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Schiavi digitali

Posted on 23 Novembre 2021 by admin

I grandi cambiamenti, nella storia dell’umanità, hanno causato spesso enormi discriminazioni e hanno creato fratture profonde tra coloro i quali erano pro e colori i quali erano contro. Basti pensare all’invenzione della carta e agli innumerevoli detrattori a favore del papiro, che, pur di non cedere alla novità, hanno rallentato di molti anni il processo di trasformazione, paventando pericoli inesistenti e iatture di ogni tipo nei confronti degli utilizzatori del nuovo. In generale, il progresso tende a creare una divisione netta tra i beneficiari dei suoi lati positivi e chi ne subisce le conseguenze negative. Il benessere di una parte della popolazione è sempre compensato dallo sfruttamento di chi, per contribuire al suddetto benessere (altrui), è costretto a subire varie forme di schiavitù, diverse nella forma ma uguali nella sostanza. Poiché l’egoismo è tra gli sport sport preferiti dagli esseri umani, lo sfruttamento del lavoro altrui, la sottomissione e le vessazioni degli individui vengono spesso tollerati (anche se sarebbe più corretto scrivere “ignorati”), quando c’è di mezzo un certo status quo da mantenere. Al centro di numerosi egoismi ci sono loro, le cose. E le cose, oggi, sono legate indissolubilmente ai servizi, un po’ come è legato il WC allo sciacquone.

man hands trapped and wrapped on wrists with mobile phone cable as handcuffs in smart phone networking and communication technology addiction concept

La domanda da porsi, per capire meglio il modello di società che stiamo costruendo, è: “A cosa servono le cose, oggi?”. Domanda insidiosa, che si presta a milioni di risposte diverse, a cui proverò a rispondere, tentando di superare i pregiudizi rispetto al consumismo, che mi porterebbero a scrivere di getto “per raggiungere, attraverso il consumo, una felicità illusoria che dura il tempo di un prelievo al bancomat”. Le cose, in una società globalizzata e capitalista, non sono più associate ai fini pratici, al loro utilizzo, ma servono a dare un senso all’esistenza, a colmare vuoti, a creare appartenenza a gruppi elitari, a riempire di superficialità le insoddisfazioni e, perché no, le profonde carenze culturali in cui siamo sprofondati. Siamo continuamente alle prese con una bulimia da acquisto compulsivo che serve evidentemente a colmare una qualche mancanza. Non importa quale sia l’oggetto, non importa se serva e a cosa serva: l’importante è averlo. L’idea di “nuovo”, secondo me, serve per dare una infinitesima spinta vitale a vite sempre più spente  Non è sempre stato così, ovviamente, e per accorgersene basta guardare la vita condotta negli anni ‘70, quando gli oggetti erano fatti per durare come i progetti di vita. Non c’è nessun richiamo nostalgico in questa osservazione, si tratta di una considerazione che induce a riflettere sul ruolo delle cose nel progetto di vita dell’uomo moderno, sul legame oggetto-progetto. Diciamo che, richiamando alla memoria il buon Heidegger, gli esseri umani si distinguono dagli animali per un aspetto essenziale: la consapevolezza dell’essere attraverso l’esistenza. E l’esistenza è costituita dalle infinite possibilità di esserci, a cui ognuno dà forma attraverso un progetto di sé stesso. Sì, lo so, il concetto è un po’ difficile e anch’io mi sono dovuto rileggere due volte per capirmi meglio… In ogni caso, le cose, gli oggetti, più che un valore intrinseco, hanno il valore che gli viene attribuito dagli individui rispetto al proprio progetto esistenziale. Così, per qualcuno l’auto può essere un semplice mezzo di trasporto, per qualcun altro un simbolo da esibire per dimostrare il proprio status e per altri, i piloti, una componente fondamentale dell’esistenza. La digitalizzazione, seppur in un primo momento, con l’avvento dei primi telefoni cellulari, è stata anche sinonimo di status, adesso è diventata qualcos’altro. La digitalizzazione è essenziale per i progetti esistenziali. Lo smartphone  è diventato una presenza imprescindibile, un  surrogato della vita, un oggetto che sta sostituendo il progetto individuale heideggeriano: l’esserci, l’esistenza. La vita di un numero consistente di persone viene scandita dai ritmi digitali, che hanno creato un precedente probabilmente unico nella storia: gli oppressori sono diventati anche schiavi di loro stessi.

Ma andiamo avanti per gradi…

Pur essendo un sostenitore della digitalizzazione, e conoscendone bene le potenzialità (che ho ampiamente descritto in altri articoli), credo di averne sottovalutato le insidie: conoscerle, può aiutare a fare scelte più consapevoli. In pochi anni siamo passati da una socialità reale a una socialità virtuale, da un consumo reale, caratterizzato da un rapporto “fisico” con gli oggetti, a un consumo virtuale dalle possibilità illimitate. Rapporti umani e consumo sono diventati forme di schiavitù che coinvolgono contemporaneamente gli sfruttatori e gli sfruttati. E i dispositivi. ovviamente. La colpa, se di colpa si può parlare, è da attribuire non alla digitalizzazione ma alla sua applicazione, che ha accentuato i lati peggiori degli esseri umani: il profitto incontrollato delle numerose industrie (tech, artistiche, farmaceutiche) e il bisogno del superfluo amplificato dalla velocità con cui si propagano le informazioni, i messaggi e le azioni incontrollate, che prevalgono spesso sulle facoltà cognitive e riflessive. Così, mentre alcune sparute minoranze fuggono dalle grandi città per scandire la propria vita al ritmo della lentezza, la vita digitale viene scandita dalla velocità e dal bisogno. Basta un clic per dar seguito a un acquisto, non serve più neanche inserire la carta di credito. E  la velocità con cui si acquista un prodotto, per i venditori e per gli acquirenti, deve trasformarsi automaticamente in una consegna immediata. La velocità “virtuale” con cui viaggiano le informazioni nella rete ha indotto nelle persone un inconscio desiderio di velocità “reale” insostenibile per chi si trova a dover soddisfare un delirio simile: i lavoratori. Fattorini, magazzinieri e spedizionieri sono diventati i nuovi schiavi, costretti a ritmi insostenibili, a pause programmate, anche per andare in bagno, a contratti precari, a rischi di ogni genere e a salari inadeguati. Se è vero che queste discriminazioni sono sempre avvenute è anche vero che, dal mio punto di vista, una golosa cena all you can eat può anche essere consumata al ristorante, evitando che il viziato digitale si avvalga del fattorino che effettua le consegne pedalando sotto la pioggia. Questo tipo di schiavitù, poco attinente alla digitalizzazione, può essere fronteggiato, ammesso che si possa ragionare con le “industrie” del consumo, garantendo e pretendendo maggiori diritti per i lavoratori e condizioni di lavoro umane, affinché gli sfruttati siano un po’ meno sfruttati. Sono cambiati i mezzi, ma le modalità di sfruttamento sono rimaste le stesse: il benessere acquisito da pochi viene difficilmente spartito con gli altri. La forma di schiavitù ben più pericolosa della precedente, però, riguarda le distorsioni indotte dall’abuso degli strumenti digitali. È più pericolosa perché è l’espressione di un bisogno patologico di “esserci”, nel senso heideggeriano, senza esserci. È l’espressione di un progetto di esistenza sbiadito, mascherato, nascosto dietro un filtro che può essere una piattaforma di e-commerce, un sito pornografico, un social network o un sistema di messaggistica. È l’espressione di una voglia di protagonismo lontano dal palcoscenico, dietro le quinte. Perché per essere protagonisti è necessario esporsi, e gli strumenti digitali virtualizzano la presenza, la fisicità, le possibilità. È l’espressione del desiderio di controllo sugli altri, dell’alienazione, dello svilimento del pensiero critico a favore del pensiero veloce, quello del relativismo che ha trasformato la cultura in opinioni. Questa forma di schiavitù merita una vera e propria rivoluzione perché ha trasformato le possibilità degli individui in qualcosa di estremamente fragile e superficiale. E rende tutti tremendamente soli.

Il Manifesto della digitalizzazione

Posted on 27 Ottobre 2021 by admin

Alzi la mano chi non ha mai sentito parlare di Marx. Marx, proprio lui, il celebre ballerino prussiano passato alla storia per l’interpretazione acrobatica dello schiaccianoci del Bolshoi, terminata con un dolorosissimo atterraggio e una conseguente frantumazione delle suddette noci. È da questo balletto, mi sento di dire “di rottura”, che è nato il cosiddetto materialismo storico.

In pochi sanno che, nel tempo libero, tra un esercizio sulle punte e la cura maniacale delle unghie dei piedi, Marx si è occupato anche di filosofia. Sociale, politica ed economica, per l’esattezza. Si potrebbe dire che sia stato un filosofo globale, un osservatore privilegiato che ha analizzato la società a tutto tondo, da diverse prospettive. So che, a questo punto, risalire la china e dare un’immagine di Marx diversa dall’avvocato svitato, interpretato da Alberto Sordi nel film Troppo forte, sia difficile. Ci proverò, parlando della realtà che ci circonda e provando a contestualizzare alcuni aspetti della filosofia marxista alla digitalizzazione e ai giorni nostri.

La comprensione della realtà è essenziale per capire l’epoca in cui si vive e, anche se può sembrare anacronistico, la filosofia di Marx è quanto di più attuale ci possa essere per comprendere il processo di trasformazione digitale in cui siamo, consapevolmente o inconsapevolmente, immersi. In primo luogo, Marx è stato il filosofo della consapevolezza: uno degli elementi chiave della digitalizzazione. A differenza dei colleghi che lo hanno preceduto, egli sosteneva che la consapevolezza filosofica, la conoscenza della realtà, non doveva essere finalizzata a sé stessa ma al cambiamento.

Teoria filosofica e pratica, quindi, cercando di superare la visione einsteiniana secondo la quale “la teoria è quando si sa tutto e non funziona niente, la pratica è quando funziona tutto e non si sa perché, noi facciamo teoria e pratica: non funziona niente e non si sa perché.”

Chi si occupa di digitalizzazione sa benissimo che le parole “consapevolezza” e “cambiamento” sono alla base del processo di trasformazione digitale e hanno un peso maggiore rispetto, ad esempio, alle parole “tecnologia” e “cloud”. Non solo, ė la visione globale a influenzare il cambiamento e a fare in modo che si prenda la direzione giusta al posto di quella sbagliata. Nel corso della mia carriera lavorativa, ho visto centinaia di progetti fallire a causa della mancanza della visione globale di un fenomeno di qualsiasi tipo, che sia tecnologico, scientifico, sociale o economico. Nello specifico, quando si tratta il delicato tema della digitalizzazione, si sente parlare frequentemente, in base alle convenienze e alle mode del momento, solo di cloud, o solo di smart working, o solo di open data, e quasi mai del fenomeno “trasformazione digitale” nella sua interezza.

Per questo, ritengo che Marx sia stato un filosofo della digitalizzazione ante litteram, un gigantesco filosofo senza tempo, le cui idee sono più che mai attuali e attuabili nella società moderna. Un manifesto della digitalizzazione, riprendendo il celebre incipit, potrebbe iniziare più o meno così: “Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro della digitalizzazione. … È ormai tempo che i responsabili della trasformazione digitale espongano apertamente in faccia a tutto il mondo il loro modo di vedere, i loro fini, le loro tendenze, e che contrappongano alla favola dello spettro della digitalizzazione un manifesto della digitalizzazione stessa.”

Chiedo scusa per la violenza perpetrata nei confronti di uno dei maggiori trattati dell’ottocento, ma l’ho fatto a fin di bene… Marx aggiunge alla consapevolezza anche la modalità per cambiare le cose: attraverso la rivoluzione. Sarà un caso se si parla di ”rivoluzione” digitale? Forse, ma per fare la rivoluzione digitale servono una visione globale e un substrato culturale che probabilmente ancora non ci sono. Non ci sono nei politici, che farfugliano slogan senza senso a scopi propagandistici, non ci sono in una fetta consistente di popolazione, disabituata al ragionamento e al senso critico, e non ci sono nemmeno in una fetta consistente di RTD, i responsabili per la transizione digitale, che spesso esercitano semplicemente un potere distorto senza avere la benché minima idea di quali strade intraprendere. Marx ed Engels, l’amico fidato del nostro barbuto ballerino, al contrario di quanto si possa pensare, sono stati i filosofi della libertà e non dell’uguaglianza. O meglio, l’uguaglianza, nella loro visione del mondo, non rappresenta un fine, ma un mezzo per liberare gli uomini. La via di fuga per l’uomo, l’atterraggio morbido nel bel mezzo dello schiaccianoci acrobatico, è l’emancipazione, la liberazione dallo sfruttamento. Emancipazione che si ottiene, per l’appunto, attraverso l’uguaglianza e la giustizia. Questo concetto tocca diversi aspetti relativi alla digitalizzazione. In primo luogo il sottile confine tra la libertà e la schiavitù. A questo proposito, non posso non ricordare le infinite e inutili discussioni in cui mi sono speso, nel decennio scorso, a favore dello smart working. Mentre la massa, dirigenti, lavoratori e sindacati, nessuno escluso, si ostinava a vedere lo smart working come un privilegio e ad attuare misure discriminatorie attraverso graduatorie e favoritismi, io parlavo di uguaglianza: smart working per tutti. Perché, avendolo sperimentato, sapevo perfettamente che attraverso delle misure egualitarie sullo smart working i lavoratori sarebbero stati finalmente liberi. Liberi di spendere adeguatamente e sensatamente il tempo di vita, indipendentemente dal controllo del datore di lavoro, mantenendo comunque la stessa produttività.

Di paradossi, in questo senso, ce ne sono molti. Si può essere liberi attraverso una digitalizzazione parziale e una politica che sposta nuovamente il lavoro in presenza, cercando di fermare il volano culturale che si è innescato? Si può essere liberi se una parte della popolazione ordina gli alimenti comodamente seduta sul divano e un’altra parte pedala al freddo sotto la pioggia? Si può essere liberi se gli sfruttati non sono consapevoli di esserlo e arrivano al punto di amare gli sfruttatori? Si può essere liberi se i mezzi (digitali e non) di produzione sono governati quasi esclusivamente dai privati e dal profitto? Si può essere liberi se una parte della popolazione non possiede le competenze digitali minime per accedere ai servizi? Si può essere liberi se i cittadini sono considerati “merce”, al pari della merce di scambio, e vengono profilati per capire meglio che tipo di consumatori sono? Mi sento di dire che in queste condizioni non c’è nessuna libertà (e non c’è nemmeno uguaglianza) perché la libertà “formale” della digitalizzazione si scontra con la realtà “reale”. Sulla carta, i cittadini digitali sono tutti uguali, ma nella pratica no. C’è chi possiede mezzi, competenze, possibilità e chi non li ha, c’è chi ha accesso ai servizi digitali e chi non ce l’ha, c’è chi lavora con modalità schiaviste nelle multinazionali e chi sfrutta il lavoro acquistando compulsivamente prodotti dietro lo schermo di un cellulare, c’è chi possiede i mezzi di produzione e chi produce plusvalore lavorando per la “nuova” borghesia digitale. Quest’ultimo aspetto richiama un altro concetto chiave della filosofia marxista: il bisogno e il suo soddisfacimento in un contesto che vede contrapposta una esigua classe dominante, che possiede i mezzi di produzione, e una numerosa classe proletaria che possiede la forza lavoro. Il bisogno e il conseguente soddisfacimento sono per il profitto un po’ come fu il cibo per Erisittone, il re di Tessaglia della mitologia greca, condannato da Demetra a una fame inesauribile. Quella fame che, per cibarsi, lo costrinse a vendere la figlia in un mercato. E il bisogno ossessivo, abbinato al soddisfacimento, non fa altro che creare insoddisfazione, noia, infelicità. Ma soprattutto crea nuovi bisogni da soddisfare, come nella migliore tradizione del pessimismo cosmico.

In questo passaggio c’è l’enorme contraddizione delle politiche sulla digitalizzazione: la produzione non di libertà ma di bisogni secondari che vengono soddisfatti attraverso lo sfruttamento dei lavoratori e delle risorse. Ed è sulla sottile linea che separa i bisogni primari dai bisogni secondari che si articola la questione digitale. Perché i bisogni primari, quelli del materialismo naturalistico, l’amore, la paura della morte, e la paura della natura, che l’uomo ha proiettato fuori di sé creando un dio che somigliasse a sé stesso, sono stati sostituiti dai bisogni secondari, gli oggetti, che l’uomo ha proiettato fuori di sé creando un nuovo dio ben più terreno e pericoloso: la tecnologia. E la lista delle debolezze di questo nuovo dio è lunghissima: si va dall’invecchiamento programmato dei dispositivi alla produzione continua di nuovi modelli, che, tutto sommato, nella maggior parte dei casi eseguono operazioni simili a quelle che si eseguivano negli anni ‘90: chat, email, browser, etc. Si passa per i bisogni di consumo compulsivo, indotti da messaggi di ogni tipo (Black Friday, Prime, annunci e pubblicità aggressive) fino ad arrivare al paradosso degli influencer, i nuovi sacerdoti del consumo, che, attraverso un tweet, possono decretare il successo o il fallimento di un prodotto, a prescindere dal reale valore d’uso. E si approda al bisogno di informazioni e notizie, ormai completamente affidato ai social e alle piattaforme gestite dai privati. Come vengono soddisfatti questi bisogni “digitali”? Marx direbbe che da una parte ci sono i “padroni” dei mezzi di produzione digitale – Google, Amazon, Facebook, Twitter, e multinazionali in diversi settori economici, e dall’altra i lavoratori, gli sfruttati. Da una parte ci sono gli impazienti, quelli che pretendono la consegna di un pacco entro 24 ore, i complici degli sfruttatori, e dall’altra una catena di schiavi che, attraverso il lavoro, soddisfa questi bisogni secondari. Ed ecco che la storia, intesa come lotta di classe e disuguaglianza ,si ripete. Come tragedia e come farsa, contemporaneamente. Guardando ai tempi moderni con gli occhi di Marx, mi chiedo se sia veramente questo il modello di trasformazione digitale a cui bisogna tendere. Non dovrebbe essere il profitto delle classi dominanti, quelle a cui sono destinati i fondi del PNRR, a dover guidare la digitalizzazione, dovrebbe essere la libertà dei cittadini, attraverso il raggiungimento di un’uguaglianza universale e di un benessere condiviso. Gli Stati, in tutto ciò, hanno un ruolo essenziale perché sono responsabili dell’attuazione distorta delle politiche digitali e, cosa ancor più grave, sono responsabili della creazione delle divisioni e di un nuovo proletariato digitale in cui i singoli cittadini sono sempre più estranei alla collettività: non è sufficiente che la cittadinanza digitale formale, quella scritta sulla carta, sia valida per tutti. È necessario che ci sia un’uguaglianza reale tra cittadini in termini di servizi erogati sul territorio, di accesso ai dati, di competenze digitali, di mediazione tra i bisogni reali e i bisogni superflui. È necessario arginare l’individualismo indotto dalla digitalizzazione dissennata, l’atomizzazione della società perpetrata attraverso l’uso (e la dipendenza) dagli strumenti e dalle tecnologie digitali, che inducono gli individui all’isolamento e all’egoismo. Ė colpa della struttura che influenza la sovrastruttura, direbbe Marx, preso da un irrefrenabile desiderio di clic, dopo aver acquistato per errore dei fuseaux rosa, taglia extra small, a 99 centesimi, su Amazon e aver scaricato la colpa dello sbaglio sul povero fattorino. E non avrebbe tutti i torti perché abbiamo imparato a nostre spese che la struttura economica di una società influenza fortemente la sovrastruttura, ovvero l’arte, la cultura, la politica, i comportamenti sociali e più in generale, la storia. Ecco perché dovremmo pretendere una visione globale da parte dei decisori politici e non accontentarci del reclutamento “spericolato” di risorse poco competenti da destinare alla gestione del recovery fund. Ogni rivoluzione porta con sé un cambiamento, e il cambiamento non può che essere dettato dalla consapevolezza. Gli ideali che propone Marx nei suoi trattati possono o meno essere condivisi, ciò non toglie che, a dispetto della presentazione introduttiva iperbolica e sopra le righe, quel pensiero, quel modello di società, è puro ed elegante come una danza raffinata. Come i dervisci turner che girano, direbbe il compianto Battiato, sulle spine dorsali al suono di cavigliere del kathakali.

Narrazione e falsificazione della realtà: la dura vita del social media manager

Posted on 22 Ottobre 2021 by admin

Io sto morendo, ma quella puttana di Emma Bovary vivrà in eterno. Con queste parole, pronunciate in punto di morte, Flaubert ha sintetizzato, oltre ai sentimenti di amore e odio nei confronti del personaggio letterario da lui stesso creato, il significato più profondo della parola “narrazione”. Parola che, a essere onesti, grazie all’utilizzo ad minchiam perpetrato e abusato da giornalisti, politici e opinionisti, comincia a causarmi reazioni allergiche almeno quanto la parola resilienza, ormai utilizzata così frequentemente da perdere ogni significato. Ma andiamo per gradi… Io credo che l’uomo esista perché esistono le sue storie. Questo concetto è sintetizzato molto bene dalla meccanica quantistica e dal principio antropico: un fenomeno esiste quando può essere osservato e, se può essere osservato, dipende in qualche modo dall’osservatore. L’osservatore, però, ha dei vincoli dovuti alla sua stessa esistenza. Scendendo leggermente di livello, si potrebbe fare un parallelismo e affermare che l’uomo esiste perché esistono degli osservatori che raccontano la sua storia e lo rendono immortale. Osservatori vincolati da un principio antropico “depotenziato”, che corrisponde all’esistenza in un certo periodo storico governato da morali, ordinamenti sociali e pregiudizi.

In fin dei conti, nel corso dei secoli, sono cambiati i mezzi, ma le tecniche di comunicazione, dai tempi della caverna, quando i cavernicoli si radunavano intorno a un fuoco per raccontarsi storie di caccia, non sono cambiate poi così tanto. Jung sosteneva che la grotta è una delle rappresentazioni dell’archetipo della Grande Madre: la magica autorità del femminile, la saggezza e l’elevatezza spirituale che trascende i limiti dell’intelletto; ciò che è benevolo, protettivo, tollerante; ciò che favorisce la crescita, la fecondità, la nutrizione; i luoghi della magica trasformazione, della rinascita; l’istinto o l’impulso soccorrevole; ciò che è segreto, occulto, tenebroso; l’abisso, il mondo dei morti; ciò che divora, seduce, intossica; ciò che genera angoscia, l’ineluttabile. La grotta viene associata a uno dei luoghi di procreazione o di nascita perché, in qualche modo, rappresenta l’utero femminile da cui sorge la vita. Gesù Cristo, tanto per citare la storia inedita di un personaggio poco conosciuto, viene fatto nascere all’interno di una grotta, al freddo e al gelo. Non nasce, forse, ma viene fatto nascere, perché quella storia, vera o falsa che sia, è ricca di simbolismi: rappresenta la riscoperta del bambino, il ritorno all’inizio, la valorizzazione delle esperienze di vita vissuta. L’inventore di questa narrazione, tuttora ignoto, merita senz’altro il premio Nobel per la comunicazione: conoscete un’altra storia, altrettanto duratura, che sia riuscita a condizionare le coscienze di miliardi di persone e che abbia permesso la creazione di uno stato potente e ricco come il Vaticano? A dire il vero, nei Vangeli non vengono fatti molti riferimenti alla natività (sembra addirittura che Gesù sia nato nel 7 a.c., ovvero sette anni prima di sapere che fosse nato), per cui, la storia della grotta deve essere stata creata ad arte da qualche social media manager buontempone, che ha intuito nel Natale un enorme business, fatto di presepi, di statuine e di regali riciclati. Potremmo fermarci qua e, come in un racconto di Carver, lasciare ai lettori la libera interpretazione di quale sia il ruolo, oggi, del social media manager, ma non sarebbe giusto: proviamo a darne una connotazione più precisa. Iniziamo subito a escludere la parola narrazione dai discorsi che faremo e, soprattutto, dai contesti politici e lavorativi, luoghi fisici o virtuali in cui viene più che altro privilegiata la mistificazione della realtà al solo scopo di orientare le masse e controllare la popolazione. La narrazione, o più propriamente la narrativa, non corrisponde mai alla realtà: il fruitore di una narrazione si aspetta che le storie abbiano un senso narrativo non un senso di verità assoluta. E il senso narrativo è subordinato a un patto invisibile tra il narratore e il lettore, il quale è disposto ad accettare qualsiasi tipo di artificio, anche che il lupo di Cappuccetto Rosso parli e si mascheri da nonna. 

Katherine Mansfield, una celebre scrittrice di racconti brevi dei primi del ‘900, definì il narratore una specie di funambolo in grado di raccontare la verità come solo un bugiardo può dirla. Ecco, un social media manager non è un narratore e la mistificazione della verità a cui assistiamo quotidianamente sui diversi media non c’entra niente con la parola “narrazione”. Eppure, un social media manager che non si limiti alla pubblicazione meccanica dei post sui social, ma che utilizzi le parole per comunicare, è destinato a diventare l’evoluzione del giornalista vecchia maniera. Oggi più che mai, creare i contenuti non basta, è necessario “saper raccontare un contenuto” e renderlo visibile affinché il messaggio arrivi al maggior numero di persone. Il celebre Don Gaetano, un personaggio letterario di un romanzo di Leonardo Sciascia, sosteneva maliziosamente che “le cose che non si sanno non sono”. Ed è vero. Ce ne siamo accorti negli ultimi due anni, in cui i media hanno vergognosamente orientato l’opinione pubblica attraverso una narraz… descrizione parziale e poco chiara della realtà. Tutto ciò che non si conosce, in qualche modo non esiste… un po’… come dire… “occhio non vede e cuore non duole”. Le parole continuano a essere il mezzo di comunicazione più potente che abbiamo a disposizione e possono essere usate come armi, soprattutto in un momento di paura dilagante. Paura di morire per colpa di un virus, per esempio. Ed ecco che la parola “immunizzazione”, ripetuta sotto forma di notiziario o hashtag, diventa una specie di mantra da cui scaturisce il convincimento diffuso di essere protetti. Immuni, per l’appunto. Anche se le ricerche scientifiche dimostrano tutt’altro, la diffusione delle parole prevale sulle pubblicazioni. E non solo perché una rassicurante bugia è più gradita di una scomoda verità, ma perché le parole viaggiano sui media a una velocità molto più alta di quanto viaggi un problema complesso e sfaccettato a cui corrispondono soluzioni altrettanto complesse. I media, attraverso alle parole, semplificano, forniscono risposte facili e veloci, riducono la complessità e creano tuttologi- o fuffologi?- spocchiosamente (im)preparati su qualsiasi argomento.

Il social media manager ha un ruolo sociale importantissimo: a lui è demandata la narraz… la ricerca della verità, la sua rappresentazione e la diffusione sui diversi mezzi d’informazione. Il problema principale con cui si deve confrontare, però, riguarda proprio la parola “verità” perché, troppo spesso, chi svolge questo lavoro viene chiamato a costruire false verità partendo da punti di vista, opinioni personali o, peggio, da obiettivi meschini. Federico Palmaroli, il creatore della pagina Le più belle frasi di Osho, è un Social Media Manager? Direi proprio di sì: lo è, a fin di bene. Utilizza l’ironia, spesso fa sorridere, a volte fa riflettere, e riesce a raggiungere i destinatari più disparati. Conosce l’uso di un certo tipo di linguaggio, lo sa usare benissimo e sa usare i social network. Ma chi sono, esattamente, i bersagli perfetti, quelli a cui certi messaggi arrivano più facilmente attraverso i social network? In primo luogo, sono i fruitori delle informazioni rapide, quella parte di popolazione che va di corsa, non ha tempo di approfondire le notizie e le fonti, si limita a leggere i titoli, spesso non è in grado di valutare l’attendibilità di un’informazione, non si ferma a ragionare e, quando si tratta di condividere qualcosa, ha il dito più veloce del west. Finché si tratta di leggere frettolosamente una vignetta di Osho, ridere e condividere, direi che non ci sono grossi problemi.

Ma cosa succede quando i messaggi e le condivisioni sono di un tenore diverso e ben più insidiose?

Succede che si orientano, pardon, disorientano, le masse attraverso la leva delle paure. Si tratta di una tecnica collaudata che funziona benissimo da secoli: si costruisce un nemico, si creano una paura e un guerriero che, in nome del bene, protegge e rassicura gli impauriti, e il gioco è fatto. In nome della paura, e della protezione, si può compiere indisturbati qualsiasi scempiaggine. In questo, Luca Morisi è stato un vero maestro. Un social media manager raffinato, se di raffinatezza si può parlare. È lui ad aver coniato la parola “Capitano”, per dare un ruolo da condottiero a Matteo Salvini, è lui ad aver portato un partito politico a un consenso del 30% partendo da un misero 4%, è lui ad aver ideato “La bestia”, ovvero il team di esperti che, attraverso la sentiment analysis, ha costruito ad arte e diffuso sui social le idee di un partito, basandosi sui desideri espressi da una parte degli elettori, attraverso le preferenze manifestate sui social network. È lui ad aver creato il fenomeno Salvini, mistificando la realtà, amplificando le paure, che a dire il vero già ribollivano nelle viscere di una parte della società, dei migranti e dei diversi (dei deboli, in poche parole). Questa descrizione può sembrare di parte, ma in realtà rappresenta soltanto una faccia della medaglia che non c’entra nulla con gli schieramenti politici. L’altra faccia, forse peggiore, è rappresentata dagli avvenimenti recenti e dalle scelte scellerate e liberticide conseguenti alla gestione della pandemia. L’amplificazione delle paure, in quel caso, è andata ben oltre “la bestia” e ha coinvolto i media nella loro interezza, creando un pensiero a senso unico, demonizzando il dubbio socratico, dividendo la società tra pro e contro, riducendo la democrazia e il parlamento ai minimi termini e legittimando provvedimenti a dir poco spregevoli e discriminatori. In questo caso, non c’è stato bisogno di creare una paura ad hoc, è arrivata direttamente dalla Cina ed è bastato bombardare di notizie terribili le persone fino a terrorizzarle. Con l’accondiscendenza della “scienza”, ovviamente, che in molte esternazione è passata dall’uso del linguaggio scientifico a un linguaggio da infimo avanspettacolo pubblicato senza vergogna sui social.

O con le contraddizioni della politica, che può permettersi di affermare con sicumera un concetto e tradire gli ideali il giorno dopo, senza pagare la minima conseguenza.

Diciamo la verità: quello del social media manager diventa spesso il famoso “sporco lavoro che qualcuno dovrà pur fare”, perché il potere, il profitto e il consumo (in poche parole il neoliberismo) giocano ancora un ruolo chiave nella società. In questo panorama triste, però, ci sono gli spazi per l’affermazione di  un esercito di “garanti diffusi dell’informazione”. Un esercito di cui fidarsi, insomma. Perché non basta che una notizia rimbalzi da un social all’altro, riceva milioni di like e orienti l’opinione pubblica: una notizia deve essere prima di tutto veritiera e verificata. I “vecchi” professionisti dell’informazione non hanno capito ancora bene le dinamiche attraverso le quali una notizia o un fenomeno diventino “virali” (anche se da mesi non fanno altro che parlare di virus). I vecchi professionisti dell’informazione non hanno capito ancora che non possono più permettersi di comportarsi come delle vallette, leggendo le notizie diffuse dall’ANSA o propagandando una qualche ordine imposto dall’alto.

I vecchi professionisti dell’informazione non hanno ancora capito che i fenomeni sociali e politici si narra… descrivono attraverso i dati, e i dati bisogna saperli cercare, trovare, capire e interpretare invece di spararli a caso in base alle proprie convenienze. I nuovi professionisti dell’informazione, i social media manager, queste cose le sanno eccome, perché non conoscono soltanto gli strumenti digitali, ma conoscono molto bene i meccanismi alla base della comunicazione moderna, sanno riconoscere gli utilizzatori, targettizzarli, prevedendo le reazioni e le tendenze rispetto a una certa notizia. Per questo hanno un potere enorme, il potere di omettere un’informazione e convincere una moltitudine di persone che una certa cosa non esista. Oppure che esista, dimostrandola. Documentandola in maniera imparziale. Supportandola con i dati e con le diverse interpretazioni che ne possono conseguire. Trattando i media, l’informazione, ma soprattutto i destinatari dei messaggi, con i dovuti riguardi. Cercando di non contraddirsi e di non tradire la fiducia. Ciò che differenzia un Burioni qualsiasi da un social media manager è proprio questo aspetto: il primo può permettere il lusso di insultare, di dire mezze verità, di tradire la fiducia e di perdere qualche follower, il secondo non può farlo perché ha un’etica e una dignità che devono andare oltre ogni irragionevole conflitto di interessi.

Smart working, quale futuro?

Posted on 22 Ottobre 2021 by admin

L’opinione è uno dei mali peggiori che affligge la cultura moderna. Per costruire un’opinione, non serve nessun talento: basta leggere superficialmente qualche notizia e trarre conclusioni affrettate e imprecise. Per costruire una cultura, invece, è necessario studiare un argomento in profondità. Per costruire una cultura collettiva, oltre a una buona dose di pazienza e di utopia, occorrono tempo e condivisione. Il diritto all’opinione è diventato sacro, talmente sacro da lasciare poco spazio alla cultura. L’Italia ormai è un Paese basato sulle opinioni; ovunque è pieno di opinionisti da bar, esperti all’occorrenza di virus e di fisica nucleare, che tendono a ridicolizzare, o, peggio, a banalizzare qualsiasi concetto richieda un’analisi approfondita Si potrebbe dire che la professione attualmente più diffusa sia l’Esperto di opinioni. Recentemente, mi sono imbattuto in un articolo scritto da un sociologo, che rimproverava uno storico per aver fatto riferimento a dei “non meglio precisati fatti storici”. Lo storico in questione era Alessandro Barbero, uno che di storia… come dire… ha dimostrato di saperne qualcosina. Sicuramente ne sapeva più dell’opinionista in questione. Lo smart working, al pari di numerosi altri temi che ho trattato in passato, non fa eccezione: sono bastati pochi mesi per costruire milioni di esperti di lavoro agile e di organizzazione del lavoro, che in realtà ne sanno ben poco, ma dispensano consigli e pareri. Esperti che sono passati da anni e anni di lavoro dietro alla scrivania alla formulazione di teorie sullo smart working. L’emergenza sanitaria ha dato una forte spinta verso lo smart working, ma, paradossalmente, ha anche dato una forte spinta verso il ritorno in presenza. Semplicemente perché la tipologia di lavoro attuata in questi mesi non è stata affatto smart; si è trattato perlopiù di un telelavoro, spesso disorganizzato e attuato con mezzi di fortuna, attraverso il quale è stato possibile proseguire numerose attività, spostando di fatto la postazione lavorativa dall’ufficio alle case dei dipendenti. Eravamo pronti? Forse. Sicuramente non lo erano tutti i lavoratori e non con quel metodo. C’è da dire, però, che il lavoro pubblico è rimasto imbalsamato per decenni in un regime di telelavoro assistenziale, da cui avrebbe dovuto trarre insegnamento, dispensato sulla base delle graduatorie, delle disgrazie e dei favoritismi. Poi c’è stato (e c’è) il POLA, che avrebbe dovuto dare una spinta verso l’attuazione del lavoro agile. Insomma, sulla carta avremmo dovuto essere pronti da un pezzo, nei fatti, in molti casi, siamo stati colti di sorpresa e abbiamo improvvisato soluzioni di fortuna. Il Ministro per la Funzione Pubblica, in una recente intervista, ha definito il telelavoro emergenziale come “lavoro a domicilio all’italiana”: si tratta, a parer mio, di un’opinione spericolata simile a quella del sociologo citato all’inizio dell’articolo..Ci sono centinaia di  numerosi esempi virtuosi che hanno dimostrato palesemente l’efficacia di questo “prototipo” di lavoro agile, e che, seppur tra numerose contraddizioni, ha migliorato l’organizzazione del lavoro e la produttività in molte istituzioni. Uno  scenario simile, meriterebbe una forte accelerazione, perché è evidente che non cambiare adesso significherebbe non cambiare più. E a dover cambiare non è soltanto lo svolgimento della prestazione lavorativa; è il consumo delle risorse, è la spesa pubblica, è il modo di vivere le grandi città, è il modo di spendere il tempo e di spendere il denaro, è l’economia delle periferie e dei piccoli centri. Lo smart working porta con sé una serie di ricadute positive sulla collettività che non possono essere ignorate.

Prima di addentrarci nei nodi irrisolti, che giustamente devono essere affrontati e migliorati, è utile richiamare brevemente i pilastri fondanti della filosofia smart. Filosofia tutt’altro che attuale, dal momento che risale addirittura agli anni ‘70. Diciamo subito che lo smart working non è una modalità di erogazione della prestazione lavorativa, è un modello organizzativo della società in cui il benessere dell’individuo, inteso come parte integrante della collettività, prevale sulla sofferenza lavorativa, e conseguentemente esistenziale, del lavoratore. Proprio perché un lavoratore fa parte della collettività, il benessere dei singoli individui, attraverso lo smart working, diventa benessere collettivo. In altre parole, favorire il benessere dei lavoratori significa favorire il lavoro. Questo concetto semplice semplice è difficile da far digerire all’opinione pubblica, che, da sempre, preferisce sadicamente un lavoratore vessato e sofferente. Il bene più prezioso che hanno gli esseri umani, benché si cerchi continuamente di dimostrare il contrario, non è il denaro bensì il tempo. Lo smart working consente ai lavoratori di spendere il tempo nel modo migliore possibile (e di continuare a spendere il denaro nel modo peggiore possibile). Cosa è accaduto in questi mesi di emergenza? È accaduto un fenomeno che probabilmente, tra qualche anno, verrà studiato sui libri di storia: il malessere collettivo ha prevalso su qualsiasi forma di benessere individuale. Il tempo a disposizione è stato più che altro una collezione di minuti tutti uguali, di confinamenti, di momenti di paura e di interminabili comunicati televisivi in cui i temi principali erano la morte e il terrore. La collettività è stata disgregata e la diffidenza verso il prossimo ha prevalso sulla fiducia. Il prossimo è diventato potenzialmente pericoloso per la salute pubblica e i comportamenti altrui, anche i più innocui, sono diventati lesivi per la collettività. Questa evidenza è sempre stata sotto gli occhi di tutti: guidare in modo spericolato o sversare rifiuti tossici nelle falde acquifere è una colpa ben più grave rispetto a una corsetta senza mascherina. Eppure il sentimento di diffidenza verso il prossimo alimentato dalla pandemia ha prevalso sul buon senso ed è tuttora dilagante.Sfiducia, teniamo a mente questa parola. Venendo meno il tempo e il benessere, il lavoro agile ha perso la sua natura: più che lavoro a domicilio è diventato jail working, una specie di reclusione lavorativa che non c’entra nulla con l’idea originaria. E su questo il Ministro Brunetta non ha torto: il lavoro agile ha bisogno di un’organizzazione diversa. Ha torto quando sostiene (o fa finta di sostenere) che i lavoratori pubblici, tutti, indiscriminatamente, hanno goduto di un imprecisato lungo periodo di benessere e per questo devono tornare a soffrire in ufficio. Questo atteggiamento induce a sospettare che l’oggetto del contendere non sia la prestazione lavorativa ma una specie di questione personale tra il Ministro e i lavoratori pubblici. Certo, probabilmente ci saranno state minoranze di lavoratori che hanno approfittato del momento per tirare i remi in barca, ma a chi verrebbe in mente di incendiare una casa per togliere di mezzo un formicaio?  Ci sono degli aspetti da migliorare, è vero, ma bisogna ripartire proprio da queste evidenze, per gettare le basi di un’organizzazione del lavoro diversa. In primo luogo è necessario superare la sfiducia collettiva. Lo smart working si basa su un patto di fiducia tra datore di lavoro e lavoratore, decadendo la fiducia, decade anche il principio fondante dell’accordo. I cittadini sono sfiduciati, divisi, hanno rancori e malcontenti, spesso giustificati dalla perdita del lavoro, che riversano in modo indiscriminato su coloro i quali stanno meno peggio. Dar seguito a questo sentimento, accontentare l’opinione pubblica, sarebbe come incendiare la casa per accontentare gli inquilini con la fobia per le formiche. Il dipendente pubblico è da sempre un bersaglio privilegiato dell’opinione pubblica, per questo (sarà un caso?) il futuro dello smart working è destinato a seguire due strade diverse. Nell’ambito privato, le aziende hanno capito molto bene di trovarsi di fronte a una delle opportunità più ghiotte degli ultimi anni: il lavoro agile permette loro di ottimizzare i costi e di dismettere le costosissime sedi, mantenendo lo stesso livello di servizio e di produzione. Nell’ambito pubblico, l’esigenza di contenere i costi viene sentita molto meno, forse perché le risorse amministrate non appartengono agli amministratori ma ai cittadini. C’è poi un’evidenza innegabile: se in molte amministrazioni centrali lo smart working ha dato risultati che sono andati oltre le più rosee aspettative, nelle amministrazioni locali la qualità dei servizi ha subito un peggioramento. Il disservizio si è verificato perlopiù in quelle organizzazioni in cui la presenza dei lavoratori a contatto con il pubblico è ancora essenziale. Mi riferisco ai piccoli comuni, ai servizi anagrafici, ai servizi territoriali, insomma, a tutte quelle attività in cui la digitalizzazione è assente. Ed è assente non solo a causa di un ritardo clamoroso delle istituzioni, ma è assente anche per la riluttanza di una parte della popolazione a utilizzare strumenti digitali per usufruire dei servizi pubblici. Più che disinvestire nello smart working, occorrerà investire fortemente in diverse direzioni. In primo luogo nella cultura e nella condivisione dei suoi principi fondanti, ma su questo aspetto, a differenza del passato, una parte della classe dirigente ha preso coscienza delle potenzialità di questo modello lavorativo ed è passata dall’altra parte della barricata, sostenendo, e non più osteggiando, il lavoro agile come modalità di lavoro ordinaria. In secondo luogo, sarebbe opportuno rafforzare le dotazioni informatiche della PA e investire nella formazione digitale dei lavoratori: alcune amministrazioni lo hanno fatto e risultati sono stati sorprendenti. Esiste una questione di natura giuridico-contrattuale, che verrà affrontata nel corso dei prossimi giorni in un tavolo condiviso dal Dipartimento per la Funzione Pubblica e l’Aran: tuttavia, non è l’aspetto contrattuale a preoccupare i lavoratori, semmai è il contenuto del contratto.

Quali sono i punti su cui non si dovrebbe assolutamente tornare indietro? Occorre opporsi fermamente alla reintroduzione delle graduatorie e dei punteggi basati sulle invalidità e sulle esigenze famigliari. Sembra assurdo che si torni ancora a parlare di questa eventualità, nonostante sia stato ampiamente dimostrato che il lavoro agile non è una forma di assistenzialismo ma una forma di organizzazione del lavoro basata su criteri differenti. Poi, bisogna evitare i limiti predefiniti di posti, che generano soltanto malcontenti, una stupida competizione tra lavoratori e un’inutile spaccatura tra presunti privilegiati e discriminati. Occorre monitorare gli obiettivi e il loro raggiungimento e mettere da parte le assurde fasce orarie e i giorni predefiniti di rientro in ufficio. Un’organizzazione del lavoro che privilegi gli obiettivi non può prevedere le fasce di operatività, di contattabilità e di inoperabilità: sarebbe una vera e propria contraddizione. L’unica deroga ammessa potrebbe riguardare quei lavoratori che erogano dei servizi in orari prefissati. Infine, c’è una questione aperta che riguarda la domanda e l’offerta di servizi in relazione alle competenze digitali della popolazione: difficilmente si potrà attuare una diversa organizzazione del lavoro, se i cittadini continuano a considerare i servizi pubblici come “luoghi” fisici in cui recarsi e non come piattaforme digitali a cui far affidamento. La chiave di svolta dello smart working è la trasformazione digitale, che, di fatto, rende l’ufficio uno spazio inadeguato allo svolgimento di molti lavori.

Come difendersi dal relativismo scientifico e da un dio che gioca a dadi con l’universo.

Posted on 18 Settembre 2021 by admin

Dio non gioca a dadi con l’universo. Questa frase, scritta da Einstein  all’amico Niels Bohr, sintetizza molto bene la natura probabilistica  della meccanica quantistica, una teoria che mette in dubbio la natura  deterministica su cui si basa la fisica classica. La contrapposizione  tra le due teorie, nei primi anni del novecento, è stata molto forte.  Da una parte, a sostenere il principio della causa e dell’effetto,  c’erano nientepopodimeno che Galileo e Newton, dall’altra, a sostenere  il principio dell’azione e della “probabilità” che si verifichi una  certa conseguenza, c’erano dei giganti come Bohr, Schroedinger,  Heisenberg  e Dirac. Einstein dubitava. Dubitava che la natura fosse  descritta in termini probabilistici ed espresse il suo dubbio  attraverso quella frase divenuta celebre. Dal suo canto, Bohr gli  rispose con un altro dubbio “relativistico”: Piantala di dire a Dio  come deve giocare!
Il dubbio è una caratteristica essenziale del pensiero filosofico e  scientifico. Hanno dubitato Aristotele, Socrate, Cartesio, Galileo,  Newton e Einstein, solo per citarne alcuni… Il dubbio, però, deve  avere origine da basi solide e non sempre questo accade. Il  relativismo scientifico nasce proprio dalla mancanza di un pensiero  critico e di una conoscenza approfondita di un certo argomento. Pochi  avrebbero il coraggio di mettere in dubbio la teoria della relatività,  molti, invece, hanno la presunzione di mettere in dubbio  l’interpretazione dei dati statistici. La differenza tra i due  comportamenti è abbastanza legittima e deriva in parte dalla profonda  diversità tra le teorie basate sul metodo scientifico deduttivo e  l’adozione di modelli induttivi empirici attraverso i quali vengono  descritti dei fenomeni (naturali, sociali, medici) attraverso la  raccolta dei dati e la loro interpretazione. Anzi, “le” loro  interpretazioni. Da una parte ci sono le previsioni teoriche, che  vengono verificate sperimentalmente e hanno due caratteristiche  fondamentali: si basano sulla matematica, l’unica scienza esatta (o  quasi) a disposizione dell’uomo, e sono riproducibili  sperimentalmente. Dall’altra parte ci sono la raccolta dei dati,  organizzata in maniera più o meno rigorosa, l’analisi e le conclusioni  a cui si giunge applicando uno o più modelli. Il metodo deduttivo  contro il metodo induttivo. Si potrebbe semplificare  “informaticamente” la questione, facendo ricorso alla differenza tra  la logica  top-down e la logica bottom-up, ma è evidente che ci  troviamo di fronte a un problema ben più complesso. La logica  induttiva (bottom-up) alla base del processo di raccolta e di  produzione dei dati statistici, sebbene si basi su metodi scientifici,  ha delle fragilità intrinseche che nella logica deduttiva sono molto  meno accentuate. I dati statistici hanno bisogno di una chiave di  lettura, che spesso può essere diversa in base al modello adottato (e  spesso può essere sbagliata), la teoria scientifica, al contrario, “è”  una chiave di lettura che trova conferma nell’esperimento e nella  raccolta dei dati. È per questo che la lettura di un dato statistico  non è quasi mai univoca, ed è per questo che i dati e le statistiche  possono essere usati per mentire autorevolmente con (falso) rigore  scientifico. Difendersi dalle “statistiche taroccate” è molto  difficile, l’unico strumento efficace è rappresentato dal dubbio  cartesiano. Il dubbio insieme al razionalismo critico e alla capacità  di guardare un certo fenomeno da diverse prospettive rappresentano  degli ottimi strumenti per avvicinarsi alla verità. Queste due  caratteristiche, in un momento storico di profonda disgregazione  sociale e intellettuale, pieno di giornalisti saputelli e  pseudoscienziati televisivi che vendono facili certezze alla  popolazione (salvo poi smentirle a petto nudo sulle riviste di gossip,  sul red carpet o nei salotti dei talk show), sono, a volte a torto, a  volte a ragione, abbinate alla parola “complottismo” e a una tipologia  di persone ignoranti e inutilmente sospettose. Associare i ragionevoli  dubbi al complottismo è un’operazione distruttiva molto grave perché  permette di far passare una palese menzogna non contraddetta in una  rassicurante falsa verità. L’unica verità. Questa perdita totale di  razionalità è frutto di una decadente cultura scientifica collettiva,  ormai ridotta ai minimi termini, e di una diffusa “scienza delle  opinioni” attraverso la quale, chiunque, anche grazie a quei social  che “hanno dato voce agli imbecilli”, per dirlo con le parole di  Umberto Eco, può affermare qualsiasi teoria farlocca senza un vero e  proprio contraddittorio e senza il rischio di passare per una sana  gogna pubblica mediatica. La società del politicamente corretto vieta  categoricamente di dire apertamente a un idiota che è un idiota.  Galileo Galilei, Dante Alighieri e Magritte erano politicamente  scorretti. La scienza e l’arte sono politicamente scorrette. La vita è  politicamente scorretta. Bisognerebbe iniziare a farsene una ragione…
La domanda, a questo punto, potrebbe essere: “Quando un dubbio e  ragionevole?”.
La risposta si può trovare in un aneddoto scientifico di qualche anno fa.
Nel 1930, a Lipsia, di fronte alla Società tedesca di fisica, si  svolse una conferenza a cui partecipò Albert Einstein. Al termine del  suo intervento, “Albertone” si rivolse al pubblico per sollecitare  qualche domanda. Dall’ultima fila si alzò un ragazzo magrolino, con  due occhi vispi e un enorme ciuffo simile a quello di Cameron Diaz nel  film Tutti pazzi per Mary. Il ragazzo non conosceva bene la lingua  tedesca e con una certa aria di superiorità disse: “Quello che ha  detto il Professor Einstein non è stupido, ma la seconda equazione che  ha scritto non deriva dalla prima. Essa richiede, infatti, delle  ulteriori assunzioni che non sono state fatte e, inoltre, quel che è  peggio, non soddisfa un criterio di invarianza, come invece dovrebbe  essere”.
Ovviamente, l’atmosfera diventò subito gelida e surreale. C’era chi  sghignazzava, chi, indignato e incredulo, esprimeva il proprio  dissenso con cenni del capo e chi si chiedeva perché era stata data la  parola a uno studentello che puzzava ancora di latte e che aveva osato  mettere in dubbio le parole di Einstein. Per la maggioranza, quel  dubbio era illegittimo e non aveva senso. Einstein non faceva parte  della maggioranza. Cominciò ad accarezzare i suoi baffetti da  sparviero e ad osservare attentamente la lavagna. Dopo qualche minuto,  si rivolse alla platea e disse: “L’osservazione è perfettamente  corretta. Vi prego pertanto di dimenticare tutto quello che vi ho  detto quest’oggi”.
C’è da dire che il ragazzo disobbediente, in quel caso, non era  esattamente lo stereotipo dell’ignorante che “le scie chimiche…, il  5G…, il microchip…complotto!”, era Lev Davidovich Landau, quello  che, qualche anno più tardi, divenne il principale fisico teorico  dell’Unione Sovietica. In quel caso, il dubbio era più che legittimo e  il destinatario della critica era egli stesso un critico feroce nei  propri confronti, disponibile a prendere in considerazione  osservazioni che avrebbero potuto sia sostenere che confutare le sue  teorie. Si potrebbe dire che un dubbio diventa legittimo quando  dimostra l’errore e falsifica una teoria. L’atteggiamento di Einstein  nei confronti della scienza era basato su questa idea di dubbio e fu  alla base delle riflessioni che fece in seguito Karl Popper, il  filosofo del razionalismo critico, in merito alla critica e alla  falsificazione scientifica, ovvero all’atteggiamento antidogmatico che  non va alla ricerca di conferme ma di confutazioni. Popper criticò  ferocemente il metodo induttivo, obiettando che le leggi scientifiche  non vengono ricavate dall’osservazione ripetuta di puri fatti, ma sono  sempre precedute da un’intuizione sulla natura delle cose o da  un’ipotesi di lavoro palese o inconscia.In altre parole, Popper era un  ultrà del metodo deduttivo galileiano (sempre sia laudato), Einstein  era un po’ più equilibrato, ma pur sempre tifoso. Insomma, Popper era  un po’ come Tirzan in Eccezziunale veramente e Einstein come Oronzo  Canà nell’Allenatore nel pallone. Lo stesso Einstein scrisse queste  parole a proposito del metodo induttivo : L’immagine più semplice che  ci si può formare dell’origine di una scienza empirica è quella che si  basa sul metodo induttivo. Fatti singoli vengono scelti e raggruppati  in modo da lasciare emergere con chiarezza la relazione legiforme che  li connette. Tramite il raggruppamento di queste regolarità è  possibile conseguire ulteriormente regolarità più generali, fino a  configurare – in considerazione dell’insieme disponibile dei singoli  fatti – un sistema più o meno unitario, tale che la mente che guarda  le cose a partire dalle generalizzazioni raggiunte per ultimo  potrebbe, a ritroso, per via puramente logica, pervenire di nuovo a  singoli fatti particolari. Un pur rapido sguardo allo sviluppo  effettivo della scienza mostra che i grandi progressi della conoscenza  scientifica solo in piccola parte si sono avuti in questo modo.  Infatti, se il ricercatore si avvicinasse alle cose senza una qualche  idea (Meinung) preconcetta, come potrebbe egli mai afferrare, dal  mezzo di una enorme quantità della più complicata esperienza, fatti i  quali sono semplicemente sufficienti a rendere palesi relazioni  legiformi? Galilei non avrebbe mai potuto trovare la legge della  caduta libera dei gravi senza l’idea preconcetta stando alla quale,  sebbene i rapporti che noi di fatto troviamo, sono complicati  dall’azione della resistenza dell’aria, nondimeno noi consideriamo  cadute di gravi nelle quali tale resistenza gioca un ruolo  sostanzialmente nullo.
I progressi veramente grandi della conoscenza della natura si sono avuti seguendo una via quasi diametralmente opposta a quella dell’induzione. Una concezione intuitiva dell’essenziale di un grosso complesso di cose porta il ricercatore alla proposta di un principio ipotetico o di più principi di tal genere. Dal principio (sistema di assiomi) egli deduce per via puramente logico-deduttiva le conseguenze in maniera più completa possibile. Queste conseguenze estraibili dal principio, spesso attraverso sviluppi e calcoli noiosi, vengono poi messe a confronto con le esperienze e forniscono così un criterio per la giustificazione del principio basato. Il principio (assiomi) e le conseguenze si formeranno insieme quella che si dice una “teoria”. Ogni persona colta sa che i più grandi progressi della conoscenza della natura – per esempio, la teoria della gravitazione di Newton, la termodinamica, la teoria cinetica dei gas, l’elettrodinamica moderna, ecc. – hanno tutti avuto origine per questa via, e che il loro fondamento è di natura ipotetica.
A questo punto, è utile fermarsi con le noiose considerazioni di carattere scientifico e soffermarsi su quanto è accaduto negli ultimi due anni in merito alla gestione della pandemia. Con un’avvertenza: il mio punto di vista è senz’altro influenzato dal pensiero scientifico einsteiniano. In primo luogo, non c’è stato un dibattito scientifico qualitativamente accettabile. Anzi, non c’è stato nessun dibattito. I dubbi, anche i più legittimi, sono stati etichettati con due immagini dispregiative e stupidamente discriminatorie: da una parte ci sono gli intelligenti e dall’altra ci sono i cavernicoli “complottisti”. I dati, anche quelli più evidenti, sono stati travisati e usati ad arte per creare false narrazioni, spaccature e conflitti sociali. La scienza è diventata un circo che non procede né per induzione né tantomeno per deduzione: procede per contraddizioni, per fede e per opinioni da bar portate avanti dalle tifoserie. La scienza è diventata una nuova religione salvifica che vende l’immortalità e un nuovo dio in cui credere. Un dio che ha le sembianze dell’opinionista da copertina e che riesce a convincere i suoi discepoli senza grosse difficoltà, spesso mentendo palesemente (come del resto fanno tutte le religioni). Giocando a dadi, per l’appunto, ma non nel senso einsteiniano. Giocando a giocare sui numeri e sulle diverse rappresentazioni della realtà. Giocando con le paure, con le parole, con il pensiero unico e con dieci di narrazioni contraddittorie che non c’entrano nulla con la ragione e non c’entrano nulla nemmeno con la religione. Peccato che, per qualcuno, non sia affatto vero che la scienza, come la religione, non si possa discutere. La scienza si discute eccome, perché soltanto attraverso il confronto socratico è possibile arrivare a qualcosa che somigli alla verità. Si può arrivare perfino a sostenere che “Dio è morto” ea discuterne civilmente. La storia sarebbe stata diversa, se Einstein, quel giorno, avesse detto: “Signor Landau, lei è un “complottista” e la mia equazione non si discute”. Si potrebbe obiettare le mie riflessioni riguardare un ambito scientifico elitario che fanno una subdola e tra scienze maggiori e scienze minori. Sono fermamente sostenuto che non esisteno scie maggiori e scienze minori, esistenze maggiori e quello minori, ed esiste il “dosso del relativismo scientifico”, in cui gli maggiori sono al dialogo e gli minori sono vanitosi, irascibili , intolleranti alle critiche e ai confronti, con un ego spropositato e inclini all’autocelebrazione. La scienza è una cosa seria che merita di essere discussa e contraddetta, non merita certamente di essere umiliata.

Concorsi pubblici e competenze, tra inganno e opportunità

Posted on 9 Luglio 202111 Luglio 2021 by admin

L’evidenza empirica dimostra che un cretino qualsiasi, col tempo, se addestrato a dovere, riesce a svolgere i lavori più disparati. Può imparare anche a uccidere, e a farsi uccidere, se viene convinto di essere dalla parte dei “buoni”, e che la guerra sia indispensabile per vivere in pace, e che la violenza, esercitata per difendere una patria esistente soltanto nella testa di chi l’ha creata, sia in qualche modo “a fin di bene”. Questo semplice parallelismo dovrebbe indurre a pensare che le politiche di reclutamento, attraverso le quali vengono privilegiate principalmente verifiche nozionistiche, hanno bisogno di un aggiornamento radicale. La pubblica amministrazione è composta da persone, non da nozioni, e il funzionamento della macchina pubblica dipende più che altro da quei lavoratori che possiedono un insieme di caratteristiche difficilmente rilevabili nel corso delle procedure selettive. È necessario, anzi, indispensabile, definire un sistema di misura in grado di rilevare anche caratteristiche diverse: il livello di consapevolezza, di maturità, di responsabilità, la capacità di autonomia e di adattamento dei candidati. E, ancora, il senso critico, la capacità di risolvere i problemi, l’autocontrollo, la capacità di usare la logica, l’intùito, l’intelligenza e la sicurezza emotiva… Questo tipo di valutazione, che riguarda le cosiddette competenze trasversali, è il centro del progetto attorno al quale un datore di lavoro dovrebbe costruire il percorso di scelta del lavoratore. Oggi più che mai nella PA serve una visione prospettica del lavoro attraverso la quale reclutare consapevolmente il personale. Personale che presumibilmente resterà all’interno dell’organizzazione per un arco temporale molto ampio, di cui ancora si ignorano gli sviluppi.Trovare un buon programmatore Java, non è poi così difficile; trovare un programmatore Java che sappia lavorare in autonomia, ridurre i conflitti, trovare nuove motivazioni, seguire le trasformazioni della società e adattarsi ai cambiamenti, mantenendo un buon livello di curiosità e di partecipazione alle attività istituzionali, è più complesso. Il relativismo illusorio delle competenze è molto pericoloso e rischia di generare false aspettative nella pubblica amministrazione, nei cittadini e nei candidati. Ormai è più o meno diffusa l’idea che la competenza corrisponda alla capacità, o meglio all’abilità, di svolgere un determinato compito; molto meno diffusa è la consapevolezza di quali siano gli elementi che concorrono a formare una certa competenza. Nel mercato del lavoro statunitense, la parola competenza è il tassello di un mosaico molto più esteso che prende il nome di skill. La skill, la cui traduzione letteraria è abilità, è formata da un insieme complesso di fattori: esperienza, training, conoscenza, capacità, crescita personale, apprendimento continuo, training ed esperienza. Per questo, non è mai opportuno confondere la parola skill con la parola competenza, la cui interpretazione italiana, ridotta ai minimi termini, è “saper fare qualcosa più o meno bene”.

Nel corso delle procedure selettive, poi, la competenza, già privata all’origine dei suoi veri significati, viene confusa col nozionismo. Il risultato di questa confusione si palesa in tutta la sua pericolosità nel momento in cui i lavoratori esauriscono la spinta produttiva dettata dall’entusiasmo iniziale e diventano un problema anziché una risorsa. Problema a carico della società per almeno quarant’anni. Il grande inganno delle competenze è frutto di un malcostume italico che ha radici molto lontane. Si può dire che l’annebbiamento del buon senso sia iniziato quando il titolo di studio, a cui è associata la certificazione formale di qualcosa che spesso non è neanche paragonabile ai reali bisogni della società, è stato valorizzato oltre il suo valore reale e privilegiato al punto da renderlo più rappresentativo degli individui che rappresenta. Le università, d’altronde, si sono trasformate in strutture autoreferenziali, lontane anni luce dal mondo reale, in cui l’insegnamento è una passerella su cui far sfilare personaggi di ogni tipo, a seguito di una qualche competizione grottesca, che ha come premio una cattedra da professore ordinario. Sono pochissimi i docenti che insegnano per vocazione e associano allo studio il significato etimologico della parola, studium, passione, amore, dedizione. Di conseguenza, il sistema che dovrebbe plasmare gli individui, modellare le coscienze, alimentare la consapevolezza e favorire il senso critico, si è trasformato in un sistema di pseudo formazione in cui le competenze sono un patetico esercizio di addestramento al nozionismo. Si potrebbe obiettare che l’istruzione italiana mira a fornire ai discenti le cosiddette hard skill, le competenze tecniche, mentre le soft skill vengono demandate ad altri canali. Quali, esattamente? La famiglia? Gli amici? L’ambiente di lavoro? Questa distinzione, considerato l’impoverimento culturale e l’analfabetismo di ritorno in cui siamo immersi, è pericolosissima. Piuttosto, ci sarebbe da mettere in discussioni l’intero sistema Paese e chiedersi se le modalità con le quali vengono accertate le “competenze” dei candidati, in un concorso o durante un esame universitario, siano realmente efficaci, considerando che esiste una valida teoria sull’oblio, formulata da Hermann Ebbinghaus, in cui vengono descritti scientificamente i meccanismi cerebrali attraverso i quali si dimenticano le informazioni apprese. Una prova selettiva, o un esame di fisica, o di chimica, o di ingegneria delle costruzioni, viene ancora svolta attraverso una prova scritta temporizzata (spesso sufficientemente difficile rispetto al tempo concesso e sufficientemente facile se si avessero a disposizione tempi più lunghi) e un colloquio orale. Siamo sicuri che questo sistema permetta di valutare e selezionare nel migliore dei modi? Francamente, io non lo credo. Il lavoro è un’entità complessa, che evolve, si trasforma, e obbliga i lavoratori ad adeguarsi. Molto spesso, ed è questo il vero nodo cruciale della PA, il lavoro viene adeguato ai lavoratori, ritoccato al ribasso, con tutto ciò che ne consegue…

Se prendessimo l’abitudine di sottoporre ai candidati prove molto complesse, nelle quali poter esercitare realmente le “skill” nella loro interezza, forse qualcosa cambierebbe. Un problema complesso che costringa i candidati a far ricorso a tutte le capacità che hanno, capacità relazionali, senso critico e autocontrollo inclusi. Coi tempi adeguati, s’intende.Senza far affidamento sulla memoria e senza l’ipocrisia del “vietato copiare”. Perché nella vita reale funziona esattamente così: non si risolvono i problemi “a tempo”. Ho un problema? Voglio risolverlo? Leggo, ragiono, chiedo, mi informo, provo, sbaglio, rifletto, provo di nuovo, sbaglio meglio, chiedo ancora, studio, mi fermo, faccio altro, faccio una battuta, sorrido, riprendo, discuto, mi confronto con gli altri, imparo, disimparo, miglioro, scrivo, risolvo. In queste poche righe credo ci sia l’essenza di ciò che dovrebbe “saper essere” il lavoratore pubblico. L’accertamento delle competenze, in fin dei conti, passa attraverso un cambio di paradigma: “saper fare” o “saper essere”? Questo è il problema.

Concorsi pubblici, si cambia!

Posted on 9 Luglio 202111 Luglio 2021 by admin

Non ci può essere una riforma della pubblica amministrazione senza un cambiamento profondo del sistema di reclutamento e dell’erogazione dei concorsi pubblici. Il modello di reclutamento adottato finora dalle PPAA era tutt’altro che vicino ai cittadini: non esisteva un sistema strutturato per favorire l’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro e i meccanismi per la pubblicazione dei bandi e per la partecipazione ai concorsi erano per lo più basati su processi cartacei digitalizzati maldestramente senza una vera e propria “ristrutturazione digitale”. Il problema che affligge da sempre il sistema pubblico è il “public divide”, una sorta di muro invisibile, costituito da regole, burocrazia e formalismi di diverso tipo, che crea una linea di confine tra la vita reale e la vita all’interno dell’apparato pubblico. Non ci sono vie di mezzo: chi sta da una parte non può stare dall’altra.

Questo divario, in un periodo in cui i cambiamenti si susseguono a ritmi sostenuti, si ripercuote inevitabilmente sul funzionamento della macchina statale. Così, se da una parte i cittadini hanno la vita facile e sono abituati ad acquistare un oggetto con un solo clic, dall’altra vengono sottoposti a vere e proprie prove di abilità (e di pazienza), anche per accedere a dei servizi semplici, che potrebbero essere digitalizzati efficacemente. Il sistema pubblico di reclutamento italiano è sicuramente un ambito in cui c’è molto da fare, per snellire le procedure e rendere i processi di selezione più accessibili. Cosa cambierà, esattamente, con la riforma della PA? Il Decreto reclutamento contiene molte novità, tra le quali il Portale del reclutamento, un progetto risalente a qualche anno fa, che verrà finalmente realizzato nei prossimi mesi.

“Il portale” – spiega il DIpartimento per la Funzione Pubblica – “rappresenterà la porta virtuale unica di accesso alla Pubblica amministrazione sia per i concorsi pubblici ordinari, sia per le procedure di reclutamento straordinarie legate all’attuazione del Pnrr. In un unico spazio, ogni cittadino potrà monitorare i bandi concorsuali delle amministrazioni su una mappa interattiva georeferenziata, registrarsi attraverso Spid, Cie e Carta nazionale dei servizi inserendo il proprio curriculum attraverso un form apposito, inviare la domanda di partecipazione, pagare la tassa attraverso PagoPa e seguire le procedure di selezione dall’avvio alla pubblicazione delle graduatorie finali”.

SI tratta di un progetto molto ambizioso che richiede uno sforzo notevole in termini di collaborazione tra istituzioni e di revisione dei flussi informativi attualmente utilizzati per la gestione dei concorsi e dei fabbisogni di personale. Sarà necessario creare nuovi standard per la raccolta dei dati riguardanti i concorsi pubblici, centralizzare la pianificazione dei fabbisogni triennali e collegare banche dati diverse attraverso un sistema complesso per la cooperazione applicativa. Questo per iniziare. La vera sfida, poi, sarà il coinvolgimento dei cittadini e delle istituzioni, che dovranno essere i protagonisti del cambiamento. I colossi del web hanno attuato nel tempo una strategia molto efficace, che ripaga, attraverso l’erogazione di servizi indispensabili, i fornitori dei dati: questa dovrà essere la filosofia trainante del Portale del reclutamento. I cittadini e le amministrazioni, in cambio dei dati, dovranno avere dei servizi efficienti. E i servizi che si possono erogare attraverso un portale così ricco e ambizioso sono molti: un sistema efficace di incontro tra domanda e offerta di lavoro, procedure fluide di pubblicazione e di iscrizione ai concorsi, sistemi efficaci di notifica, un sistema per la gestione delle prove preselettive, sistemi di monitoraggio per i candidati e per le amministrazioni e sistemi di ricerca semantica adeguati a una selezione moderna del personale, attraverso la definizione precipua del profilo e delle competenze richieste. Su quest’ultimo punto, in particolare, c’è molto da fare perché non si tratta “soltanto” di creare un fascicolo del candidato informatizzato e archiviato in una base dati.

È necessario definire degli standard per la descrizione dei profili e delle competenze che consentano l’armonizzazione del linguaggio e l’identificazione univoca delle professioni, anche allo scopo di raccordare i dati con altre informazioni riguardanti il mercato del lavoro. Se per risolvere il problema del profilo professionale potrebbe essere sufficiente affiancare al profilo contrattuale -e sarebbe una vera rivoluzione in termini di efficienza e di possibilità associate al data driven – la Classificazione delle Professioni ISTAT (peraltro in corso di una revisione migliorativa), per le competenze il grado di complessità aumenta notevolmente. Adottare un modello descrittivo di tutte le competenze esercitabili nella PA, che sia efficace e duraturo nel tempo e, soprattutto, che non sia vincolato a interventi di manutenzione evolutiva costante, è un’operazione rischiosa e complessa. Esistono degli standard internazionali, per esempio l’e-CF (European Competence Framework) per l’ICT, che potrebbero contribuire alla creazione di una banca dati delle competenze pubbliche, ma i ragionamenti da fare non possono esaurirsi in un articolo e meritano riflessioni tecniche molto sofisticate. Oltre queste criticità, nel Decreto reclutamento ci sono alcuni aspetti molto interessanti, che avvicineranno sicuramente la PA a un mercato del lavoro moderno, dinamico e in continua evoluzione. È il caso del protocollo d’intesa tra il Dipartimento per la Funzione Pubblica e la Rete delle professioni tecniche al fine di creare banche dati specifiche dei professionisti iscritti agli Albi o della possibile partnership con Linkedin per dare maggior risalto alle vacancies nella Pubblica amministrazione. Per una volta, c’è da sperare che venga sovvertita la logica del Gattopardo e che cambierà tutto affinché cambi tutto.

Whatsapp, storia di un errore di successo.

Posted on 11 Giugno 2021 by admin

I sistemi di messaggistica istantanea sono sempre esistiti: in principio era il Verbo vi dice niente? Certo, soltanto col verbo si messaggiava male, per comporre una frase era necessario uno sforzo creativo notevole… Proprio per questo, poi, sono stati inventati il soggetto e il complemento. Dopo aver creato il linguaggio, però, è stato necessario creare anche i mezzi di comunicazione. Mezzi che, col tempo, si sono evoluti, passando dai graffiti ai segnali di fumo, fino ad arrivare a quei sistemi moderni e sofisticati, costituiti da gruppi di donnone rubiconde e ipertricotiche, munite di scialle e ciabatte di ordinanza, che si facevano carico del gravoso compito di diffondere istantaneamente qualsiasi notizia a chiunque incontrassero lungo il loro cammino.

Si trattava di sistemi molto affidabili, tecnologicamente avanzati e sufficientemente veloci, che scambiavano informazioni attraverso una raffinata rete di bocche e di orecchie collegate tra loro da complessi algoritmi di diffusione dati  “porta a porta” . A onor del vero, nonostante la tecnologia basata sull’intelligenza naturale sia sempre da preferire ad altri tipi di intelligenza, c’è da dire che la privacy, la riservatezza delle informazioni, e, soprattutto, la loro veridicità, non erano affatto garantite. Jan Koum, il papà di Whatsapp, mentre spazzava i pavimenti nei supermercati, potrebbe essere incappato in uno scambio di messaggi in codice tra due comari abruzzesi e averne tratto ispirazione, migliorando un’app in carne e ossa, peraltro già efficace di suo, attraverso una tecnologia diversa: si sa che molte nuove scoperte non sono nient’altro che una brutta copia di cose già inventate. Parafrasando Newton, potrebbe aver detto. “Se sono riuscito a guardare lontano è perché sono salito sulle spalle di donna Serafina Nardecchia da Capestrano”. È molto improbabile che l’idea l’abbia avuta ispirandosi a Talk, la prima chat della storia inventata negli anni ‘70 e basata sui sistemi UNIX, ma questa ipotesi non si può escludere a priori. Fatto sta che la parola Whatsapp deriva dalla crasi – crasi, non crisi… contrazione, sintesi – tra  l’espressione inglese “What’s up?” e “Application”.  “What’s up?” significa “Come va?” e avvalora la tesi dell’incontro nel supermercato tra Jan e le due comari abruzzesi. Una dice “Come va?” e l’altra risponde “Ti devo raccontare una cosa, ma non dirlo a nessuno: ho visto il figlio del fioraio uscire con la moglie dell’avvocato”. Fare una crasi tra queste due espressioni sarebbe stato troppo complesso, quindi ha optato per una soluzione più sobria, ha scelto Whatsapp, ma ha sintetizzato “Ti devo raccontare una cosa, ma non dirlo a nessuno” inserendo nell’applicazione un pratico tasto “inoltra”. La verità è che l’uomo, da quando ha messo piede sulla terra, ha avuto bisogno di comunicare con i suoi simili. Nel corso dei secoli è cambiato soltanto il mezzo, ma il bisogno è rimasto tale e quale. Comunicare, in qualche modo, equivale a esistere, e gli individui non possono fare a meno di esistere. Per questo, Jan Koum ha avuto la strada spianata, è andato sul sicuro, un po’ come Dio che ha scritto la Bibbia e, per essere sicuro del successo, ha creato anche i lettori. Si potrebbe obiettare che l’inventore di Whatsapp non abbia inventato anche gli utenti: questo è vero, non li ha inventati, ma certamente li conosceva molto bene. Forse, la parola invenzione non è la più adeguata per definire questa applicazione; le chat esistevano già, come del resto gli esseri umani. Cosa ha reso possibile, allora, questo successo straordinario? Il caso… si fa per dire…

I tempi erano maturi, questa è la verità.

Esistevano le chat, esistevano le persone con le loro dinamiche sociali, esistevano le emoticon ed esisteva lo smartphone, il dispositivo che ha cambiato totalmente il modo di relazionarsi tra le persone. Mancava un sistema di messaggistica intuitivo, facile da usare e alla portata di tutti, anche del donnone abruzzese. Così, lo scambio di informazioni “porta a porta” è diventato un velocissimo scambio “smartphone to smartphone” Istantaneo. Due dita che digitano parole all’impazzata su un touch screen vanno molto più veloci dei piedi rigonfi di acidi urici di un’ultraottantenne. E la velocità con cui viaggiano i bit è diventata la velocità con cui viaggiano le relazioni e i sentimenti. Non si discute più ad alta voce, SI SCRIVE IN MAIUSCOLO. Non si allontanano più fisicamente le persone, si bloccano. Basta un clic. Un clic è molto meno rischioso e coinvolgente di un confronto reale. Basta un clic e finisce tutto. Anche un’amicizia storica. Anche un amore. Non sarei onesto se non dicessi che, tra gli infiniti pregi dei social, qualche controindicazione io l’ho trovata. Sul bugiardino, perché ormai la dipendenza da questi strumenti è conclamata, scriverei “può causare incomprensioni e fraintendimenti” oppure “nuoce gravemente alle relazioni umane” o ancora “Riflettere a lungo prima di pensare”. E di digitare. In ogni caso, è fuor dubbio che l’intuizione di Jan Koum è stata eccezionale, anche se spesso l’intùito tecnologico non basta: serve anche una buona dose di capacità imprenditoriale. A dire la verità, Kim Jan Koum – ah, no, quello è un altro e sta in Corea del Nord – non è partito proprio col piede giusto: pensate che per costituire la sua prima società si è consultato con l’assicuratore. Con l’assicuratore, capito?, non col commercialista. Non mi stupirei se un giorno venisse fuori la notizia che, a seguito di un tamponamento, invece di fare il CID, si sia rivolto al parrucchiere, per sapere quale taglio di capelli fosse più adeguato agli insulti da indirizzare al perito.

  • Ti consiglio i capelli a caschetto, attutiscono il dolore in caso di testate.
  • No, meglio di no, il caschetto limita la visuale: preferisco una pettinatura a schiaffo.

In ogni caso, l’assicuratore ha avuto la fortuna del principiante, aiutato anche dal fatto che per costituire la società ci sono voluti soltanto 100$ e un’ora di tempo. In Italia, solo per portare a termine questo passaggio, sarebbero occorsi almeno 5000€ e l’intervento di un consulente plurilaureato, che, dopo sei mesi impiegati nella compilazione acrobatica di moduli cartacei, si sarebbe bloccato al rigo 7896 del modello B1589FX/38, a seguito di un cambio repentino della normativa. Che poi, lo spirito imprenditoriale forse nemmeno lo aveva. Insieme al suo socio, Brian Acton, aveva provato a essere assunto nientepopodimeno che da Facebook. Direte “Maddai!”, “Non ci posso credere…”. Ebbene sì, si sarebbe accontentato di un banale posto a tempo indeterminato, come il  protagonista di un film di Checco Zalone. Per fortuna, il lungimirante Zuckerberg non li volle assumere. D’altronde, perché pagare due miseri stipendi a degli squallidi dipendenti quando è possibile acquistare l’intera applicazione alla modica cifra di 19 milioni di dollari, firmando uno scenografico contratto davanti agli uffici della Food Stamps, gli stessi uffici in cui venivano stampati i buoni pasto utilizzati da Jan per sopravvivere alla sua triste condizione da povero immigrato ucraino? Insomma, Zuckerberg ha mostrato un senso per gli affari sopraffino e Jan Koum ha avuto una botta di culo o, forse, come avrebbe detto De Andrè, per una volta il Signore si è ricordato di un servo, disobbediente alle leggi del branco, che dopo tanto sbandare è appena giusto che la fortuna lo aiuti.

Come una svista.

Come un’anomalia.

Come una distrazione.

Come un dovere.

Le competenze digitali dei dipendenti pubblici

Posted on 18 Maggio 202111 Giugno 2021 by admin

La parola competenza è ambigua e illusoria almeno quanto la parola innamoramento. Per entrambe è difficile dare una definizione, anche se, per la seconda parola, George Bernard Shaw in qualche modo l’ha fatto, definendo l’innamoramento un’esagerazione smisurata della differenza tra una persona e tutte le altre. Per le competenze, invece, la questione è più complicata. In primo luogo perché, a differenza dell’innamoramento, che proietta i fortunati in uno stato di grazia onirico totalmente estraneo al mondo reale, le competenze vengono esercitate in una cruda e superficiale realtà, oltre a essere valutate, misurate e giudicate da persone a volte assolutamente inadeguate. Inoltre, a differenza delle esagerazioni amorose, il divario di competenze può essere esageratamente smisurato tra una persona e tutte le altre. La misura, la valutazione e il giudizio, in realtà, vengono esercitati anche per i sentimenti, e questo la dice lunga sullo spessore culturale e morale di una società in cui ognuno si sente autorizzato a valutare, misurare e giudicare gli altri, rispetto a qualsiasi campo della conoscenza, con un rigore esagerato se confrontato con l’indulgenza che viene applicata verso sé stessi.

La PA, a differenza del settore privato, in cui gli addetti alla formazione e alla selezione del personale hanno un ruolo delicatissimo, utilizza dei meccanismi di selezione, di valutazione e di rilevazione dei fabbisogni formativi quantomeno bizzarri. Il titolo di studio, per esempio, l’antico italico pezzo di carta, quello che “un laureato conta più di un cantante”, per dirlo con le parole di Guccini, è considerato ancora il principale lasciapassare per l’accesso al concorso pubblico e alle carriere che “contano”. In più è, (o dovrebbe essere?) la prova provata delle competenze possedute dai candidati, che solleva le commissioni da qualsiasi responsabilità, liberandole dal gravoso compito di indagare sul percorso di vita che ciascun individuo ha intrapreso quando ha lasciato i banchi dell’università e che, probabilmente, lo ha arricchito almeno quanto il percorso di studi. Il ruolo di chi si occupa della formazione e della gestione delle risorse umane, quindi, è essenziale per l’adozione di percorsi mirati ad accrescere il set di competenze digitali dei lavoratori pubblici. È necessario conoscere a fondo i processi lavorativi, le tecnologie adottate e i singoli individui, per attuare misure realmente efficaci e spendibili dai lavoratori. C’è da dire che, molto frequentemente, le aree che si occupano di gestire le risorse umane di una pubblica amministrazione sono costituite da poche persone con le idee chiare, spesso arrese, sfiduciate e messe da parte, e da molte persone con le idee confuse, in cerca di visibilità, di gloria e di carriere, che probabilmente approdano all’ufficio del personale per sbaglio, per stanchezza o perché non hanno trovato una collocazione migliore. Questo aspetto, laddove scarseggino le competenze umane e relazionali, rende l’applicazione di qualsiasi provvedimento riguardante le competenze digitali molto complesso. I dipendenti pubblici che acquisiscono nuove competenze, di qualsiasi tipo, dovrebbero avere dei benefici che non sempre sono evidenti. Benefici in termini di possibilità di crescita all’interno dell’organizzazione e di migliorie tangibili nello svolgimento del lavoro. Tutto ciò, in molte PA, non è possibile. Non è possibile perché la visione prospettica di ogni amministrazione pubblica è limitata dal perimetro istituzionale nel quale ci si muove. Non è possibile perché il meccanismo perverso attraverso il quale si costruiscono le carriere, la gloria e la visibilità nella Pubblica Amministrazione non è affatto associato al merito e alle competenze possedute, piuttosto viene costruito partendo dalla formalizzazione, sotto forma di delibere spendibili nei concorsi, di un qualche tipo di incarico, anche il più insignificante, di una qualche pubblicazione, anche la più insignificante, e dalla partecipazione a commissioni e gruppi di lavoro, che adesso vengono chiamati più scenograficamente cabine di regia o task force. Insomma, fare carriera è un vero e proprio lavoro nel lavoro che assorbe quasi tutte le energie dei lavoratori. Le aspettative riposte nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), quindi, sono subordinate al (mal)funzionamento di una macchina con pochi ingranaggi giusti che vengono fatti funzionare nel modo sbagliato e molti ingranaggi sbagliati che funzionano in modo sbagliato. La mancanza di competenze digitali non è soltanto associata alla velocità con cui si muove la tecnologia e all’incapacità dei lavoratori pubblici di inseguirne i cambiamenti, ma è frutto di un sistema che negli anni ha disinvestito nella cultura e nella condivisione, favorendo l’individualismo e la competizione. In una recente intervista, il Ministro per l’innovazione e la transizione digitale Vittorio Colao ha rilasciato la seguente dichiarazione. “Sappiamo tutti che non c’è vera innovazione senza profonde competenze: mancando queste gli investimenti non possono decollare, la modernizzazione della PA rimarrà al palo, il sistema educativo non può diventare un motore di promozione sociale. Vogliamo innanzitutto colmare il gap digitale e competitivo tra Italia in Europa, grazie a un cambiamento culturale profondo di metodo. Occorrono investimenti, nuovi processi nella pubblica amministrazione, ma soprattutto competenze”.

Non è esatto. Dovremmo sapere tutti che non c’è vera innovazione se non c’è una profonda cultura condivisa. I cambiamenti di qualsiasi tipo, anche quelli peggiorativi, hanno sempre una solida base culturale. Le competenze sono una conseguenza di un percorso culturale che la formazione può soltanto perfezionare. Per cambiare realmente il lavoro pubblico è necessario cambiare la cultura del lavoro, valorizzando adeguatamente le risorse umane, a partire dalla dirigenza. La Pubblica Amministrazione è composta da diverse anime molto diverse tra loro. Ci sono alcune eccellenze, grandi e piccole, in cui il livello culturale è altissimo e molte amministrazioni paludose in cui rilevare i fabbisogni formativi è complesso a causa di processi organizzativi lacunosi, infrastrutture inadeguate e scarsa visione da parte dei vertici. Qualche anno fa, ingenuamente, avevo maturato la convinzione che per colmare i gap cognitivi digitali e rilevare i fabbisogni formativi nella PA fosse sufficiente applicare due modelli di rappresentazione delle competenze, Syllabus ed ECF 3.0, per misurare il livello e pianificare la formazione. Entrambi i modelli propongono un sistema di misura attraverso la rilevazione di alcune dimensioni che possono rappresentare il livello delle competenze digitali dei lavoratori pubblici. Le dimensioni possono far riferimento all’autonomia, alla complessità dei compiti svolti, ai comportamenti o al dominio cognitivo degli individui. Attraverso la combinazione di queste componenti, è possibile valutare il set di competenze digitali di base e specialistiche e attuare le politiche di formazione digitale più adeguate. Questo in teoria. In pratica, quando mi sono trovato a insegnare ai lavoratori delle amministrazioni pubbliche “come si fa”, ho capito meglio l’impossibilità di applicare metodi scientifici generalizzati. In primo luogo perché per effettuare una qualsiasi misura bisogna aver chiaro cosa si deve misurare e come. In un’istituzione di qualche centinaio di dipendenti, esistono:

  • aree diverse (amministrative, produttive e tecnologiche)
  • tecnologie diverse
  • processi diversi
  • organizzazioni del lavoro diverse
  • esperienze personali diverse
  • generazioni diverse
  • volontà diverse
  • motivazioni diverse
  • interessi diversi
  • culture (e subculture) diverse
  • punti di vista diversi
  • dirigenti diversi

Insomma, la parola più rappresentativa della pubblica amministrazione non è “digitale” ma “diversità”. Propagandare una qualche pozione magica che trasformi, seppur in un PNRR ben fatto, la parola diversità in digitale è pura demagogia. Per attuare un piano di formazione digitale nella PA è necessario procedere in una duplice direzione: da una parte ci sono le diversità e le necessità di competenze digitali specifiche per i singoli individui, dall’altra c’è la cultura digitale collettiva. E le due cose seguono canali totalmente distinti; :un conto è creare il tessuto di una nuova cultura, un altro conto è formare una risorsa all’uso di un foglio di calcolo o alla configurazione di un firewall. Ogniqualvolta ho indossato i panni da docente, queste due necessità sono emerse prepotentemente: i lavoratori vogliono conoscere il lessico, le tecnologie e le possibilità offerte dalla trasformazione digitale, ma per condurre con maggiore efficacia il lavoro quotidiano hanno bisogno di corsi specifici. Corsi che nella stragrande maggioranza dei casi si riferiscono non a un “digitale generico”, ma a temi specifici funzionali alle scelte tecnologiche e organizzative dell’amministrazione. Purtroppo, l’intreccio generazionale non aiuta molto a sciogliere questi nodi. La forza lavoro prossima alla pensione è spesso disinteressata alle opportunità di crescita, mentre le nuove generazioni hanno competenze digitali più legate all’uso dei dispositivi e delle applicazioni social che non ai prodotti, ai metodi e ai linguaggi del mondo digitale. I giovani, insieme alle fasce di lavoratori di mezza età, molto spesso apprendono sul campo le competenze necessarie allo svolgimento del lavoro, a volte vengono addirittura formate attraverso corsi che non hanno un’applicabilità alle attività quotidiane e che rappresentano più che altro una perdita di tempo e di energie. È proprio dalla diversità accennata nelle righe precedenti che bisogna partire per affrontare la sfida del digitale. In questo, possono essere d’aiuto le famose regole delle 5W, derivanti dal giornalismo anglosassone, quantomeno per suddividere una pubblica amministrazione in sottoinsiemi omogenei e pianificare una formazione mirata. Chi sono i dipendenti pubblici? Che tipo di attività svolgono? Dove lavorano principalmente? Quando svolgono la loro attività lavorativa? Perché hanno bisogno di acquisire competenze digitali? Rispondere a queste domande significa conoscere a fondo il capitale umano e la collocazione dei lavoratori all’interno della PA. E la conoscenza è la base di qualsiasi tipo di competenza, anche di quella dei decisori.

Le relazioni digitali (pericolose)

Posted on 10 Maggio 202110 Maggio 2021 by admin

La trasformazione digitale delle relazioni umane è iniziata molti anni fa, e non è nata con i sistemi di messaggistica istantanea. È figlia di un insospettabile colpevole che si chiama link. O, meglio, hyperlink. Ritengo da sempre che l’hyperlink sia tra le invenzioni più importanti del secolo scorso e, tutto sommato, ha origine da un’idea semplice: io sono qua e con un clic vado là. Leggerezza calviniana. Velocità. All’inizio, il link collegava dei documenti ipertestuali, ma ben presto ha iniziato a collegare persone, sentimenti ed emozioni. Basta aprire un qualsiasi social network per (ri)scoprire quanto sia ancora attuale e rivoluzionario il link. Gli amici sono dei link, il curriculum è un link, sono link le foto postate su instagram e le ricerche che si fanno per capire, sempre restando confinati alle relazioni umane, le caratteristiche di persona, chi è, cosa fa, di cosa si occupa. La reputazione e la vita privata  di una persona sono di fatto affidate ai link, che hanno soppiantato totalmente il ruolo millenario delle comari di paese. Io sono qua e vado là, a vedere, senza che si sappia, chi è quella persona che ha suscitato il mio interesse. Vale per una selezione lavorativa o per una selezione sentimentale. Senza guardare negli occhi per vedere dentro. Senza ascoltare come cambiano la voce e l’espressione del viso al suono secco di una domanda. Senza possibilità di capire, dalla gestualità del corpo, le reazioni involontarie, quelle che non si possono nascondere dietro alle parole. Datemi un link e vi sovvertirò il mondo, avrebbe affermato Archimede, se ne fosse stato lui l’inventore. E le informazioni superficiali che si possono avere dai link sono molte: gli interessi, gli hobby, il lavoro, la partecipazione alla vita sociale, la situazione sentimentale… perfino le opinioni sui valori e sulla morale. Tutto tranne i sentimenti, quelli dai link non si vedono. Le prime avvisaglie che qualcosa stava cambiando si sono avute verso la fine degli anni ‘90, con l’utilizzo di massa della posta elettronica nei luoghi di lavoro. I nostalgici ricorderanno senz’altro quelle inutili e infinite discussioni, consumate a colpi di centinaia di email ricche di insulti e di provocazioni, in cui chiunque si sentiva legittimato a scrivere qualsiasi cosa. L’Italia si è trasformata ben presto in un Paese di rissosi da tastiera, capaci di dar luogo a vere e proprie sfide all’O.K. Corral, che tentavano goffamente, con fiumi di parole e frasi spesso sgrammaticate, di rivendicare una qualche ragione, di scaricare responsabilità o di affibbiare una qualche colpa. Parallelamente alle liti a distanza, però, fiorivano anche le prime relazioni clandestine virtuali. Poi c’è stata un’ulteriore evoluzione: i social e le chat hanno velocizzato gli scambi e le relazioni si sono velocizzate. Sono diventate prodotti da consumare in fretta, laddove, da sempre,

necessitano di tempo e di lentezza. Il linguaggio si è dovuto adeguare ad assumere un ruolo per il quale non era stato pensato: esprimere in pochi tic tac sul touch screen, e bip delle notifiche, le emozioni, le reazioni e i sentimenti. Per chi come me è attento alle parole, ne subisce il fascino, la bellezza, e le considera il dono che il grande padre Giove ha fatto agli uomini per comunicare efficacemente, è facile accorgersi di tante piccole sfumature che denotano la pericolosità delle relazioni digitali. Per esempio, quando si chatta (ops, stavo per scrivere parla, un lapsus…) con qualcuno con cui si ha un rapporto libero e leale, si fa poca attenzione alla punteggiatura, diventa quasi superflua. Si lasciano le domande e le risposte aperte. Si danno tutte le possibilità. È un po’ come stare rilassati al pub a bere un boccale di birra. Ma quando si sta sulla difensiva, o si vuole esprimere disappunto, la punteggiatura diventa un requisito comunicativo essenziale. Scrivere No potrebbe bastare, ma No., oppure No!, è molto più efficace. Evidenzia la  chiusura, rende il rifiuto definitivo.Toglie il diritto di replica. Francamente, il punto aggiunto alle parole durante uno scambio di messaggi mi lascia sempre un po’ interdetto. Provo una sorta di tenerezza nei confronti di chi pensa che le questioni si possano realmente chiudere così. Che quel punto riesca realmente a creare dei muri e a considerare chiusa la questione. La punteggiatura nella narrativa ha un ruolo essenziale essenziale, ma mentre si parla, anche laddove si facciano delle pause alla Celentano, difficilmente si percepisce dove inizia il punto è quando si va realmente a capo. E il punto esclamativo? Lo trovo ambiguo, può mettere in difficoltà. Se qualcuno risponde Sì!, qual è il corretto significato da attribuire alla risposta? In termini di emozioni, intendo. Quel punto esclamativo significa “sì, sì, sì”? È un’esortazione, tipo, “sì, muoviti”? È voglia di chiudere in fretta la conversazione e passare ad altro, senza soffermarsi troppo? Beh, può significare qualunque cosa, dipende dallo stato d’animo di chi lo scrive e di chi lo interpreta. Guccini, nel Cyrano scritto con Dati, utilizzava un’espressione evocativa : “Infilerò la penna ben dentro il vostro orgoglio perché con questa spada vi uccido quando voglio”. Forse non è proprio così, forse le parole non uccidono, ma sicuramente possono fare molto male e ferire profondamente. Se non fosse una triste realtà, ci sarebbe da ridere di fronte a una situazione grottesca in cui qualcuno prova dolore, piange, soffre e si emoziona non davanti a una persona ma davanti a uno schermo che non ha nemmeno le sembianze umane. Eppure, con questo tipo di schiavitù bisogna farci i conti. C’è chi calcola i tempi di risposta, o di visualizzazione, di un messaggio perché anche i silenzi, le pause e i ritardi digitali hanno assunto un significato diverso e sono portatori di un notevole carico d’ansia. Se non risponde, ci sarà un motivo, significa che mi ignora o “chissà cosa stia facendo”. L’ipotesi che possa aver lasciato da parte il telefono non viene presa in considerazione. Alzi la mano chi almeno una volta non è stato assalito da un’angoscia incontrollabile mentre, durante una discussione (si fa per dire) accesa, magari in un momento topico in cui si stava consumando la fine di una storia d’amore, il messaggio “Sta scrivendo…” si è interrotto di colpo. Per poi riprendere. In quei frammenti di tempo si concentra tutta la relazione: i pensieri si affastellano, sono fiumi in piena, si susseguono velocemente emozioni e stati d’animo come non era mai successo nella storia dell’uomo. Dall’altra parte c’è qualcuno che ha cambiato idea. E quella pausa rende evidente una reazione comunissima, ma che di solito non viene percepita nella vita reale, a meno che non venga inventato un display da applicare sulla fronte che segnali “sta cambiando idea” durante una conversazione. Nelle relazioni digitali ci sono un uomo, una donna e due schermi che li separano. Che fanno da filtro. Che nascondono e ingannano. Parole virtuali e sofferenze reali. Tutto. Rigorosamente. Davanti. A. Uno. Schermo. Velocemente. Qua i punti ci stavano bene…

Il problema è che ci siamo abituati troppo alla velocità della vita. Non riusciamo più a trattenere nulla, ad assaporare. Sintetizziamo. A volte si sente il bisogno di  “chiudere gli occhi per fermare qualcosa che è dentro te ma nella mente tua non c’è”. E respirare. E dargli tempo. Dargli spazio. Invece, le relazioni digitali vanno di corsa, richiedono velocità, Non c’è tempo per ragionare, per rallentare, per riflettere, per spiegare, per chiedere scusa, per esprimere un concetto che riguardi gli infiniti ambiti della vita quotidiana. Figuriamoci se c’è tempo per stringersi la mano, baciarsi, abbracciarsi, camminare fianco a fianco. A che scopo, se ci sono decine di emoticon pronte all’uso che sintetizzano benissimo altrettanti gesti? In passato, per curiosità, ho letto la corrispondenza tra i fisici e i matematici dell’800. Si trattava di lettere lunghissime e rispettose in cui venivano dibattute questioni complesse per arrivare a una qualche conclusione. Non c’era un vincitore. Le conversazioni digitali vogliono che spesso ci sia un vincitore e un vinto. E, nella competizione, le emoticons hanno un ruolo centrale. La dinamica è spesso la seguente: si inizia a scambiare messaggi in modo soft e, per un motivo o per un altro, si arriva al climax, a un punto di rottura in cui la rabbia è esplosa, il viso diventa rosso come il succo di melograno e il cuore galoppa come Furia cavallo del west. Ma non si può reagire, c’è lo schermo, bisogna usare un’emoticon. Ma per rappresentare bene quello stato d’animo, servirebbe una gif animata che raffiguri Mario Merola in modalità “piazzata” che spara minacce casuali del calibro di “T’accid ‘a madre”. Invece no, qual è l’emoticon che si usa per rappresentare quello stato di agitazione e tagliare corto? Il pollice alzato di Fonzie, usato non per dire “tutto ok” ma per un più provocatorio “stai bene così”. E chi lo usa conosce benissimo la reazione violenta che suscita nell’avversario e che va ben oltre le minacce di Mario Merola: roba tipo “te lo spezzerei, quel pollice, se fossi lì”. Ma per fortuna c’è  sempre uno schermo. Il pollice non è vero, è un fake pollice, che conduce a una verità incontrovertibile: se Leibniz avesse risposto all’epistola prior e all’epistola posterior di Newton con un pollice alzato, probabilmente non avremmo mai conosciuto Le monadi e la gravitazione universale…

Paradossalmente, però, e questo è veramente un mistero comunicativo, l’immagine che rappresenta l’incazzatura (passatemi il termine) esiste, si tratta di una faccetta rossa e arrabbiata che non assume mai il reale significato a cui è deputata. Non viene presa sul serio, perché, diciamo la verità, quando parte l’embolo della rissa, a nessuno verrebbe in mente di assumere l’espressione di una faccetta rossa simpaticamente imbronciata.

Ben più pericolose sono le emoticon che rappresentano le diverse sfumature d’amore. E le diverse sfumature di ipocrisia e di falsità. C’è un abuso di simboli mielosi che nella realtà non si trasformerebbero mai in azioni concrete. Baci e bacetti inviati a persone che dal vivo non vorresti toccare nemmeno con la canna da pesca. Invece la rete prolifera di bit che trasportano cuori e baci “cuorosi” a chiunque, anche a perfetti sconosciuti, per fingere empatia o per esprimere un qualche sentimento. Tanto c’è lo schermo del telefono a fare da filtro. Dall’altra parte, però, c’è sempre qualcuno che interpreta, fraintende, spera, soffre… e spesso l’altra parte non si capisce bene quale sia, se quella del mittente o del destinatario.

Se gli scambi virtuali tra due persone stanno dimostrando ampiamente le difficoltà relazionali di questa e delle future generazioni, gli scambi di gruppo denotano dei disagi ben più importanti, che rafforzano l’impressione espressa da Umberto Eco qualche anno fa, ovvero che “internet ha dato diritto di parola a legioni di imbecilli”. Per esempio, se In un gruppo c’è qualcuno che scrive, che so, Qualcuno sa dirmi la vera ricetta della coda alla vaccinara?, la risposta non proviene soltanto da chi ha qualcosa da dire. Ci mancherebbe altro. Ognuno deve dire la sua. E quando ricapita un momento di visibilità? No. Io no. NO! Io no, mi dispiace. Io ce l’avevo, ma l’ho persa. Provo a chiedere a mia nonna e ti faccio sapere. Io no, ma ho quella degli strozzapreti alla romana, va bene lo stesso? Te la darei volentieri, ma sono fuori casa. Decine di messaggi per non ottenere nulla, a parte un aumento non richiesto del traffico di rete. Poi ci sono le comunicazioni di servizio, quelle che bisognerebbe leggere senza replicare e che invece danno luogo alle 50 sfumature di “grazie”. Grazie. Grazie! Grazie mille. Grazie davvero. Grazie (cuoricino). Grazie (emoticon circondata da cuoricini).Ma grazie! Di nulla. Grazie a te. E infine ci sono gli auguri, quelli che nella realtà nessuno ricorda, a parte quelle poche persone che ci tengono sul serio. In ogni caso, al segnale di auguri si scatena ogni volta l’inferno. Un trionfo di faccette festanti, bicchieri brindanti e coriandoli di ogni tipo. Forse dipende dall’età, forse dipende dalla stanchezza, forse dipende dalla scarsa capacità di comprendere dei valori diversi perché sono troppo ancorato ai miei, ma queste relazioni non riesco proprio a viverle con partecipazione. Dignitoso distacco. Eppure sostengo la trasformazione digitale da sempre e in quasi tutti gli innumerevoli aspetti positivi di cui è portatrice. Tranne questo. Non lo comprendo. Ho bisogno di tutte quelle manifestazioni di cui l’uomo è capace di esprimere solo dal vivo. Insomma di quella vita che la virtualizzazione dei sentimenti in qualche modo ha offuscato. Ad maiora 👍

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