Luca Strano è più di un personaggio, è un “anti privativo” letterario. Anti perché è contro a prescindere, privativo perché rappresenta la negazione vivente della ragione. Grazie a lui, la catena evolutiva ha iniziato un percorso di involuzione attraverso un nuovo e inquietante anello: l’Homo stranus. Chi è l’Homo stranus? È un antiprofeta che riesce a sbagliare puntualmente qualsiasi previsione faccia, chiedendosi ogni volta come sia possibile che quella probabilità su un miliardo sia riuscita a trasformare un successo annunciato in un errore perfetto. È un antifilosofo che riesce a mentire spudoratamente a sé stesso e agli altri, contravvenendo alle più elementari regole della logica, pur di darsi ragione. È un antieroe che, dopo anni di insuccessi scolastici, sentimentali e lavorativi, è riuscito a capire finalmente la sua vocazione: complicarsi la vita e, soprattutto, complicare quella degli altri, trasformando una situazione apparentemente normale in una successione logaritmica di fatti catastrofici. È anche un alchimista imbroglione, in grado di mescolare errori e ironia per creare dal nulla problemi inesistenti, a cui fa corrispondere soluzioni sbagliate, per trovarsi inevitabilmente coinvolto in situazioni improbabili e grottesche. Coltiva l’arte dell’imprevisto ed è un idealista ingenuo, in perenne disaccordo con le proprie idee. Se fallire con classe è un lusso che possono permettersi in pochi, lui riesce a fare di più: sa fallire con una scomposta ironia per non sentirsi mai del tutto sconfitto. Ha una cultura bipolare: può parlare dell’equazione di Dirac e dei supplì con la stessa disinvoltura, confondendo abilmente l’una con l’altro. Insomma, l’Homo stranus è un animale incoerentemente coerente, curiosamente curioso e perdutamente perdente, che non si sa bene cosa significhi, ma lascia un alone di mistero attorno alla sua vera vocazione: cercare e trovare la bellezza ovunque, laddove gli altri non riescono a vederla, essere convinto di aver vinto, laddove gli altri si sentono dei perdenti.
E’ andata com’è andata
Se avevate nostalgia di Luca Strano o eravate in pensiero per lui, potete smettere di piagnucolare e di preoccuparvi: è vivo, lotta con sé stesso ed è tornato più in forma di uno squacquerone scaduto. Furbo come un piccione, scattante come una quaglia, vi condurrà per mano verso un viaggio fantastico che ha come unico obiettivo quello di ritornare prima di partire. Prodigo di consigli come non lo è mai stato, riuscirà a spazientire anche il lettore più saggio con quell’aria spavalda da controllore di treni. Treni che ha spesso sfiorato ma non è mai riuscito a prendere a causa dei suoi ritardi fisici e mentali. Invece di tagliarsi le vene con la limetta per le unghie dei criceti o di ubriacarsi con l’acqua ossigenata e il succo di rape nere per il rimpianto di non essere mai partito, canterà a gola “spietata” la gioia di essere restato. Perché chi resta ha sempre qualcuno da aspettare, qualcuno che prima o poi ritorna da chi lo attende.
Ci sono rimasto male
L’attesa è finita: Luca Strano e ricicciato. Inaspettato come un brufolo prima di una cena galante, gradito come una macchia di sugo su una camicia bianca prima di un colloquio di lavoro. Destreggiandosi con estrema labilità tra i lassativi e i mattarelli da viaggio, stavolta parlerà d’amore, dimostrando che la coppia è una macchina perfetta costruita incoscientemente per risolvere una montagna di problemi complessi che i single non hanno. Con la lucidità di un ornitorinco, farà un’analisi spietata dei suoi disastri sentimentali, traendo conclusioni affrettate, senza senso e prive di qualsiasi logica. Non si farà mancare quantità spropositate di decisioni sbagliate prese d’impulso e a caso per far fronte alle difficoltà che incontrerà nel suo percorso verso l’autodistruzione sentimentale a cui è geneticamente predisposto. Alcune volte si soffermerà a riflettere seriamente, così seriamente che sarà impossibile non fermarsi a sorridere e a pensare che i sorrisi, quelli veri, nascondono sempre profonde malinconie.
Il dato statistico e la dinamica della pizza

Tra un fenomeno di qualsiasi tipo (fisico, chimico, sociale) e il dato statistico che lo descrive c’è la stessa differenza che passa tra gli ingredienti per fare una pizza e una margherita verace. Il produttore del dato è la pizzeria, il fruitore è l’avventore. In un paese in cui siamo pratici di pizze, non posso fare a meno di osservare che ci sono pizzerie di ottima qualità e pizzerie scarse, come ci sono consumatori che si accontentano di qualsiasi cosa sia masticabile e consumatori esigenti a cui non va mai bene niente. Sia che si tratti di pizzerie sia che si tratti di produttori di dati, i numeri rappresentano una condizione necessaria ma non sufficiente per entrambi. A nessun pizzaiolo verrebbe in mente di ragionare in termini di soli numeri: un conto è dire “ho 100, 70, 3, 1”, un conto è dire “ho 100 grammi di farina, 70 grammi d’acqua, 3 grammi di sale e 1 grammo di lievito. Un dato descrive e quantifica uno o più ingredienti (fenomeni), un numero rappresenta essenzialmente quantità indefinite. Un dato è il risultato di una misura: per essere rilevato ha bisogno di un sistema di misura e di una metodologia. La scelta di questi strumenti determina la sua qualità. Per misurare il peso della farina al pizzaiolo è sufficiente utilizzare una bilancia da cucina e far riferimento a un sistema di unità di misura. Le misure relative all’analisi chimica dello stesso prodotto devono tener conto di una molteplicità di fattori ignoti al pizzaiolo (umidità, morfologia, classificazione del grano, et cetera) e richiedono l’utilizzo di metodologie e strumenti diversi (farinometro, alveografo, et cetera). Da qui nasce una prima evidenza: l’accuratezza nella misurazione di un dato è funzionale al contesto di analisi e al target di riferimento. È inutile usare una bilancia di precisione, tararla, verificare l’umidità, la temperatura della stanza e la quantità di acidità per decidere se una farina è o non è adatta all’impasto per due persone. Anche volendo spingersi oltre, la misura della quantità di glutine (forza) e di qualche altro dettaglio esaurisce completamente le esigenze che può avere un pizzaiolo pignolo. Le stesse misure risulteranno insufficienti per qualsiasi chimico, anche il più superficiale. Che differenza c’è, dunque, tra gli ingredienti e la pizza margherita? La lavorazione, certo, ma non solo. Gli ingredienti vengono lavorati dal pizzaiolo in funzione dei potenziali consumatori e il gestore di una pizzeria ha ben presente lo slogan pubblicitario dei primi del ‘900 conteso tra Marshall Field e Harry Gordon Selfridge: “Il cliente ha sempre ragione”. Adulazione? Chimera? Forse, ma un fondo di verità c’è: se le pizze non sono gradite ai consumatori, gli affari vanno male. Purtroppo lo stesso criterio non si può applicare ai produttori di dati che, essendo perlopiù enti pubblici, possono fare a meno delle opinioni dei consumatori ma non dei loro finanziamenti…
Un pizzaiolo esperto sa bene che le sue misure devono essere corredate dall’unità di misura e dall’errore, perché, è bene sottolinearlo, ogni misura, anche la più precisa, introduce un errore dovuto alle condizioni, agli strumenti e all’applicazione della metodologia. In particolare, l’equilibrio tra la quantità di lievito, l’idratazione, la temperatura e la durata della lievitazione sono le misure che determinano il successo o l’insuccesso di un impasto. Bastano un grammo di lievito in più o un grado cetigrado di differenza nella temperatura per cambiare la consistenza dell’impasto: avere una bilancia che introduce l’errore di 5 grammi o un termometro che introduce un errore strumentale di 2 gradi centigradi porterebbe a un insuccesso sicuro.
Il dato statistico, che intrinsecamente è ricco di errori e imprecisioni dovuti a numerosi fattori (il campione, la tecnica d’indagine, la pulizia dell’archivio, et cetera), è uno strumento che dovrebbe descrivere un fenomeno e aiutarne la comprensione, oltre a guidare i decisori politici; per questo motivo deve essere mangiabile, pardon, leggibile in modo chiaro e la leggibilità non è necessariamente legata alla precisione, ma è sicuramente subordinata al target di riferimento e al fenomeno specifico.
Supponiamo di voler comunicare la differenza di dimensioni tra la pizzetta (popolazione italiana) e la pizza in teglia (popolazione cinese): in questo caso, per descrivere il fenomeno, è sufficiente ricorrere all’ordine di grandezza (10^6 e 10^9), evidenziando l’unità di misura (es: numero di cittadini residenti). Un lettore non avrà bisogno di altre informazioni per capire il dato e il contesto di riferimento. Diverso è il caso delle pizze a lievitazione naturale impastate a mano con una miscela di farine diverse o di un dato riguardante gli incidenti stradali avvenuti tra un motociclo e un’autovettura in prossimità di un incrocio nei comuni al di sotto dei 20.000 abitanti.
In altre parole, è possibile trovare consumatori a cui vada bene un impasto casuale di ingredienti e consumatori che abbiano bisogno del servizio a domicilio di una pizza in teglia alla romana con bresaola e rucola.
In ogni caso, pizzaiolo o ricercatore, pizzeria o produttore di dati, bisogna tener conto di numerosi aspetti:
- gli ingredienti
- la metodologia e gli strumenti adeguati alla misura e alla lavorazione degli ingredienti
- la completezza e l’accuratezza delle misure
- la lavorazione e l’abilità del pizzaiolo
- la qualità del prodotto finale
- il marketing
- il target di riferimento
E’ noto, o dovrebbe esserlo, che la diffusione dei dati è complessa almeno quanto la diffusione delle pizze. Oltretutto, quando si parla di pizza ognuno si sente autorizzato a esprimere sentenze e giudizi sulla base di informazioni superficiali acquisite in diversi ambienti, impressioni e gusti personali che di rigore scientifico hanno ben poco. Il risultato di questo approccio è abbastanza evidente: molte pizzerie producono pizze disgustose, descritte con menù fiabeschi e con la dicitura “senza olio di palma” nello stesso modo in cui enti di ricerca autorevoli pubblicano dati e infografiche incomprensibili, parlando di open data per sentirsi alla moda e usando la parola “big data” all’interno di pubblicazioni importanti come intercalare al posto di “cioè”.
La vera pizzeria, per intenderci L’Antica Pizzeria Michele a Napoli, ha ben chiare le strategie di diffusione delle pizze e conosce le famose regole anglosassoni delle 5 W (Who?, What?, When?, Where?, Why? ), ovvero i punti fondamentali che devono essere contenuti in un articolo giornalistico per rispondere alle risposte di un lettore. Poiché ogni tanto sento il bisogno di sfoggiare del sano orgoglio nazionalistico, mi sento di ricordare che queste regole di anglosassone hanno ben poco: già Boezio e piu tardi San Tommaso d’Aquino nella celebre Summa Theologiae avevano utilizzato le famose “quis, quid, cur, quomodo, ubi, quando, quibus auxiliis” rispettivamente per l’arte dell’accusa e della difesa e per definire la pena più appropriata rispetto a un peccato commesso. Come dire: Hai rubato? Per quantificare la pena correttamente devo rispondere a queste domande:
- chi ha commesso il furto (quis),
- che cosa ha rubato (quid),
- quando è avvenuto il furto (quando),
- dove ha rubato (ubi),
- perché ha rubato (cur)
La vera pizzeria, però, sa bene che Boezio è andato ben oltre le 5 W, chiedendosi anche:
- quanto ha rubato, (quantum)
- in che modo (quomodo)
- con quali mezzi (quibus auxiliis)
Poiché i fruitori dei dati seguono pedissequamente la regola di Domenico Savio (La morte ma non il peccato) e non penserebbero mai di prendersi con ogni mezzo, scraping incluso, ciò che pagano a colpi di f24, è giusto che l’antica pizzeria adotti tutte le misure per non indurre i golosi di pizza in tentazione.
Chi sono i fruitori?: Il pizzaiolo esperto sa che il successo delle sue pizze deve tener conto degli utilizzatori, possibilmente mettendo da parte i timori che qualcuno riesca a rubargli la ricetta e a utilizzare gli ingredienti meglio di lui. Farà male a qualche carriera, ma farà bene al paese. La domanda da porsi è: chi mangerà le mie pizze? C’è chi è abituato a mangiare l’Istogramma alla capricciosa, chi la Tabella a doppia entrata con prosciutto e chi l’API con funghi e provola…
Cosa vogliono i fruitori delle pizze?: C’è una grossa differenza tra chi preferisce la pizza in teglia (infografica), chi la focaccia alla genovese (tabella) e chi la pizza napoletana (API). Il pizzaiolo esperto sa benissimo che per aumentare la clientela deve differenziare la produzione, mantenendo un elevato standard qualitativo.
Quando si mangiano le pizze?: Generalmente la sera, quindi è inutile cuocerle il giorno prima perché all’ora di cena del giorno dopo non le vorrà più nessuno. Le pizze scadute sono indigeste.
Dove si trovano le pizze migliori?: Non esiste la pizza migliore, esiste la pizza che si adatta meglio alle diverse esigenze. Un bravo pizzaiolo conosce le esigenze dei clienti e sforna webservices con la stessa facilità di una focaccia.
Come si cucinano le pizze?: Bisogna conoscere gli ingredienti, le tecniche e i gusti dei clienti. Una pizza senza metadati, ad esempio, non ha sapore. Una pizza senza unità di misura causa colite e nausea. D’altronde, a nessuno verrebbe in mente di assumere un pizzaiolo che sappia cucinare solo kebab!
Perchè si mangiano le pizze? Per fame, certo. Per piacere, anche. Per tradizione. Per curiosità. Per provare. Perché mia nonna le faceva come Ciro. Qualsiasi motivo spinga una persona a mangiare la pizza è sempre un buon motivo.
Quanta pizza mangiano i clienti? La pizza non basta mai, si sa. Per questo in molte pizzeria si paga una quota fissa (il famoso f24 citato poc’anzi) e si mangia pizza a volontà!
In che modo si mangia la pizza? C’è chi la mangia machine-to-machine e chi su un foglio di carta. Il pizzettaio moderno non è razzista e non si scandalizza per una nuova richiesta: sa che una richiesta strana oggi potrebbe diventare standard domani.
Con quali mezzi si mangiano le pizze? Gli snob usano le posate d’argento, gli intenditori la piegano a portafogli e la mangiano con le mani, i più pratici usano dei framework javascript, i meno pratici usano i fogli excel. Il pizzaiolo navigato conosce i suoi clienti, a volte storce il naso, ma alla fine accontenta tutti.
Ilarità a parte, il parallelismo tra i dati e le pizze non è poi così stravagante. Chi si occupa di dati, e lo fa con passione, sa bene che il mondo va a una velocità che i produttori (istituzioni in primis) non riescono a comprendere. Nel corso della mia carriera mi sono imbattuto in ogni tipo di aberrazione statistica: grafici senza unità di misura, dati senza metadati, cubi multidimensionali senza dimensioni, cartografi senza mappe, mappe senza dati, indicatori calcolati senza metodologie robuste, indagini condotte senza un fine preciso, guerre di potere tra ricercatori rivali… alla fine sono arrivato alla stessa conclusione a cui giunse Stefano Rosso molti anni fa, quando cantava: “Ho visto gente senza tetto, polli senza petto, ministri seza portafoglio mai…Ho visto un angelo in mutande e regiseno vuoti, spiagge senza vetri mai….E cari amici adesso lo confesso se potessi tutto rifarei.. E non sarò un poeta ma anche se la vita fosse peggio non mi stancherei.”. Tutto sommato, lavorare coi dati mi diverte e anche se fosse peggio non mi stancherei.
Statview
An innovative webGIS system for the dissemination and the visualization of official statistics and geospatial analysis
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Introduction
Statistical information is essential for decision makers, politicians, researchers, journalists and the general public. They need relevant, reliable and even more timely data for their work. National Statistical Offices (NSOs) play a key role in developing, producing and disseminating official data in compliance with the United Nations Fundamental Principles of Official Statistics and the European Statistics Code of Practice.
As recognized by the ESS Vision 2020, in order to improve the quality of official statistics, it is important to complement existing data derived from traditional surveys or administrative sources, with newer sources, including geospatial and where possible big data, as well as emphasize the relevance and the opportunity of sharing tools within the ESS and the usefulness of proper dissemination channels that meet the needs of
as many people as possible. Solicited by ESS, NSOs have started exploring new technology-driven areas when dealing with very large amount of data and developing suitable tools for the integration of different types of information and its dissemination, i.e. platforms for data storage, analysis and visualization.
Methods / Problem statement
At present, one challenge for statistical offices is the digital transformation going on world-wide. The ever increasing availability of data, facilitated by advances in information technology and the Internet, requires the implementation of methods and tools for the proper assessment, interpretation and dissemination of the same data. A particularly interesting way to integrate different sets of data is to place them in a geospatial dimension; in this way, the complexity of phenomena of interest is still there but their analysis can be facilitated, thus
enabling a more accurate and timely decision-making and an early warning is made more at hand.
In order to produce simple density maps or dashboard containing tables and graphs, many commercial and open source tools have been developed. However, these tools do not often take advantage of the potential of geo-referenced data, simply providing users with little more than infographics.
Results / Proposed solution
StatVIEW (www.statview.eu) is an innovative tool which can conveniently support whatever analysis focused on one or more subject areas covered by official statistics (social, demographic, economic, environmental, etc.). It is a user-friendly webGIS system, developed by making use of open source technologies, which allows users to gather, link, standardize and visualize statistical data in different
formats, including plotter/density maps, heatmaps, dynamic graphs and bubble charts. Like those on population, health, education, labour, environment, national accounts and social security and welfare produced and provided by the Italian National Institute of Statistics currently visualized through StatVIEW, data produced by NSOs, research institutes and government agencies, available according to different
geographical units, can be disseminated through the web using web-services complying with the json-STAT standard or other data exchange standards (i.e., SDMX, OData); also data other than official statistics can easily enter the webGIS system.
The release of geospatial data in the form of Web Map Service (WMS) and Web Features Service (WFS) is managed by Geoserver, which provides data on territorial boundaries and points of interest as open multisource data. StatVIEW may be seen as a json-STAT hub that can be used as a web-service to further disseminate the data in a machine-readable format.
Conclusions
StatVIEW is a suitable and easy tool that helps to best analyze the many phenomena for which statistical data exist as well as to quickly monitor the evolution of different phenomena at the same time. One its significant feature is represented by the opportunity of having constantly updated statistical information, given the fact that the webGIS system does not imply the loading and tranferring of data, while, instead, it
provides a dynamic link. Overall, this open source tool can be conveniently shared among NSOs, while it is extensible to any institution that performs data dissemination through API REST. Furthermore, a webGIS system such as StatVIEW is along the lines of ESS Vision 2020, in the sense that it helps official statistics to engage users proactively and to meet their demands in a cost-effective and responsive manner
DataSTAT Hub
A tool for the automatic collection of administrative data to produce official statistics Scarica il paper
Introduction
The need for relevant, reliable and even more timely statistical data to support decision making process and scientific research has contributed to a growing demand for new statistical information to best analyze and rule, at various levels, the deep social, economic and environmental changes occurred at regional and global scale. Off
icial statistics, characterized by the highest quality possible inasmuch as they are produced in compliance with the United Nations Fundamental Principles of Official Statistics and the European Statistics Code of Practice, are best suited to meet this need.
It is widely recognized the increasing role that administrative data are playing in the production of more timely, more disaggregated statistics at higher frequencies than traditional survey data. They offer further information on a wide range of issues, including some which cannot be answered cost-effectively from survey data. The efficient use of all available information to produce timely, accurate and high quality statistics is a challenge for National Statistical Offices (NSOs), which are even more committed to developing methods and suitable tools for the production, collection, standardization and integration of different types of statistical data. Bringing together information from different sources makes it possible to fill information gaps or provide insights which cannot be gleaned from the unlinked data and to improve the knowledge and the understanding about specific phenomena
Methods / Problem statement
The production of statistics based on administrative data from different sources is closely related to the methods and techniques of collection and integration of archives. Problems related to automatic data collection are numerous as they involve the production, the harmonization and the standardization of output
and information flows, in order to make them usable by web applications or be stored in one database to be connected (record linkage), processed by statistical software and/or visualized within ad hoc created web platforms.
Results / Proposed solution
DataSTAT Hub is a tool that takes advantage of the potential offered by HTTP 2.0 through which it is possible to create REST microservices and exploit the methods offered by the CRUD architecture (Create,Read, Update, Delete). DataSTAT HUB can be used through two different architectures: star or centralized.
The former implies that each microservice (hub node) is automatically populated by data providing subject through a set of querystrings (Create, Update, Delete) and can be accessed in reading (GET) by the central institution that performs data collection. The latter architecture implies the automatic population of the central hub that interfaces with the various institutions through the just mentioned querystrings (Create, Update, Delete) that allow users to store data and metadata in a NoSQL database (Cassandra) using the key-value data model for their representation. DataSTAT Hub allows users to standardize the outputs in various formats (XML, JSON, CSV) and models
(JSON-STAT, SDMX, DDI).
Conclusions
DataSTAT Hub is a suitable and easy tool for administrative data collection, standardization and integration: it does not require knowledge of the internal data base since the update is performed through the HTTP querystrings and can be used with any programming language. By allowing us to overcome some critical issues related to the use of administrative data, including those connected with privacy and security, a tool such as DataSTAT Hub is time saving and cost- effective, while providing high quality information. It is a user-friendly tool developed by making use of open source technologies (PHP, MySQL, Cassandra) and can be conveniently shared among NSOs, while it is extensible to any institution interested in the automatic collection and integration of administrative data.
Sarò io che sono strano
Luca Strano torna a far parlare di sé. Dopo lo strepitoso successo della prima raccolta di racconti (ben 5 copie vendute, 4 delle quali acquistate dal protagonista), eccolo di nuovo alle prese con ciò che gli riesce meglio: creare dal nulla problemi inesistenti, per il solo gusto di risolverli a colpi di soluzioni sbagliate e trovarsi inevitabilmente coinvolto in situazioni improbabili e grottesche. Si vanta di essere riuscito a trasformare il suo talento naturale in un mestiere: fa “l’errorista” di professione e il pubblicitario per diletto. È un artista dell’imprevisto e un fine decisionista: quando si tratta di fare le scelte sbagliate al momento giusto o le scelte giuste al momento sbagliato non si tira indietro. Madre natura lo ha dotato di una filosofica ironia: l’unica arma che possiede per ridere di sé, delle convenzioni, dei fallimenti e di chi si prende troppo sul serio. Può parlare di fisica e di supplì con la stessa disinvoltura, confondendo abilmente l’una con l’altro. È l’uomo che ogni donna non vorrebbe mai avere a fianco, a parte Daniela.
AI e professioni
Avrei potuto farcela
Luca Strano è un professionista della scelta sbagliata al momento sbagliato. Fa il pubblicitario a tempo perso e si complica la vita a tempo pieno. Incespica continuamente tra situazioni imbarazzanti, tempeste sentimentali e avvenimenti improbabili. Sfida spavaldamente gli eventi e le loro combinazioni, noncurante degli epiloghi spesso tragicomici che comportano le sue scelte. E’ un filosofo cialtrone che parla di sé, dell’ amore e dell’ amicizia con un linguaggio diretto e senza mezzi termini. Lo fa attraverso una serie di racconti che lo descrivono in tutta la sua geniale inadeguatezza.
Cronaca di un viaggio in Sicilia
Chi legge Camilleri, Pirandello, Sciascia, Verga, Quasimodo e Buttitta, nella maggior parte dei casi non si limita a leggere, ma fa un viaggio attraverso se stesso. Leggendo le storie delle persone, si riesce a capire meglio la propria storia. Prendendo in prestito gli occhi di qualcuno che guarda il mondo in modo diverso, si impara a guardare diversamente, a non giudicare, a vedere il bello dove sembra esserci il brutto e il brutto che spesso viene camuffato con una bellezza superficiale. Ho fatto il mio viaggio in Sicilia e sono tornato senza tornare. Dalla Sicilia non si torna (e lo dico da romano) mai completamente. I siciliani sono esattamente come li ha descritti Tommaso da Lampedusa : “…noi Siciliani siamo stati avvezzi da una lunghissima egemonia di governanti che non erano della nostra religione, che non parlavano la nostra lingua, a spaccare i capelli in quattro. Se non si faceva così non si sfuggiva agli esattori bizantini, agli emiri berberi, ai viceré spagnoli. Adesso la piega è presa, siamo fatti così. Avevo detto ‘adesione’ non ‘partecipazione’. In questi sei ultimi mesi, da quando il vostro Garibaldi ha posto piede a Marsala, troppe cose sono state fatte senza consultarci perché adesso si possa chiedere a un membro della vecchia classe dirigente di svilupparle e portarle a compimento; adesso non voglio discutere se ciò che si è fatto è stato male o bene; per conto mio credo che parecchio sia stato male; ma voglio dirle subito ciò che Lei capirà da solo quando sarà stato un anno fra noi. In Sicilia non importa far male o far bene; il peccato che noi Siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di ‘fare’. Siamo vecchi, Chevalley, vecchissimi. Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee, tutte venute da fuori già complete e perfezionate, nessuna germogliata da noi stessi, nessuna a cui abbiamo dato il ‘la’; noi siamo dei bianchi quanto lo è lei, Chevalley, e quanto la regina d’Inghilterra; eppure da duemila cinquecento anni siamo colonia. Non lo dico per lagnarmi: è in gran parte colpa nostra; ma siamo stanchi e svuotati lo stesso…Siamo troppi perché non vi siano delle eccezioni; ai nostri semi-desti, del resto avevo di già accennato. In quanto a questo giovane Crispi, non io certamente, ma Lei potrà forse vedere se da vecchio non ricadrà nel nostro voluttuoso vaneggiare: lo fanno tutti. D’altronde vedo che mi sono spiegato male: ho detto i Siciliani, avrei dovuto aggiungere la Sicilia, l’ambiente, il clima, il paesaggio. Queste sono le forze che insieme e forse più che le dominazioni estranee e gl’incongrui stupri hanno formato l’animo: questo paesaggio che ignora le vie di mezzo fra la mollezza lasciva e l’asprezza dannata; che non è mai meschino, terra terra, distensivo, umano, come dovrebbe essere un paese fatto per la dimora di esseri razionali; questo paese che a poche miglia di distanza ha l’inferno attorno a Randazzo e la bellezza della baia di Taormina, ambedue fuor di misura, quindi pericolosi; questo clima che c’infligge sei mesi di febbre a quaranta gradi; li conti, Chevalley, li conti: Maggio, Giugno, Luglio, Agosto, Settembre, Ottobre; sei volte trenta giorni di sole a strapiombo sulle teste; questa nostra estate lunga e tetra quanto l’inverno russo e contro la quale si lotta con minor successo; Lei non lo sa ancora, ma da noi si può dire che nevica fuoco, come sulle città maledette della Bibbia; in ognuno di quei mesi se un Siciliano lavorasse sul serio spenderebbe l’energia che dovrebbe essere sufficiente per tre; e poi l’acqua che non c’è o che bisogna trasportare da tanto lontano che ogni sua goccia è pagata da una goccia di sudore; e dopo ancora, le pioggie, sempre tempestose che fanno impazzire i torrenti asciutti, che annegano bestie e uomini proprio lì dove una settimana prima le une e gli altri crepavano di sete. Questa violenza del paesaggio, questa crudeltà del clima, questa tensione continua di ogni aspetto, questi monumenti, anche del passato, magnifici ma incomprensibili perché non edificati da noi e che ci stanno intorno come bellissimi fantasmi muti; tutti questi governi, sbarcati in armi da chissà dove, subito serviti, presto detestati e sempre incompresi, che si sono espressi soltanto con opere d’arte per noi enigmatiche e con concretissimi esattori d’imposte spese poi altrove; tutte queste cose hanno formato il carattere nostro che rimane così condizionato da fatalità esteriori oltre che da una terrificante insularità di animo”.
Come avevo accennato la settimana scorsa, sono partito alle 11:35 dell’8 ottobre con un volo Ryanair (tratta Roma-Comiso) acquistato per una cifra ridicola: 19 euro per l’andata e 19 euro per il ritorno. Ora posso dirvelo: ogni volta che prendo l’aereo ho una paura terribile. Avete presente quando Camilleri descrive la paura dell’aereo di cui soffriva il fisico delle alte atmosfera nel libro segnali di fumo? Sono fisico anch’io e come lui sono terrorizzato dall’aereo. Senza scendere nei dettagli, ogni volta che sto per salire quelle scalette, mi risuonano in testa le parole di Gigi Proietti nel famoso sketch della saùna: “Ma nun ciannà, ma lassa perde, ma chi t’ ‘o fa ffà, basta!”. Per fortuna il volo è tranquillo e l’aereo atterra alle 12:30 senza troppi problemi. Gli altri passeggeri fanno l’applauso al pilota, io gli scatto una foto e mi riprometto di accenderci sotto due candele per una settimana in segno di adorazione. L’aeroporto di Comiso è piccolissimo. Praticamente si scende sulla pista. All’uscita vedo un ragazzo (i quarantenni come me li chiamo ragazzi…) con un cartello sul quale c’è scritto Hertz, l’autonoleggio dal quale ho prenotato l’auto in affitto (il costo per quattro giorni, compresa l’assicurazione che copre tutti i danni e le varie franchigie, si aggira intorno ai 200 euro). Avevo già previsto di fare due chilometri a piedi e invece Carmelo è lì ad accogliermi, pronto ad accompagnarmi con la navetta nella sede dell’autonoleggio. Ha il viso simpatico e abbronzato Carmelo. Sorride e mi racconta dell’estate infernale appena finita, dei 40° di temperatura media, del flusso di turisti ‘da bagno’ e di quelli che scelgono la Sicilia perché amano Camilleri. Mi dice che un gruppo di Dublino ha prenotato tutte le auto; vanno lì solo per vedere la casa di Montalbano. Gli faccio osservare che io non appartengo a nessuna delle due categorie. Io sono un po’ siciliano. Ho letto e viaggiato talmente tanto tra le parole e le descrizioni dei siciliani e della Sicilia, che la cittadinanza debbono darmela ad honorem. Mi consegna la macchina, una Fiat Panda nuova di zecca, consigliandomi di percorrere la statale, per arrivare a Ragusa in un ‘virivirì’. Lì ho prenotato una stanza in un B&B. Mi sono fatto un programma preciso e dettagliato (che ho puntualmente disatteso in ogni sua parte) per vivere la Sicilia. L’arrivo a Ragusa, per esempio, l’ho previsto alle 13:30. Arrivo alle 14:30, dopo essermi perso per strade e stradine (tranquilli, non sono il PM Tommaseo e non mi sono scatafasciato da nessuna parte. Avevo il navigatore, ma nel corso della vita mi sono fatto pirsuaso che l’unico modo per capire fino in fondo un posto è perdersi tra la gente e i vicoli; quasi sempre a piedi, ma questa volta anche tra i sensi unici e i divieti di accesso…). Mi telefona Adele, la ragazza – anche lei quarantenne – che gestisce il B&B, la quale mi spiega esattamente come raggiungerla. Sapete il motivo per cui ho cambiato programma? Appena sceso dalla macchina ho sentito un profumo di melanzane fritte e di bucato appena fatto. Odore di buono. Ho deciso di seguire quei profumi. State pensando che sia un contrasto di odori stranissimo? Ho passato quattro giorni ad inseguire quel tipo di contrasti che ho ritrovato più o meno dappertutto (mi verrebbe da scrivere anche dentro di me, ma evito di farlo perché non basterebbero le pagine di un’antologia). Adele è di una gentilezza incredibile. Mentre scrivo questi appunti, mi viene in mente un’altra Adele(ina) e mi accorgo di non aver pensato alle coincidenze. Non voglio fare pubblicità al B&B, ma mi rendo conto che è una cosa talmente particolare da destare qualche perplessità…se siete curiosi guardate qui (http://www.tripadvisor.it/Hotel_Review-g194872-d1550753-Reviews-Le_Stanze_del_Sole-Ragusa_Province_of_Ragusa_Sicily.html), io mi sono trovato bene e Adele esiste realmente. Mi trattiene mezz’ora per parlarmi della sua esperienza nel settore alberghiero e mi consiglia i posti in cui mangiare i veri piatti siciliani. L’ascolto, ma non vedo l’ora di andare là fuori ad inseguire quegli odori. Sistemo i bagagli alla meno peggio, indosso le scarpe da ginnastica, mi armo di macchina fotografica e inizio a vagare: il mio viaggio inizia da qui. Io non mi sono quasi mai meravigliato di fronte alle città che ho visitato. E’ la condanna di chi vive immerso nell’arte e nel bello di Roma. Scendo quei pochi scalini che separano il bed e breakfast da Ibla e mi trovo davanti un panorama di una bellezza struggente. Un contrasto mozzafiato tra il cielo nuvoloso, i raggi di sole che infilzano le nuvole e quel barocco dolcemente malinconico che ti entra dentro. Vorrei avere la capacità di inchiodare tutto nella memoria. Stringo i pugni, chiudo gli occhi, ma so che quella sensazione è passata nello stesso attimo in cui è iniziata. Restano gli scatti della reflex da cui si capisce ben poco e queste poche parole scritte a caldo. Mi aggiro per i vicoli di Ibla con la stessa fame d’aria di chi è stato in apnea vent’anni. Respiro. Respiro quelle pietre e quell’aria in cui si mescolano le storie vere e di fantasia che raccontano dei siciliani e della Sicilia. Mi perdo tra il Duomo di San Giorgio e la piazza antistante (quella di Vigata per intenderci). Resto a tambasiare tra la piazza e il duomo fino a quando non mi imbatto nella gelateria consigliata da Adele, nella quale servono dei gelati particolarissimi all’olio di oliva, al nero d’avola e all’immancabile pistacchio. Cammino quattro ore senza fermarmi tra il saliscendi delle gradinate (alcune veramente molto suggestive), toccando le parole che ho letto e riletto, riconoscendomi nei vicoli e nei visi. Sono stanco, ma non riesco a rinunciare alla granita alle mandorle del Caffè Sicilia, un bar pasticceria che si trova sulla piazza antistante la cattedrale di San Giovanni battista (un altro gioiello da ammirare affatati). E’ quasi ora di cena. Rientro nella stanza, faccio una doccia veloce ed esco a caccia di sapori. Il gestore della Tana del Lupo è un signore cinquantino dai modi gentili. Mi spiega con dovizia di particolari come si prepara la pasta alla donnalucatese: alici fresche, capperi, pomodori pachino, olio extra vergine d’oliva e pangrattato. I pomodori si mettono sempre verso la fine della cottura perché altrimenti diventano delle pellacce sparse nel piatto. Mi è venuta una gana di pasta alla donnalucatese che non immaginate. Al primo boccone, come scriverebbe Camilleri, sento la marcia trionfale dell’Aida e il sciauro di mare che mi attraversa…Sono le 23:00 ed ho gli occhi a pampineddra. Vado a letto.
9.10.2014 Oggi il programma è chiaro. L’itinerario che ho fatto, studiandolo per giorni sulla carta, prevede una visita ad Agrigento e a Porto Empedocle. Faccio colazione verso le 8. Agrigento è molto distante da qui, per cui starò fuori tutta la giornata. Adele ha preparato delle brioche col tuppo, dei cornetti caldi ed altri dolci molto buoni. Oh no! Il latte a lunga conservazione lo odio…prenderò un paio di caffè. Esco e lascio volutamente il navigatore in stanza. Mi perderò di nuovo. Percorro la strada che porta fuori dal centro di Ragusa e mi fermo su un’altura a guardare Ibla per riempirmi nuovamente gli occhi di quella bellezza malinconica. Il motore della Panda fischietta allegramente ed è una bella giornata. Cerco il cartello stradale che indichi la direzione per Agrigento. Non lo trovo. Proseguo per un paio di chilometri e leggo ‘Santa Croce Camerina’. La tentazione è troppo forte, lo seguo. Da lì a poco trovo l’indicazione per Punta Secca. Guccini scrive in una famosa canzone ‘E’ difficile spiegare è difficile capire se non hai capito già’. Chi legge questo racconto ha sicuramente capito. C’è il sole, fa caldo e la verandina è lì, vicino alla bellissima Torre Scalambri appena restaurata. Non nego che ci sia molta autosuggestione in chi visita questo posto. Camilleri e Montalbano lo hanno reso unico. Probabilmente, se stessi passeggiando in un angolo del lungomare di Rimini, vivrei tutt’altre sensazioni. Ma sono qui, dove il mare sembra più mare che in altri posti. Sono qui dove sembra di toccare l’Africa e dove sembra di sentire le grida disperate dei migranti. Sono qui seduto in questa verandina che è stata protagonista di mille viaggi della mente. Sono qui mentre accarezzo questa sabbia dolcemente ruvida come i brividi sulla pelle. E’ già passata un’ora ed ho scattato decine di foto. Mi sono amminchiato con l’idea di immortalare ogni particolare, compreso un granchio che sta lì fermo a prendere la tintarella. Sarà uno di quelli con cui si è fermato a giocare Montalbano? Ma va! Alessandro sveglia! La parte razionale di me cerca di prendere il sopravvento. “Tu confondi realtà e fantasia”, mi dice senza pietà. Da bambino hai visto decine di granchi come quello, ci hai giocato anche tu e questo non ha nulla di diverso. Lo so, gli risponde l’altra metà, ma lasciami sognare in pace un altro po’. Guardo l’orologio. E’ passata un’altra “mezz’orata” ed io non ho voluto dare soddisfazione all’Alessandro razionale. Ora devo proprio andare, altrimenti non riesco a completare il programma della giornata. La macchina guida da sola, ormai comanda lei. Non c’è verso di farla arrivare sulla strada che porta ad Agrigento. Si ferma davanti al castello di Donnafugata: una visita a casa di Balduccio Sinagra è d’obbligo. La storia di questo castello la leggo nel suo giardino. Ci sono degli alberi centenari enormi lì. Chissà quante storie avrebbero da raccontare. Mi fermo a guardare meglio…non sono alberi, sono ficus. Ne esistono di così grandi? Nel salone di casa mia ne ho uno che sarà grande quanto una foglia di queste qui. Mi chiedo se siano più antichi i ficus o il castello e mi viene in mente la storia della fontana dei quattro fiumi di piazza Navona e della statua che rappresenta il Rio de la Plata. Secondo la leggenda, questa statua venne scolpita dal Bernini con la mano alzata per proteggersi dalla caduta imminente della chiesa di sant’Agnese in Agone di Borromini. Nella realtà, la fontana fu realizzata prima della chiesa e la mano alzata è un omaggio ad un angelo della cappella Sistina dipinto da Michelangelo. E le stanze di questo castello quante storie avranno da raccontare? Sono le 12: 30 ed è arrivato veramente il momento di andare, ci penserò mentre guido..ehm, cioè, mentre guida la Panda. Stavolta sembra che ci abbia inzertato: la strada è quella giusta ed Agrigento dista 100 chilometri. Le strade di campagna che passano per Vittoria interrompono la continuità delle caratteristiche recinzioni in pietra, che delimitano centinaia di serre curatissime: gli ortaggi che trovo sui banchi del mio mercato rionale provengono da qui. Provengono da qui anche le recenti storie di violenza sulle donne immigrate che lavorano nei campi: il contrasto tra il buonumore della verandina e il pensiero nivuro mi ha messo malinconia. Nel frattempo arrivo a Gela. L’umore nivuro peggiora. Una città distrutta dalla faccia peggiore della chimica. L’attraverso, cercando di guardare soltanto la strada, per non rovinarmi la giornata. Si sono fatte quasi le due, ma per fortuna sono quasi arrivato ad Agrigento. Stavolta ho le idee chiarissime. No, la prima tappa non è la valle dei templi e nemmeno la casa natale di Pirandello. Vista l’ora, direi che si tratta di un posto ben più importante: il gran caffè Concordia. E’ qui che fanno i migliori cannoli siciliani che si possano mangiare. Poiché sono curioso come una scimmia, ho chiesto ad un’anziana signora di Agrigento, fermata con la scusa (neanche troppo scusa) di essermi perso, quale fosse il segreto per prepararli. Vi riporto quasi integralmente la sua teoria: “per arrotolare il cannolo non si utilizzano mai le canne di acciaio, ma delle canne di fiume vere e proprie: il nome cannolo deriva dalle canne con cui viene preparato. Se non si utilizzano le canne di fiume, si ottiene un’altra cosa simile al cannolo. La canna di fiume, essendo di legno, quindi permeabile, permette all’impasto di cuocersi perfettamente durante la frittura. La ricotta deve essere esclusivamente di pecora. Il vero cannolo ha una scorza croccante e dorata che non si ammorbidisce quando si riempie con l’impasto. Il segreto è una seconda frittura veloce di tutte le cialde sfumata con un po’ di vino rosso. Nel ripieno ci vanno l’arancia candita, la zucca candita e il cioccolato.
Vi do una ricetta che vale oro…
Impasto:
400 g farina
40 g strutto
40 g zucchero
Marsala secco
Ripieno:
1 kg di ricotta
600 g di zucchero
cioccolato fondente
30 g di aroma ai fiori d’arancio
buccia di arancia candita
Zucca candita dadini
Ciliegine candite per la decorazione (ma va bene anche l’arancia)
Zucchero a velo.
Strutto per friggere i cannoli
L’anziana signora impasta a mano, su un ripiano in legno, la farina, lo strutto e lo zucchero, facendo amalgamare gli ingredienti e aggiungendo il marsala fino a quando l’impasto non risulti morbido. Dopodiché lascia riposare l’impasto coperto per un paio di orate .Successivamente, stende l’impasto col mattarello (scrodatevi la macchina per la pasta) stando attenta a non fare la sfoglia troppo sottile, altrimenti la cialda si rompe quando i cannoli vengono riempiti. Dopo aver steso la sfoglia, taglia dei quadrati che debbono avere la diagonale uguale alla lunghezza della canna. Posiziona il rullo all’interno della sfoglia e piega un lembo verso l’interno, facendo combaciare l’altro lembo spennellato precedentemente con dell’ acqua in modo che faccia da collante e impedisca l’apertura della sfoglia durante la frittura. Attenzione, la sfoglia si cuoce in fretta…le prime volte è meglio friggerne uno per volta. I cannoli si devono riempire nel momento in cui vengono consumati, altrimenti la sfoglia diventa molliccia. La farcitura è semplice: setaccia la ricotta e con il mestolo e amalgama delicatamente gli ingredienti. Questo è quello che ho imparato dalla signora siciliana. Il risultato è quello che vedete nella foto, o meglio, nella foto c’è il cannolo del Caffè Concordia. Se devo essere sincero, cannoli a parte, Agrigento me l’aspettavo diversa. Ma è anche giusto che sia così. Il sogno di Zosimo e il sogno rivoluzionario dei contadini del ‘700 fanno parte di un’epoca troppo lontana. Fuggo dal traffico, facendo lo slalom tra i palazzoni di cemento, sperando di prendere aria ad Akragas, nella valle dei templi, la vera Agrigento. Qui c’è tutta la Grecia di Camilleri. Immagino quegli stessi contadini nascosti tra le colonne del tempio della Concordia che cercano di fronteggiare il gioco delle alleanze dei potenti. Accanto a me una guida turistica illustra le differenze tra le varie tipologie di templi greci. Mi fermo ad ascoltare, se fossi un turista ‘standard’, sarei già appagato da questo, ma io non sono venuto in Sicilia per ascoltare una guida. La storia del tempio l’ho già letta su Wikipedia ed ho appagato la curiosità del turista da esportazione. Adesso mi metto a cercare la moneta di Akragas e sparisco come Cosimo Cammarota. Chi non ha mai pensato di sparire e di ricominciare? A pochi passi da qui c’è la casa di Pirandello. Il sole, ancora caldissimo, proietta la mia ombra lunga sul viale e non posso fare a meno di pensare ad Adriano Meis e chiedermi se sono più ombra io o lei. Meglio di no. Meglio pensare al caldo afoso e borbottare qualche imprecazione, pensando al dottor Pasquano. La visita ad Akragas costa circa 10 euro, 8 euro l’ingresso e 2 euro il parcheggio, ma ne vale la pena. Sono talmente stanco che la tentazione di tornarmene a Ragusa e farmi una doccia sta prendendo il sopravvento. Non posso. Devo passare per forza a Porto Empedocle e a Realmonte. Arriverò a notte inoltrata. Il contrasto tra la miniera di sale di Realmonte e Akragas è impressionante. Mi fermo per assaggiare quel sale, avendo la netta impressione di averlo già assaporato. Mi viene in mente la capretta del sonaglio…ha fatto una brutta fine, meglio proseguire per la scala dei Turchi. Non so se riesco a descrivere con le parole cosa significhi trovarsi al centro dei colori. Mentre mi arrampico sulla gradinata naturale della falesia, ho la sensazione di essere un intruso tra l’azzurro del mare, il bianco accecante della marna, il marrone della valle dei templi , il verde dei cactus e l’arancione dei fichi d’india. Dio, se esiste, è passato qui. Ormai è tardissimo e il mal di testa è sicuramente venuto anche alla Panda. Faccio in tempo a passare per Porto Empedocle, guardare la casa di Camilleri e scattare una foto ad un cartello che dà il benvenuto a Vigata. Le ciminiere che vedo in lontananza parlano più delle mie parole. Della Vigata che immaginavo, lì c’è ben poco. Ormai è notte fonda, ma Gela mi regala ancora un picco di umore nivuro: quasi un’ora per uscire dalla via che attraversa il paese. A letto, finalmente.
10.11.2014 Il mio programma è completamente saltato. Chili e chili di fogli e di itinerari stampati, il tablet a portata di mano e un gps infallibile sono diventati un complemento d’arredo della stanza. Sono in vacanza e faccio quello che mi pare e piace, non voglio più farmi guidare da quelle scatolette invadenti che decidono per me. Faccio colazione con le ottime brioche di Adele, bevo una cicaronata di caffè e mi metto alla guida. Alt! Sosta al caffè Italia. Altra colazione a base di brioche col tuppo e granita alle mandorle. Ora posso ripartire. Percorro una strada a caso e vedo l’indicazione per Donnalucata. Decido di andare lì, sul lungomare di Vigata. La prima cosa che mi colpisce di questo borgo di pescatori è la luce che si riflette sulle pietre bianche delle case. Entro in un negozio che vende le tipiche ceramiche siciliane, attirato dalla bellezza del fabbricato decorato all’esterno con vari oggetti colorati. Poi, un piede leva e l’altro metti, mi dirigo verso la spiaggia. Senza accorgermene, comincio a canticchiare “Ciuri Ciuri Ciuriddi tutto l’annu…”. Sto lì un’ora, sdraiato sulla sabbia a prendermi tutto il sole e il vento che posso. Sono solo. Le onde del mare cullano i miei pensieri. Il vento ascolta tutte le parole che non ho detto. Un dialogo, o forse un ballo, la danza del gabbiano. Mi ritrovo in uno stato di dormiveglia strano. Non so se ho dormito o no. So soltanto che si sono fatte le 11 e devo proseguire il mio pellegrinaggio verso Modica. Anche qui, come ad Agrigento, la prima cosa che mi viene in mente è mangiare. Voglio due arancini veri. Il parente dell’arancino a Roma è il supplì. Questa parola deriva dal francese surprise, che è stato italianizzato in supplì e non in sorpresa. La sorpresa è la mozzarella che si trova al suo interno. Il supplì al telefono prende il nome da un’evidenza innegabile: se si apre in due, la mozzarella deve filare e collegare le due metà. Al contrario di Montalbano, penso modestamente di saper cucinare bene e i supplì sono una mia specialità. Fare dei buoni supplì è difficile come fare dei buoni arancini. La difficoltà principale è la cottura al punto giusto: se sono poco cotti la mozzarella non fila, se sono troppo cotti, si scuriscono e si induriscono. Si comincia dal ragù, che preparo con un trito di sedano, carote e cipolla, soffritto in olio extra vergine d’oliva, a cui si aggiunge la carne di manzo e di maiale in parti uguali. Ovviamente il ragù deve ‘pippiare’ almeno 4 ore per raggiungere il giusto livello di consistenza. La carne di maiale e la carne di manzo si debbono fondere insieme al soffritto e al pomodoro, per creare un unico sapore che si riconosce dal profumo che invade la cucina. Il riso per preparare i supplì deve essere a chicchi grandi e si deve mantecare insieme al ragù e ad un ricco brodo vegetale preparato ad hoc: il dado serve solo per il gioco dell’oca. Regola aurea: non uso mai il mestolo per mantecare il riso, lo salto in padella affinché tutto il ragù, anche quello che si trova sul fondo, venga assorbito dai chicci. A tre quarti di cottura, aggiungo un bel po’ di pepe e lo lascio raffreddare in un apposito recipiente abbastanza capiente (va bene anche un piatto molto grande), avendo cura di stenderlo uniformemente per garantire un raffreddamento omogeneo. Il più è fatto. Quando il riso si è completamente freddato, formo delle polpette al cui centro inserisco la mozzarella, le passo nell’uovo e nel pangrattato e le friggo a 180°. Ah, dimenticavo, non aggiungo mai il sale sull’impanatura, altrimenti il supplì si sbriciola durante la cottura. Il supplì ha un sapore deciso, il pepe nella cucina romana è utilizzato spesso, e si accompagna bene con una birra fresca. Racconto questo perché ho camminato un’ora per Modica alla ricerca di una friggitoria (lì ce ne sono tante) che mi piacesse. Quella no, è troppo moderna. Quell’altra è poco pulita. Quegli arancini sono stati fritti nel ’77 e gli sono cresciute le basette a forza di stare lì. Signora sa consigliarmi un posto dove mangiare degli arancini buoni? Sì, forse, ma, svolta a destra, dietro l’angolo…insomma, ho girato a vuoto per molto tempo, prima di trovare quella che mi piacesse. Alla fine ho deciso di entrare in una friggitoria che esponeva il cartello “Arancini di Montalbano”. Anche in questa entro malvolentieri perché non mi piacciono queste trovatine pubblicitarie attira turisti, ma, vista l’ora e la fame, direi che è arrivato il momento di fermarsi. Al banco c’è una ragazza mora a cui chiedo due arancini. Mi risponde cortesemente: “Attenda un attimo che glieli faccio preparare”. E’ quella giusta. Passano cinque minuti e torna con due sacchetti bollenti. Le chiedo il conto e una birra fresca. Mi risponde, sempre garbatamente, che con gli arancini non si beve la birra, ma la spuma. Mi chiedo tra me e me: ”Ancora la fanno?”. Lei sembra che mi abbia letto nel pensiero e aggiunge: ”A Modica, oltre alla cioccolata, facciamo un’ottima spuma”. Ne prendo due bottigliette. La spesa è consistente…3,40€. Mi siedo sulla scalinata della chiesa di Santa Maria del Gesù…dopo dieci minuti gli arancini e la spuma non ci sono più! Non ho una meta precisa. Leggo un’indicazione che segnala la casa natale di Quasimodo. Per raggiungerla, passo attraverso una lunga scalinata che sembra scavata nel ventre della città. Incontro alcuni turisti tedeschi che scattano foto a mitraglia. Fa caldo, d’altronde sono le 3 del pomeriggio, cosa pensavo di trovare qui, la neve? Anche qui c’è una luce accecante che rende belli pure i palazzi più decadenti. Difficile trovare una chiave di lettura per Modica. E’ di una bellezza particolare. Ricordate Michela Pardo (Pia Lanciotti) nella Luna di Carta? Ecco, la descriverei così, quel tipo di bellezza malinconica e disperatamente ai margini. Sono davanti alla porta della casa di Quasimodo. Mi sento banale, ma sembra l’uscio di una casa qualsiasi. Giro l’angolo e leggo la targa posta accanto alla finestra: “ Ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole. Ed è subito sera – Salvatore Quasimodo”. Quante volte l’ho letta sui banchi di scuola. Eppure mi fa piangere. Per la prima volta. Chi l’ha detto che gli uomini non devono piangere? Modica è così, come Michela Pardo, come me, come i siciliani e i romani, come tutti quelli che non sanno di esserlo: soli sul cuore della terra trafitti da un raggio di sole. Giro per i vicoli con questa idea fissa. Modica è bellissima. Mi fermo in un negozio a comprare la cioccolata. Chiedo al negoziante se il caldo la scioglie. Seconda gaffe. La cioccolata di Modica è fatta soltanto con cacao e zucchero lavorati a basse temperature. Non ci sono olii, grassi e burro di cacao, non si scioglie. Dolce e amaro. Ed è subito sera… Ho ancora il tempo per fare un giro a Scicli, dove c’è il famoso commissariato e la stanza del ‘signori e quistori’. Parcheggio appena posso e mi incammino ancora una volta. Non nascondo che trovarsi tra Palazzo Iacono e piazza Mormino Penna sia emozionante, ma la cosa che mi ha colpito di più è stata la conversazione con la ragazza che mi ha fatto visitare la stanza del sindaco. Lei è innamorata di Roma, il suo sogno è trasferirsi nella mia città ed aprire un PUB. Le chiedo il motivo, visto che vive in una terra a parer mio bellissima. Mi dice serenamente: “Tu la vedi da turista ed hai ragione. Il PUB qui ho provato ad aprirlo col mio ragazzo…. i gestori dei ristoranti vicini ci hanno fatto i peggiori sfregi e siamo stati costretti a chiuderlo”. Alla faccia del bicarbonato di Sodio, direbbe Totò. Continuo a passeggiare con una certa amarezza, è meglio che me ne torni nella mia stanza. Faccio un attimo mente locale, e mi dico ” Alessà hai fatto ‘na cazzata”. Non mi ricordo più dove ho parcheggiato la macchina. Ma si può essere più coglioni? Va bene che Scicli non è Roma, ma adesso vai a trovarla. Giro a vuoto per mezz’ora abbondante. Non so proprio come tornare a casa. E adesso che faccio? Sono un idiota. Ma come mi salta in mente di parcheggiare in una città che non conosco senza guardare nemmeno il nome della via? Lampo di genio. Cammino per le strade, pigio il tastino per l’apertura delle portiere e, mi dico, prima o poi la trovo. Faccio trecento metri e vedo le quattro fecce della Panda lampeggiare. Fantozzi me fa ‘n baffo! Dopo questa bravata è meglio che me ne torni a Ragusa. Stasera voglio vedere Ibla illuminata.
11.10.2014 Mi sveglio malinconico. Oggi è l’ultimo giorno. Domani dovrò essere all’aeroporto alle 7 e non farò in tempo nemmeno a fare colazione. Saldo il conto della stanza (170€ per 4 notti), bevo un’altra cicaronata di caffè, mangio un paio di brioche col tuppo e mi fermo a parlare con Adele. Mi consiglia di tornare in primavera, per vedere le rappresentazioni delle tragedie greche a Siracusa. Prometto di non mancare. Un gruppo di turisti del nord benestanti mi consiglia un ristorante per la cena. Mi fido o no? Deciderò stasera…Come al solito, non ho nessun programma per la giornata. Un amico mi ha consigliato di visitare Marzamemi. Ma sì, vado lì. Lungo la strada trovo l’indicazione per Noto. Visto che è qui vicino, ci faccio un salto. Stavolta non ci casco: la macchina è parcheggiata sulla via Giovanni Aurispa! Il fascino del barocco di Noto è tristemente offuscato dalla dimensione turistica che hanno dato al centro storico. Decine di negozi che vendono souvenir made in China…troppo fuori dalle mie corde. Faccio un giro di cortesia, prendo una granita al gelso nero al Caffè Sicilia e mi dirigo verso la riserva di Vendìcari. La radio passa “Amore che vieni amore che vai”. L’impatto con l’ingresso nel paese è terribile. Quattro costruzioni degli anni ’70 semidiroccate. E’ dove sto? All’idroscalo di Ostia? Mai fidarsi dei consigli…proseguo verso il borgo e arrivo davanti alla tonnara abbandonata. Parcheggio. Giro l’angolo e resto senza parole. I malavoglia e Verga. Un borgo di casuzze in pietra che il sole fa brillare. Le porte e le finestre sono di tutti i colori: rosso , celeste, giallo e verde. Una goccia di splendore. Cerco accuratamente un posto dove mangiare. Dopo una breve ispezione sulla banchina frangiflutti, scelgo il posto che ha la terrazza sul mare più bella. Entro e mi siedo al tavolo all’angolo da cui si vede Capo Passero, un’acqua cristallina e, con un po’ d’immaginazione, l’Africa. Oddio che ho combinato. Che errore. Il peggiore della vacanza. Un cameriere gentilissimo ed educato mi porta un menù in pelle ‘appestato’ di brillanti. E’ un posto elegante e non me n’ero proprio accorto. Le pietanze sono incomprensibili. Prendo un antipasto a base di sarde e un primo piatto a base di bottarga. In pochi minuti mi viene servito l’antipasto: tre sardine minuscole con una sputazza trasparente accanto (ecco cos’era la nuvola di menta che riportava il menù) e due gocce di pomodoro. Confido molto nel primo piatto. Finisco di mangiare l’antipasto e il cameriere poco dopo mi serve il primo piatto: 11,23 grammi di linguine con bottarga e limone. Mi viene da dirgli: “Stai babbiando? Questa di solito è la quantità che assaggio per sentire se la pasta è cotta”. Finisco di mangiare. La fame supera la tristezza. Il cameriere gentile torna e mi chiede: “Tutto a posto?”. La mia anima romana non può fare a meno di dire:” Sì, l’assaggio è stato buono, ora puoi anche portare la porzione intera”. Mi sorride, facendomi intendere che lui è un povero Cristo che sta lì a guadagnarsi da vivere. 38€ per sostare un’ora su una veranda non è poco. Poiché la tonnara dove comprare le alici è ancora chiusa, decido di fare un’altra passeggiata. Mi incammino per le vie del paese nuovo e vedo due tavolini fuori ad una specie di alimentari che espone un cartello con sopra scritto “Pane Cunzato”. Avete presente il filone di pane tagliato a metà e condito con olio, sale, origano, pomodoro a fette, scaglie di formaggio e acciughe? E la provvidenza che lo manda. Mi siedo. Pane cunzato a tinchitè e birra costano cinque euro e cinquanta centesimi: pago con dieci euro senza chiedere il resto. Ora sto meglio. Si è fatto tardi. Percorro velocemente la strada che passa per Capo Passero, Capo Spartivento e Pachino. Tante serre come qui non le avevo mai viste. Ho voglia di farmi un bagno. Mi fermo sul lungomare di Donnalucata, prendo l’asciugamano e mi avvio verso la spiaggia. L’asciugamano è rosso, celeste, giallo e verde…curioso no? La spiaggia è deserta, il mare è tutto mio. Nel frattempo, ho deciso di andare a mangiare nel ristorante consigliatomi la mattina; anche Adele mi ha assicurato che si mangia bene. Faccio una doccia veloce, quasi dispiaciuto di lavare via il sale di Donnalucata, ed esco nuovamente. Due errori nello stesso giorno sono imperdonabili. Posto elegante, cameriere gentile, questa volta anche una bella porzione di pasta alla Siracusana con alici, capperi e uvetta, ma ho ancora il sapore del pane cunzato in bocca e non riesco proprio a gustarmela. Purtroppo, io non sono abituato a viaggiare. Quando sono fuori di casa ho uno stravolgimento del metabolismo e dello stomaco. Non mi sembra elegante scrivere dove e come ho passato l’ultima sera a Ragusa…
12.10.2014 Sveglia alle 6. Riconsegna dell’auto alle 7. Carmelo controlla che non ci siano danni. E’ tutto a posto, mi accompagna in aeroporto. Gesti apotropaici prima del decollo. Vedo in lontananza l’Etna. Il volo procede bene…oh cavolo, i motori dell’aereo non ronzano più. Ecco, cadrà e non potrò raccontare le mie impressioni a nessuno. Lo sapevo. Proietti aveva ragione…Ah, no, è solo iniziata la discesa. Sono arrivato a Roma sano e salvo.
Questo è il diario strampalato e sgrammaticato del mio viaggio in Sicilia. Non vuole essere una guida o una raccolta di consigli, anche perché ho visto tutto con i miei occhi, che sono abituati a guardare il mondo a testa in giù. Qualcuno si ritroverà nelle mie descrizioni, qualcun’altro rimarrà deluso. Fa parte di quella capacità di vedere il mondo da diverse angolazioni, che inseguo da una vita. Buon viaggio.


