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ALESSANDROCAPEZZUOLI

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Il Laboratorio

I MIEI LIBRI

GLI Articoli

Io e lui

Posted on 10 Aprile 202310 Aprile 2023 by admin

Teresa Del Vecchio, Alessandro Capezzuoli

Io e lui… la moglie e due figli.

Tre anni, l’ho aspettato tre anni. “Dammi tempo, vedrai, sistemo tutto”. Io l’avevo capito che non avrebbe mai sistemato nulla, ma ero troppo innamorata. Ci speravo. Che cretina sono stata. A ripensarci, adesso, mi prenderei a schiaffi.

Io ancora bella, nonostante tutta la vita che mi è passata addosso come un carro armato. Io ancora viva, nonostante le delusioni che, ogni volta, hanno ucciso qualche pezzetto d’anima. Io volevo darmi una possibilità. Un’altra, l’ultima. Io sola al tavolino di quel bar, in un pomeriggio anonimo, e lui che mi guarda e mi sorride. Mi sembrava bellissimo e l’ho amato da subito, prima ancora che mi dicesse “Ciao, posso sedermi vicino a te?”.

Sìììììì! Mi parlava di lui, del matrimonio ormai finito, dei figli che ormai erano grandi, di quanto era insoddisfatto delle sue giornate vuote e di come avrebbe voluto cambiare la sua vita. Mi sono rifiutata di pensare che fosse la solita storia del borghese annoiato, quella storia che ho sentito dalle mie amiche decine di volte…

Autore: ALESSANDRO CAPEZZUOLI

Laura

Posted on 4 Aprile 202310 Aprile 2023 by admin

Giorgio Carosi, Alessandro Capezzuoli

Lei se n’è andata.

Laura Mi ha lasciato.

Con un messaggio: Non ti amo più, è finita.

Stop.

Bellissimo!!!

Vedo davanti a me un mare di opportunità…Trasgressione, alcol, donne, decine di donne. Glielo faccio vedere chi sono io…

Vai vai, vai pure. Com’è che hai scritto? La nostra storia è una minestra riscaldata e io ho bisogno di emozioni forti. Te le do io le emozioni forti. Ti faccio consumare dall’invidia.

Anzi, sai adesso che faccio?  Chiamo subito Tiziana!

(Prende il telefono)

Tiziana… lei sì che era innamorata. Che donna, Tiziana. Fisicamente… no, fisicamente era meglio Laura. Tiziana che intelligenza! Mah, veramente era mezza scema.  Però, il carattere… il carattere… che carattere di merda aveva Tiziana. Adesso mi ricordo perché ci siamo lasciati.

Autore: ALESSANDRO CAPEZZUOLI

A.A.A Cercasi manager con le palle

Posted on 14 Febbraio 2023 by admin
Amici

Cosa significa “avere le palle”? A dispetto dell’accezione apparentemente volgare, il significato di questa espressione è da ricercarsi nella storia della famiglia de’ Medici: c’è chi l’attribuisce al numero di palle dello stemma nobiliare e chi alle pillole con cui un medico, appartenente alla famiglia, curò Carlo Magno. Col tempo, questa espressione ha subito una nuova contestualizzazione: durante la prima guerra mondiale, i soldati più pericolosi erano quelli che giravano i proiettili al contrario, per causare più danni al nemico (da qui, e non dagli attributi maschili, deriva la condizione di chi “ha le palle girate”). Di certo c’è che questo modo di caratterizzare una persona non è per niente sessista e può essere utilizzato indistintamente per l’uomo, per la donna e più in generale per i lavoratori. Tra le tante leggende, io preferisco la versione in cui si fa riferimento alle pillole di Carlo Magno: mi piace pensare che “avere le palle” significhi saper prendersi cura di qualcuno o di qualcosa. Che a sua volta significa essere liberi, colti, coraggiosi, generosi, ribelli, folli, visionari e rivoluzionari, se occorre. Tutte caratteristiche assenti nella classe dirigente moderna e, soprattutto, nella classe dirigente della PA, che è bravissima a prendersi cura dei propri interessi e meno degli interessi altrui.Il cancro della pubblica amministrazione, checché se ne dica, non è per niente il lavoratore (o, almeno, non solo), è quell’esercito sterminato di dirigenti senza palle, strapagati dalla collettività per raggiungere dei fantomatici obiettivi istituzionali, che nella maggior parte dei casi corrispondono a un solo obiettivo personale: mantenere il potere e lo stipendio. Poiché la piramide dirigenziale funziona grazie a un sistema gerarchico clientelare, attribuire le responsabilità dei fallimenti è un compito arduo: per questo, chi sbaglia, nella PA, non paga mai. Per questo, è molto difficile risalire alla radice delle responsabilità e descrivere precipuamente il sistema di crediti e di debiti, di scambi di favori e di prebende, tipico di una concezione del lavoro (e non solo) molto italiana. Quando si compie uno scempio, di solito, ci sono i carnefici e i complici: nei bassifondi dei vertici, i carnefici agiscono alla luce del sole, senza vergogna, i complici sono pavidi, restano in silenzio, accettano passivamente, lasciano che le cose vadano in malora, senza opporsi, per non avere rogne. Come se l’indifferenza di fronte a un crimine sia una garanzia di innocenza sufficiente per autoassolversi e per essere assolti. In questo gioco perverso e malato di connivenze e di ginnastiche d’obbedienza, i lavoratori sono semplicemente una merce, uno strumento che serve alla dirigenza per rafforzare la propria posizione, per esercitare il potere e mantenerlo. Molto tempo fa, quando avevo ancora fiducia negli ideali marxiani, un docente che si occupava della formazione dirigenziale mi raccontò che, durante i corsi, ai dirigenti di ogni ordine e grado veniva inculcato nella testa un messaggio chiaro e inequivocabile: “I lavoratori servono esclusivamente a favorire la carriera dei superiori e a nient’altro. Siate abili, divideteli, create disuguaglianze e lasciate scannarli tra loro”.Mi sono rifiutato di credere a questa versione, fin quando non ho capito che aveva ragione, che Marx e Feuerbach avevano buttato via i migliori anni della loro vita e che i loro insegnamenti non erano serviti a niente. La PA, fortunatamente non tutta, ormai da anni, sta andando verso una deriva che rispecchia esattamente la situazione drammatica in cui versa il nostro Paese: la distruzione totale della collettività a favore dell’individualismo, il disfacimento dell’ interesse pubblico a favore di quello privato. Se dovessi scegliere un momento in cui tutto è cominciato, sceglierei gli anni ‘80, quando le USL (Unità Sanitarie Locali) sono diventate ASL (Aziende Sanitarie Locali): è bastato cambiare una vocale per cambiare la vocazione di un’intera nazione: quella A al posto della U significava che una delle cose pubbliche più preziose, la sanità, sarebbe andata verso una lenta e inesorabile privatizzazione. Che la parola unità avrebbe dovuto lasciare spazio alla parola azienda e che il diritto alle cure, prima o poi, sarebbe diventato subordinato al reddito. La parola dirigente, di conseguenza, è stata sostituita dalla parola manager e la distruzione è stata completata dalla Legge 59 del 15 marzo 1997 (meglio conosciuta come RIforma Bassanini) e successivamente dalla legge 133 del 6 agosto 2008 (la RIforma Brunetta). Queste due leggi, insieme alle rispettive leggi finanziarie, attraverso le quali è stato dato il colpo di grazia alla scuola e alla sanità, hanno trasformato il luogo di lavoro in un luogo di competizione e di sofferenza, laddove, per anni, era stato un posto di collaborazione e di discreto benessere. Con molti problemi, per carità, ma umanamente sostenibile. A un peggioramento della condizione lavorativa nell’eterna classe degli oppressi, è corrisposto un miglioramento della vita della classe degli oppressori, che possono godere di una serie di garanzie di impunibilità varie, autorizzate per legge. Paradossalmente, da quando si è iniziato a parlare di benessere sul lavoro, il malessere, l’insoddisfazione e l’allontanamento dei lavoratori (di solito i più preparati)l dal posto pubblico a favore di quello privato sono aumentati vertiginosamente.D’altronde, non si può migliorare il benessere lavorativo, applicando misure repressive e punitive nei confronti dei lavoratori e azzerando i diritti conquistati in anni e anni di lotte. È bene sempre ricordare che la Pubblica Amministrazione è fatta di persone: se non vengono rispettati gli esseri umani non può essere rispettata l’istituzione che si rappresenta. A ogni modo, è ormai chiaro che le azioni peggiori, perpetrate ai danni dei cittadini, debbano essere supportate da parole che significhino l’esatto contrario: si usa il termine “benessere” per creare malessere, “misura giusta” per compiere ingiustizie, “azione necessaria” quando nessuno ne sente la necessità, “missione di pace” per fornire armi e soldati ai paesi in guerra.La classe dirigente, abilissima a cambiare direzione in funzione di come soffia il vento delle convenienze, già inadeguata a gestire la cosa pubblica, si è trasformata da subito in un leviatano senza testa assolutamente incapace di contrastare la privatizzazione, le vessazioni, la distruzione dello status quo e lo sfascio dell’apparato statale. Come si può, dico io, utilizzare un modello organizzativo che abbia come fine il profitto, per gestire delle amministrazioni che dovrebbero avere come fine il benessere della comunità? Se a questa domanda è difficile dare una risposta, ancor più difficile è trovare una logica nell’impiego, nel settore pubblico, di manager che non sono chiamati a generare profitto e che, per questo, non rischiano mai nulla, perché giocano con i soldi degli altri (i cittadini).Nei casi peggiori, l’avvicendamento di manager spregiudicati, invasati dal delirio capitalistico del “make or buy”, ha prodotto la cessione di conoscenza, la vera ricchezza delle istituzioni, e vincolato l’erogazione dei servizi pubblici alla fornitura di servizi privati di dubbia qualità. Il risultato ottenuto è facilmente prevedibile: la distruzione totale degli equilibri produttivi, l’umiliazione dei lavoratori e, ovviamente, un premio: l’avanzamento di carriera. Perché, una cosa l’ho capita, maggiori sono i fallimenti della classe dirigente e maggiori sono gli avanzamenti di carriera: se mia nonna sapesse che ai giorni nostri viene promosso un incapace che ha fatto fallire la bottega e gettato sul lastrico la famiglia, desidererebbe morire una seconda volta.Poiché al grottesco non c’è mai fine, quegli stessi manager, che in un’azienda privata non avrebbero potuto ambire nemmeno al ruolo di fattorini, sono gli stessi che, passando di promozione in promozione, e fingendo abilmente una redenzione mai sincera, quando, a causa del loro operato, vengono realmente ceduti degli asset pubblici alle aziende private, indossano la divisa da Don Chisciotte e adottano iniziative contro le privatizzazioni: come se un macellaio manifestasse contro gli allevamenti di suini… poco credibile…Sia chiaro, non ho niente contro l’iniziativa privata: ben venga il modello imprenditoriale inventato da Olivetti, ben vengano gli imprenditori coscienziosi, che sappiano abbinare col giusto equilibrio il profitto, il benessere dei lavoratori e il miglioramento della vita collettiva. Purtroppo, quando il profitto prende il sopravvento, il resto perde di valore, anche la vita. Gli imprenditori illuminati che conosco, e ce ne sono, faticano a restare a galla e sono costretti a barcamenarsi per sopravvivere ai colossi e al modello Briatore o, peggio, Musk.Cambiare questa classe dirigente è un’impresa impossibile, perché un Paese ha la dirigenza che si merita e, oggi, le palle le hanno veramente in pochi. Si fa un gran parlare di competenze, ma la realtà è che la parola competenza viene utilizzata a sproposito per mascherare con originalità l’incompetenza e l’ignoranza. Eppure, l’Italia è un Paese in cui i dirigenti con le palle ci sono: basterebbe andare a cercare gli esiliati, quelli che “hanno un caratteraccio”, quelli che non si sono piegati ai ricatti e che vengono messi da parte perché antepongono la comunità in cui vivono agli interessi personali e ai giochi di potere. Quelli che, altra nota dolente, hanno la conoscenza, quella caratteristica di cui la Pubblica Amministrazione non ha bisogno, perché fa emergere la mediocrità diffusa e genera invidie e malcontenti. La cultura, nella PA, viene severamente punita ed emarginata, in quanto, oggi come ai tempi del fascismo, fa paura.Un po’ di tempo fa, sull’onda di chissà quale illuminazione, a qualcuno venne in mente di proporre una valutazione della dirigenza “dal basso”, perché, ci vuole poco a capirlo, un dirigente che valuta un altro dirigente non potrà mai essere obiettivo. Panico. Adesso che si fa? Si fanno rispondere al questionario i fedelissimi, gli yesman, gli zerbini, affinché le valutazioni risultino positive. Ebbene, i risultati, in molte amministrazioni, furono ugualmente disastrosi: nemmeno i fedelissimi se la sentirono di partecipare a questa operazione collettiva di distorsione della realtà. È stato un po’ come assistere a quelle elezioni in cui i candidati non vengono votati nemmeno dai genitori…È chiaro che le colpe enormi della dirigenza non assolvono quei lavoratori che utilizzano la PA come una mucca da mungere, ma questa è un’altra storia, che necessita di altre analisi e di altre argomentazioni. Se è facile, per molti politici e per gli imprenditori, sostenere l’inutilità dell’apparato pubblico, non è altrettanto facile immaginare uno Stato, che so, senza il MEF o senza Agenzia delle Entrate: senz’altro migliorabili, ma senza dubbio indispensabili. Il miglioramento, però, ha bisogno di una consapevolezza diversa e di una lenta ricostruzione di quel tessuto sociale distrutto da anni di politiche scriteriate.Raccontata così, sembrerebbe uno sfacelo, ma una speranza c’è: i giovani. Loro, fortunatamente, sono diversi, hanno capito da subito che “i boomer” sono il problema. A loro sono rivolte le speranze della “generazione X”, una generazione arresa che ha miseramente fallito. Siate coraggiosi, non abbiate paura di ribellarvi, dite no ai ricatti, alla schiavitù, alle gerarchie e al potere. Siate liberi. Riprendetevi il futuro, la dignità e il Paese che vi abbiamo tolto. Metteteci da parte. Indignatevi e, soprattutto, collaborate: la collaborazione è meravigliosa, è l’unica speranza di salvezza degli esseri umani. Da soli, per quanto possa essere grande la fama, il livello raggiunto o la poltrona occupata, non si va da nessuna parte.Vi chiediamo scusa. Scusa.

Come una farfalla che si posa sulla testa

Posted on 8 Febbraio 2023 by admin

Quante facce ha l’amore? Tante quanti sono gli amori vissuti nella vita di ognuno di noi. Come una farfalla che si posa sulla testa è un viaggio emotivo che conduce con delicatezza gli spettatori alla scoperta del sentimento più vero e inafferrabile che ci sia: l’amore. Storie di incontri e di addii, di marinai e di nuvole, di fughe e di ritorni, che si susseguono senza sosta, nel tentativo di trovare un senso a quella forza inspiegabile che spinge gli esseri umani a legarsi indissolubilmente tra loro e a condizionare le reciproche esistenze. I protagonisti di questo viaggio sono l’uomo, la donna e l’incomunicabilità, il terzo incomodo che li perseguita da sempre senza pietà. Oggi più che mai, l’universo maschile e l’universo femminile sono destinati a non incontrarsi, a restare prigionieri dell’individualismo e della solitudine, a essere lontani pur restando vicini. E se è vero che l’amore è poesia e passione allo stato puro, è anche vero che le stanze delle passioni sono abitate da incomprensioni, da ripicche quotidiane, da prove di forza, da piccole grandi fobie e da ossessioni per il controllo, che diventano goffi tentativi di cambiare il prossimo, per amarlo come lo vorremmo e non come in realtà è. Tentare di dare un senso all’amore è una follia: accade tutto così, all’improvviso. Senza motivo. Quando meno te l’aspetti. Come una farfalla che si posa sulla testa.

Apologia di un servosterzo

Posted on 14 Gennaio 202315 Gennaio 2023 by admin

A proposito della mia abiura, ha scritto La sera leone, la mattina coglione
Galileo Galilei

”Si è permesso di giudicare i miei giudizi sintetici a priori e di criticare la mia Critica”
Immanuel Kant

“Dice che ho un carattere di merda… invece lui…”
Carl Friedrich Gauss

“Un fratello, per me è come un fratello: ci siamo ubriacati e
abbiamo cantato insieme l’Internazionale e La locomotiva!”
Karl Marx

Un servosterzo, secondo me, vive una vita di merda. Tutti sanno che esiste, tutti lo usano, nessuno sa dov’è e, soprattutto, quasi nessuno sa come funziona. Esattamente come per la fisica e per la filosofia. Il servosterzo è solitario (avete mai visto un’auto con due servosterzi?), fa il suo lavoro in silenzio, ma, se si guasta, l’auto si schianta in un attimo. Se io fossi un servosterzo, me ne fregherei altamente di cosa pensano gli altri sui servosterzi. Saprei benissimo che, senza di me, la vita delle persone sarebbe difficilissima. Eppure, nessuno ha mai scritto parole di elogio per i servosterzi. Niente, nemmeno un grazie. Di solito, non si scrivono parole di elogio nemmeno per la fisica. Per la filosofia, poi… Tranne nei casi in cui qualcuno vince un premio Nobel. In quel caso, l’Italia si trasforma in una Repubblica di fisici, in cui le persone parlano di relatività e di neutrini come se parlassero di fuorigioco. Io avrei voluto trovare un titolo adeguato per questo libro, ma non ho trovato parole originali, a parte “servosterzo”. Qualsiasi titolo calzante, che so, Filosofia della fisica, o Fisica per filosofi, era già stato usato. E allora, con la parola servosterzo che mi ronzavUn servosterzo, secondo me, vive una vita infernale. Tutti sanno che esiste, tutti lo usano, nessuno sa dov’è e, soprattutto, quasi nessuno sa come funziona. Esattamente come per la fisica e per la filosofia. Il servosterzo è solitario (avete mai visto un’auto con due servosterzi?), fa il suo lavoro in silenzio, ma, se si guasta, l’auto si schianta in un attimo. Se io fossi un servosterzo, me ne fregherei altamente di cosa pensano gli altri sui servosterzi. Saprei benissimo che, senza di me, la vita delle persone sarebbe difficilissima. Eppure, nessuno ha mai scritto parole di elogio per i servosterzi. Niente, nemmeno un grazie. Di solito, non si scrivono parole di elogio nemmeno per la fisica. Per la filosofia, poi… Tranne nei casi in cui qualcuno vince un premio Nobel. In quel caso, l’Italia si trasforma in una Repubblica di fisici, in cui le persone parlano di relatività e di neutrini come se parlassero di fuorigioco. Io avrei voluto trovare un titolo adeguato per questo libro, ma non ho trovato parole originali, a parte “servosterzo”. Qualsiasi titolo calzante, che so, Filosofia della fisica, o Fisica per filosofi, era già stato usato. E allora, con la parola servosterzo che mi ronzava in testa, mi sono messo a fare dei parallelismi con la fisica e con la filosofia. L’italiano è una lingua fantastica per questo motivo: tu prendi una parola a caso e, con un po’ di fantasia, riesci a costruire delle connessioni bestiali. A conti fatti, la fisica e la filosofia sono legate alla matematica come le ruote e il volante sono legati al servosterzo. E questo è il primo punto a favore del titolo. Senza la fisica e senza la filosofia non si va da nessuna parte, esattamente come accade per un’auto senza servosterzo. È vero, senza un servosterzo, facendo una fatica incredibile, si può guidare comunque un’auto. Senza la fisica, invece, non si può vivere, perché gli uomini, da quando hanno messo piede sulla terra, non hanno mai smesso di interrogarsi e di cercare la verità. Un servosterzo rende la vita più semplice e allevia la fatica, proprio come la filosofia. Quindi, ho deciso di adottare un servosterzo e di averne cura, nella buona e nella cattiva sorte, in salute e malattia, finché rottamazione non ci separi. Nell’Apologia del servosterzo affronteremo molti argomenti, fisici e filosofici, a volte con rigore, a volte con del sano e consapevole cazzeggio. Inizieremo con il ‘600, per arrivare, sbandando, ai giorni nostri. Proveremo a spiegare, con un minimo di rigore scientifico, perché la terra è tonda e cosa diavolo sia la luce. Poi, attraverso i ragionamenti (da fisici) che faremo, con quella stessa luce, illumineremo la notte intellettuale in cui spesso ci troviamo: una notte buia, immensa, piena di domande e povera di risposte. Infine, attraverso un azzardo narrativo, proveremo a usare la filosofia per aggrapparci a qualcosa e tentare di dare una risposta alle domande esistenziali a cui la fisica non può rispondere. Riusciremo a rispondere alla domanda che l’uomo si pone da quando trascorreva la settimana bianca in una caverna? Qual è questa fottutissima domanda? Non posso permettermi di fare spoiler a me stesso: per scoprirlo, leggete il libro e accontentatevi delle poche luride pagine che riuscirò a scrivere. Pagine insulse e sudicie, in cui distruggerò, dissacrandoli, anni di studi e di ricerche. Non sarà facile, lo ammetto, perché sono sicuro che, leggendo con quale maestria abbia trattato il delicato argomento “servosterzo”, senza peraltro urtare la sensibilità dell’alternatore e dell’albero a cammes, chissà quali altissime aspettative nutriate nei miei confronti. Ci proverò, a costo di restare solo per la vergogna e di non uscire più di casa. Solo e anonimo, come un servosterzo.

L’intelligenza artificiale e la codifica nella CLAIST

Posted on 18 Dicembre 202218 Dicembre 2025 by admin

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L’intelligenza artificiale e la codifica nell’ATECO 2025

Posted on 18 Dicembre 202218 Dicembre 2025 by admin

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Caveart – www.caveart.it

Posted on 23 Ottobre 202223 Ottobre 2022 by admin

Nascere è una fortuna, rinascere è un miracolo. Attraverso l’arte, e la scrittura, non solo si può rinascere, ma si può diventare eterni. Io e i miei amici abbiamo fondato la Caveart, un’associazione culturale. Un’altra, direte voi, una delle tante… Ne sentivamo il bisogno? Voi non saprei, noi certamente sì, perché a un certo punto della vita non è più possibile rimandare: bisogna diventare ciò che siamo. Facciamo cose, incontriamo gente,come direbbe Nanni Moretti, ma, soprattutto, facciamo arte: teatro, scrittura, direzione artistica, laboratori, musica, disegno, scultura. Lo facciamo perché ci siamo resi conto di saperlo fare bene e di non saper fare altro. Lo facciamo perché una vita senza arte è una vita vissuta a metà. Caveart ha un obiettivo ambizioso: arrivare nei luoghi abbandonati, dove ci sono dolore e sofferenza, dove non ci sono speranze e possibilità. Vogliamo arrivare in quei posti in cui c’è più che mai bisogno di quel sacro fuoco che non si spegne mai e che illumina da sempre le esistenze. Per ora ci sono uno statuto, un sito web e un gruppo di professionisti con una voglia dirompente di esserci. È sufficiente? Certo che no. Ci mancano una sede, uno sponsor e un numero consistente di iscritti. Dobbiamo organizzarci e partire, come la famiglia Joad in Furore. Vogliamo organizzarci e partire. Il furgone sul quale viaggiamo è vecchio e scassato, ha le gomme a terra, il radiatore che fuma e perde acqua, i bulloni arrugginiti e va piano. Di spazio, però, ce n’è a sufficienza. Ospitiamo quasi tutti, a eccezione degli arrivisti, degli iperconnessi, dei carrieristi e dei malati di successo e di soldi. Al contrario, troveremo sempre un posto per i diversi, per chi vive ai margini, per chi si sente solo, per chi non ce la fa più e per chi non riesce più a trovare un senso a questa vita senza senso. Il link al sito dell’associazione è http://www.caveart.it

L’intelligenza artificiale e la codifica nella CP2021

Posted on 17 Dicembre 202118 Dicembre 2025 by admin

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Discrimino ergo sum

Posted on 13 Dicembre 202113 Dicembre 2021 by admin

Non bisogna mai avere paura dell’altro perché tu, rispetto all’altro, sei l’altro, diceva Andrea Camilleri. La discriminazione delle minoranze è un male antico dell’umanità a cui non è riuscito a trovare una cura nemmeno Dio in persona, consegnando a Mosè quelle famose tavole contenenti le “istruzioni per l’uso” in cui c’era scritto Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Chissà cosa penserebbe, Dio, guardando i suoi figli scannarsi nei talk show televisivi a colpi di insulti e di falsi dogmi costruiti ad arte per dividere i buoni dai cattivi, sulla base di pregiudizi e appartenenze. La verità è che la diversità fa paura e la maggioranza è sempre legittimata a sentirsi dalla parte giusta della barricata, nonostante sia stato ampiamente dimostrato dalla storia, e da Calvino, che prima di alzare un muro è sempre buona norma tenere presente ciò che si lascia fuori. Scrittori, poeti e cantautori hanno descritto la discriminazione molto meglio di quanto possa riuscire a fare io, anche vivendo dieci vite, per questo mi limiterò a fare alcune considerazioni “più o meno digitali”. Non prima di aver dichiarato apertamente la mia posizione rispetto alle discriminazioni, però. Per tutti il dolore degli altri è dolore a metà, scriveva De Andrè, uno tra i pochi autori contemporanei che, insieme a George Brassens e Jacque Brel,  è riuscito non solo a dare voce alla diversità, ma a far emergere la bellezza dirompente degli ultimi, quelli che dopo tanto sbandare è appena giusto che la fortuna li aiuti, come una svista, come una distrazione, quelli che viaggiano in direzione ostinata e contraria con un marchio speciale di speciale disperazione e tra il vomito dei respinti muovono gli ultimi passi per consegnare alla morte una goccia di splendore, di umanità. Ecco, sono fermamente convinto che il senso delle minoranze sia proprio una goccia di splendore da consegnare in dono alla morte. Senza cadere nel tranello della retorica, mi verrebbe da dire che ogni uomo, a suo modo, è un “ultimo”.  Ognuno ha una goccia di splendore da consegnare alla morte o a qualcuno, perché ogni uomo è diverso e, soprattutto, ogni uomo è solo. Uomo inteso come essere umano, sia chiaro. L’uom*, inclusivo, come direbbero a Napoli, o la donnə, inclusiva, come direbbero a Bari. Perdonerete la franchezza, ma a me l’inclusività letteraria fa un po’ sorridere: la ritengo  un esempio pratico di come la superficialità e l’ipocrisia abbiano trasformato il problema della differenza tra un uomo e una donna in un problema lessicale e non culturale. Moriremo di “politicamente corretto”, quello che salva l’apparenza e l’appartenenza, e che, in altri tempi, avrebbe reso impossibile la scrittura della DIvina Commedia o del DIalogo sui massimi sistemi: due opere troppo sovversive per rispettare i criteri mediocri dettati dalla borghesia moderna. La verità è che la vita e la natura sono politicamente scorrette, di conseguenza lo sono l’arte, la politica, l’economia e i rapporti umani. Amen. La digitalizzazione è inclusiva e politicamente corretta? Beh, proviamo a rispondere a questa domanda, mettendoci dalla parte di un anziano alle prese con Spid: mia nonna, vostra nonna.

In primo luogo, per poter prendere un appuntamento negli uffici postali, avrebbe bisogno di scaricare l’app Poste ID, che richiede la registrazione di un account (procedura non proprio banale) e che ha un menù articolato per arrivare al pulsante “Prenota appuntamento”. E nonna, si sa, è in grado di cucinare per un esercito di parenti, ma non ha dimestichezza con lo smartphone. Quindi, si reca all’ufficio postale. Là fuori, al freddo o sotto il sole estivo, troverà ad accoglierla una coda esagerata, coda evitata abilmente dai giovani digitali, che mangiano pane e app. Finalmente, dopo due ore di attesa, nonna riuscirà a parlare con un operatore, sorridente o incazzato in base all’andamento generale della giornata, il quale le dirà parole incomprensibili e le farà firmare mucchi di fogli sulla fiducia, liquidandola con un bel “Riceverà un’email e un SMS per completare la registrazione. E mi raccomando, ricordi di impostare una password sicura e di effettuare, al termine della registrazione, il pagamento on line di 12 euro”. A questo punto, nonna, famosa per la pazienza e l’autocontrollo con cui prepara milioni di tortellini per il giorno di Natale, perde le staffe, inizia a imprecare contro i santi indemoniati Gates e Jobs, e maledice il giorno in cui l’hanno obbligata a richiedere lo SPID per far accedere il consulente del CAF al sito dell’INPS.

Amareggiata, per aver perso del tempo prezioso e non essere riuscita a concludere nulla,  chiede aiuto al figlio, il quale, nonostante il tempo risparmiato, grazie alla digitalizzazione, per pagare le bollette o per le pratiche bancarie, non riesce a trovare dieci minuti per andare a trovare la madre, che ha bisogno di quel maledetto SPID. A nonna non resta che tentare da sola l’impresa e sfidare a viso aperto il mostro contenuto nell’email (aperta grazie all’aiuto del figlio della portiera). Il suo dito incerto e rugoso fa clic sul link e magicamente entra in un moderno paese delle meraviglie in cui il Bianconiglio ha le sembianze dell’addetto ai servizi postali, ribattezzato prontamente da nonna Bianconiglione. Questo intrepido roditore digitale la conduce in un bosco di schermate apparentemente simili, in cui è necessario autenticarsi più volte fino ad arrivare di fronte al Cappellaio matto, quello che la invita a scegliere una password composta da caratteri maiuscoli, minuscoli, numerici e speciali. A questo punto, nonna ricorre alla creatività partenopea e inserisce una password evocativa: Chitemmuort43. 

Prova a proseguire, ma il Bianconiglione l’avverte, con una schermata di errore visibile solo se si fa scorrere la pagina di registrazione all’inizio, che Chitemmuort43 non va bene perché non è conforme alle regole. In preda al rancore più profondo verso la società, nonna aggiunge a Chitemmuort43 anche  #&%$£:!.

Il sistema l’avvisa che apprezza lo sforzo e la collaborazione, ma il Chitemmuort deve essere confermato in un ulteriore campo. Più confermato di così, pensa lei, indirizzando la preghiera contenuta nella password al signor Franco Poste e a tutta la sua famiglia. A questo punto, giunge di fronte al mostro finale, quello che si incontrava nei videogiochi arcade degli anni ‘80: il pagamento dei 12 euro, da effettuare con i servizi Bancoposta, per essere certi che l’operazione possa andare a buon fine, o con qualche carta di credito, non meglio specificata, facente parte di altri circuiti, per essere certi che il pagamento possa essere rifiutato. E niente, ci prova, ci riprova, terrorizzata dalle conseguenze che potrebbe avere dopo aver fornito gli estremi della carta di credito al Bianconiglione, ma l’errore che le si palesa, sempre all’inizio della schermata, è sempre lo stesso “Si è verificato un errore nella compilazione”. 

A questo punto, anche nonna, per quanto pia e timorata di dio, “sbrocca” e inizia a far ricorso alle preghiere imparate sui banchi di quella scuola televisiva che aveva come maestri Bombolo e il commissario Monnezza. Il figlio, forse per miracolo, o forse perché le maledizioni sono più efficaci delle preghiere, si muova a compassione e corre in soccorso del genitore blasfemo e fumantino. Anche lui, però, nonostante la sua laurea in ingegneria informatica, deve arrendersi a quel messaggio criptico: “Si è verificato un errore nella compilazione”. Come tutti gli informatici posti davanti a un errore incomprensibile, perché, diciamo la verità, all’apparenza sembra tutto giusto, i dati anagrafici, gli estremi della carta di credito…, inizia a parlare con lo schermo dello smartphone.

  • Ma perché mi fai così? Ce l’hai con me? Che t’ho fatto?

Si tratta di una vecchia tecnica per cercare di intenerire l’avversario, ma l’avversario ormai ha capito il trucchetto e non cede: “Si è verificato un errore nella compilazione”.

All’ingegnere, figlio di cotanta madre, non resta che abbandonarsi alle stesse preghiere descritte poche righe sopra e prendere un appuntamento con un operatore tramite l’app Poste ID. Nonna è felicissima di uscire col figlio: indossa il suo vestitone di flanella migliore, si ubriaca con litri di acqua di colonia ed elude la fila, esibendo il dito medio alla sua vicina di pianerottolo. Ci sono un ingegnere, una nonna e un operatore postale prossimo alla pensione… sembra l’inizio di una barzelletta, ma purtroppo è la triste realtà. Anche l’operatore, il Bianconiglione, è una vittima della digitalizzazione e non riesce a capire perché la procedura si blocchi. Alla fine, dopo aver chiamato l’esperto informatico dell’ufficio, che invece di gestire le pratiche Spid è a fare consulenza sui prodotti Bancoposta, si svela l’arcano: l’errore di compilazione è dovuto alla doppia m di Chitemmuort. Sì, proprio così, una password sicura, secondo le politiche del sistema, non può contenere due lettere uguali. E, se la password è sbagliata, non si può procedere al pagamento. Serve un Chitemuort addolcito, una versione avellinese… All’ingegnere non resta che ringraziare per aver informato dettagliatamente l’utente riguardo alla natura dell’errore attraverso il messaggio chiaro ed esplicativo “Si è verificato un errore nella compilazione”.

Chiedo scusa se mi sono lasciato trasportare dall’ironia, ma l’iter descritto è esattamente ciò che succede molto frequentemente: basta cercare su Google “Si è verificato un errore nella compilazione”, per rendersene conto.

La domanda che mi (e vi) pongo è la seguente: siamo proprio sicuri di andare nella direzione giusta? È proprio questo il modello di società che abbiamo in mente?Non vorrei dirottare il discorso sulla pericolosità degli uomini organizzati a discapito delle minoranze disorganizzate, perché entrerei in un campo che esula dalle questioni digitali. ma sarebbe opportuno soffermarsi a pensare quanto la digitalizzazione ci permetta di “essere” (poco), di apparire (tanto), o quanto l’appartenenza a un gruppo di persone iperconnesse trascuri le esigenze e le difficoltà delle minoranze analogiche. In questi lunghi mesi di isolamento, mi sono chiesto molte volte quanto sia realmente inclusiva la digitalizzazione e sono giunto alla conclusione che la società virtuale che stiamo creando non mi piace. Non dico che sia peggiore, dico che non mi piace. Ho imparato a mie spese quali siano le conseguenze delll’illusoria vicinanza che sembrano dare i sistemi di messaggistica: non è così, non vicinanza è lontananza “politicamente corretta”. E ho imparato che non basta avere del tempo a disposizione se non si hanno le idee chiare su come (e con chi) spenderlo. Ma, soprattutto, partendo dalla nonna e arrivando alle recenti fazioni SI vs NO, Sivax contro Novax, Si greenpass contro No greenpass, ho capito che siamo impreparati a indossare i panni dell’altro, a immedesimarci e a tollerare la diversità. L’applicazione della digitalizzazione, non la digitalizzazione in sé, rispecchia l’intolleranza e la chiusura verso la diversità tipica dell’epoca in cui viviamo. Nei fatti, sia chiaro, perché sui social un “Mi piace” ai post che riguardano i migranti o il DDL Zan non si nega a nessuno. È radical chic. Dà l’impressione di una larghezza di vedute che abbina i voli delle menti politicamente corrette alle gambe corte dei talebani. Eppure, una digitalizzazione più umana sarebbe possibile: basterebbe iniziare a immedesimarsi negli altri “da dentro”, invece di guardarli e giudicarli da fuori, da lontano, da dietro uno schermo. Sentirsi rom per un giorno, o ladri, o anziani, o malati, o prostitute, o migranti, e vedere l’effetto che fa, per capire realmente come si sta dall’altra parte, in mezzo a quella minoranza in cui si può finire per colpa, per fatalità o semplicemente perché è così che deve andare, perché prima o poi tutti diventano qualcun  altro. Discriminato. Oggi, l’esperimento sociale è abbastanza semplice: basta dire “sono contro il green pass” e si passa automaticamente dalla parte dei cattivi. Ecco, forse, andare in giro per un giorno senza lasciapassare, e sentirsi dire No, lei qua non può entrare o, peggio, No, lei non può più lavorare potrebbe aiutare a vedere il mondo da un’altra prospettiva. Oppure, si potrebbe iniziare a viaggiare insieme alla famiglia Joad, fino a la rabbia degli emarginati: “Le strade pullulavano di gente assetata di lavoro, pronta a tutto per il lavoro. E le imprese e le banche stavano scavandosi la fossa con le loro stesse mani, ma non se ne rendevano conto. I campi erano fecondi, e i contadini vagavano affamati sulle strade. I granai erano pieni, e i figli dei poveri crescevano rachitici, con il corpo cosparso di pustole di pellagra. Le grosse imprese non capivano che il confine tra fame e rabbia è un confine sottile. E i soldi che potevano servire per le paghe servivano per fucili e gas, per spie e liste nere, per addestrare e reprimere. Sulle grandi arterie gli uomini sciamavano come formiche, in cerca di lavoro, in cerca di cibo. E la rabbia cominciò a fermentare.”

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