo di neve, ghiaccio e accelerazione improvvisa. Perdo l’equilibrio, cado, resto in piedi. Cazzo, sto andando sparato verso di lui. Lo prendo? Lo schivo? Lo ammazzo?
Per fortuna, Rosario si è fermato con naturalezza, schiantandosi contro un masso al lato della pista. Non dà segni di vita. Sarà morto? Se lo è, buon per lui: non dovrà fare i conti con la moglie,quando rientra in albergo. Lo vedo avvicinarsi; cioè, sono io ad avvicinarmi a lui a velocità folle, ed è sdraiato davanti a me, in posizione da briscola: a 4 di bastoni con gli zebedei a favore di sci. Rosario, arrivo, sono il tuo asso di bastoni e ti dimostrerò scientificamente che le bestemmie funzionano meglio delle preghiere. Per dimostrare che le parole che scrivo non mi tradirebbero mai, uno dei miei sci non tarda a centrarlo in pieno sulle palle prendendole anche come trampolino di lancio, prima di staccarsi dall’attacco. L’altro, più discreto ed elegante, prende una direzione sobria e, con le lamine affilate che si ritrova, trancia di netto il completo da sci nuovo di pacca e gli recide un’arteria secondaria del braccio, colorando la pista di sangue. A prima vista, potrebbe sembrare una tragedia, invece la buona notizia c’è: la mia manovra impeccabile è servita per farmi capire subito che Rosario è vivo. Il colpo del primo sci ha suscitato in lui una reazione positiva, manifestata attraverso una evidente espressione di giubilo, roba tipo “ma porca di quella M…”
Visto che le bestemmie servono? Se un uomo bestemmia significa che è vivo.
Nel frattempo, anche il secondo sci, dopo aver svolto egregiamente il suo lavoro, si stacca. E qui entro in scena io. Impatto violento, sci persi istantaneamente… e cosa resta, se non il volo dell’angelo imprecatore? Mi libbro in aria come un passerotto, e ricado violentemente a pelle di leone sulla pista che “Wow, è ghiacciata! È fantastica…”.
Aveva ragione Rosario: fermarsi su una pista nera ghiacciata è quasi impossibile. Bisogna avere culo. E io spero di averlo e di schiantarmi come lui contro un masso. Niente da fare, continuo a scivolare su quel muro di ghiaccio, come una saponetta imbevuta di sugna. A un certo punto, la fortuna sembra ricordarsi di me: un cumulo di neve improvviso mi fa uscire dalla pista. Dio, ti prego, fammi terminare la corsa addosso a un abete, uno di quegli abetoni montani che sembrano fatti apposta per stroncare la vita degli incapaci. Macché, sono incapace anche nel fuori pista e continuo la mia corsa nella direzione del laghetto. Complimenti! Bel posto dove mettere un laghetto. Ci voleva tanto a prevedere che un giorno qualche deficiente avrebbe potuto finirci dentro?
Quel giorno è arrivato.
Quel deficiente pure.
A nulla servono le preghiere, le bestemmie e i cespugli abbattuti con la faccia e con le mani messe in posizione di barra falciante Gaspardo modello F925: un tuffo dove l’acqua è più blu, niente di piùùù. Giusto un coglione come me può pensare all’Equipe ‘84, prima di morire assiderato in un laghetto montano. Per fortuna, una ragazza, evidentemente pratica di coglioni che si tuffano a valanga nei laghetti, vede la scena e si precipita a salvarmi dall’assideramento. Ricordo due cose, di quell’evento: la striscia di sangue che ho disegnato col mio naso rotto e il telefonino annegato al posto mio e morto per sempre. E con lui tutta la rubrica telefonica. Centinaia di contatti persi. Anche quello di Luisa, che si è sempre sottratta alle mie advances, ma sono sicuro che avrebbe ceduto, prima o poi, se solo avessi imparato a memoria il suo numero, invece di aver imparato quello di Aristide Squarcialupi, il meccanico a cui ho telefonato centinaia di volte per quella bagascia di Panda mai riparata completamente. L’acqua gelata del lago non è per niente male: ricordo lucidamente l’effetto istantaneo del congelamento scrotale. Mi cadrà tutto l’apparato, ho pensato.
In tutto ciò, invece di una parola compassionevole, che so, un “tesoro mio ho avuto il terrore di perderti”, Daniela non si è smentita. Quando l’angelo salvatore, ragazza peraltro dalle fattezze gradevolissime, mi ha accompagnato infreddolito e bagnato come un pulcino alla fine della pista, tra le espressioni di ilarità e disprezzo della comitiva si è levata la voce calda di Daniela, che ha sussurrato “chi sarebbe quella zoccola?”.

Gli amori difficili si rimpiangono

Posted on 7 Luglio 201926 Dicembre 2019 by admin

Gli amori difficili si rimpiangono

–          A che ora passi a prendermi?

–          Esco tra poco, finisco di controllare la bozza del terzo capitolo e sono da te.

–          Sei soddisfatto?

–          Mah, non so, c’è qualcosa che non mi convince…

–          Il solito pignolo… non vedo l’ora di leggerti.

–          Dai, mi sbrigo!, se resto al telefono con te va a finire che ceni con la pizza cartonata…

–          Per me va bene, basta che sia tu a consegnarmela…

Colpito e affondato. Rossella, con questo modo di fare, di dire e non dire, riesce a spiazzarmi sempre. Fa un passo avanti e si ritrae. Quello che non ha capito, e che provo costantemente a ricordarle, senza successo, è che io non ho proprio voglia di buttarmi dentro un’altra storia. Ho detto basta. Ne ho fatti troppi, di errori. Troppi. Sono l’esempio vivente di quanto siano fallimentari i sentimenti e la dimostrazione scientifica dell’inutilità dell’amore. O meglio, a qualcosa l’amore serve: a soffrire come bestie. Serve per deludere e disilludere gli esseri umani. E io, non solo non voglio più soffrire, non voglio nemmeno rischiare… proprio adesso che ho trovato un equilibrio interiore. Sto bene. Scrivo, leggo, ascolto musica e ogni tanto faccio qualche viaggetto solitario. Sto proprio bene. In armonia col creato e col creatore. Senza inutili complicazioni sentimentali. Le donne che ho avuto una cosa me l’hanno insegnata: a stare da solo. Insegnamento pagato a caro prezzo, dopo essermi illuso di compagnia. Quanto è bella la razionalità, eh? Mette al riparo da tutto. La razionalità protegge dalle fregature almeno quanto la diffidenza. E io sono diventato razionale e diffidente. Quella roba laccosa da adolescenti, amore amore, ciuppi ciuppi, mi fa venire la nausea. Sentimenti razionali ed emozioni controllate. Trovarmi di nuovo in una storia ingarbugliata e difficile è l’ultima cosa che mi passa per la testa. Lei non mi ha mai chiesto niente, è vero, ma si vede a distanza quanto è coinvolta. Mi stupisco che non se ne sia accorto anche Marco, suo marito. Ex marito. Pentito. Una donna innamorata diventa bellissima. E Rossella lo è. Ci penso, ci penso spesso: se mi lasciassi andare, finirei per soffrire di mancanze. Vuoti di presenza. Starei insieme a una donna che ci sarà e non ci sarà.Contemporaneamente. E questo mi farà a pezzi.
Però… cosa vuoi che sia mai una cena? Se mi comporto da amico, con un certo distacco, non succede nulla. Lo faccio da mesi e i risultati sono ottimi. Siamo vicini, ma non troppo. Eppoi, stasera non mi va di restare a casa. Mi è venuta una botta di tristezza e nostalgia che non saprei come frenare. Tristezza che non è mancanza di nessuno. E’ vuoto e basta. Solitudine. Altro che terzo capitolo… non ho fatto un cazzo tutto il giorno e sono rimasto a girare per casa in mutande. Quando non gira non gira, c’è poco da fare. Sono bloccato da mesi e non riesco ad andare avanti. Sarà un libro che verrà ricordato per la sua inconcludenza. Forse, tra cento anni, mi considereranno tutti un genio, per questo lavoro incompiuto, e invece sono solo un coglione nostalgico ripiegato sui ricordi. Ricordi di merda, peraltro. Penso di essere l’unico idiota sulla faccia della terra a voltarsi indietro e provare nostalgia, non per le gioie, per i torti subiti e i dolori vissuti. Nostalgia per quei barlumi di felicità intravista, sfiorata e mai raggiunta. Meglio di niente, penso. Se soffri, almeno significa che sei vivo. Se non provi niente, sei morto.

–          Ehi, sono proprio contenta di vederti…

–          Ciao Rossella, sei bellissima, stasera. Non dire che ti sei messa la prima cosa che ti è capitata, perché non ci credo.

–          No, infatti…

–          Prendiamo un antipasto? Io ti consiglio le alici fritte ripiene: qua le fanno buonissime.

–          Aggiudicato!

–          Aggiungerei anche un Vermentino di Gallura…

–          Non pensavo ti piacesse il vino…

–          Vado a fasi alterne, in accordo col mio umore: un giorno mi piace, l’altro lo detesto.

–          Ottimo! Un uomo bipolare è quello che ci vuole, per farmi felice… Coordiniamo la bipolarità, però, altrimenti non ne usciamo vivi…. E come procede il tuo libro?

–          Malissimo. Ti ho detto una cazzata, al telefono. Non ho revisionato il terzo capitolo, sono bloccato da mesi e non so come andare avanti.

–          Mancanza di ispirazione?

–          Forse. O forse, per scrivere, servono la storia giusta, lo stato d’animo giusto e il momento giusto.

–          Giusto!

–          Lo so, sono il ritratto di un uomo decadente e malinconico, quasi cinquantenne, col fascino del pensatore introverso, che nasconde le insicurezze di chi è fragile e tendente al depresso.

–          Sì, un po’ malinconico lo sei, ma non importa. Basta che stiamo insieme.
Ecco, questo mi preoccupa… basta che stiamo insieme è l’anticamera del pantano.

 

–          Dove eravamo rimasti, l’ultima volta che ci siamo visti?

–          Eravamo rimasti che io ti ho detto tutto di me e di te non so nulla.

–          Ma no, sai più o meno tutto…

–          So quello che tu vuoi far sapere: due figlie, un rapporto al capolinea e un po’ di insoddisfazione.

–          È esattamente così.

–          Ma io voglio sapere quello che tieni nascosto.

–          Per esempio?

–          Per esempio… Stai bene? Ridi? Fai l’amore? Ti senti amato?

–          Sì

–          …

–          No

–          …

–          Non lo so.

–          Che significa “non lo so”? Dai, non dissimulare: a domanda precisa risposta precisa!

–          Credo di sì.

–          Credo?

–          Sì, direi di sì.

–          Wow! Che fortuna. Tu vuoi farmi credere che stai bene, ridi, fai l’amore, ti senti amato e, nonostante questo, hai la faccia da cinquantenne depresso e malinconico?

–          Già…

–          Dai, Luca, non raccontare cazzate: si vede a un chilometro di distanza che ti porti dentro qualcosa di bello e terribile. Sbaglio?

–          …

–          Sbaglio?

–          No, non sbagli.

–          Guarda, sono pronta ad ascoltare qualsiasi confidenza: avanti, su, vuota il sacco.

–          Non c’è niente da vuotare: c’era una lei che ora non c’è più. Fine.

–          Oddio, anche tu con la sindrome dell’abbandono?

–          Nessuna sindrome, anche perché non sono stato abbandonato. Ci siamo lasciati consapevolmente. Senza strappi. Dopo mesi di sofferenza, ci mancavano solo quelli… Sai com’è, Francesca era sposata e non poteva durare a lungo…

–          E questo cosa c’entra?

–          C’entra, eccome se c’entra. Ha fatto delle scelte e io sono sempre stato la sua seconda scelta. La prima è stata sempre qualcos’altro: marito, lavoro, impegni… Penso di aver peccato di eccesso di fiducia, di averla sopravvalutata. Quando me ne sono reso conto, quando ho capito che mi ero ridotto a elemosinare le briciole, ho iniziato a guardarla in modo completamente diverso e ho realizzato che era finita. Irreversibilmente. Ma poi è passata, e ora sono l’uomo arido che hai davanti.

–          Le storie finiscono, e bisogna avere il coraggio di ammetterlo. Hai mai pensato che le barricate che ti sei costruito adesso ti impediscono di vivere? Cazzo, come fai a stare così? A vivere senza emozioni?

–          Emozioni? Non ricordo nemmeno cosa sia, un’emozione. Ho solo ricordi ammuffiti. E sono stufo di ricostruire un uomo diverso alla fine dell’ennesima relazione finita male. Tu, invece, dovresti preoccuparti più di Marco e meno di me. Io so cavarmela benissimo da solo. Vivo bene. Ho azzerato i rischi e di conseguenza anche le sofferenze.

–          Io ho azzerato i rischi, ma, con Marco, non sono riuscita ad azzerare le distanze. No, non è come dici tu: non si forma una coppia facendosi soltanto compagnia.

–          Dai, Rossella, cerca di essere onesta con te stessa. Hai un marito che ti ha lasciato per un’altra, che si è pentito, che hai perdonato e col quale vivi. Se non è amore questo, non so cosa lo sia. Non parlarmi di distanze, per favore, non ci credi nemmeno tu.

–          Non posso darti torto e non potrei negare l’evidenza. Dico solo che una coppia, per me, è un’altra cosa. Non basta vivere insieme.

–          No, non basta vivere insieme… Ma non serve nemmeno avere un amante per risolvere dei problemi che meritano tutt’altra soluzione.

–          Parli bene, tu… Sai quante volte, fuori dal cancello di casa, ho avuto la tentazione di non rientrare e scomparire?

–          No, ma so che sei sempre rientrata a casa. E che rientrerai sempre.

–          Perché?

–          Perché le donne come te non scappano. Restano.

–          La tua ex, invece, non è restata.

–          Non è esatto. La mia ex non ha saputo restare. Per restare, avrebbe dovuto avere cura. Tu, invece, ti prendi cura degli altri. È questo che ci frega. Quelli come noi dovrebbero mettere da parte l’altruismo, a volte.

–          Se ami qualcuno, puoi essere egoista?

–          Sì, puoi. A volte è necessario.

–          Secondo me l’egoismo, in un rapporto di coppia, non funziona…

–          È l’amore a non funzionare, Rossella. È un sentimento troppo difficile, assoluto, impegnativo, che ti porta in un attimo in paradiso e l’attimo dopo all’inferno. Ti fa soffrire e gioire per cose insignificanti, stupide, e quando ci finisci dentro non riesci a uscirne, se non dopo la devastazione.

–          È bellissimo.

–          Sì, come un infarto.

E dai, molla la presa. Non c’è trippa per gatti. No trip for cats!

–          Ottimismo a palla, eh?

–          Sono sincero. Tu mi hai fatto una domanda e io ti ho risposto. Non intendo avere storie complicate.

Distacco, questo è quello che ci vuole.

–          No, non mi hai risposto. E una risposta me la devi, dal momento che sono qui davanti a te e vorrei capire come comportarmi.

–          Cosa c’è da capire? Prova a capire meglio tuo marito, la persona che hai vicino e con cui fai progetti e condividi la vita, non me.

–          …

–          Scusa la brutalità, ma non ho intenzione di vivere storie di ordinaria sofferenza.
Voglio consumare la mia esistenza in pace.

Magari, se ognuno se ne sta per conto suo, forse riesco anche a finire il mio libro. E poi, una buona amicizia è sempre meglio di una relazione sentimentale pericolosa. L’amicizia non è portatrice di dolori, a volte.

–          Posso decidere liberamente a chi dedicarmi, o vuoi scegliere tu per me?

–          Sì, scusa….

–          Perché ti ha ridotto così?

–          Dai, si freddano le alici…

Frase a cazzo estemporanea.

–          Luca, non me ne frega niente delle alici! Voglio sapere perché mi tratti così. Voglio sapere cosa devo fare per avere con te una relazione normale. Possibile che devi assumere sempre questo atteggiamento distaccato da principino, ogni volta che mi avvicino un po’?

–          Principino io? Ma se sono nato in piena periferia…

–          Hai dei modi di fare che a volte mi mandano in bestia!

–          Vedi? Sono una persona da evitare. Ti conviene stare a distanza di sicurezza…

Altra frase ad minchiam: vediamo chi la spunta…

–          Vaffanculo!

Risposta esatta. Me lo sono meritato. Anzi, c’è andata anche leggera… Mi aspettavo di peggio…

–          Su, Rossella, mi imbarazza anche un po’ parlarne con te… ci conosciamo da così poco tempo e le parole “relazione normale”, nella tua… nostra… situazione sono quantomeno azzardate.

–          Davvero? Per me una relazione normale è quando ci sono due persone che si amano, pensa un po’ come sono scema.

–          Sì, forse nelle canzoni di De André è così, ma la vita reale è un’altra cosa. Ci sono equilibri da rispettare e sentimenti da non calpestare. Mariti vecchi e nuovi da accudire e rassicurare e figli da crescere. La vita quotidiana da condividere, le mutande da lavare, la cena da preparare e le vacanze da organizzare: quella è una relazione normale.

–          Per favore, Luca…

–          No, per favore tu…

–          Cosa deve fare una donna per farti innamorare, eh? Ti costa così tanto rispondere?

–          Prima di tutto, deve essere libera: non voglio donne che abbiano la sindrome della crocerossina e non voglio più confrontarmi con mariti, che siano moglie-mamma dipendenti e che suscitino tenerezza. So di essere perdente in partenza. Un marito che suscita tenerezza, anche se manchevole, è un avversario che non dà scampo. Vince su tutto, anche sull’amore più intenso che si possa immaginare.

–          Lo pensi davvero?

–          Sì. Il mondo è pieno di uomini e donne mancati. L’uomo è spesso un bambinone egoista e capriccioso, che non è mai riuscito a diventare adulto e sta con una donna non per amarla ma per essere accudito. Ebbene, io sono autonomo, indipendente, non ho la sindrome di Peter Pan e non ho bisogno di assistenza. So farcela da solo e ho risolto da tempo i miei conflitti esistenziali e le dipendenze infantili da mia madre.

–          Bravo! Però, non ho capito questa storia della crocerossina: credi che io lo sia?

–          Sì, lo sei e lo sarai. E se c’è una cosa di cui sono certo, è che non voglio più essere la seconda scelta, il “vorrei, ma non posso”, quello che “se fossi libera”…

–          Chi ti dice che sarà così?

–          Chi me lo dice? Resti a dormire da me, stanotte?

–          Così? Su due piedi? Dovrei organizzarmi…

–          Dovrei, ecco cosa me lo dice. Il condizionale. Dovrei, potrei, farei, andrei… me lo dicono tutte quelle condizioni che inevitabilmente ci saranno tra le parole “stare” e “insieme”. Me lo dicono i weekend di desolazione e i sensi di vuoto, dopo aver fatto l’amore. Quando ti senti dire “è tardi, devo andare a casa a preparare la cena”. Me lo dice la ragione, che tiene a me più di chiunque altro, e non vuole farmi restare solo, in una stanza vuota, come un coglione.

–          Conosci talmente bene il copione da poterlo recitare a memoria, giusto?

–          Giusto!

–          Sottovaluti un aspetto: io non sono come la tua ex.

–          Non ne dubito. Tu non sei come lei, sei una donna eccezionale, ma le condizioni al contorno sono identiche. Poi, perdonami, ma mi hai parlato così tanto di tuo marito, delle sue doti e dei suoi difetti, da non poter vedere accanto a te nessun’altra persona…

–          Forse ho sbagliato a farlo..

–          Non hai sbagliato. La storia della moglie trascurata e insoddisfatta, del marito poco presente e dell’altro, l’amore sfiorato da rimpiangere, è vecchia… Quel tipo di amore là finisce sempre con una lei che si accorge troppo tardi di aver perso qualcosa di importante e si ritrova a rimpiangere i fiori appassiti al sole di un aprile ormai lontano.

–          Perché riduci sempre tutto ai minimi termini? Il messaggio della canzone dell’amore perduto non è esattamente questo.

–          No, infatti. Il messaggio è ben più devastante: lui sceglie la prima donna che incontra per strada. Per avere l’illusione di un amore nuovo. Per tutto ciò che non è riuscito ad avere. La verità è che sono diventato cinico e realista. So con certezza che gli amori difficili si rimpiangono e quelli facili si scelgono. È matematico. E io non voglio una donna per una scopata veloce: ho bisogno della sua presenza quotidiana.

–          Beato te, che hai queste certezze. Ti invidio.

–          Sai quando ti vengono tutte queste certezze? Quando sei disilluso e soffri come una bestia. Quando qualsiasi cosa perde senso, anche la vita. Quando impieghi anni per ricostruire un equilibrio e riempire i vuoti. Quando ti fai pena per quanto ti senti solo.

–          Credi che io ti farò questo?

–           È probabile.

–          Sai cosa penso? Secondo me, dovresti imparare a conoscere meglio le persone, prima di sbilanciarti coi giudizi.

–          Il mio è uno sbilanciamento preventivo. Parto prevenuto.

–          Parti presuntuoso.

–          Parto dal presupposto che potrei avere solo ruolo, nella tua vita: essere la ruota di scorta. Mi sembra riduttivo, per come sono fatto… Io voglio vivere la donna che amo e voglio essere vissuto, non rimpianto.

–          Chi ti dice che sarà così?

–          Me lo dice l’intuito. Me lo dice l’esperienza. Me lo dice il mio desiderio di avere vicino un compagna vera, non un’amante. Non potrei mai viverti interamente, e questo non posso permettermelo.

–          Sei veramente uno stronzo! E io sono una cretina. Una cretina innamorata.
Clic.

–          Dai, spegni la luce che mi vergogno.

–          Rossella…

–          Ma che fai, piangi?

–          … è il fumo.

–          Cretino! Tu odi il fumo.

–          …

–          Cazzo!, sono le due passate. È tardissimo!

–          Rossella, non andartene, restiamo abbracciati ancora un po’.

–          Mi andrebbe, Luca, lo desidero tantissimo, ma è veramente tardi. Devo andare.

–          Aspetta…

–          La prossima volta ci organizziamo meglio, te lo prometto. Scappo! Ciao amore mio…

–          Ciao, Rossella.

Il faro

Posted on 12 Maggio 201926 Dicembre 2019 by admin

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Ci sono giorni in cui i ricordi e la malinconia hanno la meglio sulla mia ostinata razionalità. Non so se dipenda da questioni genetiche, ovvero da un dna difettoso ereditato dai miei genitori, o dalle circostanze che si accaniscono contro di me. In effetti, mia madre è sempre stata una donna euforica e piena di vita, mentre mio padre un uomo triste e malinconico: il risultato non poteva che essere un figlio bipolare, che passa dall’allegria al pianto senza motivo. Basta un alito di vento o una scena già vissuta e il respiro comincia a mancarmi. In un attimo cambio umore e vengo sopraffatto da pensieri angoscianti, riflessioni, rimpianti, nostalgie, sensazioni di vuoto e chi più ne ha più ne metta. Quando accade, non riesco a stare chiuso in casa, devo uscire. Esco e cammino per ore. Oltrepasso il porto e arrivo fino alla darsena dei pescatori. La sorpasso e raggiungo il faro. Secondo me è stato messo là apposta. Mi aspetta. Sta lì per dirmi “Dove cazzo sei stato tutto questo tempo? Vieni da me solo quando stai male, eh? Ma io sto sempre qua. Ti aspetto. Non ti mando via. Dai, racconta, che t’è successo? Ti servono risposte o domande?”. Tutti i fari sono così. Per raggiungerli, devi camminare parecchio e quando sei arrivato hai di fronte solo il mare. E dietro la strada che hai percorso. I fari sono una metafora dell’esistenza. Quando un marinaio è in mezzo alla tempesta, cerca un porto in cui mettersi al sicuro. E dove c’è un porto c’è un faro. Chi non ha mai provato cosa significhi entrare in uno specchio d’acqua piatta, dopo aver navigato in mezzo a una burrasca, non può capire cosa si provi. Il sale addosso, i nervi tesi, la paura e improvvisamente la tregua. Ci vuole qualche giorno per riprendersi da quello stato. Poi, piano piano, la burrasca perde la sua forza emotiva e diventa una storia da raccontare agli amici. Esagerando, anche. Facendo finta che sia stato un gioco. Fingendosi coraggiosi e spavaldi. Sminuendo. E quasi sempre, dopo lo scampato pericolo, torna la voglia di ripartire. Quasi sempre. Il faro è sempre là, soltanto che quando parti non segnala il posto sicuro in cui andare, ma il posto sicuro che stai lasciando e quello ignoto verso il quale sei diretto. Guardi dietro e vedi la strada che hai fatto per raggiungerlo, guardi in avanti e vedi un mare immenso, pieno di opportunità. Di insidie. Di bellezza. Un mare che promette tutto e mantiene le promesse: quiete e tempesta. Tu lo sai. Lo sai e parti lo stesso. E ogni volta, quando non sai come metterti al sicuro, ti trovi a dire “perché cazzo non sono rimasto in porto?”. Oggi non so cosa sia successo. Ho pensato per un attimo a lei, a quello che ne è stato di noi, a come ci siamo persi senza fare niente per restare, e quel pensiero, come un gomitolo di lana che cade improvvisamente a terra, ha srotolato un chilometro di altri pensieri indesiderati, alcuni belli e alcuni orrendi. Amore sprecato. Buttato via. Non apprezzato. Non custodito. Perso. Pensieri che si incastrano tra loro sempre in modo differente, per suscitare ogni volta emozioni e sentimenti diversi. Oggi il cielo è anche nuvoloso. Promette compagnia alle lacrime di qualche sfigato depresso che non vuole piangere da solo. E che posso perdermi una buona compagnia? Che poi, a dire la verità, non sono né sfigato e né depresso. Direi più che altro malinconico. Le cose non vanno così male. Sono un po’ come quella barca a vela che sta rientrando lentamente in porto col motore acceso e le vele arrotolate. Procedo con cautela e tengo le vele chiuse per non prendere più nemmeno un soffio di vento. Così non rischio di rimanere come un coglione quando il vento sparisce. Il suono del motore diesel è monotono e rassicurante. Mi ricorda mio padre e il suo gozzo. E io bambino. Sento la stessa puzza dei fumi di scarico: scommetto che quella barca monta un Renault RC18D. Gran motore, quello. Non si fermava mai, nemmeno davanti al mare incazzato. Non come me, che mi sono fermato non so quante volte e sono stato sempre impreparato a tutto. Tipo adesso, che non so dove andare e sto fermo. Perché se mi muovo son cazzi. Ho un nodo in gola e non so nemmeno perché. Forse è colpa di Guccini e della sua Canzone delle domande consuete. Le playlists casuali hanno un potere straordinario: nella mischia, scelgono sempre il brano più indicato a descrivere il momento che stai vivendo.
Tu lo sai, io lo so, quanto vanno disperse
trascinate dai giorni come piena di fiume
tante cose sembrate e credute diverse
come un prato coperto a bitume.
Rimanere cosi’ annaspare nel niente
custodire i ricordi, carezzare le eta’
e’ uno stallo o un rifiuto crudele e incosciente
del diritto alla felicità
Se ci sei, cosa sei? Cosa pensi e perché?
Non lo so, non lo sai; siamo qui o lontani?
Esser tutto, un momento, ma dentro di te.
Aver tutto, ma non il domani.
Non andare… vai. Non restare… stai.
Non parlare… parlami di te.

Faccio sempre così. Cammino, ascolto la musica fin quando non capita qualcosa che mi mette malinconia. Alla fine spengo la radio, mi incazzo con me stesso e mi dico che in certi posti bisogna stare in silenzio. Ma ormai il danno è fatto. Tanto vale ripensare alla canzone e riflettere un po’.
Sono impantanato tra un presente monotono e rassicurante, un passato deludente, che continua a influenzare le mie scelte e non la smette di violentare il mio desiderio di stare bene, e lei. Il soffio di vento. Quel tarlo che ha messo di nuovo tutto in discussione. Quella che vuole stare dentro a tutti i costi. Non importa come e nemmeno perché. Quella che si ostina a dire “issa queste cazzo di vele, che si parte insieme”. E io sto qua, fermo, senza sapere cosa fare. Come sempre. Senza sapere dove andare. Con la paura di sbagliare ancora. Prigioniero di una fine che non vuole finire e di un inizio che non so se e quando inizierà. Tristezza per ciò che è finito, perché lo so che non potrà essere più niente se non un ricordo dolce, ed emozione fuori controllo per qualcosa che sta nascendo, nonostante faccia di tutto per impedirlo. Sensazione di vita irrisolta e voglia di speranza soffocata dai rimpianti. Indeciso. In perenne equilibrio tra i voglio e i non voglio, tra i faccio e i non faccio.
Mi chiedo come ho fatto a ridurmi così, ad avere paura della bellezza.
Di due occhi disarmati più dei miei.
Non è giusto. Non è giusto.
Un lampo rosso. Un saluto.
Combinazioni a cui attribuisco dei significati completamente inventati. Coincidenze. Scommesse sceme tipo “se il faro si illumina quando quella barca passa vicino a quel pescatore faccio così, altrimenti faccio colà”. Tanto lo so che non faccio niente comunque. Mi fermo. Mi dico parole rassicuranti, rispondo alle mie domande, dopo aver valutato attentamente ogni singola possibilità. Risposte inutili a domande inutili. Dico qualcosa a voce alta, per rompere il silenzio. Il vento soffia forte e si porta via le parole sospese in aria, domande e risposte comprese. Respiro. Chiudo gli occhi. Ho così bisogno di una carezza, in questo momento. Ma non c’è nessuno. Come al solito. Lascio fare al vento e alla salsedine. Resto così, a occhi chiusi. E aspetto.
– Signore? Signore, si sente bene?
Un uomo sulla settantina mi si è avvicinato e non me ne sono nemmeno accorto.
Sì, sto bene, grazie.
Rispondo con tono cortese e distaccato, mentre penso “Questo è venuto a rompere il cazzo nel momento meno opportuno. Non ce l’ho scritto in faccia che voglio stare da solo?”.
Pausa.
Silenzio.
– Bello, vero?
– Sì, è molto bello.
Vengo qua spesso, specialmente col cattivo tempo. È una specie di droga…
Tra le infinite opportunità che potevano prospettarsi, si è verificata la peggiore: un vecchio nostalgico rompicoglioni che vuole avviare una conversazione sulle condizioni meteo marine e sulla faro dipendenza. Spero si tolga presto dalle palle e mi lasci da solo. Desiderio esaudito: si allontana di qualche metro, si siede su uno scoglio e inizia ad armeggiare col telefono. E ad ascoltare musica.
Un nonno tecnologico, penso.
Tendo l’orecchio per capire cosa stia ascoltando.
Lo faccio sempre. Desiderio irrefrenabile di non farmi gli affari miei.
Dimmi che musica ascolti e ti dirò chi sei.

Scinne cu ‘mme
nfonno o mare a truva’
chillo ca nun tenimmo acca’
vieni cu mme
e accumincia a capi’
comme e’ inutile sta’ a suffri’
guarda stu mare
ca ci infonne e paure
sta cercanne e ce mpara’

Murolo.
Roba retrò da nostalgici.

ah comme se fa’
a da’ turmiento all’anema
ca vo’ vula’

Mia Martini.
Lo vedo piangere coi singhiozzi. Senza ritegno. Come chi ha perso tutto e gli rimane solo un faro e una canzone. Lacrime che scendono da sole, senza nemmeno la compagnia di quella pioggia promessa qualche ora fa.
Mi sento una merda.
Io ho ancora tutte le opportunità, lui no.
Mi avvicino, timoroso.
Vinco la resistenza di interrompere la sua sofferenza.
Chi soffre vuole stare solo, penso.
– Andiamo via. Le offro un caffè. Con questo freddo, qualcosa di caldo ci vuole.

Il posto

Posted on 14 Aprile 201926 Dicembre 2019 by admin

tempesta

In una vita qualsiasi, anche nella peggiore e disgraziata, c’è sempre qualcosa da salvare. Luisa aveva salvato quel posto sulla banchina del porto. Quando aveva tempo, e se non ce l’aveva lo trovava, andava là, si sedeva con le gambe a penzoloni, e stava ore e ore a guardare. Cosa guardava? Guardava i ricordi, fissava lo sguardo verso punti lontani alla ricerca di qualche frammento del passato.
In tutti quegli anni, mentre la vita scorreva annoiata, la gente aveva continuato a passeggiare, i colori del cielo e del mare ad assumere milioni di tonalità diverse e i gozzi di legno a rientrare lentamente in porto, borbottando al ritmo dei pigri motori diesel. Ecco perché l’aveva salvato, quel posto, perché là si sentiva sicura. C’è da chiedersi cosa ci sia di rassicurante in una banchina con la vista su uno specchio d’acqua in cui i colori dell’arcobaleno si vedono soltanto grazie alle chiazze di nafta lasciate dai pescherecci e al posto dei pesci, a nuotare, ci sono solo rifiuti galleggianti che danzano rigurgitanti per via della risacca. Degli odori, poi, è meglio non parlarne: è la direzione del vento a decidere come profumare l’aria. Aria che a volte sa di frittura di pesce, a volte di piscio e alghe, altre volte di gasolio, e solo raramente, quando il mare è mosso, sa di sale. Eppure, in quel posto lei si sentiva protetta. Tutto era familiare e prevedibilmente rassicurante. Perfino le reti dei pescatori stese al sole, che si muovevano come le lenzuola colorate messe ad asciugare fuori dalle finestre.
– Tutti i ricordi sono malinconici – pensava – se sono belli perché sono belli, se sono brutti perché sono brutti.
E in quanto a orrori, Luisa non si era fatta mancare niente. Era stata violentata dal padre, quello stesso padre che amava come un dio, a 12 anni, in una sera come tante. Una di quelle sere in cui, rientrando ubriaco e imbottito di antidepressivi, aveva perso il controllo. Il mattino seguente, lui non ricordava niente e lei si era persa. Quella violenza senza senso, quale violenza ne ha?, era stata come un biglietto gratuito per un viaggio obbligatorio e non richiesto verso l’inferno. Aveva cominciato a drogarsi. Eroina, per l’esattezza, roba pesante, che una ragazza può comprare soltanto prostituendosi. Sono due cose che vanno a braccetto, la droga e la prostituzione. Sono in simbiosi. L’una serve all’altra, l’una si nutre dell’altra. Per chi si buca, non è vero che l’eroina fa male: anzi, serve a stare meno male. Perché non drogarsi significa pensare, e pensare significa soffrire. A morte. Una sofferenza talmente profonda e tagliente che gli altri non possono capire. E quando gli uomini non capiscono, non possono salvarsi e non possono salvare. Niente parole dolci, per lei. Niente amori sognati e principi azzurri. Luisa era una “drogata di merda”. Se l’era sentito dire decine di volte, dopo una scopata veloce in un vicolo buio, da uno dei tanti animali che andavano a cercarla soltanto per appagare una fame bestiale. Mai una carezza, mai un bacio vero. Però ne era uscita. Dopo tanti anni, era riuscita salvarsi. Da sola. E aveva perdonato. tutti, anche suo padre, che ormai era morto dopo una lunga e dolorosa malattia. Andava là anche per questo, per ritrovarlo e per ritrovarsi. Perché non voleva perdere gli unici ricordi belli della sua vita. Si riconosceva tra le bambine, che stringevano le mani ai loro papà. Vedeva nei loro occhi il suo stesso amore, e provava una piccola emozione al ricordo di quando lo aspettava la sera per andare a vedere “i navoni”, quei pescherecci che rientravano dalla pesca e le sembravano enormi.
Il cielo si era fatto nero, quel pomeriggio. C’erano delle nuvole minacciose, trafitte da.qualche raggio di sole che colorava il mare di verde e d’azzurro.
– Non voglio più sforzarmi a cercare un senso alla mia vita. E’ successo, questo è tutto.
Il vento aveva iniziato a soffiare più deciso, si incanalava tra due palazzi antichi, portando con sé il sapore del sale e il profumo del sapone di marsiglia dei panni stesi.
– Tra poco pioverà e io non potrò impedirlo, come non ho potuto impedire niente di tutto quello che mi è capitato.
All’improvviso, un grido. Una bambina aveva lasciato una mano sicura ed era corsa verso il mare.
– Aiuto! E’ caduta in acqua…
Urla disperate.
– Salvatela, vi prego.
Scene isteriche.
Curiosi.
– Non si vede più.
– E’ andata a fondo.
Luisa aveva visto. Se n’era accorta prima di tutti. Le sue braccia esili, che molti anni prima erano servite solo per iniettarsi l’eroina, la tenevano stretta. Ed entrambe risalivano dal buio.

 

 

 

Il congresso

Posted on 30 Marzo 201926 Dicembre 2019 by admin

congresso della famiglia

A quel congresso, a cui avrebbero partecipato tutti i suoi colleghi, Massimo non voleva andare. O quanto meno avrebbe voluto starsene nascosto tra gli invitati, invece di fare un discorso sui valori della famiglia tradizionale e di come quell’ipocrita normalità inventata fosse l’unica possibile. Non era la persona più indicata ad “affermare, celebrare e difendere la famiglia naturale come sola unità stabile e fondamentale della società”, come recitava il volantino del congresso. Proprio lui che si era sempre sentito sbagliato e inadeguato. Sempre in colpa, fin da bambino. Proprio a causa di una famiglia normale. Normale e ignorante. E bigotta. Sempre col dito puntato, sempre con quella strana vergogna che provano i cattolici quando entrano in chiesa, preoccupati più di non commettere quei peccati inventati da persone come loro che di non essere miseri. La differenza tra sembrare perfetti e mostrarsi veri, Massimo la conosceva bene. E preferiva essere vero. La sua normalità si chiamava Federico, il compagno con cui condivideva la vita da più di vent’anni. L’amore della sua vita. L’ omosessualità, dopo aver sperimentato sulla sua pelle la bestialità della cattiveria umana, se l’era tenuta per sé, insieme alla felicità di quella relazione. Nessuno avrebbe dovuto più entrare nella sua vita. Ne aveva subite troppe, di umiliazioni. Quelle rare volte in cui aveva provato a parlarne con qualcuno, genitori inclusi, si erano ripetute patetiche scene da film trash: risatine, compatimento, allontanamento, discriminazione… C’era stato un periodo in cui malediceva il giorno di essere nato. Non riusciva a convivere con la sua identità, a volte provava addirittura schifo per quello che era. Cercava di annientarsi, pur di non essere più lui. Pur di non essere. Aveva delle lunghe cicatrici sui polsi. Stavano là, da anni, a testimoniare una personale battaglia contro la vita. Battaglia vinta.

– Quanto potere di farmi del male ho dato alle persone… sono stato proprio uno scemo.

Un sorriso sulle labbra. Quelle parole che lo avevano ferito a morte, adesso lo facevano ridere. Per un lungo periodo, non era stato più Massimo. Era il gay, l’omosessuale, il malato. Questo agli occhi di quelli buoni. I cattivi, invece, lo chiamavano frocio, culattone, checca, depravato. E i pianti si sprecavano. E la voglia di morire pure. Poi era arrivato Federico, e la sua vita si era trasformata da condanna senza fine a un dono senza confine. Era riuscito a dare un senso anche al tempo perso a disperarsi.

– È stato un modo per ingannare l’attesa, ma ne è valsa la pena.

Poveracci, pensava adesso. Non capiranno mai cos’è l’amore. Sono tutti troppo impegnati a essere normali in una normalità che si sono creati da soli. E non vedono. Non vedono di essere imprigionati dentro a una gabbia che hanno costruito con le loro mani. Gli animali nati in gabbia non hanno idea di cosa sia libertà. Di quanto sia bello sentirsi liberi. Sentirsi liberi ed essere sé stessi. Ogni tanto qualcuno ci prova, a scappare, ma sono pochi. E, di quei pochi, la gente dice “È impazzito”, “È uscito di testa”. Sono quelli che restano là, a guardare la vita passargli davanti, aspettando che si consumi, convinti di essere al sicuro. Non avendo altro di meglio da fare che vivere attraverso le vite degli altri. O meglio, non proprio attraverso le vite, attraverso l’invidia e il giudizio nei confronti di quelle vite.

– Ci vado, al convegno. Ci vado.

Non sempre è possibile rifiutare di eseguire le disposizioni di un superiore, specialmente quando il lavoro è precario e traballante.

– Se non posso rifiutare, posso eseguire a modo mio…

E Massimo si era preparato un discorso a modo suo.

– Cos’è la famiglia?

Disse, quando venne il suo turno.

– Intendo la famiglia vera, quella cattolica, quella naturale di cui discutiamo in questo convegno. È amore o razionalità? È amore o convenienza? Da quando ho ricevuto l’invito a questo congresso, non smetto di domandarmelo. Che sia una conseguenza dell’amore, non c’è dubbio. Che sia l’unica conseguenza dell’amore, mi sembra una negazione della realtà. Tra gli invitati, ci sono molte persone che conosco da anni. Alcune hanno un’amante, altre l’hanno avuta. Alcuni consumano il tempo sui siti pornografici, altri sono iscritti ad associazioni di scambisti…

– Ma che cazzo dice?

– È impazzito?

– Questo coglione!, domani si becca una lettera di richiamo.

– … altre hanno una ex moglie, una ex famiglia, una nuova ex moglie e una nuova ex famiglia. Altre sono gay, ma si vergognano. Si vergognano di amare, capito? Si vergognano di provare dei sentimenti. Sono costrette a provare vergogna per una delle cose più belle che possa accadere nella vita. Eppure sono qua, a celebrare qualcosa in cui in fondo non credono, ad applaudire i loro carnefici, a esaltare una delle tante forme d’amore di cui l’uomo è capace, fingendo che sia l’unica possibile.  Quella che alcuni uomini hanno scelto come normalità. Quella che si può mostrare senza provare vergogna. Lo hanno deciso per tutti, anche per chi non lo pensa. E hanno chiamato “naturale” ciò che in natura non esiste, per dividere, per discriminare.Per farci sentire in colpa. Come se ci fosse un amore naturale e uno innaturale. Come se l’amore avesse delle regole da seguire. E le emozioni? E l’irrazionalità? E quello che scoppia dentro due persone che si amano? L’amore che non si vede, insomma. Quello vero. Facciamo finta che non esista? Ci fa comodo far finta che non esista? A me no. A me no.Oggi celebriamo ciò che si vede e che ci fa comodo: un funerale, più che una gioia. “L’unità stabile e fondamentale della società” è quella in cui le persone non siano costrette a vergognarsi di essere quello che sono. È quella in cui l’amore non è scritto su un contratto,ma può assumere tutte le sue sfumature in qualsiasi momento della vita. “L’unità stabile e fondamentale della società” è il rispetto della libertà altrui e io sono qui per celebrare la libertà.Come.Unità.Stabile.Della.Società.

 

 

 

 

 

 

 

Il biglietto

Posted on 28 Marzo 201926 Dicembre 2019 by admin

Non andare via, resta. Quel bigliettino, scritto da Flaminia molti anni prima, saltò fuori all’improvviso e lo trafisse senza pietà. Provò un senso di vuoto profondo che lasciò subito il posto alla malinconia. Com’era arrivato a quel punto? Non lo ricordava nemmeno più, i ricordi si erano sbiaditi come i sentimenti che aveva provato per la sua ex moglie. Si erano amati, ne era certo. Si erano anche odiati, umiliati e insultati, ma dopo tanto tempo aveva dimenticato il peggio di quella relazione e cominciava a rimpiangere il meglio. Come aveva potuto mandare a puttane il suo matrimonio per una ragazzina di vent’anni e per quell’illusione di sentirsi ancora giovane?
Quel biglietto, Flaminia l’aveva scritto, disperata, per trattenerlo. La sua ultima possibilità. Pensava che Marco, aprendo la valigia, avrebbe capito e sarebbe tornato da lei. E l’aveva aspettato, i primi giorni con speranza, i mesi successivi, smarrita, tra le lacrime e le sedute dall’analista. Aveva percorso tutte le tappe del dolore: la delusione, la disperazione, l’odio, il rancore, la voglia di fargliela pagare e di vederlo soffrire. Alla fine, aveva vinto la battaglia con quell’io irrazionale che ognuno si porta dentro: non l’amava più. Provava indifferenza. A volte anche pena per quell’uomo ormai invecchiato e lontano, che non faceva più male nemmeno ai suoi ricordi. Lui il biglietto l’aveva letto, ma non era tornato. Martina era la sua seconda occasione, un amore inaspettato che l’aveva risvegliato dalla noia del matrimonio. I giorni tutti uguali si erano trasformati in una nuova primavera, che voleva vivere fino in fondo. Le scenate, le parolacce e l’aggressività iniziale di Flaminia non avevano scalfito la sua voglia di vivere e la storia con Martina. Anzi, avevano rafforzato il desiderio di allontanarsi da quella prigione, un inferno che erano riusciti a creare giorno dopo giorno, maledicendo il giorno in cui si erano incontrati. A scalfire la voglia di vivere e la nuova storia d’amore erano stati, come accade spesso, i nuovi problemi e la nuova routine, che giorno dopo giorno avevano consumato tutto. In realtà, i problemi non erano nuovi, e lui avrebbe dovuto saperlo. Quando finisce la favola e si affievoliscono le illusioni, affiorano le insoddisfazioni e le incomprensioni.
– E adesso?
Si chiese, mentre preparava un’altra valigia, l’ultima, senza sapere cosa fare. L’amore con Martina era finito. Senza drammi e scenate, stavolta. Era finito e basta. Come tutti gli amori. Strade diverse. Lei verso le opportunità che si possono vedere solo attraverso la bellezza dei trent’anni, lui, con quei cinquant’anni suonati e alle spalle tanti fallimenti, verso una strada giorno dopo giorno sempre più corta. Il biglietto era comparso nel momento giusto.
– Sarà un segno del destino? Sì, lo è. È il mio biglietto di ritorno.
Una fiammella, una piccola speranza che gli si accendeva dentro mentre riempiva la valigia.
– Mi aspetterà ancora? E se avesse accanto un altro uomo? Non importa, non importa… C’ero prima io, ci sono sempre stato. Ci siamo amati, nessuno si è amato come noi, e abbiamo diritto a una seconda possibilità.
Passavano i minuti e quella fiammella cresceva dentro. Stava diventando un fuoco, che si alimentava a ogni pensiero.
– Aspetterò che esca dall’ufficio. E se non vorrà parlarmi, mi troverà tutti i giorni qui. Ho troppe cose da dirle. C’è voluto un po’ di tempo, ma alla fine ho capito…
Ho portato via le ultime cose, non tornerò più. Abbi cura di te. Un biglietto attaccato sul frigo e un’altra fine. Poi, di corsa in macchina, il traffico, i semafori, i passanti e la voglia di arrivare presto, di fermarsi ad aspettare sotto quel portone.
E lei da quel portone era uscita, alle 18.00 in punto. Come accadeva da anni, prima e dopo di lui. Batticuore. A Marco sembrò più bella di quando l’aveva conosciuta. Non gli sembrava possibile che si fossero persi.
– L’ho lasciata per rincorrere un’illusione, ma stavolta non ci lasceremo più.
Pensava all’eternità, mentre camminava verso di lei. Felice, si sentiva felice.
Si guardarono negli occhi. Un istante, un istante per dirsi tutto quello che c’era da dire. Vicinissimi, ma ormai distanti. Nessuno dei due si fermò. Entrambi proseguirono.
Ognuno col suo dolore.
Ognuno con la sua solitudine.

d'amore, di rabbia e altri racconti
d’amore, di rabbia e altri racconti

L’ombrello

Posted on 24 Marzo 201911 Luglio 2021 by admin

racconti, narrativa, calvino, camilleri, carver

Uno spritz, il computer acceso e la sua solitudine. Da anni, Marta consumava le sere e la vita così, senza aspettarsi più nulla, senza aspettare più nessuno. Aveva imparato a convivere con sé stessa, accettando la solitudine di quei quarant’anni arrivati troppo presto e controllando insicurezze e fragilità, quintali di fragilità, grazie all’aiuto di un analista. A Riccardo, nonostante fosse in terapia da anni, mostrava sempre il suo lato ironico; non voleva fare la parte della femminuccia piagnucolosa. E lui stava al gioco, ma ogni tanto affondava il coltello in quelle ferite che ormai non facevano più nemmeno tanto male. In fin dei conti, non aveva niente di diverso rispetto a quei milioni di persone, che vanno avanti senza fare troppe storie: qualche amore finito tra urla e pianti, un lavoro poco soddisfacente, il fisico che cominciava a modificarsi, ma, soprattutto, l’incapacità di vivere pienamente la quotidianità e di apprezzare i brevi istanti di felicità. Quando capitano, non dopo. Il presente di Marta si era trasformato nel rimpianto continuo del passato. La felicità, diceva a Riccardo, non è qualcosa che accade, è il rimpianto di qualcosa accaduto che non si può più avere indietro.
– La felicità è una gran fregatura, te ne accorgi solo dopo che l’hai vissuta, e non puoi far altro che rimpiangerla. Per conoscerla, devi perderla, e non si può dire che il ricordo di essere stati felici sia una cosa allegra.
Lui articolava grandi teorie, citava Jung e la fioritura dell’anima come l’unica strada possibile per raggiungere la felicità. Lo faceva con distaccata professionalità, mentendo anche a sé stesso perché, in fondo, quella strada non l’aveva mai trovata nemmeno lui, nonostante avesse indicazioni precise. Le sedute ormai erano diventate un appuntamento fisso, un caffè con un amico, che spesso non chiedeva nemmeno la parcella. Marta era stata per lui contemporaneamente un successo e un fallimento professionale. Da una parte era riuscito a salvarla dal baratro della depressione, dall’altro non era riuscito a evitare che si ritrovasse spesso a camminare ancora sul bordo del baratro. Sei il perno e la buccia di banana della tua esistenza, gli diceva spesso.
E lei sorrideva, dissimulava, faceva qualche battuta fino a quando non riusciva a strappare una risata anche a lui.
– Dovrei farti pagare io, le sedute, con tutte le risate che ti faccio fare…
Alcune sere, sentiva un dolore sottile, famigliare, che l’accompagnava senza fare troppo male, come il mal di schiena che si prova a una certa età, ormai conosciuto e accettato con rassegnazione. Altre volte il dolore era lancinante, gli mancava l’aria, si sentiva oppressa, insoddisfatta, fallita. Le sembrava tutto inutile; mangiare, dormire, respirare, anche parlare e sfogarsi con le amiche, persone ormai distanti anni luce, che vivevano nella mediocrità rassicurante delle loro famiglie. Quella sera si era sentita così, perduta. Lo spritz era rimasto intatto nel bicchiere, il computer fisso su una pagina piena di numeri e lei era uscita.
Senza meta.
Vagabonda e disperata.
Faceva i conti, piangeva e rimpiangeva quella felicità che aveva toccato per pochi istanti. Un bacio, il sole primaverile, il profumo di caffè nella nuova casa, le carezze di un papà che non c’era più e a cui non aveva fatto in tempo a dire ti voglio bene. Perché se l’era tenuto dentro fino alla fine. Perché non voleva fargli vedere che insieme a lui stava morendo anche lei. Tutto era ormai lontano e irraggiungibile. Il mondo intorno era cambiato, lei era cambiata, anche se il caffè continuava ad avere sempre lo stesso profumo e il sole continuava a splendere. Marta non splendeva più, marciava a fari spenti.
Pioveva, quella sera.
Pioveva forte.
Scrosci d’acqua.
Diluvio di pensieri.
Niente ombrello, andava troppo di fretta.
Doveva uscire da quella prigione, sapendo bene che la vera prigione, quella da cui non sarebbe mai uscita, era dentro di lei.
Non mi abituerò mai alla pioggia, mi coglie sempre di sorpresa. So che pioverà, ma mi stupisco che venga a piovere. Come quando succede qualcosa di brutto che avevo previsto, ma che non riesco a evitare. E non ho mai l’ombrello.
Vuoto. Anima gelata.
Le strade deserte erano riempite soltanto dal rumore di qualche auto o da un televisore col volume troppo alto. Una sagoma in lontananza e un attimo di paura. A chi verrebbe in mente di uscire a far del male a qualcuno, con questo tempo?, pensò.
– Riccardo, che ci fai qui?
– Ti ho chiamato e non hai risposto…
– …
– Sei senza ombrello, e quando piove un ombrello ci vuole.

Il parco

Posted on 19 Marzo 201926 Dicembre 2019 by admin

racconti, racconti brevi, narrativa, libri, alessandro capezzuoli

Il parco è un posto in cui non aspettarsi nulla, a parte lo scorrere del tempo. Per chi, come Fulvio, provava quel dolore intenso e profondo che solo il male di vivere sa infliggere, il parco era una specie di rifugio. I piccoli gesti, le mamme che spingono le carrozzine, la gente che fa sport e i bambini che gridano e giocano a calcio, lo rassicuravano. Una vita tranquilla è possibile, pensava.
Contro il dolore fisico c’è sempre una soluzione, contro il mio dolore no.
A volte capita, nella vita, di sentirsi inadeguati all’esistenza, e Fulvio si sentiva profondamente inadeguato. Inadeguato a confrontarsi con gli altri, inadeguato alla superficialità, inadeguato al divertimento e alla morale del suo tempo e del suo paese. Inadeguato perfino all’amore. La sua situazione si era irrimediabilmente complicata a causa di Paola. Si erano conosciuti casualmente durante un viaggio di lavoro, avevano scambiato qualche messaggio, poi lunghe chiacchierate in un piccolo bar di provincia. Le chiacchiere, inizialmente professionali e distanti, erano diventate sempre più intime e confidenziali, e alla fine si erano innamorati. Tra loro funzionava tutto alla perfezione, una specie di armonia perfetta delle anime e dei corpi. Piccolo particolare: erano entrambi sposati. Lui con un’altra, lei con un altro. Avevano entrambi dei figli e non erano nemmeno più tanto giovani. Come fare? C’era una soluzione? Le avevano analizzate tutte, una per una, valutando le possibili conseguenze di questa o di quell’altra scelta. Compreso l’eventuale dolore dei rispettivi compagni a cui erano affezionati. L’amore no, avevano capito che amarsi significava altro. Ogni soluzione, ogni ragionamento, era una specie di partita a ping pong, una sfida, in cui la pallina rimbalzava tra l’amore e la morale. Non era possibile che le due cose stessero dalla stessa parte. E la morale, si sa, vince spesso sull’amore. Nella morale ci sono le responsabilità, i cosa dirà la gente, le sofferenze dei figli, i se e i ma delle famiglie, i sensi di colpa e tutte quelle cose che sono state create dall’uomo per rendersi infelice.Sentirsi in colpa per amore è la condanna peggiore che si possa infliggere a un uomo. Nella morale non c’è mai niente di vero e, soprattutto, non c’è mai niente di morale. È una strada senza uscita, è routine da dare in pasto ai robot. È la giustificazione degli inetti, di chi non pensa, di chi giustifica anche i peggiori fallimenti con quelle frasi rassegnate tipo “è sempre stato così”.
– Non capisco perché devo scegliere. Perché?, cazzo! Perché devo scegliere tra l’amore che provo per Paola, l’amore per i miei figli e l’affetto nei confronti di Laura? Perché a Laura voglio bene, questo è certo. Non l’amo, forse non l’ho mai amata, ma le voglio un gran bene e vederla soffrire mi fa stare male. Chi ha deciso che deve andare così? Io no di certo, semmai questa società di merda in cui sono costretto a vivere. Vorrei stare lontano, in un posto dove gli esseri umani non siano costretti ad amarsi uno per volta. Come se l’amore si potesse applicare alle persone, seguendo una regola precisa. Il teorema di pitagora. Due cateti e come risultato sempre la stessa ipotenusa. Soltanto che qua a 90° sono piegato solo io, con tutto ciò che ne consegue…

Un sorriso gli spuntò sulle labbra: magra consolazione di un’ironia che ormai aveva perso. Continuò il suo pensiero.

– Una regola, una stupida regola. Come se esistesse una sola forma d’amore e non miliardi di sfumature.
Basta!, ho deciso: stasera parlo con Laura.
Però, i bambini… che pena! E lei? Soffrirà, lo so…
Domani dico a Paola che è finita, che non possiamo andare avanti così. Lo faccio anche per lei, per non vederla più piangere. O forse è meglio aspettare, col tempo le cose cambieranno, ci saranno le i condizioni per…
Certo, aspettare, aspettare che I figli crescano, ma noi saremo più vecchi e stanchi. Lo siamo già adesso, figuriamoci tra vent’anni.

Il sole era tramontato da un po’.
Fulvio aveva passato l’intero pomeriggio immerso nei suoi pensieri.
Senza una soluzione.
Senza una speranza.
Si alzò e andò via.

La puttana

Posted on 16 Marzo 201926 Dicembre 2019 by admin

racconti, racconti brevi, libri, narrativa, racconti fotografici, racconti di strada, alessandro capezzuoli

Puttana è stata la prima parola che Amina ha imparato appena arrivata in Italia. All’inizio pensava fosse un complimento. Forse perché il suono somigliava a putera, che in Sudan significa principessa. Ciao principessa, così l’aveva salutata suo padre, prima che partisse per sempre dal suo paese. Aveva venduto i suoi terreni, e avrebbe venduto anche i suoi organi, per dare alla figlia la vita che lui non aveva avuto. In Italia starai al sicuro, le diceva. Là non c’è la guerra, potrai trovare un lavoro e avere una vita normale. Aveva sentito parlare di un paese in cui c’era posto. Il paese degli ultimi. Un posto in cui vivere senza rinunciare alla propria cultura, anzi, vivendo grazie a quella. Gli abitanti, povera gente del Sud, anziani che ormai avevano perso le speranze, li accoglievano. Si sentivano più giovani. Migliori. Il paese era tornato a vivere, era diventato di nuovo bello. Un posto in cui restare, non da cui partire. In ogni vicolo si sentiva una musica diversa, lontana, suoni nuovi che non erano italiani, ma erano belli, vivi. Ricordavano il mare e il deserto. Le donne indossavano vestiti colorati, forse per nascondere gli orrori vissuti; una pennellata di felicità sulla porta di un armadio pieno di dolori. Perché quella era la loro nuova vita e nessuno poteva più sporcarla. Per le strade si ballava. E si rideva.
Senza barriere.
Senza confini.
Senza paura.
Tutti insieme.
Ognuno aiutava come poteva. C’era chi sistemava le case abbandonate dai migranti calabresi affinché potessero accogliere altri disperati, più disperati di quelli che erano partiti, e chi aveva imparato a fare il caciocavallo. Chi raccoglieva i rifiuti, facendosi aiutare da un mulo, perché i i mezzi di raccolta erano troppo grandi per passare in quei vicoli stretti, e chi accudiva gli anziani abbandonati dai figli, ma non dai migranti. C’erano uomini, giovani e vecchi, che giocavano a carte nei bar e bevevano vino, e donne che si confidavano segreti come bambine. C’erano storie d’amore e di morte, ricordi lontani e qualcuno da rimpiangere. Era lì che Amina voleva andare. Era quella l’Italia che immaginava. Dolce e accogliente. E lei, con i suoi sedici anni, aveva avuto una fiducia infinita nei racconti del padre. Nella valigia aveva messo la pagella, perché non si sa mai, può sempre servire per dimostrare chi sei e quanto puoi essere utile agli altri, il libro Piccole donne e qualche vestito. Tranne quello buono, che aveva indossato prima di partire per fare bella figura e per nascondere la sua povertà. La prima violenza, cruda, bestiale, l’aveva subita prima di imbarcarsi. Era stata violentata da tre animali che avevano già incassato i soldi del viaggio, ma volevano prendersi gli interessi senza chiedere il permesso. Era rimasta a terra sanguinante e se non si fosse alzata per raggiungere il barcone sarebbe rimasta là. Nessuno si era intromesso, nessuno l’aveva aiutata. Erano tutti troppo impauriti, ognuno col suo carico di dolore a cui pensare, e non volevano avere altri problemi. Che l’indifferenza al dolore e la paura degli altri fossero un problema, invece, l’avrebbero imparato nel peggiore dei modi: subendo lo stesso trattamento da parte degli italiani. Indifferenza al loro dolore e paura della diversità. Da anni, le falsità raccontate dal Ministro dell’interno e dell’odio avevano dato i loro frutti malati: le persone si erano lasciata riempire di paure e di menzogne con la stessa inerzia di un tacchino a cui viene tagliata la testa per farlo ripieno. Ormai erano convinte che la causa della loro povertà fossero i più poveri e non i più ricchi. E che la soluzione alla povertà fosse una questione di egoismo e non di condivisione.Brutta cosa, la politica. D’altronde, ogni notiziario era diventato un manifesto della paura, venivano sbandierate invasioni inesistenti, numeri inventati di sana pianta, pericoli di ogni genere, furti di soldi e di identità nazionali: cos’altro può fare una persona, in preda al terrore e incapace a guardare la realtà, se non odiare con tutto il marcio che ha dentro chi in realtà sta peggio? Il prezzo di quella politica scellerata, che aveva distrutto la parte migliore degli italiani, il ministro l’avrebbe pagato caro qualche tempo dopo. Perché c’è sempre un preciso momento, nella storia, in cui l’odio avvelena chi l’ha seminato. Amina in quel paese non c’è mai arrivata: è stata comprata, venduta, stuprata, umiliata, rivenduta e ricomprata. Tante, troppe volte. Puttana, le diceva la gente. Puttana, le urlavano e quei clienti violenti che a volte la picchiavano; belve assetate di quell’amore che non sarà mai amore. E lei, tra le lacrime, pensava al suo paese e a suo padre, che da bambina le diceva che l’amore avrebbe salvato gli uomini. E pensava a quell’ultimo saluto: ciao putera, ciao principessa.

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