Le relazioni digitali (pericolose)

La trasformazione digitale delle relazioni umane è iniziata molti anni fa, e non è nata con i sistemi di messaggistica istantanea. È figlia di un insospettabile colpevole che si chiama link. O, meglio, hyperlink. Ritengo da sempre che l’hyperlink sia tra le invenzioni più importanti del secolo scorso e, tutto sommato, ha origine da un’idea semplice: io sono qua e con un clic vado là. Leggerezza calviniana. Velocità. All’inizio, il link collegava dei documenti ipertestuali, ma ben presto ha iniziato a collegare persone, sentimenti ed emozioni. Basta aprire un qualsiasi social network per (ri)scoprire quanto sia ancora attuale e rivoluzionario il link. Gli amici sono dei link, il curriculum è un link, sono link le foto postate su instagram e le ricerche che si fanno per capire, sempre restando confinati alle relazioni umane, le caratteristiche di persona, chi è, cosa fa, di cosa si occupa. La reputazione e la vita privata  di una persona sono di fatto affidate ai link, che hanno soppiantato totalmente il ruolo millenario delle comari di paese. Io sono qua e vado là, a vedere, senza che si sappia, chi è quella persona che ha suscitato il mio interesse. Vale per una selezione lavorativa o per una selezione sentimentale. Senza guardare negli occhi per vedere dentro. Senza ascoltare come cambiano la voce e l’espressione del viso al suono secco di una domanda. Senza possibilità di capire, dalla gestualità del corpo, le reazioni involontarie, quelle che non si possono nascondere dietro alle parole. Datemi un link e vi sovvertirò il mondo, avrebbe affermato Archimede, se ne fosse stato lui l’inventore. E le informazioni superficiali che si possono avere dai link sono molte: gli interessi, gli hobby, il lavoro, la partecipazione alla vita sociale, la situazione sentimentale… perfino le opinioni sui valori e sulla morale. Tutto tranne i sentimenti, quelli dai link non si vedono. Le prime avvisaglie che qualcosa stava cambiando si sono avute verso la fine degli anni ‘90, con l’utilizzo di massa della posta elettronica nei luoghi di lavoro. I nostalgici ricorderanno senz’altro quelle inutili e infinite discussioni, consumate a colpi di centinaia di email ricche di insulti e di provocazioni, in cui chiunque si sentiva legittimato a scrivere qualsiasi cosa. L’Italia si è trasformata ben presto in un Paese di rissosi da tastiera, capaci di dar luogo a vere e proprie sfide all’O.K. Corral, che tentavano goffamente, con fiumi di parole e frasi spesso sgrammaticate, di rivendicare una qualche ragione, di scaricare responsabilità o di affibbiare una qualche colpa. Parallelamente alle liti a distanza, però, fiorivano anche le prime relazioni clandestine virtuali. Poi c’è stata un’ulteriore evoluzione: i social e le chat hanno velocizzato gli scambi e le relazioni si sono velocizzate. Sono diventate prodotti da consumare in fretta, laddove, da sempre,

necessitano di tempo e di lentezza. Il linguaggio si è dovuto adeguare ad assumere un ruolo per il quale non era stato pensato: esprimere in pochi tic tac sul touch screen, e bip delle notifiche, le emozioni, le reazioni e i sentimenti. Per chi come me è attento alle parole, ne subisce il fascino, la bellezza, e le considera il dono che il grande padre Giove ha fatto agli uomini per comunicare efficacemente, è facile accorgersi di tante piccole sfumature che denotano la pericolosità delle relazioni digitali. Per esempio, quando si chatta (ops, stavo per scrivere parla, un lapsus…) con qualcuno con cui si ha un rapporto libero e leale, si fa poca attenzione alla punteggiatura, diventa quasi superflua. Si lasciano le domande e le risposte aperte. Si danno tutte le possibilità. È un po’ come stare rilassati al pub a bere un boccale di birra. Ma quando si sta sulla difensiva, o si vuole esprimere disappunto, la punteggiatura diventa un requisito comunicativo essenziale. Scrivere No potrebbe bastare, ma No., oppure No!, è molto più efficace. Evidenzia la  chiusura, rende il rifiuto definitivo.Toglie il diritto di replica. Francamente, il punto aggiunto alle parole durante uno scambio di messaggi mi lascia sempre un po’ interdetto. Provo una sorta di tenerezza nei confronti di chi pensa che le questioni si possano realmente chiudere così. Che quel punto riesca realmente a creare dei muri e a considerare chiusa la questione. La punteggiatura nella narrativa ha un ruolo essenziale essenziale, ma mentre si parla, anche laddove si facciano delle pause alla Celentano, difficilmente si percepisce dove inizia il punto è quando si va realmente a capo. E il punto esclamativo? Lo trovo ambiguo, può mettere in difficoltà. Se qualcuno risponde Sì!, qual è il corretto significato da attribuire alla risposta? In termini di emozioni, intendo. Quel punto esclamativo significa “sì, sì, sì”? È un’esortazione, tipo, “sì, muoviti”? È voglia di chiudere in fretta la conversazione e passare ad altro, senza soffermarsi troppo? Beh, può significare qualunque cosa, dipende dallo stato d’animo di chi lo scrive e di chi lo interpreta. Guccini, nel Cyrano scritto con Dati, utilizzava un’espressione evocativa : “Infilerò la penna ben dentro il vostro orgoglio perché con questa spada vi uccido quando voglio”. Forse non è proprio così, forse le parole non uccidono, ma sicuramente possono fare molto male e ferire profondamente. Se non fosse una triste realtà, ci sarebbe da ridere di fronte a una situazione grottesca in cui qualcuno prova dolore, piange, soffre e si emoziona non davanti a una persona ma davanti a uno schermo che non ha nemmeno le sembianze umane. Eppure, con questo tipo di schiavitù bisogna farci i conti. C’è chi calcola i tempi di risposta, o di visualizzazione, di un messaggio perché anche i silenzi, le pause e i ritardi digitali hanno assunto un significato diverso e sono portatori di un notevole carico d’ansia. Se non risponde, ci sarà un motivo, significa che mi ignora o “chissà cosa stia facendo”. L’ipotesi che possa aver lasciato da parte il telefono non viene presa in considerazione. Alzi la mano chi almeno una volta non è stato assalito da un’angoscia incontrollabile mentre, durante una discussione (si fa per dire) accesa, magari in un momento topico in cui si stava consumando la fine di una storia d’amore, il messaggio “Sta scrivendo…” si è interrotto di colpo. Per poi riprendere. In quei frammenti di tempo si concentra tutta la relazione: i pensieri si affastellano, sono fiumi in piena, si susseguono velocemente emozioni e stati d’animo come non era mai successo nella storia dell’uomo. Dall’altra parte c’è qualcuno che ha cambiato idea. E quella pausa rende evidente una reazione comunissima, ma che di solito non viene percepita nella vita reale, a meno che non venga inventato un display da applicare sulla fronte che segnali “sta cambiando idea” durante una conversazione. Nelle relazioni digitali ci sono un uomo, una donna e due schermi che li separano. Che fanno da filtro. Che nascondono e ingannano. Parole virtuali e sofferenze reali. Tutto. Rigorosamente. Davanti. A. Uno. Schermo. Velocemente. Qua i punti ci stavano bene…

Il problema è che ci siamo abituati troppo alla velocità della vita. Non riusciamo più a trattenere nulla, ad assaporare. Sintetizziamo. A volte si sente il bisogno di  “chiudere gli occhi per fermare qualcosa che è dentro te ma nella mente tua non c’è”. E respirare. E dargli tempo. Dargli spazio. Invece, le relazioni digitali vanno di corsa, richiedono velocità, Non c’è tempo per ragionare, per rallentare, per riflettere, per spiegare, per chiedere scusa, per esprimere un concetto che riguardi gli infiniti ambiti della vita quotidiana. Figuriamoci se c’è tempo per stringersi la mano, baciarsi, abbracciarsi, camminare fianco a fianco. A che scopo, se ci sono decine di emoticon pronte all’uso che sintetizzano benissimo altrettanti gesti? In passato, per curiosità, ho letto la corrispondenza tra i fisici e i matematici dell’800. Si trattava di lettere lunghissime e rispettose in cui venivano dibattute questioni complesse per arrivare a una qualche conclusione. Non c’era un vincitore. Le conversazioni digitali vogliono che spesso ci sia un vincitore e un vinto. E, nella competizione, le emoticons hanno un ruolo centrale. La dinamica è spesso la seguente: si inizia a scambiare messaggi in modo soft e, per un motivo o per un altro, si arriva al climax, a un punto di rottura in cui la rabbia è esplosa, il viso diventa rosso come il succo di melograno e il cuore galoppa come Furia cavallo del west. Ma non si può reagire, c’è lo schermo, bisogna usare un’emoticon. Ma per rappresentare bene quello stato d’animo, servirebbe una gif animata che raffiguri Mario Merola in modalità “piazzata” che spara minacce casuali del calibro di “T’accid ‘a madre”. Invece no, qual è l’emoticon che si usa per rappresentare quello stato di agitazione e tagliare corto? Il pollice alzato di Fonzie, usato non per dire “tutto ok” ma per un più provocatorio “stai bene così”. E chi lo usa conosce benissimo la reazione violenta che suscita nell’avversario e che va ben oltre le minacce di Mario Merola: roba tipo “te lo spezzerei, quel pollice, se fossi lì”. Ma per fortuna c’è  sempre uno schermo. Il pollice non è vero, è un fake pollice, che conduce a una verità incontrovertibile: se Leibniz avesse risposto all’epistola prior e all’epistola posterior di Newton con un pollice alzato, probabilmente non avremmo mai conosciuto Le monadi e la gravitazione universale…

Paradossalmente, però, e questo è veramente un mistero comunicativo, l’immagine che rappresenta l’incazzatura (passatemi il termine) esiste, si tratta di una faccetta rossa e arrabbiata che non assume mai il reale significato a cui è deputata. Non viene presa sul serio, perché, diciamo la verità, quando parte l’embolo della rissa, a nessuno verrebbe in mente di assumere l’espressione di una faccetta rossa simpaticamente imbronciata.

Ben più pericolose sono le emoticon che rappresentano le diverse sfumature d’amore. E le diverse sfumature di ipocrisia e di falsità. C’è un abuso di simboli mielosi che nella realtà non si trasformerebbero mai in azioni concrete. Baci e bacetti inviati a persone che dal vivo non vorresti toccare nemmeno con la canna da pesca. Invece la rete prolifera di bit che trasportano cuori e baci “cuorosi” a chiunque, anche a perfetti sconosciuti, per fingere empatia o per esprimere un qualche sentimento. Tanto c’è lo schermo del telefono a fare da filtro. Dall’altra parte, però, c’è sempre qualcuno che interpreta, fraintende, spera, soffre… e spesso l’altra parte non si capisce bene quale sia, se quella del mittente o del destinatario.

Se gli scambi virtuali tra due persone stanno dimostrando ampiamente le difficoltà relazionali di questa e delle future generazioni, gli scambi di gruppo denotano dei disagi ben più importanti, che rafforzano l’impressione espressa da Umberto Eco qualche anno fa, ovvero che “internet ha dato diritto di parola a legioni di imbecilli”. Per esempio, se In un gruppo c’è qualcuno che scrive, che so, Qualcuno sa dirmi la vera ricetta della coda alla vaccinara?, la risposta non proviene soltanto da chi ha qualcosa da dire. Ci mancherebbe altro. Ognuno deve dire la sua. E quando ricapita un momento di visibilità? No. Io no. NO! Io no, mi dispiace. Io ce l’avevo, ma l’ho persa. Provo a chiedere a mia nonna e ti faccio sapere. Io no, ma ho quella degli strozzapreti alla romana, va bene lo stesso? Te la darei volentieri, ma sono fuori casa. Decine di messaggi per non ottenere nulla, a parte un aumento non richiesto del traffico di rete. Poi ci sono le comunicazioni di servizio, quelle che bisognerebbe leggere senza replicare e che invece danno luogo alle 50 sfumature di “grazie”. Grazie. Grazie! Grazie mille. Grazie davvero. Grazie (cuoricino). Grazie (emoticon circondata da cuoricini).Ma grazie! Di nulla. Grazie a te. E infine ci sono gli auguri, quelli che nella realtà nessuno ricorda, a parte quelle poche persone che ci tengono sul serio. In ogni caso, al segnale di auguri si scatena ogni volta l’inferno. Un trionfo di faccette festanti, bicchieri brindanti e coriandoli di ogni tipo. Forse dipende dall’età, forse dipende dalla stanchezza, forse dipende dalla scarsa capacità di comprendere dei valori diversi perché sono troppo ancorato ai miei, ma queste relazioni non riesco proprio a viverle con partecipazione. Dignitoso distacco. Eppure sostengo la trasformazione digitale da sempre e in quasi tutti gli innumerevoli aspetti positivi di cui è portatrice. Tranne questo. Non lo comprendo. Ho bisogno di tutte quelle manifestazioni di cui l’uomo è capace di esprimere solo dal vivo. Insomma di quella vita che la virtualizzazione dei sentimenti in qualche modo ha offuscato. Ad maiora 👍

I dati bugiardi

I dati statistici permettono di descrivere un certo tipo di fenomeno (naturale, sociale, etc.)  e di rappresentare la realtà con una buona approssimazione: questa è la buona notizia. La brutta notizia è che, laddove nel processo di produzione e di diffusione non sia applicato un metodo scientifico rigoroso, i dati statistici possono prestarsi a interpretazioni fantasiose e possono dar luogo a una conseguente distorsione della verità. La storia, anche la più recente, ha ampiamente dimostrato che una bugia “certificata” attraverso i dati può essere trasformata in una falsa verità supportata da numeri e opinioni, diffuse in contesti social-televisivi, che non provengono quasi mai da analisi scientifiche approfondite, ma da sensazioni o interessi personali. Questi ultimi, in particolare, inducono l’interessato a narrare capziosamente i dati, aggiungendo al racconto una buona dose di pathos e di trasporto emotivo che non hanno nulla in comune con la rigorosità scientifica. Umberto Eco ha insegnato che in qualsiasi narrazione esiste un patto narrativo tra l’autore e il lettore. Nel caso dei dati, affinché la narrazione sia quanto più possibile vicina alla verità, è necessario che il produttore conosca a fondo il fenomeno che sta descrivendo e i metodi per rappresentarlo con il massimo rigore scientifico possibile. Il lettore, invece, dovrebbe avere un insieme minimo di conoscenze per capire il significato di ciò che sta leggendo e metterlo in dubbio, se necessario. Questa condizione è molto infrequente poiché, spesso, anche gli addetti ai lavori sottovalutano le insidie del mestiere e, soprattutto, sottovalutano il nesso che c’è tra il dato statistico e le finalità di chi lo produce o lo diffonde.

Il metodo utilizzato per trarre in inganno i fruitori dei dati è collaudato e funziona molto bene: si sceglie la verità (o la bugia) che fa comodo e si supporta con una certa interpretazione dei dati, omettendo volutamente informazioni metodologiche o altre interpretazioni più veritiere. Accade spesso che, tra le tante interpretazioni associate ai dati, non prevalga mai quella più vicina alla verità ma quella più verosimile: e questo, laddove ci siano intenzioni dolose, o semplicemente superficialità, è molto pericoloso.

La credulità nei numeri, che deriva dalla scarsa conoscenza della matematica e della statistica, dà la possibilità ai malintenzionati di trasformare le falsità in verità e viceversa. La comunicazione, i notiziari e gli articoli sono pieni di esempi di questo tipo. L’interpretazione di qualsiasi fenomeno attraverso i dati dovrebbe essere introdotta da una frase di pericolo, come avviene per i pacchetti di sigarette, qualcosa del tipo “Con i dati si può mentire: leggere con cautela, pensare, ragionare e dubitare. Sempre”.

“Siamo invasi dai migranti” è una notizia che viene utilizzata frequentemente allo scopo di far leva sulle paure di chi vede nella diversità un pericolo e nella povertà una minaccia: questo per raccogliere consensi elettorali o per altri motivi poco nobili. Ci sarebbe da chiedersi come sarebbe una società in cui questa stessa informazione fosse divulgata in modo martellante sotto un’altra forma, descrivendo la diversità come un’opportunità e la povertà come un’occasione per abbattere le barriere piuttosto che alzarle. Di certo c’è che, a fronte di un titolo simile, un’esigua minoranza di persone consulta i dati prodotti dalla statistica ufficiale. Una minoranza ancora più ristretta riesce a contestualizzarli e a rendersi conto autonomamente che non c’è nessuna “operazione invasione” in corso. Uno dei peccati capitali delle informazioni statistiche riguarda la diffusione dei valori assoluti senza le adeguate descrizioni e contestualizzazioni. E anche dei valori relativi (percentuali) senza le dovute precisazioni. Quel numero, 700 migranti, significa tanto o poco? Diciamo che tanto e poco non hanno mai un significato vero e proprio, se non viene specificato “rispetto a cosa”. Effettivamente, in un villaggio di 10 abitanti, 700 può essere “tanto”, ma in una metropoli di 5 milioni di abitanti è relativamente “poco”. Se però, all’interno della stessa metropoli, i 700 migranti vengono fatti alloggiare in un comprensorio, ecco che per la percezione “locale” il numero significa di nuovo “tanti”. Se poi si considerano i dettagli temporali, ovvero il  periodo in cui si analizzano i dati complessivi (generalmente lo stock riferito all’anno solare), e lo status (rifugiati, richiedenti asilo politico,  minori non accompagnati o persone che si ricongiungono con un famigliare) ecco che la descrizione del fenomeno cambia ulteriormente in maniera radicale.

C’è poi un’altra questione, sempre riferita alla contestualizzazione dei dati,  che non deve essere trascurata: la definizione delle variabili analizzate.

Un articolo di questo tipo, per esempio, prima di suscitare indignazione per la situazione occupazionale del Paese, dovrebbe indurre il lettore a porsi parecchie domande: Chi sono gli occupati a cui fa riferimento la notizia?, Quali metodologie sono state utilizzate per ricavare quel numero? Che cosa rappresenta quel dato? Qual è l’errore statistico considerato?

I non addetti ai lavori probabilmente non sanno che esiste una definizione, condivisa dopo molti anni dall’Istat, dall’Inps e dal Ministero del lavoro, che identifica gli occupati nelle persone di 15 anni e più che nella settimana di riferimento (a cui sono riferite le informazioni):presentano una delle seguenti caratteristiche:

  • hanno svolto almeno un’ora di lavoro in una qualsiasi attività che prevede un corrispettivo monetario o in natura;
  • hanno svolto almeno un’ora di lavoro non retribuito nella ditta di un familiare nella quale collaborano abitualmente;
  • sono assenti dal lavoro (ad esempio, per ferie, malattia o Cassa integrazione).

Se questa definizione (peraltro incompleta per motivi editoriali) potrebbe essere lontana dall’idea comune di occupato, le interpretazioni dei dati diffusi dalle principali istituzioni prima di giungere all’accordo sono ancora più complesse e articolate da comprendere. Questa definizione, oltretutto, è integrata da altre definizioni specifiche (disoccupato, occupato a tempo indeterminato, etc), che permettono di fornire descrizioni più dettagliate riguardo alle diverse forme di occupazione. È sufficiente questa osservazione per fornire una chiave di lettura migliore? Ovviamente no. La definizione deve essere riferita a una metodologia di calcolo scientificamente valida, altrimenti resta priva di senso. I dati riguardanti gli occupati possono essere elaborati attraverso diverse fonti, integrate o meno tra loro, attraverso le quali descrivere la situazione occupazionale da diversi punti di vista. In generale, per rispondere alla domanda “quanti sono i/gli… ?”, si ricorre a due metodi, ciascuno dei quali può introdurre degli errori: o si contano tutti gli oggetti di analisi, o si stima il numero attraverso un campione. Tempo fa, mi sono imbattuto in un articolo in cui si affermava che, secondo uno studio non meglio specificato, i topi presenti a Roma fossero circa 6 milioni.

Che metodologia ha adottato chi ha condotto lo studio? Escludendo a priori che possa aver contato i topi uno a uno, e in quel caso si sarebbe trattato di un censimento, che avrebbe dato luogo a un “archivio amministrativo dei topi” con tanto di nome, cognome e indirizzo, l’ipotesi più sensata è che abbia stimato la popolazione totale di ratti attraverso un campione rappresentativo. Le parole stima e campione rappresentativo dovrebbero essere introdotte per legge a corredo delle informazioni diffuse dai media, per evitare ogni tipo di misunderstanding. Nella quasi totalità dei casi, infatti, i dati statistici rappresentano la stima di un certo fenomeno, non la misura di una verità assoluta e incontrovertibile, derivante dall’analisi di dati raccolti attraverso metodi censuari o campionari. Le stime, per definizione, sono corredate dall’errore statistico campionario e non campionario: il primo deriva dalle tecniche di campionamento, il secondo dagli strumenti e dai metodi di rilevazione. Questa affermazione, che potrebbe sembrare ovvia, non lo è affatto quando si tratta di comunicare un dato alla popolazione. Dichiarare apertamente che un dato è associato a un certo margine di errore, possibilmente descritto accuratamente in tutti i suoi aspetti, induce il lettore a dubitare e a interrogarsi sulla possibile falsificazione popperiana dei modelli applicati. Un campione statistico, per quanto accurato e rappresentativo possa essere, introduce sempre una qualche distorsione e un errore che può essere più o meno accentuato laddove si stimi la misura di fenomeni oggettivi (ad esempio il numero di biglie bianche e rosse presenti in un contenitore) o di “opinioni” derivanti da questionari sociali e indagini di mercato. Analogamente, un archivio amministrativo è affetto da altri tipi di criticità, ugualmente complesse, che necessitano di “aggiustamenti” spesso molto complessi per poter essere utilizzati a scopi statistici. In entrambi i casi, è vero che uno studio condotto su un campione o su un archivio amministrativo non può essere migliore del campione o dell’archivio su cui si basa. È altrettanto vero che da un campione (di)storto non può nascere un dato dritto. Tra le ulteriori tecniche di distorsione della realtà c’è sicuramente l’utilizzo fraudolento e spericolato di quello che nella statistica prende il nome di ’”indice di posizione”, ovvero di quel “numero” attraverso il quale si sintetizzano i risultati di un’elaborazione statistica. Gli indici di posizione più utilizzati per sintetizzare le analisi statistiche sono la media, la moda e la mediana. Anche in questo caso, è utile far riferimento a una notizia vera (o verosimile?) diffusa dai media senza le giuste avvertenze, per mettere in risalto alcuni aspetti interessanti.

Indicare il salario medio dei lavoratori di un’azienda potrebbe avere un senso laddove si abbia un certo interesse a livellare verso l’alto la rappresentazione delle retribuzioni: in un’azienda in cui ci sono tre lavoratori, uno che percepisce un salario da 5000 euro e due che ne percepiscono 500, il salario medio aziendale è 2000 euro. Lo stesso fenomeno, descritto attraverso l’uso della moda,  dà una lettura diversa:  il salario più diffuso nella stessa azienda ammonta 500 euro. La mediana, invece, suggerisce che circa la metà dei dipendenti percepisce meno di 500 euro e l’altra metà di più. Le tre affermazioni sono vere, ma ognuna descrive un aspetto diverso della stessa verità. Il problema, in questo caso, non è l’indicatore statistico, ma è l’uso che se ne fa a fare la differenza…

Potrei continuare per pagine a elencare le possibili insidie dei dati statistici, ma diventerebbe estremamente noioso e poco utile. È utile, invece, riflettere su una domanda: “Quali e quante notizie e report relativi alla pandemia hanno rispettato i requisiti minimi richiesti per la produzione e la diffusione di un dato statistico di qualità?”.

L’industria dei dati pubblici, il motore della riforma della PA

alessandro capezzuoli

Aperti, aggiornati, strutturati, machine readable e corredati dai metadati: i dati prodotti dalle Pubbliche Amministrazioni, per essere realmente utilizzabili, dovrebbero avere almeno queste caratteristiche. Sono decenni, ormai, che si sente parlare delle numerose possibilità offerte dai dati e delle ricadute, in termini di conoscenza e di benessere collettivo, conseguenti alla loro condivisione. Eppure, nonostante nel settore privato sia evidente il valore attribuito ai dati, talmente elevato da essere “pagato” con un corrispettivo in servizi gratuiti di ogni tipo, il settore pubblico sembra ancora troppo inconsapevole delle potenzialità informative di cui dispone e impreparato rispetto alle politiche da attuare. In realtà, l’impreparazione è più che altro dovuta a una specie di ostruzionismo burocratico e formale che impedisce di definire degli accordi snelli e veloci tra le amministrazioni. Per questo, la condivisione dei dati, prima di arrivare alle questioni tecnologiche riguardanti la cooperazione applicativa, viene ostacolata da protocolli d’intesa manzoniani firmati e controfirmati da dirigenti, direttori e presidenti, che, nel migliore dei casi, richiedono mesi di tempo per essere formalizzati. Nel peggiore, le trattative terminano con un nulla di fatto. C’è stato un periodo, circa quindici anni fa, in cui parlare di condivisione e open data andava di moda: chiunque si lanciava in riflessioni fantasiose e proiezioni spericolate di ogni tipo, a volte veniva perfino interpellato chi ne sapeva realmente qualcosa e che, proprio per questo motivo, è stato escluso dai consessi importanti. Poi, la moda è passata e la questione open data è stata considerata più o meno risolta. Anche perché si è palesata una parola sicuramente più comunicativa, misteriosa e affascinante, il termine “big”, che ha avuto il potere di arrestare il processo di diffusione e di condivisione dei dati: tutto si è fermato ad alcune esperienze virtuose e a qualche file di testo che ancora resiste, eroicamente appeso alle pagine di un sito dimenticato, come una vecchia canottiera a costine stesa sui fili arrugginiti di una casa abbandonata. Come spesso accade, la normativa esiste ed è chiara: l’articolo I del CAD prevede che i dati aperti debbano essere:

  • disponibili con una licenza o una previsione normativa che ne permetta l’utilizzo da parte di chiunque, anche per finalità commerciali, in formato disaggregato;
  • accessibili attraverso le tecnologie digitali, comprese le reti telematiche pubbliche e private, in formati aperti e provvisti dei relativi metadati;
  • resi disponibili gratuitamente attraverso le tecnologie digitali, oppure resi disponibili ai costi marginali sostenuti per la loro riproduzione e divulgazione (salvo quanto previsto dall’articolo 7 del decreto legislativo 24 gennaio 2006, n. 36).

A dispetto delle norme, però, la situazione reale è ben diversa. In primo luogo perché all’interno delle PPAA non sembrano esserci molte persone che conoscano approfonditamente i dati e il loro ciclo di vita e siano in grado di attuare strategie di condivisione stabili e di lungo periodo. I dati prodotti e condivisi dalle istituzioni, almeno di quelle che fanno parte del Sistema Statistico Nazionale, dovrebbero garantire la qualità, la completezza dei metadati e il rispetto degli standard internazionali di diffusione. Per produrre dei dati con queste caratteristiche, occorre industrializzare il processo di produzione e fare in modo che la diffusione non sia il compito di qualche volenteroso che inserisca manualmente un file di testo su uno dei tanti portali, ma la conclusione di un flusso informativo che passi per la raccolta, la validazione, l’archiviazione, la pubblicazione e, possibilmente, la visualizzazione. Costruire “l’industria dei dati pubblici” è molto oneroso e impegnativo: la pandemia ha dimostrato ampiamente l’impreparazione del sistema Paese, soprattutto in una situazione di emergenza, nella costruzione di una metodologia di raccolta rigorosa e affidabile e di un sistema di validazione e di condivisione trasparente e strutturato. Questi limiti, in una condizione di normalità, devono spesso fare i conti anche con la duplice anima delle istituzioni, che producono contemporaneamente dati di flusso e dati di stock. I due processi produttivi, pur avendo degli elementi comuni, sono governati da logiche molto diverse e richiedono l’impiego di metodologie e di tecnologie differenti per quanto riguarda le fasi di validazione, di diffusione e di visualizzazione. I dati di stock sono trattati attraverso l’impiego di tecniche consolidate e vengono aggregati con lo scopo di descrivere un certo fenomeno nella sua interezza, i dati di flusso descrivono l’evoluzione temporale di un fenomeno e, oltre a essere numericamente più consistenti, hanno delle specificità che richiedono trattamenti e tecniche di validazione e di diffusione diverse dai dati di stock, anche in relazione al GDPR. La validazione dei dati di stock, generalmente riferiti a un intero anno, richiede molto tempo in quanto gli archivi si devono consolidare e il processo scientifico per garantirne la qualità è molto oneroso: questo vincolo non consente di avere dati aggiornati in tempo reale, ma permette di descrivere i fenomeni con molta precisione. La validazione dei dati di flusso segue un iter molto diverso, attraverso il quale non è al momento possibile garantire la stessa qualità dei dati di stock, ma in compenso risponde al bisogno crescente di numerosi ambiti di ricerca.

C’è poi una questione delicata che riguarda la distinzione tra i dati di sintesi e i dati puntuali: i primi possono essere trattati e condivisi senza vincoli particolari, i secondi, nella maggior parte dei casi, sono soggetti alla regolamentazione sul trattamento dei dati e impongono numerosi limiti non solo alla diffusione ma anche al trattamento e all’analisi da parte dei ricercatori.

Superato lo scoglio organizzativo e metodologico, che già di per sé rappresenta un limite notevole, c’è da affrontare la questione politica. Nonostante i proclami e le linee guida (molto spesso ignorate) dell’AGID, le pubbliche amministrazioni sono ancora dei feudi nei quali regnano le regulae societatis dei gesuiti, ovvero l’obbedienza incondizionata alle volontà dei superiori gerarchici e la negazione dell’evidenza, attraverso l’omissione della diffusione della conoscenza, per indirizzare il pensiero per mezzo di ordini precisi dettati dalla Divina Provvidenza, che, chissà perché, ha sempre sembianze molto umane. Questo aspetto rende gli archivi delle istituzioni assimilabili a dei fortini inespugnabili, protetti da un recinto chiamato “privacy”, che ne legittima di fatto l’isolamento. Se è vero che negli ultimi anni la collaborazione tra istituzioni è stata rafforzata, e alcuni archivi, soprattutto stock, sono stati condivisi, è altresì vero che le metodologie adottate per la condivisione dei dati sono assolutamente inadeguate rispetto ai mezzi disponibili e fanno ricorso ancora a vecchi e insicuri metodi di trasferimento manuali (upload o FTP). In altre parole, non esiste una governance nazionale che definisca strategie, metodi e infrastrutture di condivisione, esistono più che altro prassi sedimentate che non tengono conto delle evoluzioni del mondo e della tecnologia e, soprattutto, della necessità di creare un’industria dei dati pubblici. Eppure, le pubbliche amministrazioni dispongono di patrimoni informativi ricchissimi, che vanno dalle caratteristiche dei singoli individui ai dati economici, dai fabbisogni di personale ai bilanci, dalle competenze alle professioni svolte, attraverso i quali sarebbe possibile attuare consapevolmente tutte le riforme di cui il Paese ha bisogno. Il rinnovamento della PA passa attraverso un reclutamento del personale più efficace e consapevole, un’erogazione dei concorsi pubblici fluida e trasparente,  una valorizzazione del merito, della conoscenza e dell’esperienza dei lavoratori, un’ottimizzazione delle spese e degli assetti organizzativi attraverso l’attuazione di politiche sul lavoro sostenibili in termini economici, produttivi e ambientali. È difficile, se non impossibile, immaginare una riforma che, ancora una volta, ignori il valore dei dati e faccia ricorso alla volontà della Divina Provvidenza. Se è proprio necessario arrendersi all’idea che la salvezza degli uomini non sia frutto del contributo di ciascun individuo al benessere della collettività, ma una specie di miracolo compiuto da uno dei tanti salvatori della Patria, molto cari alle masse, tanto vale identificare il salvatore nei dati e non in un santone improvvisato che dispensi l’elisir delle riforme perfette.

La burocrazia digitale difensiva ti guarda

alessandro capezzuoli

La digitalizzazione, grazie agli ingenti finanziamenti europei destinati alla trasformazione digitale, diventerà presto un tormentone e occuperà gli spazi dei media lasciati inevitabilmente vuoti dalla pandemia. Le parole “contagi”, “assembramenti” e “distanziamento sociale” saranno sostituite dalla parola “digitale”, che accompagnerà qualsiasi altra parola, fosse anche pastiera o ragù. La burocrazia difensiva digitale (BDD) non appartiene al profluvio di termini e acronimi usati per parlare di digitalizzazione, forse perché non sarebbe un vanto ammettere che, in Italia, una delle poche cose che è stata trasformata digitalmente con successo è proprio lei, la burocrazia difensiva, quella specie di malcostume diffuso e conosciuto dai tempi manzoniani di Don Abbondio. La BDD, acronimo di cui rivendico la paternità, è una strategia che si mette in atto senza regole vere e proprie, ma attraverso una serie di comportamenti, di procedure e di pratiche studiati appositamente per proteggere un’istituzione e i suoi rappresentanti attraverso un insieme di meccanismi lenti contorti e inefficaci, ma formalmente perfetti, che permettono, in caso di necessità, di scaricare le responsabilità su qualcun altro fino a confondere la acque al punto tale da non poter individuare più chi sia responsabile di cosa.  È diffusa ovunque e viene applicata a qualsiasi contesto: dalle politiche di diffusione dei dati pubblici all’erogazione dei servizi ai cittadini. Chiunque “pratichi”  la burocrazia difensiva contribuisce a trasformare un flusso logico qualsiasi in una specie di percorso tortuoso e illogico che complica i processi, anche i più semplici, alla radice.

La burocrazia difensiva prevale sulla tecnologia e rende di fatto arduo parlare di una digitalizzazione vera e propria del Paese, perché non esiste una tecnologia che possa modificare il malcostume collettivo. Un malvivente con l’obiettivo di truffare il prossimo può raggirare gli altri attraverso il web o attraverso una divisa falsa: cambia il mezzo, ma il fine resta lo stesso. Per capire bene come si attui la BDD, vale la pena leggere un libro scritto da Andrea Camilleri e intitolato “La concessione del telefono”, Si tratta di un romanzo in cui è narrata la storia di un commerciante alle prese con una richiesta innocente: ottenere la concessione di una linea telefonica per mettere in comunicazione il magazzino della sua attività con l’abitazione del suocero. Nel romanzo, quella che sembrava una semplice formalità, grazie a una serie di equivoci, di collusioni mafiose, di cavilli burocratici, di imprecisioni nei documenti scambiati tra il protagonista e numerosi personaggi ambigui, impreparati e corrotti, si trasforma in una farsa grottesca. Alla fine, l’unico innocente, colui che aveva chiesto la concessione del telefono, viene accusato di essere un sovversivo e di avere una relazione clandestina con la moglie del suocero (cosa peraltro vera), il quale, avendo scoperto per caso la tresca e il motivo reale della richiesta di installazione della linea telefonica, lo uccide. In tutto ciò, i carabinieri, puniti in precedenza per aver perseguitato il malcapitato, omettendo alcuni fatti e inventandone altri, ricostruiscono l’uccisione a loro piacimento, per dimostrare che la morte del protagonista fosse dovuta a un goffo tentativo di costruire una bomba da utilizzare in un attentato, avvalorando l’accusa di sovversione. Questa storia, ambientata alla fine dell’ottocento, è più che mai attuale e non si discosta molto dalla realtà. Per di più, permette di immaginare cosa accadrebbe nel caso in cui si sostituisse ai documenti cartacei  un insieme di strumenti tecnologici, quali possono essere lo SPID, la PEC o un’applicazione per l’archiviazione e la conservazione digitale dei documenti elettronici. Non accadrebbe niente di diverso: l’epilogo sarebbe esattamente lo stesso perché la tecnologia diventa inefficace laddove venga inserita in un processo lacunoso, torbido e ingovernabile. Adeguando la tematica romanzesca ai tempi moderni, la concessione del telefono potrebbe essere assimilata alla richiesta del reddito di cittadinanza, alla richiesta di un trasferimento di residenza o dell’erogazione di un qualsiasi servizio, per esempio nella sanità pubblica. Una visita specialistica si può richiedere attraverso il CUP, ma in alcuni casi, per velocizzare l’iter, si può chiedere contemporaneamente anche al figlio di un’amica, che conosce una scappatoia e suggerisce di compilare un modulo a parte, da firmare digitalmente e inviare tramite la pec a un certo indirizzo, ma per sicurezza anche da stampare e consegnare a mano, dopo averlo debitamente sottoscritto. Se la copia cartacea del documento è accompagnata da un bel cesto natalizio, tanto meglio, l’importante è che formalmente tutto sia regolare.

Uno dei migliori risultati ottenuti dalla digitalizzazione della burocrazia difensiva è proprio questo: la possibilità di dimostrare a un giudice o a un superiore gerarchico la regolarità formale delle procedure adottate, attraverso delle prove da esibire, per scaricare la colpa su qualcun altro. Nella maggior parte dei casi, l’unico strumento che hanno i cittadini per sopravvivere alla BDD è la connivenza abbinata a qualche scappatoia. Il paradosso è che i responsabili di questa situazione non esistono. Per trasformare digitalmente l’Italia bisognerebbe prima di tutto eliminare la burocrazia. Per eliminare la burocrazia è necessario dare fiducia ai cittadini. Per dare fiducia ai cittadini è necessario renderli responsabili e consapevoli attraverso degli investimenti culturali efficaci e di lungo periodo. Per fare degli investimenti culturali è necessario che i rappresentanti dello Stato abbiano una cultura diversa da quella dei cittadini. Ma i cittadini sono lo Stato…

Insomma, per vedere compiuta una vera e propria digitalizzazione, bisogna armarsi di pazienza e ironia, e, soprattutto, non bisogna mai perdere di vista quell’aspetto culturale che ci contraddistingue e che Pirandello aveva descritto magistralmente nel libro “I vecchi e i giovani”.

“Ed eran calati i Continentali a incivilirli: calate le soldatesche nuove, quella colonna infame comandata da un rinnegato, l’ungherese colonnello Eberhardt, venuto per la prima volta in Sicilia con Garibaldi e poi tra i fucilatori di Lui ad Aspromonte, e quell’altro tenentino savojardo Dupuy, l’incendiatore; calati tutti gli scarti della burocrazia; e liti e duelli e scene selvagge; e la prefettura del Medici, e i tribunali militari, e i furti, gli assassinii, le grassazioni, orditi ed eseguiti dalla nuova polizia in nome del Real Governo; e falsificazioni e sottrazioni di documenti e processi politici ignominiosi: tutto il primo governo della Destra parlamentare! E poi era venuta la Sinistra al potere, e aveva cominciato anch’essa con provvedimenti eccezionali per la Sicilia; e usurpazioni e truffe e concussioni e favori scandalosi e scandaloso sperpero del denaro pubblico; prefetti, delegati, magistrati messi a servizio dei deputati ministeriali, e clientele spudorate e brogli elettorali; spese pazze, cortigianerie degradanti; l’oppressione dei vinti e dei lavoratori, assistita e protetta dalla legge, e assicurata l’impunità agli oppressori…”.

L’insostenibile leggerezza dei dati

Cos’è la realtà? Il dizionario definisce la realtà come la qualità e la condizione di ciò che è reale, che esiste in sé e per sé o effettivamente e concretamente. Questo potrebbe significare che per descrivere interamente e precipuamente un fenomeno sia sufficiente osservarlo e accertarne l’esistenza sulla base della propria esperienza, senza bisogno di mettere in discussione l’interpretazione che ne viene data. Il problema è che, in molti casi, la descrizione della realtà non è reale, è un’opinione, e dipende dall’osservatore, dal suo senso critico e dalla sua capacità di analisi. In questo scenario, ognuno costruisce la propria realtà, facendo ricorso alla consapevolezza e alle conoscenze possedute. A chi verrebbe in mente di sostenere che la matematica è un’opinione? Se scrivessi che, sulla base della mia esperienza, per due punti passano tre rette, diverrei poco credibile e probabilmente molti lettori abbandonerebbero la lettura, reputandomi un incompetente: giustamente, peraltro. La questione è proprio in questi termini: la realtà è qualcosa che esiste o è più semplicemente un punto di vista? La scienza moderna, attraverso la teoria quantistica, prevede che una particella subatomica possa essere descritta attraverso l’insieme degli stati che è in grado di assumere e presume che, in mancanza di un’osservazione diretta, gli stati possano sovrapporsi e verificarsi contemporaneamente. Applicando per assurdo questa teoria al mondo reale, si può azzardare un parallelismo: se un uomo è in grado di correre e dormire, potenzialmente può correre e a dormire contemporaneamente… a meno che un osservatore non “misuri” e registri lo stato in cui si trovi l’uomo in un certo momento. Se questo approccio, valido per la descrizione dei fenomeni subatomici, fosse applicabile alla vita reale, sarebbe necessario mettere in dubbio il concetto di realtà e chiedersi: gli oggetti che conosciamo sono reali o assumono quello stato soltanto nel momento in cui li osserviamo? Il sole, ad esempio, si trova esattamente in un certo punto o è là soltanto quando viene osservato? Rispetto a questa domanda, mi sento di rassicurare i lettori: il cosiddetto “realismo locale”, ovvero il principio di azione e reazione applicato alla realtà quotidiana, è in disaccordo con il teorema di Bell, quindi le ipotesi controintuitive della meccanica quantistica non trovano riscontro nella quotidianità. Come si fa, quindi, a descrivere la realtà che viviamo e a renderne oggettiva la descrizione? Esistono realtà locali che possono essere descritte attraverso leggi rigorose, per esempio la caduta di un grave, e realtà locali più sfumate, la cui descrizione può essere influenzata dal punto di vista e dalle interpretazioni personali.

Teoricamente, il metodo per descrivere un fenomeno è sempre lo stesso: c’è  la previsione teorica e ci sono l’osservazione, la misura, la raccolta dei dati, l’analisi, il confronto e la diffusione dei risultati attraverso i quali confermare o smentire la toeria. I fatti recenti hanno dimostrato che, in mancanza di un metodo e di una teoria scientifica “vera” da confermare (i due punti per i quali passa una e una sola retta), i dati possono prestarsi a ogni tipo di interpretazione. In poche parole, un set di dati, raccolti, analizzati e interpretati in modo scorretto, può permettere a chiunque di sostenere qualsiasi cosa, anche la più bizzarra: esattamente ciò che è accaduto con l’epidemia, un fenomeno tutto sommato storicamente conosciuto, che è stato affrontato con un metodo approssimativo e inefficace. Gli addetti ai lavori, quelli silenziosi che non si fanno intervistare dai media, manifestano continue perplessità rispetto alla leggerezza con cui vengono prodotti, analizzati e diffusi i dati riguardanti il coronavirus. Le mancanze sono tante, troppe. Fin dall’inizio, è mancato un metodo scientifico vero e prorpio attraverso cui affrontare il problema; è mancato, per esempio, un campione statistico affidabile che desse la possibilità di effettuare una rilevazione dei tamponi efficace e funzionale alla descrizione esatta del fenomeno. Da un dato rilevato in modo scorretto non possono derivare analisi corrette, questo è evidente. Statisticamente parlando, non ci sono grosse alternative: per rilevare correttamente i dati, si possono usare due metodologie: la rilevazione campionaria e la rilevazione censuaria. O si scelgono con un certo criterio gli elementi da misurare o si misurano tutti gli elementi esistenti. La rilevazione “casuale”, attualmente, non è contemplata tra le tecniche scientifiche  di raccolta dei dati. Soprassedendo su questa gravissima mancanza, c’è da dire che l’utilizzo dei dati raccolti con la tecnica “casuale”, attraverso l’osservazione disorganizzata, ha prodotto fortunosamente alcuni risultati: sappiamo per esempio che esistono un virus e un fenomeno epidemico il cui andamento è descritto da una certa curva. Sappiamo che il virus è più letale tra i soggetti di una certa fascia di età, in alcuni territori nei quali esiste una precisa distribuzione demografica, e che coesistono una popolazione “probabilmente” fragile e una popolazione “probabilmente” meno fragile. La fragilità, oltre ai fattori anagrafici, spesso è influenzata dalla presenza di una o più patologie pregresse. Queste evidenze, seppur faticosamente, e a colpi di insulti tra gli epidemiologi superstar, sono emerse: finalmente si parla della valutazione del rischio, dell’esposizione (in modo più accurato del tormentone “la mascherina chirugica qualcosa fa”) e della probabilità di sviluppare la malattia covid19. È abbastanza singolare che il concetto di rischio, conosciuto da tempo e applicato in diversi ambiti, dalla radioprotezione alle misure di sicurezza nei cantieri edili, si sia palesato dopo molti mesi in cui è sono state prese misure spesso contraddittorie e socialmente pericolose. Personalmente, ho qualche riserva quando sento i rappresentanti dello Stato incolpare i comportamenti dei cittadini, perché, teoricamente, i cittadini sono lo Stato. In ogni caso, finalmente siamo arrivati a istituire delle regioni “colorate”. Se un lettore attento potrebbe affermare che, con il tempo avuto a disposizione, si sarebbero potuti disegnare dei cluster territoriali più precisi e meno vasti, caratterizzati magari dalle caratteristiche demografiche e sociali degli abitanti e dalla densità abitativa locale, un lettore meno attento (e sui social ce ne sono stati parecchi) potrebbe chiedersi perché si sia utilizzato il colore giallo e non il verde: si tratta forse di un complotto della lobby dei pastelli? No, forse, più semplicemente, come nel caso delle allerte meteo, il colore verde viene associato a situazioni prive di rischio… e attualmente non esistono zone a rischio zero.

Vivere significa rischiare, questo è evidente. Anche le situazioni più rassicuranti, come possono essere le attività condotte tra le mura domestiche, espongono a un rischio più o meno alto.  Le questioni su cui varrebbe la pena soffermarsi a filosofeggiare, magari in un altro articolo, riguardano la percezione degli individui rispetto al rischio e l’abitudine al pericolo, oltre alla sua sottovalutazione o sopravvalutazione. Per esempio, è molto rischioso sottoporsi a cure ospedaliere (circa 50.000 decessi l’anno) o spostarsi con un qualche mezzo di locomozione privato (circa 80.000 decessi l’anno), ma l’abitudine al pericolo rispetto a questi temi e la sua sottovalutazione sono talmente radicati nel tessuto culturale che (quasi) a nessuno verrebbe in mente di avviare una campagna mediatica contro gli spostamenti in motocicletta o di invocare un “lockdown” automobilistico. Poiché il rischio è un concetto generale applicabile a diverse realtà, è possibile ricondurlo facilmente anche ai fenomeni epidemici. E la misura, seppur imprecisa, ha evidenziato un rischio maggiore per alcuni individui più fragili di altri. Da una stima spannometrica, che si può fare velocemente consultando il sito http://dati.istat.it, emerge che la popolazione residente, per la fascia di età che va dai 70 anni in su, è composta da oltre dieci milioni di persone.Circa sette milioni, se si prendono in considerazione gli ultrasettantacinquenni. Sappiamo che un sesto della popolazione è a rischio e sulla base di questa evidenza è necessario utilizzare i dati disponibili, per indicare ai decisori politici cosa si può fare in termini sociali, economici e demografici, cercando possibilmente di disegnare uno scenario futuro sostenibile. Per fare questo, i dati demografici non sono sufficienti: è necessario integrare diverse fonti, perché, come si dice spesso tra gli addetti ai lavori, un dato solo è sempre in cattiva compagnia. I dati, quando vengono associati ad altri tipi di dato, possono assumere significati diversi e fornire chiavi di letture più efficaci. Sapere che gli over 70 sono più di dieci milioni è importante, ma sarebbe interessante rispondere a una serie di domande alle quali, per il momento, non è stata data una risposta chiara. Quanti (o in che percentuali)  vivono in famiglia? Quanti (o in che percentuali)  nelle RSA? Quanti possono usufruire di una rete di protezione familiare? Quanti hanno bisogno di assistenza sociale? In che condizioni di salute si trovano? Quante e quali patologie pregresse hanno? In che condizioni economiche si trovano? Quali sono le città in cui si concentrano? E nei piccoli centri? In quali fasce di età si distribuiscono le diverse patologie? Quali sono i cluster territoriali delle fragilità da proteggere? Questo relativamente all’emergenza, poi ci sono le questioni relative alle ricadute economiche e sociali sulle quali non è stata avviata una riflessione seria e non ci sono, almeno all’apparenza, strategie a medio termine condivise dai mezzi d’informazione. L’unica cosa certa è l’incertezza e, francamente, con le conoscenze moderne, non possiamo permettercelo. Laddove si giochi con la vita e con la sofferenza delle persone, vita e sofferenza che non sono da intendersi soltanto come perdita e dolore per una certa malattia, ma anche in termini di disagio sociale, economico e di relazioni umane profondamente compromesse dai provvedimenti governativi, è quantomeno auspicabile che le decisioni siano prese attraverso una consapevolezza reale della realtà. Laddove i dati e le analisi non vengono condivisi, e la condivisione dei dati è un’altra grande mancanza del sistema contro la quale è in corso una vera e propria mobilitazione da parte dei ricercatori, si diffonde la sensazione che i provvedimenti e le restrizioni siano ingiusti e non vengano dettati dalla ragione ma dall’arbitrarietà discrezionale di chi non sa e, soprattutto, non sa cosa fare. Laddove i provvedimenti discrezionali non vengono supportati dal rigore dei dati, ma dettati da un comitato tecnico composto da personaggi più in cerca di gloria che di verità, possono verificarsi facili strumentalizzazioni da parte delle frange estremiste o, peggio, negazioniste. La leggerezza con cui, in questo momento storico, si parla dei dati è pericolosissima e sta creando un relativismo scientifico imbarazzante, che leggittima qualsiasi interpretazioni della realtà, sminuisce il ruolo della scienza e dà origine a fazioni contrapposte e in continuo conflitto. Lo studio dei dati è una questione seria che richiede preparazione e serietà: non si presta ai punti di vista personali, come può accadere per il fuorigioco di una partita di calcio. Per descrivere la realtà locale di un fenomeno osservabile esistono metodi e strumenti precisi: la sovrapposizione degli stati quantistici è meglio lasciarla alla fisica.

Io lavoro data driven, parola di Galileo Galilei

E pur si muove, non disse Galileo, perché in realtà la frase fu coniata da Giuseppe Baretti, per abiurare la sua stessa abiura. Basterebbe questa contraddizione, per rendersi conto di quanto sia affascinante e controversa la storia di quest’uomo, che ha contribuito in modo determinante alla crescita della conoscenza collettiva. Le intuizioni di Galileo Galilei, le sue idee e il suo coraggio hanno trasformato lo studio della scienza, che per molti secoli è stato una “questione filosofica” e da un certo punto in poi è diventata “moderno”. ll giovane Galileo, benché fosse anarchico e ribelle, ha subito fortemente l’influenza del pensiero di Aristotele e ha mostrato qualche ragionevole dubbio (chi non l’avrebbe avuto?), prima di mettere nero su bianco il suo metodo scientifico e stravolgere completamente e irreversibilmente lo studio dei fenomeni naturali. Lo strumento narrativo scelto da Galileo per raccontare i risultati delle sue ricerche fu il dialogo tra il galileiano Salviati, l’aristotelico Simplicio e il saggio Sagredo. Nella sua opera più celebre, il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, è riportata la frase che decreta contemporaneamente la fine dell’approccio filosofico alla scienza e la fine del sistema tolemaico: “La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto dinanzi agli occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri,ne’ quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica,e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezi è impossibile a intenderne umanamente la parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto”. Poiché questa affermazione avrebbe potuto essere fraintesa, il fumantino Galileo scrisse, nella Lettera a Cristina di Lorena, Granduchessa di Toscana, anche le istruzioni per l’uso del metodo. Probabilmente, infervorato dalla grandezza delle conclusioni a cui era giunto, si fece prendere un po’ la mano dall’entusiasmo e, visto che c’era, dichiarò anche guerra alla chiesa. Così, in un colpo solo, uccise contemporaneamente Aristotele e Dio. La frase incriminata è la seguente: “pare che quello degli effetti naturali che o la sensata esperienza ci pone dinanzi a gli occhi o le necessarie dimostrazioni ci concludono, non debba in conto alcuno esser revocato in dubbio, non che condennato, per luoghi della Scrittura che avessero nelle parole diverso sembiante”.

In poche parole, Galileo afferma che per descrivere i fenomeni naturali la fede e la filosofia non servono, bisogna ricorrere alla “sensata esperienza” e alle “necessarie dimostrazioni”, ovvero a quei metodi che nei testi moderni prendono il nome di metodo deduttivo e metodo induttivo. Le conclusioni che si traggono da questo metodo non debbono essere messe in dubbio anche laddove le Scritture affermano il contrario. Il tutto preceduto da una parola che viene ancora usata beffardamente per esporre un’idea senza esporsi alla gogna: pare. Di solito funziona, tranne quei casi in cui c’è di mezzo la Santa Inquisizione…

Perché scomodare addirittura l’anima tormentata di Galileo, che già in vita aveva avuto i suoi tormenti con l’aldiqua, per parlare della logica data driven? Perché, in qualche modo, nella descrizione del cimento (esperimento) in cui vengono sintetizzati i risultati della sensata esperienza riguardante il moto di un corpo lungo un piano inclinato, vengono gettate le basi non solo per interpretare i fenomeni naturali ma per descrivere qualsiasi tipo di fenomeno. In poche parole, l’esperimento galileiano attraverso il quale si dimostra la teoria del piano inclinato passa attraverso 4 fasi: l’osservazione, la rilevazione dei dati per mezzo della  misura, l’analisi e le conclusioni. Praticamente, gli stessi passaggi necessari a un manager per prendere delle decisioni consapevoli. Supponiamo per assurdo, molto per assurdo, che un Galileo dei giorni nostri, un po’ meno arruffone di CarCarlo Pravettoni, sia chiamato a decidere se mantenere aperta la sede di una certa azienda, se erogare un servizio di assistenza informatica h24, o come riallocare il personale rispetto allo smart working, o ancora come ottimizzare gli spazi, valorizzare il personale o definire in modo imparziale eventuali avanzamenti di carriera. Sicuramente, per evidenziare l’importanza dei dati a supporto delle decisioni, Galileo scriverebbe un trattato, sotto forma di dialogo, tra Salviati, il sostenitore del cambiamento, e Simplicio, quello resistente e ancorato alle vecchie dinamiche lavorative.

Salviati: Continuar così è da dementi, lo mondo intorno a noi è cambiato e mi dolgo che tu non ne favelli.

Simplicio: Lo mondo ha sempre funzionato così.

Salviati: Lo germe maligno di Arisotele ti fa proferir bestemmie… la natura “ha sempre funzionato così”, non l’umano e insulso mondo

Simplicio: Io dico che lo sommo manager perderebbe il controllo dei dipendenti, se si attuerebbe lo smart working.

Salviati: Attuasse, Simplicio, attuasse… A parer mio, lo sommo manager ha paura di cambiare perché vuol mantener lo magno potere.

Simplicio: Lo magno potere regola lo mondo.

Salviati: C’è mondo e mondo! Lo mondo sensibile è regolato dallo magno potere della natura. Lo mondo di carta è regolato da quel coglion poter di quei che portan toga. E io ne scrissi, di questi sventurati… Questi dottor non l’han mai intesa bene, Mai son entrati per la buona via, Che gli possa condurre al sommo bene. Perchè , secondo l’opinion mia, A chi vuol una cosa ritrovare, Bisogna adoperar la fantasia, E giocar d’invenzione, e ‘ndovinare;

Simplicio: Dio solo sa quanto lo cambiamento fa paura.

Salviati: L’uomo creò dio a sua immagine, per spiegar quel che intender non sa. Questo par che c’insegni la natura, Che quand’un non può ir per l’ordinario, Va dret’a una strada più sicura. Lo stil dell’invenzione è molto vario, ma per trovar il bene io ho provato che bisogna proceder pel contrario: cerca del male, e l’hai bell’e trovato. Però che ‘l sommo bene e ‘l sommo male s’appaion com’i polli di mercato.

Simplicio: Mi confondi, maestro, col tuo eloquio…

Salviati: Lasciamo stare lo poter togato, io mi rivolgo all’uom più che intendente e con buona veduta d’orizzonte. Perché degli altri dissi apertamente Se tu gli tasti, o son pieni di vento, O di belletti o d’acque profumate,O son fiascacci da pisciarvi drento. Dammi lo dato d’ogni dipendente, affinché io possa con certezza, promuovere o bocciare chiaramente.

Simplicio: Lo dato ce l’abbiamo frammentato, così da favorir la simpatia e spesso seppellire l’intelletto. La colpa non è mia, ma del togato colpevol d’ogni frode e d’ogn’inganno. Si vede chiaro che n’è sol cagione insieme allo maligno sindacato.

Salviati: Mi dici che dovrei avere intorno, al posto di un esercito pensante, masse di invertebrati perdigiorno?

Simplicio: Lo volere dell’uomo è irrazionale.

Salviati: Lo mio volere è la verità e l’uomo preferisce la menzogna.

Un dialogo simile, coi dovuti adeguamenti lessicali, non sarebbe affatto surreale anche perché alcune frasi sono state scritte realmente da Galileo nel Capitolo contro il portar toga, un sonetto lungimirante e futuristico che inizia descrivendo la cecità di colui che cerca il sommo bene laddove non esiste.

Mi fan patir costoro il grande stento,

Che vanno il sommo bene investigando,

E per ancor non v’hanno dato drento.

E mi vo col cervello immaginando,

Che questa cosa solamente avviene

Perchè non è dove lo van cercando

Un manager galileiano che abbia il coraggio di adottare un metodo pseudoscientifico per affrontare l’ingrato compito di prendere le decisioni più adeguate ai problemi, dovrebbe in primo luogo osservare a lungo le dinamiche lavorative, studiare i processi e conoscere a fondo le caratteristiche del personale. Anzi, no, in primis dovrebbe contornarsi di persone fidate e competenti. Dopodiché, a seguito di un’attenta analisi degli obiettivi, strategici e non, potrebbe suddividere l’organizzazione in aree. Senza entrare nel merito delle specificità che ogni realtà aziendale possiede, si possono elencare alcune macro aree comuni più o meno a tutti i settori.

  1. Economica
  2. Logistica
  3. Produttiva
  4. Risorse umane
  5. Informatica

Ciascuna area contiene ovviamente delle specificità, alcune delle quali sono comuni a molte realtà. L’area economica comprende le spese, i bilanci e gli Investimenti, la logistica comprende le sedi, gli spostamenti e il patrimonio, le risorse umane comprendono la gestione delle carriere, la formazione, il benessere lavorativo, le competenze, la pianificazione dei abbisogni professionali e formativi, et cetera, et cetera.

I settori di un’azienda sono connessi strettamente tra loro. Come si fa, per esempio, a decidere se mantenere una sede, se costruirne una nuova o se ottimizzare gli spazi esistenti, ricorrendo a un utilizzo consistente dello smart working? Si fa col metodo galileiano: misurando, raccogliendo i dati, analizzandoli, rappresentandoli attraverso grafici e tabelle, per capire quel è la soluzione migliore e facendo una scelta consapevole, quella che, nella maggior parte dei casi, non deriva dalle sensazioni personali ma dalla razionalità. In ogni organizzazione esiste un patrimonio enorme e inutilizzato di dati e informazioni. Purtroppo, molto spesso c’è da fare una distinzione tra i dati disponibili quelli “potenzialmente” disponibili. Per esempio, sarebbe relativamente semplice adottare delle politiche consapevoli e indipendenti sul personale, se si avesse a disposizione una base dati integrata in cui far confluire tutte le informazioni riguardanti i lavoratori. Tutte le informazioni non significa il nome, il cognome e il numero di matricola, significa integrare all’anagrafica le competenze, gli stili di lavoro, le conoscenze, la formazione, l’eventuale anzianità (tanto cara ai sindacalisti) e la storia lavorativa; significa disporre di una banca dati dei curricula aggiornata e indicizzabile dai moderni sistemi di ricerca; significa, misurare gli obiettivi raggiunti, le capacità e le specificità individuali e disporre di pannelli di sintesi efficaci per capire i processi lavorativi all’interno dei quali è inserita una certa risorsa o avere un sistema di rating per definire autonomamente, senza vincoli e pressioni esterne, eventuali avanzamenti di carriera. Quali sono, dunque, gli ostacoli a una gestione consapevole del lavoro? L’ostacolo maggiore non è di natura pratica ma teorica: i dati non mentono e usarli significa privare i decisori dell’arbitrarietà di una scelta malevola. Le scelte razionali fanno paura perché costringono a prendere atto della realtà, eliminando qualsiasi forma di distorsione e di falsa narrazione. I dati possono far emergere criticità e specificità che vengono ignorate a seguito della scarsa conoscenza, dell’arroganza o, peggio, a favore di decisioni poco trasparenti. I dati dicono la verità laddove potrebbe esserci la necessità di mentire. I dati minacciano fortemente la possibilità di comandare senza possibilità di replica, di scegliere a proprio piacimento e di imporre delle regole assurde dettate dai gusti e dai capricci personali, per questo vengono ignorati all’interno di molte istituzioni pubbliche, laddove l’efficienza non è strettamente connessa alla produzione. Un’organizzazione che ignora i dati ha paura della verità e, per funzionare, ha bisogno di creare una realtà basata sulla menzogna. E chi si muove?, direbbe Galileo, se si trovasse in una situazione simile.

Trasformazione digitale, trasformazione dirigenziale

Il paradosso del gatto di Schrödinger è tra i paradossi moderni più conosciuti. È nato con l’intento di dimostrare l’inapplicabilità della meccanica quantistica al mondo macroscopico, giungendo alla conclusione che, in uno stato di sovrapposizione quantistica, un gatto potrebbe essere contemporaneamente vivo e morto, se collegato a un evento subatomico casuale. Negli anni, il paradosso del gatto di Schrödinger è stato esteso metaforicamente a molte situazioni della vita reale perché la realtà ha ampiamente dimostrato che si possono verificare accadimenti strani almeno quanto il duplice stato quantico del gatto. A questo gioco, non può mancare il paradosso del dirigente di Schrödinger, quello che prende in considerazione uno stato di “distopia quantica sociale” in cui i dirigenti possono essere contemporaneamente troppi e pochi. Sono troppi, è evidente, perché il sistema e la piramide del potere, per funzionare, hanno bisogno di un esercito di manager ammaestrati dalla ginnastica di obbedienza, che a loro volta si circondano di collaboratori consenzienti e privi di senso critico. Si tratta di una nuova forma di schiavitù regolata non dalle frustate ma dalla distribuzione gerarchica di privilegi e di briciole di potere. Basta far parte della cordata giusta, per scalare in fretta la piramide e raggiungere un qualche tipo di successo. I libertari colti potrebbero pensare che si tratti di una gloria effimera sintetizzata efficacemente da Francesco Guccini, nell’Avvelenata, con tre parole efficacissime, ma, come si dice, solo gli ignoranti sono sicuri di quello che dicono e di questo ne sono certo 

Per la scalata, oltre ad agire apertamente o meno in nome di qualcuno più potente, servono anche una buona dose di cinismo e di arroganza, o, meglio, di tracotanza. Le capacità spesso sono un optional, anzi, penalizzano. Invece, un curriculum ricco di obiettivi apparentemente prestigiosi, che spesso sono costruiti ad arte o sono frutto dell’appropriazione indebita del lavoro altrui, si è dimostrato un ottimo strumento per intraprendere la scalata. La conoscenza e la consapevolezza, nelle selezioni, rappresentano un minus, poiché una testa libera, pensante e indipendente infastidisce, intralcia gli obiettivi del sistema e, soprattutto, compromette il buon funzionamento della piramide. Proprio per questo, la pubblica amministrazione in molti casi è arrivata al paradosso di selezionare i manager attraverso procedure superficiali, che, volutamente, non approfondiscono le capacità reali, ma si limitano a chiedere ai candidati un curriculum e una imbarazzante lettera motivazionale. Al contrario, i concorsi rivolti al reclutamento del personale non dirigenziale seguono orientamenti diametralmente opposti: le selezioni degli “inferiori” prevedono spesso prove multiple complesse, titoli a cui attribuire punteggi sulla base di regole fantasiose e improbabili e una serie di misure di sicurezza di ogni tipo per garantire, si fa per dire, una certa trasparenza.

L’ostacolo principale, nell’attuazione della trasformazione digitale, è essenzialmente questo: ogni tipo di cambiamento passa per le scelte di dirigenti e collaboratori che hanno tutto l’interesse a lasciare le cose inalterate o che, gattopardianamente parlando, cambiano tutto affinché non cambi nulla. In tutto ciò, il gatto di Schrödinger è un prezioso alleato perché permette, a chi agisce in malafede, di confondere gli stati quantici e di sostituire il senso del dovere col senso del potere, o la parola dirigere con la parola comandare. Nonostante il CAD preveda un insieme di compiti ben definiti e uno e un solo Responsabile per la Transizione Digitale, a cui è richiesta una precisa visione strategica e a cui è attribuito un ampio potere decisionale, le amministrazioni pubbliche tendono a tralasciare le linee guida, a sminuire la figura del RTD, e a dare libero spazio alle libere interpretazioni. Questo orientamento non sarebbe nemmeno sbagliato, se la libera interpretazione fosse supportata dalla consapevolezza e dalla conoscenza. Ma chi controlla l’operato del RTD e dei comitati di valutazione? Anche in questo caso, esistono delle procedure di valutazione delle prestazioni dirigenziali, che purtroppo sono gestite dalla stessa dirigenza e prevedono una valutazione ridicola degli obiettivi rivolta esclusivamente all’autoattribuzione di un premio in denaro elargito più o meno democraticamente a tutti, meritevoli e non.

Certo, se gli obiettivi fossero qualcosa di diverso rispetto al perseguimento degli  interessi personali e al mantenimento dei privilegi e della posizione di comando, la valutazione avrebbe una valenza diversa e la collettività ne trarrebbe beneficio. E se la valutazione fosse guidata dagli “inferiori”, e non dalla piramide, ne trarrebbero beneficio anche i lavoratori. A supporto di questa struttura sociale distopica, ci sono delle regole assurde e delle dinamiche contorte che proteggono gli interessi delle caste e danneggiano le fasce deboli, regole che solo in un Paese privo di identità e di senso critico possono essere accettate. Prima fra tutte la regola assurda, per alcune aree scritta, per altre sottintesa, che prevede la rotazione degli incarichi della dirigenza. Questo significa che un manager dell’area giuridica è difficilissimo che venga sostituito o demansionato per manifesta incapacità: il massimo della punizione a cui può andare incontro è il passaggio a un altro incarico, magari presso altre amministrazioni, a occuparsi di argomenti di cui non sa nulla, per esempio di trasformazione digitale. Quindi, nella pubblica amministrazione, accade ciò che Jhonatan Franzen ha riassunto magistralmente, nel libro Le correzioni, con queste parole: “i suoi dirigenti erano stati rimpiazzati come le cellule di un organismo vivente, o come le lettere in una partita di Substitution in cui merda diventava merla poi gerla e poi perla”.

Non sempre e non dappertutto è così, per fortuna. Ci sono dirigenti liberi, indipendenti e con la capacità e la propensione al cambiamento, ma purtroppo sono pochi e hanno la vita estremamente difficile. Le loro idee brillanti passano per la valutazione di comitati di valutazione costituiti perlopiù da dinosauri prossimi alla pensione, che lavorano da sempre nello stesso modo e non hanno alcun interesse a cambiare le cose perché l’unico interesse che coltivano è mantenere una posizione di comando. Di conseguenza, il cambiamento digitale auspicato dalla politica è, nella maggior parte dei casi, un percorso a ostacoli estremamente lento, che sfugge completamente a qualsiasi tipo di regola e di controllo . Per accelerare questo processo è necessario trasformare la dirigenza, selezionando manager competenti e capaci.

La parola competenza, come ho avuto modo di specificare in altri articoli, deve essere usata con parsimonia perché, se non viene associata a una definizione precipua, rischia di non avere un vero e proprio significato. L’evidenza dimostra che i migliori manager non sono selezionati esclusivamente sulla base delle “competenze” (reali o presunte) tecniche, ma perlopiù attraverso la verifica di un insieme di caratteristiche, difficilmente individuabili, che approfondiscono gli aspetti culturali e caratteriali dei candidati. Al contrario di quanto si pensi, la capacità di raggiungere degli obiettivi, pur essendo una caratteristica importante, spesso subordinata alle competenze tecniche, non è la caratteristica principale di un dirigente. La caratteristica principale è la capacità di creare le condizioni e la cultura lavorativa per permettere a un gruppo di raggiungere degli obiettivi. Si tratta di una capacità rara da trovare perché comprende un coacervo di caratteristiche personali, che possono essere valorizzate o sminuite dalle dinamiche interne e che potrebbero entrare in conflitto con l’intera organizzazione. Per esempio, è comprovato che la responsabilizzazione del personale e la riduzione del controllo e delle misure oppressive, sul lungo periodo, ripagano molto più di un regime oppressivo e terroristico.

Purtroppo, se l’orientamento aziendale prevede una cultura del lavoro basata sulla paura e sulle punizioni, questo genere di caratteristica potrebbe non emergere facilmente o dimostrarsi addirittura controproducente per quella particolare situazione. Lo stesso discorso vale per quei manager che tendono a favorire il benessere, l’inclusione e la condivisione della conoscenza. In un sistema fortemente competitivo, in cui prevalgono quasi sempre l’egoismo e gli interessi personali ai danni del benessere collettivo, la condivisione è controproducente: non sempre si può vantare un team composto da menti newtoniane che guardano lontano, salendo sulle spalle dei giganti. È evidente che alcune logiche distorte si possono cambiare soltanto con una narrazione diversa del lavoro e attraverso una cultura differente. Se per certi aspetti il benessere collettivo viene considerato un’utopia marxista, i risultati del malessere collettivo, perpetrati dal sistema piramidale, gerarchico e clientelare, sono una distopia reale difficilmente sovvertibile. Il potere decisionale e la visione strategica sono invece fondamentali per il raggiungimento di un obiettivo qualsiasi. Purtroppo, la parola obiettivo è astratta e fumosa almeno quanto la parola competenze: mentre è chiarissimo, per un’azienda privata, quale sia l’obiettivo da raggiungere, ovvero il profitto attraverso la vendita di prodotti o servizi, per le amministrazioni pubbliche gli obiettivi sono spesso pure invenzioni della fantasia senza alcun tipo di valenza o di riscontro pratico. Un obiettivo può essere lo studio dei neutrini attraverso LHC (l’acceleratore di particelle Large Hadron Collider), ma può anche essere la compilazione di un foglio di calcolo o la creazione di documenti inutili: a tutti gli obiettivi, per un’inspiegabile e ottusa logica di uguaglianza del pensiero, che continua a essere perpetrata dal diabolico binomio amministrazioni-sindacati, viene attribuita la stessa importanza ai fini carrieristici e remunerativi.

Questo significa che, mentre la popolazione ha ben chiara la differenza tra i benefici derivanti dalla scoperta di un macchinario per la cura dei tumori e un foglio di calcolo su cui vengono inserite manualmente delle x, per i manager, chiusi tra le mura di una pubblica amministrazione qualsiasi, mancanti di una vera visione strategica, gli obiettivi del personale sono confusi con delle attività assolutamente inutili e routinarie da utilizzare esclusivamente per dimostrare il raggiungimento dei propri obiettivi e accaparrarsi un congruo premio in denaro. E si torna all’inizio dell’articolo e al paradosso degli obiettivi di Schrödinger: un obiettivo, in uno stato quantico dipendente dalla gestione manageriale, può essere contemporaneamente prestigioso o inutile. In questo caso, però, la casualità degli eventi quantistici c’entra ben poco: dipende tutto dalla causalità con cui si scelgono i dirigenti.

Cultura digitale, nuove competenze e vecchie incompetenze

Parafrasando Thomas Edison, si potrebbe dire che i discorsi sulla trasformazione digitale contengono il 99 per cento di fuffa e l’1 per cento di contenutiParafrasando Thomas Edison, si potrebbe dire che i discorsi sulla trasformazione digitale contengono il 99 per cento di fuffa e l’1 per cento di contenuti. La parola fuffa deriva probabilmente dal sostantivo maschile “fuffigno”, usato in Toscana per indicare l’ingarbugliamento dei fili di una matassa. Questa immagine è molto rappresentativa e sintetizza alla perfezione il contenuto di questo articolo, che ha la presunzione di fare chiarezza rispetto al racconto fuffigno della trasformazione digitale. La fuffa digitale comprende una vasta area tematica, che va dall’open data alle logiche top down e bottom up, in cui chiunque può permettersi di dire qualsiasi cosa, senza peraltro essere contraddetto. Per avere un contraddittorio è necessario confrontarsi con qualcuno che conosca a fondo l’argomento e la conoscenza approfondita di certi argomenti richiede, stavolta la citazione di Edison è calzante, il 99 per cento di sudore e l’1 per cento di ispirazione. Purtroppo, chi è impegnato a sudare, a studiare e a cercare l’ispirazione di solito non è un decisore politico, non fa carriera e non fa parte di nessun comitato scientifico. Anzi, molto spesso viene escluso da qualsiasi tavolo di discussione proprio perché, contraddicendo, infastidisce.

D’altronde, la vasta area tematica della fuffa digitale dà l’illusione a inesperti e arrivisti di poter comprendere a fondo un fenomeno molto complesso, leggendo qualche articoletto qua e là. Parlare con stile fuffigno è pratico ed efficace: pratico perché può farlo chiunque, efficace perché permette di ottenere visibilità o progressioni di carriera velocemente e senza troppo impegno. Bastano la cosiddetta infarinatura, una discreta capacità dialettica, un buon palcoscenico e la task force è assicurata. Far parte di una task force sulla trasformazione digitale, ma non solo, è un’esperienza mistica, una prova di pazienza e di bontà infinite, un esercizio di autocontrollo e disciplina continuo, per non manifestare apertamente il dissenso e assecondare gli interlocutori con sorrisi impostati e frasi sibilline. La parola d’ordine delle task force è “riunione”, l’obiettivo è incontrarsi una, dieci, cento, mille volte e parlare, parlare, parlare. Il problema è che ogni riunione sembra la fotocopia dell’altra: dopo dieci minuti, si entra in un loop infernale nel quale si affrontano discussioni senza fine riguardanti concetti astratti, opinioni personali, relativismo cosmico e, a volte, frasi spericolate tipo “se io avrei la possibilità di…”. È in quelle occasioni che gli esperti della fuffa parlano di competenze digitali, di digital divide, di machine learning, di blockchain, di intelligenza artificiale e attuano, a parole, riorganizzazioni, scelte tecnologiche e provvedimenti fantascientifici volti a risolvere qualsiasi situazione, compreso l’annoso problema del polline sulle serrande. Si potrebbe obiettare che la differenza tra idea e azione, tanto cara a Georges Brassens, non si riferisce soltanto alle questioni riguardanti i gorilla, perché un conto è parlare di cucina, un altro conto è stare davanti ai fornelli.

Obiezione accolta. Quindi, più che chiamare in causa la logica bottom up, o top down, che potrei citare in modo capzioso per dare consigli evanescenti su come attuare efficacemente la trasformazione digitale, preferisco evitare figuracce, partire da lontano e affidarmi alla storia e all’infallibile logica contadina. Ricordate gli anni Settanta? Si è trattato di uno dei periodi più densi e complessi della storia contemporanea. In quegli anni, è stato compiuto un salto in avanti impensabile rispetto ai diritti e all’uguaglianza. È stata una vera e propria rivoluzione, scandita non dalla marsigliese ma da storie di locomotive lanciate contro le ingiustizie e indiani metropolitani, i sessantottini, falliti insieme ai loro ideali e a una serie infinita di dèi ai quali non credere, dal dio del capitalismo al dio del consumismo. Gli argomenti di cui si parlava erano quelli: gli ideali, i diritti dei diversi, il rispetto delle minoranze e i valori universali. Se ne parlava ovunque, nella musica, nella letteratura, nei bar, nelle scuole, nelle piazze e addirittura nei telegiornali. L’Italia intera era immersa in una narrazione che influenzava fortemente il pensiero della collettività, specialmente di coloro i quali avevano uno scarso senso critico. C’era la volontà di azzerare le differenze, di lottare insieme e di ristabilire l’uguaglianza, a cominciare da quella tra uomini e donne.

La lotta di classe era il pane quotidiano e il “social divide” non si colmava a parole, ma in piazza, attraverso azioni di ogni tipo, anche violente e discutibili. In poche parole, c’era una coscienza collettiva, che, pur essendo piena di contraddizioni, ha dato l’illusione di poter cambiare l’umanità in qualcosa di più umano. Poi cosa è accaduto? È successo che il pane quotidiano, quegli ideali tanto cari agli scrittori, ai poeti, agli operai e ai diversi, piano piano è stato sostituito da valori spazzatura. Si potrebbe obiettare che anche gli ideali “altissimi” sono stati presi come pretesto per compiere atti feroci di terrorismo. Obiezione accolta. Il problema, però, è che un certo tipo di coscienza comune è stata sostituita da qualcosa di superficiale e inafferrabile, che ha portato le persone ad abituarsi a nutrirsi di false fedi, come se ce ne fossero di vere, fino a convincerle di averne bisogno per sopravvivere. L’indolenza, la pigrizia, quelle briciole di benessere conquistate dai diversi, che per poco tempo si sono sentiti meno diversi, e soprattutto la mancanza di una visione ampia della strada da percorrere hanno fatto il resto: si è smesso di raccontare alla collettività, con quella stessa narrazione, che la società dovesse essere fatta in un certo modo. Così, come spesso accade, il silenzio ha insabbiato gli ideali insieme alla co(no)scienza collettiva, fino al punto da cambiare la prospettiva e la visione del mondo e a considerare la diversità un disvalore, i poveri, e non la povertà, un problema, gli oppressi, non gli oppressori, una minaccia. L’errore fatale è stato essenzialmente uno: la distruzione della cultura.

E la trasformazione digitale cosa c’entra in tutto ciò? C’entra perché la storia si ripete due volte, come sosteneva Karl Marx, la prima come tragedia e la seconda come farsa. Negli ultimi venti anni siamo o non siamo stati immersi in una rivoluzione socio economica senza precedenti, in molti casi nella veste di spettatori inermi, in cui il filo della narrazione è stato il web insieme all’evoluzione tecnologica? Nei convegni, a cui cerco di partecipare nel modo meno fuffigno possibile, mi trovo spesso a sostenere che il link è stato ed è il protagonista indiscusso di questo cambiamento. Quello che oggi si dà per scontato, e che nella nostra lingua significa collegamento, ha cambiato la società, le relazioni, il modo di fare acquisti e di comunicare, l’informazione, il modo di erogare e di fruire di migliaia di servizi e molti altri aspetti della vita quotidiana che non sto a elencare. Il link è la narrazione in cui siamo immersi. Gli amori sono link, gli amici sono link, i prodotti sono link, le dediche di una canzone d’amore sono link, perfino i sentimenti e gli stati d’animo sono diventati dei link. La tecnologia si è adeguata a questo bisogno di cambiamento e i “colossi del web” ne hanno capito l’importanza, erogando servizi gratuiti in cambio dei dati personali e guidando le popolazioni un po’ come avrebbe fatto il lupo con Cappuccetto rosso.

Non bisogna mai dimenticare che l’interesse delle aziende è il profitto, non il bene della collettività, per cui, più che soffermarsi su questioni filosofiche e valutare se le persone abbiano o meno il senso critico per poter distinguere una notizia falsa da una vera, la trasformazione digitale è stata costruita intorno alla domanda “quanto si guadagna con il clic di un utente su un link?”. Se i pericoli di un cambiamento della società guidato dal profitto e non dalla cultura sono abbastanza evidenti, non è altrettanto evidente il ruolo delle istituzioni in questo processo. E se non è chiaro il ruolo che giocano i soggetti per i quali l’interesse collettivo dovrebbe essere al centro del discorso, la società ha un problema. Come spesso accade, il pubblico è rimasto a guardare, venti anni indietro, travolto da un cambiamento culturale a cui continua a essere impreparato. Così, mentre negli uffici di un qualsiasi ministero della Verità di orwelliana memoria si discute delle competenze digitali, che contemplano l’uso della posta elettronica o di un editor di testo, strumenti che risalgono a trent’anni fa, negli uffici di Google si definiscono le strategie più adeguate per trarre profitto, che in qualche modo verranno imposte alla popolazione. E non c’è via di scampo: la collettività sarà costretta a imparare a usare questo o quel prodotto, per continuare a usufruire di quei servizi di cui non si può più fare a meno. E il campo di applicazione è veramente ampio: si va dall’account Gmail, non obbligatorio ma obbligato, per usare efficacemente i dispositivi Android, al predominio indiscusso di Google Maps, per tracciare un percorso stradale, dalle emoticons per sintetizzare un sentimento durante una conversazione virtuale, ai “mi piace”, e solo quelli, senza i “non mi piace”, per tracciare il profilo delle persone e capirne i gusti, gli interessi e gli orientamenti.

Più che di trasformazione digitale, sarebbe corretto parlare di capitalismo 2.0: l’individuo è rimasto funzionale al consumo, ma sono cambiati gli strumenti. Per questo, per dire “mi piace” e seguire un link, basta toccare lo schermo di un telefono o dire “Ok Google, portami in via”: questa è la trasformazione culturale e tecnologica dell’ultimo ventennio: è cambiato tutto, ma in fondo non è cambiato niente. Di quale trasformazione digitale si parla, invece, all’interno delle amministrazioni pubbliche? Quali sono le competenze digitali che si rincorrono per colmare il digital divide, quel concetto astratto di cui si sente spesso parlare, ma che in pochi hanno capito come misurare? I decisori hanno capito realmente che, ad esempio, l’uso delle emoticon si è diffuso non attraverso delle linee guida, ma grazie a un cambiamento culturale in atto da anni e che due persone, per salutarsi, si scambiano una faccina sorridente che lancia un cuoricino invece di scrivere ciao? Le amministrazioni pubbliche hanno capito che il linguaggio e i tempi per comunicare si sono modificati profondamente, che molte parole sono state sostituite dalle immagini e che molte attività lavorative vengono svolte in maniera totalmente diversa dal passato? Chi dirige il personale, ed è rimasto fermo agli anni ‘50, è consapevole del fatto che le reazioni delle persone sono cambiate rispetto ai mezzi usati per comunicare e che le emozioni e gli stati d’animo sono filtrati da uno schermo, da una chat e sono funzionali a un messaggio preimpostato, “Sta scrivendo”, che in pochi secondi può suscitare rabbia o speranza, prima che il messaggio di sistema scompaia, lasciando il posto al silenzio (perché magari un interlocutore ha deciso di non scrivere nulla e di cancellare ciò che stava digitando)? Se non lo sa, è grave.

Se lo sa e fa finta di niente è gravissimo. Lo scollamento tra la narrazione della realtà inventata negli ambienti pubblici e la realtà “reale” è imbarazzante. Questa divergenza si può spiegare soltanto utilizzando la metafora del giardiniere e del contadino (sempre per adottare una logica facilmente comprensibile). La differenza tra il giardiniere e il contadino è semplice: se al contadino si seccano le piante, il problema è solo suo, se al giardiniere si seccano le piante, il problema è di chi gli ha commissionato il lavoro. Lo stesso ragionamento vale per gli ambiti pubblico e privato: se qualcosa non funziona nel settore privato, il problema è dell’azienda, mentre se non funziona qualcosa nel settore pubblico, il problema è di chi ha dato fiducia agli amministratori e alla dirigenza, cioè della collettività. Spesso, si arriva a paradossi assurdi, che toccano i massimi livelli quando si osservano goffi tentativi di conciliare l’innovazione con la burocrazia e con i processi lavorativi paludosi e inefficienti. E se ne vedono, di cose strane. Per esempio, ci sono dei Dpo, i responsabili per la protezione dei dati, talmente zelanti da adottare politiche interne molto severe sul rilascio dei dati, anche dei più insignificanti, che si trasformano nell’impossibilità di usarli e di diffonderli, e poi cedono i propri dati personali a un’applicazione che promette di prevedere in quale animale si reincarneranno i seguaci della setta dello ioismo.

Ci sono regolamenti interni, degni del miglior Montalbano, che alla firma digitale affiancano la richiesta di una “copia del documento debitamente sottoscritta”, perché il digitale va bene, ma non si sa mai. Poi ci sono i decisori veri, quelli di vecchio stampo, che continuano a mantenere un potere enorme anche in ambiti in cui non hanno nessun tipo di competenza e sostengono con fermezza l’assoluta sicurezza dei documenti stampati e chiusi a chiave al posto degli archivi digitali; come se nei tribunali non si assista frequentemente a sparizioni misteriose di interi faldoni contenenti documenti processuali importantissimi. La mancanza di cultura e il sistema clientelare sono i veri problemi della trasformazione digitale, perché spingono intrinsecamente i decisori verso una cieca resistenza al cambiamento. Resistenza che viene rafforzata spesso dalle persone delle quali si circondano. Si possono scrivere centinaia di linee guida, ma se non viene attuato un vero e proprio cambiamento culturale, il Paese è destinato a restare nel guado per anni. Purtroppo, nonostante le task force e i convegni, le decisioni vengono ancora affidate ai giardinieri digitali, dei dinosauri privi di conoscenze approfondite e prossimi al pensionamento, che costituiscono improbabili comitati di valutazione delle innovazioni col solo obiettivo di mantenere il potere, frenando qualsiasi tipo di cambiamento e favorendo l’affidamento di incarichi clientelari che hanno l’unico pregio di favorire le carriere di chi li riceve.

Si ritorna all’inizio dell’articolo, quindi, e alla fuffa digitale. Sono loro che fanno falsa cultura, parlando di digital divide tra lavoro e lavoratori, senza aver capito realmente se questa distanza esista realmente o sia più una sensazione dovuta alla scarsa conoscenza di come si sia trasformato il lavoro e i suoi contenuti e di come il personale abbia reagito al cambiamento (indotto dall’esterno). Sono sempre loro che investono inutilmente soldi sulla formazione di competenze digitali (quali?), senza aver rilevato quali siano effettivamente le competenze necessarie per lo svolgimento di un certo lavoro. Insomma, come spesso accade, se un generale sceglie dei colonnelli inadeguati, che a loro volta scelgono dei tenenti inadeguati, che a loro volta scelgono dei soldati inadeguati, la disfatta è certa. Un visionario, che aveva immaginato una società arresa e senza speranza, ha scritto che “la guerra è pace, la libertà è schiavitù e l’ignoranza è forza”. Arrivati a questo punto, si potrebbe obiettare che anche questo articolo, tutto sommato, contiene fuffa digitale. Obiezione respinta. Questo articolo contiene un po’ di cultura (digitale e non): l’unico strumento a disposizione degli illusi senza potere, che vorrebbero lasciare in eredità alle future generazioni un posto migliore di quello che hanno trovato.

Cervelli in fuga dalla caverna

L’Italia è una repubblica fondata sul potere delle caste. I cervelli non fuggono dall’Italia, come spesso si sente dire erroneamente, fuggono dagli italiani. Fuggono da una classe dirigente inadeguata, che esercita il potere con arroganza e incompetenza su una sudditanza addormentata. Fuggono dalla mediocrità di un Paese in cui la cultura e la conoscenza sono considerati disvalori e l’approssimazione, l’arrivismo, l’arroganza e le opinioni personali vengono considerati un valore. Se vogliamo trattenerli, e dare una speranza alle generazioni che verranno, c’è poco da fare, bisogna cambiare radicalmente la cultura massonica, clientelare e baronale in cui siamo immersi. Il potere uccide l’iniziativa e la creatività delle menti brillanti. Le spegne. Spegne le idee, l’entusiasmo e la buona volontà. Livella tutto e tutti verso il basso, affinché la mediocrità si vesta di eccellenza. Un lavoratore ha due alternative: adeguarsi o andarsene. Calvino, nel libro Le città invisibili, sosteneva che l’inferno è qualcosa che viviamo ogni giorno stando insieme: possiamo scegliere di farne parte fino al punto di non vederlo più o, scelta ben più difficile, cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. Che tradotto in termini lavorativi significa restare o andarsene. Ma come siamo arrivati a questo punto? A dire il vero, l’attuale condizione l’aveva prevista con largo anticipo Platone, descrivendo il mito della caverna. Ricordate la storia dei prigionieri nati incatenati in una caverna e costretti a guardare le ombre della vita vera, che scorre alle loro spalle, proiettata su una parete da un enorme fuoco? La pubblica amministrazione è esattamente così, un posto in cui la percezione distorta della realtà viene rappresentata come l’unica verità possibile. E quali sono le ombre “parlanti” proiettate nella caverna della PA dal fuoco, che in questo caso simboleggia il potere? Sono le carriere dei mediocri costruite ad arte da altri mediocri a colpi di meriti immeritati e titoli inverosimili. Sono i vincoli burocratici di ogni tipo e le regole assurde che penalizzano il merito e favoriscono il demerito. Sono le dinamiche dell’Ufficio favori, quello che esisteva una volta nei ministeri e che è cambiato soltanto nel nome e non nella sostanza. Sono i concorsi truccati da un apparente rigore a cui non crede più nessuno. Sono le guerre tra poveri, che si contendono miserie di ogni tipo. Sono i diritti che vengono proiettati nella caverna sotto forma di privilegi, tra il malcontento e l’invidia di chi non può usufruirne e la malafede di chi ne approfitta. Sono gli interessi personali, che prevalgono sugli interessi collettivi. Sono le decisioni immobili, quelle che farebbero bene alla collettivita e invece restano là, appese, sospese e mai prese perché chi è pagato per decidere, nella pubblica amministrazione, fa tutto tranne prendere decisioni importanti che non abbiano altro obiettivo se non il profitto personale. Sono gli obiettivi miseri ingigantiti come le ombre della caverna e le logiche “make or buy”, che sarebbe meglio chiamare “buy or buy”, perché non serve più studiare un problema e trovare le soluzioni adeguate, se si possono acquistare soluzioni costosissime che fanno “quasi” tutto quello che serve e a volte vengono acquistate preventivamente senza nemmeno avere un problema da risolvere. Sono i giorni persi non per lavorare, ma per creare le condizioni affinché si possa lavorare. Sono i fallimenti di chi resta sempre impunito, perché chi sbaglia, nel pubblico, non paga mai, semmai riceve un premio. Capita, però, che un prigioniero riesca a rompere le catene, esca dalla caverna e si accorga che esiste il sole. Inizialmente resta accecato, ma poi riesce a vedere posti nei quali la cultura è un valore e il merito non è una menzogna rimpallata tra la dirigenza e i sindacalisti. Vede posti in cui le idee, le buone idee, da sole bastano per avere “i mezzi e le chiavi del laboratorio”, senza dover aspettare le concessioni da parte di qualcuno che prima o poi chiederà qualcosa in cambio, fosse anche l’attribuzione indegna di meriti che non gli appartengono. Vede i giganti su cui Newton si è appoggiato per guardare più lontano e il rispetto il pensiero e la condivisione dei benefici. Il cervello fugge perché si rende conto di poter essere libero, libero da un sistema malato e illusorio che prosciuga gli animi e riduce a zero le aspettative. A volte capita anche che il cervello libero torni nella caverna per raccontare cosa c’è fuori e dare la stessa opportunità di libertà agli altri prigionieri, quelli che non hanno catene reali, ma sono schiavi della narrazione distorta frutto di quell’unica realtà che vedono e nella quale credono ciecamente. Le ombre sono l’unica verità che conoscono e rappresentano le vere catene da cui non si può scappare. Uscire dalla caverna e guardare il sole richiede uno sforzo troppo grande per gli occhi abituati al buio. Significa rischiare e affrontare il cambiamento. Significa contaminarsi, accettare le diversità degli altri, esporsi a rischi e delusioni. Si dice che i canarini nati in gabbia non sappiano cosa significhi volare, e per le persone è più o meno così: un cervello nato in gabbia non sa cosa significhi pensare. Restare nella caverna significa rinunciare al pensiero e alla ragione: alcuni (per fortuna) non resistono. E sono tanti i cervelli che non ce l’hanno fatta a resistere e hanno lasciato la caverna: più di 800.000 in dieci anni, secondo l’Istat. Ognuno porta via qualcosa, poco importa se sia un brevetto rivoluzionario o la ricetta della pizza napoletana: ogni italiano emigrato è una piccola parte del Paese persa per sempre. È una sconfitta che non può essere giustificata in nessun modo, se non attraverso l’amara consolazione che quel pezzo “buono” d’Italia non viene perso, ma contamina altre culture e in qualche modo rende giustizia ai volenterosi che restano: agli eroi malpagati che fanno turni massacranti nelle corsie degli ospedali, agli idealisti ostinati che passano la vita nei laboratori, ai rassegnati nei corridoi dei ministeri e agli ingenui che pensano di cambiare le cose, illudendosi di far volare i canarini nati in gabbia.

Lo Smart Working e il mito della Fata Morgana

Avete presente il mito della Fata Morgana, quello da cui prende nome il fenomeno fisico visibile da Reggio Calabria? Si tratta di una specie di miraggio, che ingrandisce Messina e la proietta talmente vicina alla Calabria da illudere i calabresi di poterla toccare, allungando una mano. Si chiama “effetto Fata Morgana” perché la leggenda vuole che la sorellastra di re Artù, Morgana, arrivata insieme a lui in Sicilia su una barca che aveva il simbolo celtico della triscele, andò a vivere in un castello sott’acqua al centro dello stretto di Messina per proteggere il fratello rimasto sull’isola. In un leggendario mese d’agosto, un re barbaro arrivò a Reggio per conquistare la Sicilia. Morgana, per proteggere il fratello, fece apparire la Sicilia talmente vicina alla Calabria che il re si illuse di poterla raggiungere a nuoto. Mentre nuotava, però, l’incantesimo si interruppe e il re barbaro morì affogato. 

Vi starete chiedendo se avete sbagliato articolo, perché vi parli di miti e leggende e cosa c’entri lo smart working con la Fata Morgana. Mi verrebbe da rispondere che la triscele è sì un simbolo celtico, ma è anche il simbolo della Regione Siciliana, probabilmente ha origini orientali e rappresenta il moto del sole rotante attraverso un essere con tre gambe che si inseguono, ma effettivamente porterei i lettori fuori tema. Il paragone, comunque, è quanto mai pertinente: la Fata Morgana è la protettrice del sistema melmoso che governa la pubblica amministrazione. Per vedere l’effetto Fata Morgana, non c’è bisogno di un particolare indice di rifrazione della luce del sole nei diversi strati d’aria, come nel caso del fenomeno fisico, basta pronunciare la parola smart working e miracolosamente appare il miraggio di una società moderna, che rispetta il lavoro e i lavoratori, che risparmia le risorse, che non inquina, che restituisce agli individui la cosa più preziosa che un essere umano possa avere, il tempo, e che restituisce anche il piacere di lavorare con gli altri e di incontrarsi quando serve, evitando di convivere come polli in piccole stanze e sedi sempre più costose e inutili. È grazie alla Fata Morgana se il miraggio appare, sparisce e i lavoratori affogano illusi e disillusi. Ma chi è la Fata Morgana, nella Pubblica Amministrazione? La Fata Morgana è una commistione tra dirigenza e sindacati, tra spartizione dei poteri e conservazione dei privilegi, tra finte prove di forza e meschine dimostrazioni di debolezza, è una palude melmosa fatta di burocrazia, di accordi siglati sottobanco, di riunioni massoniche, di graduatorie poco trasparenti e di regole impopolari che creano disuguaglianze, malcontenti e mettono i lavoratori l’uno contro l’altro. La Fata Morgana è la menzogna che illude i lavoratori, li demotiva, li svuota da ogni entusiasmo, li fa scappare all’estero, li porta a odiare il lavoro, i colleghi, le dinamiche lavorative e causa ansia, depressione e sfiducia. La Fata Morgana è una narrazione del lavoro che confonde i diritti con i privilegi, il potere con il dovere, che divide i lavoratori e crea obiettivi miserabili, premi ridicoli e guerre tra poveri disastrose. La Fata Morgana riesce a tirare fuori il peggio dai lavoratori, li abitua al brutto affinché la promessa di qualcosa non dico di bello ma di meno brutto venga vista come un traguardo. La Fata Morgana è il sistema di un Paese vecchio e stanco in cui la Pubblica Amministrazione resta sempre 20 anni indietro perché è vittima di sé stessa. La Fata Morgana non muore mai, perché è un personaggio reale che nasce dal mito e continuerà a illudere coi suoi miraggi i cittadini e i lavoratori onesti, continuerà a spegnere gli entusiasmi e a far fuggire i propri figli in Paesi in cui i miraggi non esistono. Chiarito questo aspetto, cerchiamo di capire come si possa far fallire qualcosa che comincia con la parola “smart”. Eppure, l’auto che porta quel nome, a parte gli improperi di chi è convinto di trovare un parcheggio libero e invece si accorge che è occupato da una Smart, ha avuto un ottimo successo… 

Qualsiasi iniziativa, anche la migliore, può diventare un fallimento, se viene raccontata nel modo sbagliato. E per raccontare qualcosa nel modo sbagliato, basta cambiare il significato alle parole, mascherarle, stravolgerle. Con lo smart working lo stravolgimento delle parole è stato abbastanza semplice da attuare: in Italia, soprattutto nella  pubblica amministrazione, è stato tradotto in “lavoro agile”, col benestare nientepopodimeno che dell’Accademia della Crusca. Però, il significato di smart non è esattamente agile e l’uso di questa parola è stata un’inconsapevole captatio malevolentiae perché da subito ha fatto sì che la sua accezione fosse associata quasi unicamente al concetto di conciliazione vita e lavoro, ideato negli Stati Uniti negli anni ‘70 e arrivato in Italia con 40 anni di ritardo. E passare dalla conciliazione vita e lavoro all’assistenza e ai casi umani, nella pubblica amministrazione, ci vuole veramente poco. Di conseguenza, la parola smart working (di cui fa parte anche il telelavoro, con buona pace di chi sostiene il contrario) ha permesso di creare uno strumento assistenziale che solleva le amministrazioni dall’obbligo sociale e morale di usare altri strumenti per assistere il personale con situazioni di disagio.

Purtroppo per noi, la parola agile lascia fuori altri aspetti legati allo smart working, altrettanto importanti, che rappresentano il vero cambio culturale in cui si trova immersa la società : i modelli comunicativi smart,  le dinamiche e i processi smart dell’Industria 4.0, il lavoro smart attraverso il cloud, le piattaforme virtuali e i sistemi interconnessi. Se il problema fosse solo la traduzione letteraria, non ci sarebbe bisogno di sottolinearlo, ma lasciare fuori gli aspetti centrali della trasformazione digitale non è solo una questione di traduzione, è una questione di fallimento. Di solito, le ragioni che conducono verso un fallimento sono sempre molteplici, ma hanno una madre comune: l’ignoranza. Nel caso specifico, ci sono anche ragioni minori; l’esercizio del potere, il bisogno di controllo, l’incapacità di pianificare e lavorare per obiettivi, la prerogativa di creare disuguaglianza, la burocrazia, la paura e altre virtù che la Fata Morgana non disdegna. Il problema è che l’ignoranza della Fata Morgana non riguarda soltanto il lavoro agile perché se non riesce ad attuare lo smart working, significa che non riesce a pianificare le attività, non riesce ad analizzare i costi e a ottimizzare le spese, non riesce a lavorare a far lavorare per obiettivi, non riesce a gestire i processi lavorativi e non ha idea di cosa sia il benessere organizzativo. In rete si può leggere un working paper molto interessante (Il lavoro agile tra legge e contrattazione collettiva: la tortuosa vita italiana verso la modernizzazione del diritto del lavoro, Tiraboschi, in WP CSDLE “Massimo D’Antona 335/2017), che fornisce un quadro chiaro della situazione italiana; quella che per i non addetti ai lavori è solo una sensazione, per gli esperti di diritto del lavoro è una certezza confermata dai fatti: gli ostacoli all’applicazione dello smart working non sono contenuti nella normativa, ma nella testa di chi dovrebbe attuarla. Se da una parte, la normativa c’è e lascia ampia libertà, dall’altra, la Fata Morgana, che non ha dimestichezza con la libertà, è resistente ad attuarla e ha bisogno delle imposizioni. Non dimentichiamo che l’Italia è quel Paese in cui, per obbligare i motociclisti a salvarsi la vita, è stato necessario fare una legge che imponesse l’obbligo di indossare il casco. La Fata Morgana non altererebbe mai gli equilibri melmosi di convenienze e connivenze, quando lo fa è perché c’è una rivoluzione in corso o un’imposizione dall’alto. Quando arriva l’imposizione da un provvedimento governativo o da un dirigente illuminato, la Fata Morgana agisce come è abituata a fare: in modo scomposto, cercando di tamponare l’emergenza. Il primo passo riguarda la costruzione del miraggio, il bando. E il lavoratore lo vede quel miraggio, ci crede. Dà fiducia alla Fata Morgana.  Vede la possibilità di crescere i figli serenamente senza correre di qua e di là, ma anche di non restare imbottigliato ore nel traffico. Vede la possibilità di lavorare dalle 21 alle 2 di notte perché col silenzio si concentra meglio. Vede la possibilità di vendere l’auto, perché una in famiglia è più che sufficiente, e di lasciar perdere colf e baby sitter, scoprendo che lo stipendio può bastare anche senza fare gli straordinari. Vede la possibilità di consumare meno risorse, per lasciarne un po’ anche agli altri, e di mangiare qualcosa di più sano dei pasti della mensa aziendale. Di solito, però, questo miraggio inizia a dissolversi quando al bando viene associato un regolamento più o meno fantasioso. I regolamenti, si sa, sono fatti apposta per creare disuguaglianze e malcontenti. Dai regolamenti di telelavoro/smart working, e negli anni ne ho visti tanti, si percepisce subito il disegno della Fata Morgana: il lavoro agile deve sembrare un privilegio che il datore di lavoro “concede” al lavoratore. E in questo caso le parole “privilegio” e “concessione” sono fondamentali. La Fata Morgana è contemporaneamente buona e cattiva perché concede qualcosa riservata a pochi figli prediletti. E come si fa a individuare i figli prediletti? Con una gara a cui si può partecipare elencando una serie di disgrazie che vengono chiamate requisiti. E la Fata Morgana non si vergogna a proclamare vincitori persone che, per un motivo o per un altro, il premio della disgrazia non avrebbero mai voluto vincerlo. Per fortuna, non sempre i vincitori hanno problemi reali. Poiché si tratta di una gara, esistono anche partecipanti sleali che producono false disgrazie, ingannano la Fata Morgana, e vincono non il lavoro agile, ma un consistente numero di giorni di ferie di cui nessuno chiederà mai conto. Perché la nostra dea, diciamo la verità, crea le condizioni per indurre i partecipanti a comportarsi meschinamente e a ingannarla.

Il miraggio scompare quasi del tutto quando una qualche commissione è chiamata a fare delle valutazioni oggettive per assegnare i premi. Se fosse un esperimento fisico, si potrebbe ricorrere alla teoria di propagazione degli errori, per dare dei risultati attendibili, ma nella pubblica amministrazione non serve né il rigore scientifico né tantomeno la trasparenza: le commissioni sono lo strumento con cui si somministrano ai lavoratori le ingiustizie mascherate da verità. È normale, secondo voi, che, per ottenere il lavoro agile, un lavoratore debba arrivare a chiedersi quanti punti vale essere in terapia oncologica? Perché la Fata Morgana ci tiene tanto a umiliare coloro i quali la tengono in vita? Questo sarebbe l’approccio “smart” al lavoro?

Sembra impossibile che la Fata Morgana non si chieda, quale sia il costo di un lavoratore in ufficio e di un lavoratore “smart”, che non si chieda se sia il caso di cominciare a controllare  i risultati e non gli obiettivi, che non si chieda quanto sia ingiusto creare inutili competizioni e disuguaglianze, che non si chieda quanto sia inutile misurare il tempo e non i risultati. Se si ponesse queste domande, però, sarebbe un altro mito, e la Fata Morgana è nata per far apparire i miraggi e farli scomparire.

Trasformazione Digitale, istruzioni per l’uso

In principio era il papiro. Per quasi quattromila anni è stato l’unico materiale attraverso il quale scrivere e tramandare la storia dell’umanità. Nell’anno 105 d.c., in Cina, Ts’ai Lun trovò il modo per fabbricare, «con vecchi stracci, reti da pesca e scorza d’albero », un nuovo materiale scrittorio agevole da produrre e da utilizzare, di basso costo e alla portata di tutti: la carta, chiamata in cinese «Tche ». Si trattava di un’invenzione eccezionale e rivoluzionaria che, come spesso capita, non venne compresa immediatamente. Nonostante gli evidenti limiti del papiro (la difficoltà di produzione, la fragilità, la deperibilità, l’impossibilità di realizzare libri), la carta impiegò oltre mille anni, anche grazie all’invenzione della stampa a caratteri mobili, per diventare il materiale principale attraverso cui è stato possibile condividere la cultura e renderla disponibile a tutti. I detrattori della carta furono molti e la resistenza al cambiamento si protrasse nei secoli. La paura di passare al nuovo materiale venne supportata da affermazioni prive di fondamento: la carta è più fragile del papiro, è difficile da produrre, è più deperibile, è sensibile all’umidità… e così via fino ad arrivare alla peggiore delle chiusure mentali: “Si è sempre fatto così, funziona e non c’è motivo di cambiare”. 

Questo meccanismo di protezione è sempre efficace, dà sicurezza, trova spesso un’ampia schiera di sostenitori e frena inevitabilmente il miglioramento delle condizioni umane. Se la carta non avesse avuto il sopravvento, i Philosophiae Naturalis Principia Mathematica di Newton li avrebbero letti in pochi e la teoria della gravitazione universale sarebbe rimasta nascosta chissà per quanto tempo. Del resto, lo stesso ragionamento fu fatto negli anni ‘70 da chi sosteneva che i floppy disk erano meno sicuri della carta, inadatti a conservare le informazioni, poco pratici, inutilizzabili senza un personal computer a portata di mano, etc. Il papiro e il floppy disk, oggi, sono accomunati da un elemento nostalgico: resistono simbolicamente attraverso ciò che hanno rappresentato per l’uomo. In inglese la carta si chiama ancora “paper”, in francese ‘papier’, e per salvare un documento si fa clic su un’icona che rappresenta un floppy disk. Internet e il web sono l’equivalente moderno della carta e del floppy: negli ultimi anni sono stati i principali attori di una rivoluzione epocale, che ha avviato un cambiamento culturale talmente radicale da rivoluzionare il modo di agire e di pensare dell’umanità. Il cambiamento culturale ha obbligato la tecnologia ad adeguarsi, non il viceversa. In poco tempo, si è passati dai personal computer per pochi addetti ai lavori agli smartphone per tutti. La cultura digitale, ben diversa dalle competenze digitali necessarie per utilizzare le tecnologie, è ormai ampiamente diffusa tra la popolazione. Gli acquisti si fanno con un clic e i prodotti si ricevono a casa entro 24 ore, le operazioni bancarie e i pagamenti si fanno con un’app, le indicazioni stradali si chiedono a un assistente dicendo semplicemente “Okay Google, Ehi Siri”.  Il fenomeno che chiamiamo “Trasformazione digitale” non è un prodotto della tecnologia, ma un modello culturale che è stato costruito nel corso degli anni attraverso un percorso di crescita collettiva, passato per la condivisione, il benessere e il miglioramento delle condizioni di vita. Proprio come nel caso della carta e del floppy disk. 

Se questa considerazione è valida nella vita di tutti i giorni, quando si parla di Pubblica Amministrazione il punto di vista cambia completamente. In primo luogo perché la trasformazione digitale nella PA viene ancora confusa troppo spesso con la tecnologia. Si parla di digital trasformation, facendo riferimento ai servizi in cloud, alla virtualizzazione, ai sistemi iperconvergenti, e si sottovaluta l’aspetto essenziale: la tecnologia è solo il mezzo attraverso cui è possibile attuare il cambiamento. Gli individui, sono loro la componente essenziale della digitalizzazione. Lo sono nella duplice veste di parte attiva e fruitori: da una parte creano gli strumenti e le politiche digitali, dall’altra usufruiscono dei benefici indotti dal cambiamento.  I dirigenti della PA, pur essendo nella vita privata i primi fruitori di app, social, Amazon e “Okay Google”, quando si tratta di dare forma a una “cultura digitale aziendale” sono ancora impreparati e resistenti al cambiamento. Hanno paura. Paura di perdere il controllo sugli altri, paura di perdere potere, paura di essere attaccati dai sindacalisti: per questo restano ancorati ai modelli organizzativi militari, che hanno alla base la filosofia del “divide et impera”. Attuano una finta digitalizzazione attraverso l’acquisto di qualche soluzione tecnologica accompagnata da regole spesso inutili, vincoli e paletti burocratici di ogni genere, che rappresentano sempre un mezzo efficace per creare disuguaglianza, ambiguità, competizione tra i lavoratori e malcontenti di ogni genere. La trasformazione digitale non è nient’altro che una trasformazione culturale la cui parola chiave è “condivisione”. Condivisione della cultura, della tecnologia, del benessere, della conoscenza e dei dati. Internet e il web sono nati per questo, per condividere informazioni, e il cambiamento culturale è stato indotto dalla condivisione capillare di conoscenza e servizi attraverso la tecnologia. La condivisione ha portato un livello di benessere elevato e una potenziale consapevolezza mai sperimentata nella storia dell’umanità. Il termine potenziale, quando si parla di consapevolezza, è d’obbligo perché, paradossalmente, l’eccesso di informazioni abbinato a una riduzione del livello culturale si è rivelato molto pericoloso. Il primo problema che dovrebbe affrontare un manager moderno riguarda sicuramente la cultura e la “narrazione” del lavoro a cui i dipendenti pubblici sono da sempre abituati. Sarebbe utile elencare un insieme di comandamenti, per demolire le convinzioni e le convenzioni attuali, ma per ovvi motivi di spazio è sufficiente fermarsi ai primi dieci, anche per non infastidire chi lo ha fatto più di duemila anni fa.

  1. Perché soffrire al lavoro quando si soffre già abbastanza nella vita?
  2. Un lavoratore, quando entra in ufficio, ha gli stessi bisogni di quando non lavora
  3. Ogni lavoratore ha una vocazione, fosse anche mettere lo smalto alle unghie delle formiche
  4. Controllare il tempo di permanenza in ufficio per dimostrare di aver raggiunto degli obiettivi è utile come pulire le serrande dal polline per risolvere un’equazione differenziale.
  5. Nella PA il sinonimo di graduatoria è quasi sempre fregatura
  6. I lavoratori sono contemporaneamente uguali e diversi
  7. Il senso del dovere non deve essere mai confuso col senso del potere
  8. Per fare delle scelte bisogna essere consapevoli, per fare degli errori anche.
  9. Il migliore amico non è mai il miglior dirigente e prima o poi farà pentire il suo protettore di averlo scelto.
  10. Quando un dipendente pubblico si sveglia, è già nel migliore dei luoghi di lavoro possibili: a casa.

Non è chiaro perché il lavoro, da che mondo è mondo, debba essere accostato alla sofferenza. Il lavoratore pubblico deve soffrire e deve essere punito, non c’è niente da fare, se non altro per essere dato in pasto ai media come simbolo del sacrificio e del riscatto della giustizia sociale. Gli schiavi sulle galee non venivano frustrati e terrorizzati? Sì, lo erano, ma ampi studi hanno dimostrato che la cultura del terrore è controproducente prima di tutto per il datore di lavoro. Dà effetti a breve termine e crea disastri nel lungo periodo che non si possono più riparare. C’è da dire che il datore di lavoro, di solito, si aspetta che un lavoratore smetta di essere un individuo e indossi la maschera disumana di un automa asessuato, senza bisogni, problemi e debolezze; ma quale luogo, se non il posto di lavoro, si presta meglio per manifestare i bisogni, le debolezze, le frustrazioni, le meschinità, le aspirazioni e tutte quegli aspetti che rendono la vita impossibile a chiunque? Si può chiedere a una madre o a un padre di far finta di non avere figli e di dedicarsi al lavoro senza il pensiero degli orari, della spesa, della scuola e della cena da preparare? Ed è possibile che vengano effettuate ancora scelte inique e clientelari, basate esclusivamente sulle simpatie personali, ignorando completamente i dati? Sì, è possibile perché i manager pubblici continuano a essere inadeguati, poco  formati e senza una visione chiara di cosa fare e come farlo: Ignoranti quem portum petat nullus suus ventus est (Per chi non sa in quale porto dirigersi, nessun vento va bene – Seneca). Si va avanti ciecamente a colpi di regole insensate e autoritarie, di burocrazia e di regolamenti privi di logica, che non tutelano né il lavoro, né il lavoratore e nemmeno il datore di lavoro. Gli unici a essere tutelati da questo modo incosciente di gestire il lavoro moderno sono proprio i dirigenti, classe inattaccabile, irremovibile e incontestabile per definizione. Si continua a parlare di modelli lavorativi ampiamente superati in ambito privato, di orari di lavoro improbabili partoriti da menti stanche e inadeguate, che ragionano come se la comunicazione tra lavoratori avvenisse ancora attraverso la corrispondenza portata dal “camminatore” da una stanza all’altra. È esattamente questo modello di subcultura che bisogna sovvertire, per cambiare le cose. Lo si può fare soltanto sostituendo la subcultura con la cultura digitale. E attraverso i dati. Quei dati che le pubbliche amministrazioni usano in percentuali molto basse (si stima che i dati “visibili” siano il 15% del totale) e che sarebbero preziosi per prendere decisioni consapevoli.

Un esempio immediato di “logica data driven” da applicare alla Pubblica Amministrazione riguarda senza dubbio i dipendenti. Se è vero che gli individui sono il cuore della trasformazione digitale, è anche vero che in ogni amministrazione pubblica è possibile integrare diverse fonti dati che comprendano le competenze, la professione svolta, il curriculum vitae, le attitudini, i processi lavorativi, gli obiettivi e i risultati, i percorsi di carriera e le situazioni di disagio dei lavoratori. 

Basterebbe partire dall’insieme di queste informazioni, analizzare i dati e avere una visione chiara del personale per pianificare la formazione, i piani di fabbisogno, la mobilità, gli avanzamenti di carriera e le procedure concorsuali. È altresì vero che i maggiori ostacoli alla trasformazione digitale sono riconducibili alla scarsa conoscenza dei processi lavorativi e alla disorganizzazione, che spesso costringono i dipendenti pubblici a fronteggiare le emergenze piuttosto che a rispettare una precisa pianificazione a cui siano collegati degli obiettivi da raggiungere.  Non è un caso se le principali competenze richieste alla dirigenza siano relative all’intelligenza emotiva, ovvero alla capacità di riconoscere, utilizzare, comprendere e gestire in modo consapevole le proprie emozioni e quelle degli altri. Questa caratteristica è essenziale per favorire il benessere personale e aziendale, per migliorare i processi di comunicazione, la gestione dei problemi e dei conflitti, e la capacità di prendere decisioni ai vari livelli di responsabilità.

Tra le principali competenze richieste alla dirigenza della PA, molte delle quali riconducibili all’intelligenza emotiva, ci sono:

  1. Mettere al centro gli individui nelle strategie aziendali
  2. Sperimentare ed esporsi a eventuali fallimenti
  3. Creare le condizioni organizzative per ridurre i conflitti e motivare il personale
  4. Investire in cultura e formazione digitale
  5. Avere una visione di medio/lungo periodo
  6. Individuare e risolvere le criticità nei processi lavorativi
  7. Pianificare le attività e gli obiettivi
  8. Individuare gli strumenti migliori per attuare i cambiamenti
  9. Favorire il benessere organizzativo
  10. Monitorare i processi, misurando il raggiungimento degli obiettivi

Le competenze digitali diventano fondamentali quando il cambiamento culturale è stato avviato. A quel punto si può parlare di DNA digitale, di soft skills e di hard skills. Ma questa è un’altra storia.

Alessandro Capezzuoli

Io e te, aborigeno… I dati statistici e la narrativa

Io e te aborigneo

Ho 40 anni, mi chiamo Crista e sto cercando di smettere. Di essere Crista, intendo. Prima che me lo chiediate, vi dico subito che Crista non è né il diminutivo di Cristina né tantomeno quello di Cristiana: è Crista e basta. Mio padre ha voluto farmi questo regalo. Risparmiatevi pure le varie frasette scontate, tipo “Povera Crista”, “Crista in croce” e “Crista è morta di freddo”: sono anni che me le sento dire e ormai e quando qualcuno pensa di fare lo spiritoso lo guardo talmente inacidita da farlo sentire un deficiente retrattile a mo’ di lumaca nel suo guscio. Vi dico la verità, chiamarmi come un profeta rivoluzionario e comunista non mi dispiace per niente. Non so come sia saltato fuori questo nome, dal momento che mio padre bestemmiava in terzine dantesche tutti i santi giorni. La leggenda narra che lui avesse in mente di chiamarmi Bianca, come la figlia di Berlinguer, e mia madre Cristiana, in omaggio alla sua discutibile fede religiosa. Quando è stato il momento di scrivere il nome, forse perché era rincoglionito dalla gioia o più probabilmente per fare dispetto a mia madre, ha sbagliato: gnà fatta, diciamo a Roma. Fatto sta che nel momento stesso in cui sono venuta al mondo, il 5 agosto del 1980, ho iniziato a scontare tutti i peccati dell’umanità, come e più dell’omologo che mi ha preceduto. Praticamente siamo due gemelli nati in epoche diverse, soltanto che io, a differenza sua, non mi rassegno a portare la croce e a farmi carico del peso dei peccati. Anche perché questa minchiata del peccato non può essere vera: via pare che un Messia possa mettere in giro voci simili, per rovinare volutamente l’esistenza della gente. A dire il vero, io non sono nata per opera dello Spirito Santo: si è trattato di una comunissima trombata, senza nemmeno troppo amore tra i partecipanti. Non capisco come mio padre, l’unico vero dio in cui ho creduto finché ho avuto la fortuna di averlo con me, abbia potuto sposare una come mia madre. So solo che, da piccola, quando mi portavano a messa e il prete pronunciava solennemente la frase “mistero della fede”, io pensavo a loro due e a come cazzo facessero a stare insieme. Mah, mistero della fede…
Lui ateo, comunista e fuori dagli schemi, lei credente, circondata da Santi e Madonne e dentro tutti gli schemi possibili e immaginabili. Il fatto che io mi chiami Crista, comunque, è il segno evidente che tra un donna credente e un uomo comunista non c’è storia: vince sempre la donna credente. Se pensate che mi sia andata male, sappiate che a mia sorella è toccata una sorte peggiore e, in questo caso, non c’è stato nessun tipo di errore. Crocifissa è nata due anni dopo di me ed è la prova evidente che mia madre, dopo averla spuntata col mio nome, seppure a metà, si sia fatta prendere un po’ troppo la mano. Ogni volta che litigavamo e ci chiamavano, da piccole, era come vivere la Pasqua: “Crista, Crocifissa cosa avete da piangere?”. A parte il nome, che a prima vista potrebbe far pensare a una qualche vicinanza, io e lei siamo diverse e lontane. La stessa distanza che c’è tra i miei genitori c’è tra me e mia sorella. Lei è inutilmente spensierata, entusiasta e gaia, io sono inutilmente, riflessiva, cupa e pensierosa. L’avverbio “inutilmente” ci avvicina, ma la sostanza ci allontana.
Crocifissa è il clone di mia madre, si somigliano in modo impressionante. Su questo devo ammettere che la natura ha giocato a suo favore: lei è una strafiga io sono una stracessa. Stracessa… insomma… diciamo che sono passabile. Moderatamente trombabile. Lei, invece, è una specie di bambola di porcellana dalle misure esagerate e dalle chiappe sode. Se camminiamo vicine, per strada, tutti si girano a guardarla e io divento istantaneamente trasparente. Questo è il motivo per cui ho dovuto puntare tutto sui lati che non si vedono: su quelli penso di aver fatto un ottimo lavoro. La cosa che mi preoccupa è che Crocifissa non ha soltanto l’aspetto di mia madre ma ne ha ereditato anche il modo di pensare: entrambe sono credenti, praticanti, apostoliche e romane. E anche sufficientemente ipocrite e bigotte. Per carità, sono sempre mia madre e mia sorella, ma un conto è l’affetto che provo nei loro confronti e un altro conto è l’analisi oggettiva della realtà.
Di contro, c’è da dire che io ho preso tutto da mio padre: un uomo che sopportava a stento la sua immagine riflessa nello specchio. Il nostro mantra è “Odia il prossimo tuo come te stesso”, e devo dire che funziona benone. D’altronde, piuttosto che citare le utopie di qualcun altro, preferisco citare le mie distopie personali.
Da lui ho ereditato, nell’ordine:
a) una casa abusiva a Ponzano Romano
b) un albero di Natale con quella neve artificiale tremenda che negli anni aumenta invece di diminuire
c) l’intolleranza alle persone, alla banalità e alla stupidità
d) la capacità di apprezzare le cose semplici
e) il culo a forma di insalatiera
f) la curiosità
Sono curiosa. Più curiosa di tutti. Le scimmie mi spicciano casa… Non smetto di farmi domande e di darmi risposte. E nei numeri trovo sempre la risposta a qualsiasi domanda. A differenza di Gesù Cristo, io ho una laurea in matematica e, se proprio devo interrogarmi sull’esistenza di dio, preferisco affidarmi alla prova ontologica di Gödel piuttosto che a un Fracazzo da Velletri qualsiasi. Basta che osservi qualcosa, qualsiasi cosa, anche la più idiota, e i neuroni mi si attivano automaticamente come formiche. Sto in mezzo al traffico e mentre penso “dove minchia andate, tutti, a quest’ora?”, penso anche ai moti caotici, a quanti incidenti ci sono stati in quell’incrocio e quanti sono i marocchini che rompono i coglioni al semaforo. Datemi un dato, qualcosa di cui parlare, un boccale di birra Messina coi sali di Sicilia, e sono pronta ad argomentare qualsiasi teoria, per affermare tutto e il contrario di tutto. Perché, chi mi conosce lo sa, io coi dati ci parlo e loro mi rispondono. Questa fissazione ce l’ho da sempre, almeno da quando ho iniziato a maturare la convinzione di avere la ragione dalla mia parte e di conseguenza di stare dalla parte della ragione. Durante le feste di Natale, sarà per il rincoglionimento generale dovuto alla banalità dei regali forzati, alla finzione dei pranzi e delle cene interminabili coi parenti e all’allegria a comando, il piatto che mi riesce meglio è la rissa con contorno di insulti. Non è Natale se non litigo con mia sorella. Ormai i parenti se l’aspettano: non possiamo deluderli. Privarli della lite sarebbe come privarli di vedere, che so, Mamma ho perso l’aereo o Il piccolo Lord: praticamente impossibile. E come si fa a litigare di cuore e a far rimpiangere il momento di aver detto “al cenone ci sarò anch’io”? Semplice, basta parlare di politica. Giuro che ogni anno mi riprometto di evitare l’argomento, ma non c’è Crista… Cristo che tenga: non riesco a resistere alle provocazioni. Ci casco tutti gli anni e quella stronza di Crocifissa fa di tutto per provocarmi. La litigata del secolo, quella terminata con il vaffanculo perfetto, è stata qualche anno fa: non ci siamo più rivolte la parola fino al Natale dell’anno dopo.
– Un’invasione, è proprio un’invasione…
– …
Crista, stai zitta. Lo sai come andrà a finire, no? Litigherete di brutto, tuo cognato comincerà a sbuffare come un mantice, papà starà in silenzio sulla poltrona e si limiterà a dire “Bòni, state bòni”, mamma si schiererà spudoratamente dalla parte di tua sorella e tu t’incazzerai a livelli assurdi. Ecco, brava, tagliati un pezzo di torrone e mettiti a guardare Sette spose per sette fratelli, che in totale fanno 49 scambi di coppia.
– Questi bangladeshiani di merda stanno in tutti gli angoli: aprono un negozio di frutta e verdura, non pagano le tasse e poi tornano al loro paese ricchi sfondati.
– Parli proprio tu che non fai una fattura nemmeno se ti minacciano di morte…
Ecco, ho fatto la minchiata di rispondere: adesso è rissa. Prendete pop corn e Coca Cola e mettetevi comodi, insieme a tutti gli altri parenti. Vi avviso, scorrerà sangue a fiumi!
– Che c’entro io? Questo è il mio paese…
Cogliona! Paese si pronuncia con la P maiuscola. Per fortuna interviene mia madre a smorzare i toni e a placare gli animi.
– Non basta la delinquenza che abbiamo noi? Ci serve pure quella degli altri?
E ti pareva… ci fosse una volta che mia madre non dia ragione alla figlia. Mi sento come Rigosi sulla Locomotiva: passo al contrattacco al grido di “Trionfi la giustizia proletaria!”.
– Ma che state dicendo? Sapete quanti sono i bangladeshiani o avete tirato a indovinare come fate quando vedete la ghigliottina su Rai 1? Per non parlare ad minchiam di certi argomenti, bisogna prima consultare i dati.
– I dati? A cosa servono i dati? Io vedo coi miei occhi come vanno le cose, mica ho bisogno dei dati. Tutti i miei clienti bangladeshiani sono così: vengono da me per un parere legale sulle cartelle esattoriali che ricevono, e io non posso far altro che consigliargli di non pagare. Tanto che gli fanno, se non hanno nemmeno il conto in banca?
– E secondo te dieci clienti sono un campione statistico attendibile? Quindi, un avvocato tedesco a cui si rivolgono dieci clienti del clan dei casalesi è legittimato a pensare che tutti gli italiani siano camorristi, giusto?
– Noi siamo diversi. D I V E R S I! Questi vengono qua con l’intenzione di vivere alle nostre spalle! E come si fa a vivere da parassiti? Si ruba, si spaccia e si delinque! Noi emigriamo per lavorare onestamente! Ma li guardi i telegiornali? Non si parla d’altro…
– Diversi? Diversi da chi? Siamo un paese di furbi, evasori e mafiosi. La ‘ndrangheta è ovunque, nei ministeri e nel traffico internazionale di droga. Ci spariamo in mezzo alla strada, abbiamo il primato mondiale della corruzione e il tuo problema è lo scontrino da 50 centesimi del bangladeshiano? Se siamo diversi, lo siamo sicuramente in peggio.
– Vedi? Lo dici pure tu: con tutti i problemi che abbiamo noi, ci mancano pure quelli degli altri… Aveva ragione Guzzanti: Io e te, aborigeno bangladeshiano, che se dovemo dì?
– Guzzanti ironizzava, non razzizzava come fai tu. In ogni caso, se le mie figlie non avessero da mangiare e vivessi in un Paese in guerra, m’imbarcherei anch’io sul primo gommone e andrei in un posto dove almeno non si muore di fame.
– Tutti in guerra stanno? Che guerra c’è in Bangladesh? Ma fammi il piacere… Sembra che vivi in un altro mondo, o forse ti piace recitare la parte di quella contraria a tutti i costi?
Affermazione sulla quale soprassiedo, ma che ha un fondo di verità…
– In Bangladesh c’è una crisi politica pazzesca, violenza, privazione della libertà, oppressione… Ma stai serena: nel 2019 sono sbarcati meno di 600 bangladeshiani, segno evidente che le loro dinamiche migratorie non seguono il percorso che hai in testa tu. Se avessi letto i dati sugli sbarchi diffusi dal Ministero dell’Interno, lo sapresti…
– Tu li hai letti?
– Certo che li ho letti e ti assicuro che sono un po’ pochi, per parlare di invasione… considerando, poi, che oltre la metà sono stati redistribuiti tra i Paesi europei.
– E tu ti fidi dei dati? Io lo so come vanno le cose, basta guardarsi intorno: le strade sono piene di immigrati, li trovi fuori dai supermercati, a fare i parcheggiatori abusivi e…
– … a chiedere consulenze su come non pagare le tasse agli avvocati che secondo me non sanno nemmeno qual è la capitale del Bangladesh…
– C’è bisogno di conoscere la capitale del Bangladesh, per accorgersi di essere invasi e di rischiare di perdere l’identità nazionale? Siamo in pericolo, lo capisci o no?
– Sì, in effetti la famiglia di egiziani che abita al quinto piano è pericolosissima, lui è un pizzaiolo… Che vuoi, gli italiani la pizza non la vogliono più fare e Abdul riesce perfino a fare il bordo alto e croccante senza imbottirlo di tritolo. E il fioraio pakistano all’angolo, che passa le notti sveglio a leggere libri o forse a studiare? Non so te, ma a me terrorizza: c’è da avere paura di chi legge. Per non parlare del gambiano che vende i calzini di spugna all’uscita del supermercato: minacciosissimo. Non immagini quanti attentati si facciano, nascondendo le mozzarelle di bufala nei calzini e facendole esplodere. Regolari, parliamo di immigrati “regolari”, che hanno lo stesso diritto di risiedere nel “tuo” paese quanto te, pensa un po’. Pagano le tasse, vivono serenamente, pregano chi vogliono pregare e possono usufruire dei servizi pubblici, fattene una ragione.
– Troppi, sono troppi.
– Sai quanti sono gli stranieri “regolari” iscritti all’anagrafe?
– Qualsiasi numero tu dica, è sempre troppo .
– Il tuo troppo equivale a cinque milioni? Allora hai ragione, peccato che quei cinque milioni, rispetto ai cinquantacinque milioni di italiani, si traduca nel dieci percento della popolazione. Un po’ poco per avere paura e parlare di invasione…
– Cinque milioni sono un’enormità…
– E gli italiani che emigrano all’estero? Sai quanti sono? Sorpresa! Sono poco più di cinque milioni. Eppure nessun paese grida all’invasione di italiani…
– Quei dati che dici tu ti fanno vedere cose che non esistono: chissà da dove vengono fuori…
– Dagli archivi e dalle indagini.
– Capirai… tutte fonti discutibili… taroccate e taroccabili…
– Discutibili? Taroccate? Suppongo che tu abbia fatto attente ricerche, per affermare una cosa simile. Da quando sei un’esperta di statistiche? Mi sono persa qualcosa? Forse sono state le letture dei sondaggi di Chi e Gente ad aver contribuito alla tua formazione? Se i dati anagrafici ti sembrano falsi e taroccabili, figurati quanto possa essere vera la tua percezione personale. Nel tuo caso, quale sarebbe la fonte? Il campione di clienti che si rivolgono a te? È interessante questa teoria: se funzionasse, significherebbe che per un ortopedico tutta la popolazione ha problemi articolari, per un cardiologo hanno tutti problemi al cuore, per un penalista sono tutti assassini e per una mignotta tutti gli uomini sono puttanieri.
– Tu pensi di essere una dispensatrice di verità per il solo fatto di chiamarti Crista: guarda che il nome non basta per essere onnisciente.
– Se è per questo, non basta nemmeno chiamarsi Crocifissa per fare la parte della vittima. Io non ho nessuna verità. Mi faccio due domande e vado a leggermi quanti sono i migranti, da dove provengono, perché vengono qua e perché se ne vanno dal Paese in cui sono nati, affrontando un viaggio rischiosissimo. Questo, possibilmente, prima di sparare cazzate.
– Non capisci che tutti quei numeri, quelle ricerche e quei concetti confondono le idee ai comuni mortali? Un giro nel quartiere rende l’idea più di qualsiasi numero.
– Forse sono io ad avere una troppa fiducia nell’umanità, ma non penso che serva una scienza per leggere una tabella e accorgersi che i romeni residenti sono dieci volte più numerosi dei bangladeshiani e tre volte più numerosi degli albanesi. E non serve una scienza per capire che senza le badanti romene i nostri anziani non avrebbero assistenza. Quindi tocca stare zitti e accoglierle…
– Sono tanti… troppi. Lo capisci che sono troppi? E poi le romene si sa che sono tutte mignotte! Entrano nelle case, iniziano col fare le badanti e va a finire che si scopano i mariti e rovinano le famiglie.
– Le tue amiche parioline, invece, fischiano… e non fanno nemmeno le badanti. Pensa che nella mia personale statistica, quella supportata dalla tua teoria, ho conosciuto più mignotte parioline che romene. Sarà un caso? Poi, devi spiegarmi cosa significa per te “tanti” e “troppi”, perché la mia mente limitata non riesce a comprenderlo? Dire tanto o poco non significa niente, se non specifichi rispetto a chi e rispetto a cosa? Hai mai sentito parlare di incidenza percentuale?
– Rispetto a noi. A noi italiani.
– Gli immigrati sono gente tali e quali come no. Noi normali…
– Non fare la deficiente…
– Sono serissima: il problema è che per te non sono tali e quali, sono diversi.
– Hai la mente chiusa, non è possibile parlare con te…
– Ah, questa è bella. Io avrei la mente chiusa? È strano che tu non abbia detto ancora che sono buonista e radical chic. Ti rendi conto che le parole hanno un peso? In quei troppi, che dici tu, ci sono minchie, wurstel e salsicce. Ci stanno le acquisizioni di cittadinanza, le richieste di permesso di soggiorno, le immigrazioni regolari e gli sbarchi. Ognuno rappresenta un aspetto diverso delle migrazioni.
– Ma che differenza fa? È tutto troppo!
– Sai perché fanno vedere gli sbarchi in televisione e non parlano di altro? Perché gli sbarchi degli stranieri mettono paura. L’archetipo dell’invasore e del nemico che con la sua diversità mette in crisi le certezze e le convenzioni. Far leva sulla paura di ciò che non si conosce, sulla diversità e sui nemici da combattere è una tattica vecchia quanto il mondo… tu dici “atomo” e subito pensi alla bomba di Hiroshima che uccide migliaia di persone e non alla TAC che ti salva la vita. Dici straniero e pensi a proteggerti da qualcosa o qualcuno che reputi estraneo, diverso e pericoloso, mica pensi ai numeri arabi o alla cultura greca…
– Si, vabbè… quando avranno spazzato via tutte le nostre tradizioni, ti vorrò vedere…
– Perché invece di arroccarti sui luoghi comuni e sulle banalità non provi a fare un ragionamento più ampio? Cosa sono le tradizioni?
– Le usanze che ci hanno tramandato i nostri nonni. Usanze che io non voglio perdere.
– Ma chi te le tocca? Pensi veramente che qualcuno verrà qua a proibirti di cucinare la carbonara, che tra l’altro sembra sia un’invenzione americana, o di piangere il miracolo di San Gennaro?
– Secondo me tu vivi su Marte: è sicuro che prima o poi accadrà. Li vedi tutti quei musulmani che pregano verso la Mecca col culo per aria o fai finta di non vederli?
– Che i musulmani non mangino maiale è un dato di fatto: però non ho mai sentito dire che qualcuno si sia fatto esplodere per protestare contro il guanciale. Invece, non riesco a vedere il male in qualcuno che prega per il suo dio. Ti senti minacciata perché qualcuno crede in un dio diverso dal tuo? È una paura che i romani avevano risolto, a suo tempo, importando gli dei dei popoli che conquistavano e creando un tempio in cui andare a pregarli. Mi sembra si chiamasse Pantheon…
– Vuoi imporre le tue idee e non sei aperta al confronto: questa è la verità. Tu resta della tua opinione e io resto della mia.
– Il problema è proprio questo: il relativismo assoluto. È tutto un’opinione. Non esiste più il rigore scientifico, lo studio, i valori umani, il pensiero, la filosofia: è diventato tutto un’opinione. Potremmo anche chiuderla qua e restare ognuno della propria opinione, ma non posso fare a meno di farti osservare che se ti dico che questo tavolo è una barca a vela, perché questa è la mia opinione, tu mi rispondi che la mia opinione è una cazzata perché un tavolo è oggettivamente un tavolo.
– Fai dei paragoni assurdi. Non stiamo parlando di tavoli e di barche a vela, ma di sbarchi incontrollati e di persone che non possiamo accogliere perché siamo già tanti e abbiamo i nostri problemi.
– Non sono per niente paragoni assurdi. Se le opinioni non sono supportate dai fatti, non valgono niente. I migranti non sono solo quelli che pensi tu, quelli che fanno il viaggio della speranza. Tra loro ci sono i rifugiati, i richiedenti asilo politico, quelli che si ricongiungono coi familiari, quelli che vengono qua a lavorare, quelli che studiano… E poi ci sono quelli che son qua per motivi umanitari. Queste cose non me le invento io, basta guardare i dati sui permessi di soggiorno, per accorgersene.
– Ancora con questa storia dei dati? E basta, non se ne può più…
– Si, perché in mezzo a quei dati ci sono anche dei numeri che parlano dei ragazzi minorenni. I minori non accompagnati, quelli che vengono mandati qua, soli, dalle famiglie che cercano in tutti i modi di dare ai figli un futuro decente. Il fatto che tra quei minori ci siano bambine dell’età di tua figlia, che nella migliore delle ipotesi vengono violentate e nella peggiore finiscono in fondo al mare, non è un dato oggettivo? Non dovrebbe smuovere le coscienze? Non riusciamo più a indignarci di niente, nemmeno di un bambino che affoga in mezzo al mediterraneo. Come la chiami questa deriva? Menefreghismo?, Indifferenza?, Ignoranza?
– La chiamo saturazione: non ce la facciamo più ad accogliere. Non ce la facciamo più. Invece di rischiare la vita per venire qua, potrebbero starsene nel loro paese…
– …e rischiarla là, giusto?
– Perché vengono qui se sanno che rischiano la vita?
– Perché sono D I S P E R A T I. Sai cosa significa la parola disperazione? È la forza della disperazione a cambiare la storia, non le chiacchiere. E io starò sempre dalla parte dei disperati.
– E noi italiani non siamo disperati? Prima veniamo noi, o no?
– Questa storia del “Paese nostro” e del “Paese loro” ha veramente rotto i coglioni. I primi a non starsene nel proprio Paese siamo noi, il clan della NATO, e tutti quei figli di mignotta che sfruttano le risorse degli altri senza dare nulla in cambio. E il meccanismo è sempre lo stesso: mettono paura alla gente e la gente chiede di essere protetta da pericoli inesistenti. E giù bombe…
– Noi non bombardiamo nessuno: ti sei scordata che nella Costituzione c’è scritto chiaramente che l’Italia ripudia la guerra?
– L’Italia “ripudierebbe” la guerra, se non fosse uno dei maggiori produttori mondiali di armi e se non ci fosse l’ENI a sfruttare i giacimenti petroliferi pure in Culistan al mondo. La domanda è: a chi le vendiamo le armi che produciamo, se non ci sono in giro le guerre e i paesi amici che le fanno scoppiare?
– Sembra che nel mondo ci sia solo l’ENI a sfruttare le risorse e solo la nostra industria bellica
– No, no, è un piatto ricco… ma a me le parole “sfruttamento” e “industria bellica” fanno schifo a prescindere. Tu, piuttosto, sei pronta a rinunciare al tuo benessere? Sei pronta a rinunciare all’auto, al telefono nuovo ogni sei mesi, ai gioielli, eccetera eccetera eccetera?
– …
– Bene, se non vuoi rinunciare a nulla, non puoi lamentarti di chi viene in Italia per avere un millesimo del tuo benessere. Benessere di cui io, te, e qualche milione di connazionali, usufruiamo a discapito degli altri.
– Non sono io ad andare a bombardare o a produrre armi. E sono padrona di incazzarmi se nel mio paese ci siano anziani costretti a vivere con 400 euro di pensione mentre i migranti sono serviti e riveriti!
– Certo che siete bravissimi a spostare l’attenzione sulla supercazzola dei problemi, pur di non guardare in faccia la realtà. Possibile che non siate in grado di capire che il problema sono i ricchi e non i poveri? La colpa della povertà non è di quelli più poveri ma di quelli più ricchi. Se te e quelli come te se la prendessero coi ricchi, così come odiano i poveracci, si risolverebbero i problemi del mondo. Odi gli oppressi e non gli oppressori: sei dalla parte sbagliata. Ci sei sempre stata, da quando sei nata. Eri talmente stronza che ti schieravi dalla parte della maestra e mai dalla parte di chi prendeva le note.
– Non c’entrano un cazzo gli schieramenti. Il problema è evidente: abbiamo i nostri, di poveri, non possiamo preoccuparci anche degli altri…
– Ma cosa significa “nostri”? I confini sono solo nella tua testa: hai mai visto la terra dall’alto? Mi dispiace deluderti, ma i confini non esistono. Non ci sono gli italiani e “gli altri”: siamo tutti nello stesso condominio.
– Ma la smetti di fare la maestrina? Di qualunque nazionalità siano, sono delinquenti e basta. Io lo vedo cosa succede nei tribunali: i reati sono commessi soltanto dagli stranieri.
– Ancora con questa storia delle percezioni personali. E a te cosa hanno fatto, esattamente? No, perché a me i problemi più grandi li creano gli italiani. Il mio capoufficio in giacca e cravatta, per esempio, che è l’espressione vivente dell’arroganza, della prepotenza e dell’ignoranza: uno che esercita il potere nella maniera più violenta possibile. Sappi che è nato a Poggio Moiano… e potrebbe anche essere considerato uno straniero, visto che sta fuori dal Raccordo Anulare.
– A me non hanno fatto niente, ma basta sentire in televisione quello che succede… tu hai delle figlie femmine, ti auguro che i migranti non gli facciano mai del male. Ma se dovesse accadere, non venire a lamentarti…
– Io mi auguro che siano gli italiani a non farle del male, dal momento che la maggior parte degli episodi di violenza sulle donne avviene tra le mura domestiche, da parte di mariti, compagni e fidanzati…
– Ma non hai visto quel negro di merda che ha picchiato una ragazza alla fermata della metro senza nessun motivo? Mi ha fatto imbestialire: l’avrei ucciso con le mie mani.
– Cristo!, è un caso su diecimila! Possibile che tu non riesca a non farti manipolare dai telegiornali quella testa da circoncidere che ti ritrovi? Perché, invece di sparare luoghi comuni, non dai un’occhiata alle denunce di violenza?
– Io a quel negro lo appenderei al muro, altro che denunce. Nel mio quartiere è pieno di negri: ho paura ad andare in giro da sola.
Niente, non se ne esce. Pur essendo munita di tabelle e grafici, non riesco a far capire a quell’analfabeta funzionale di mia sorella che la sua percezione non corrisponde alla realtà. Eppure i dati servono proprio a questo: a condividere la conoscenza e a dare una descrizione della realtà sufficientemente veritiera, per rendere le persone consapevoli. Cosa dovrei fare, adesso, secondo voi? Tacere? Scappare? Isolarmi? Rinchiudermi in casa ed evitare qualsiasi tipo di confronto? È la sera di Natale e i veri stranieri sono nella mia famiglia. Forse ha ragione Concetta: Io e te, aborigeno, che cazzo se dovemo dì? Il problema è che nel mio caso l’aborigeno è lei. Lei e tutte le persone che sono distanti e che mi fanno sentire sola.
– È mezzanotte! È nato Gesù. Mettiamo il bambinello nella culla. Almeno questo me lo concedi? Sono libera di rispettare le mie tradizioni o no?
– Il bambinello è un migrante, rifugiato, senza permesso di soggiorno, povero come la minestrina senza olio… lo hanno dipinto come uno strafigo con gli occhi azzurri, ma nella ricostruzione vera del suo volto somiglia a Lello Arena con la pelle olivastra.
– Che c’entra? Gesù è il figlio di dio e fa parte della nostra cultura. Solo i buonisti radical chic possono pensare di togliere il crocifisso dai luoghi pubblici.
– Oh, l’aspettavo e alla fine l’hai detto. Ti rispondo con un bel הִסתַלֵק ?
– E cosa significa?
– Vaffanculo. In ebraico antico. Sai com’è, bisogna rispettare le tradizioni e non c’è niente di meglio che parlare in ebraico la notte di Natale.

I dati non hanno schieramenti politici e ideologici. Non si schierano dalla parte di Crista o di Crocifissa. Cercano di rappresentare la verità, nel modo più obiettivo possibile. Ammettendo l’errore, scusandosi con parole contrite dai nomi impronunciabili: “ Semidispersione massima”, “Deviazione standard”, “Scarto quadratico medio”. I dati non servono per fare scelte giuste o sbagliate, ma per fare scelte consapevoli. Consultare le previsioni meteo e sapere che pioverà non significa uscire obbligatoriamente con l’ombrello: è possibile baciarsi sotto la pioggia ed essere consapevoli che si tratta della scelta giusta. I dati sulle migrazioni non risolvono il problema dei migranti, ma servono per affrontarlo in modo consapevole. Per produrli e interpretarli serve un pensiero indipendente, ma per prevenire l’odio e il razzismo i dati non bastano. Leggerli, però, può contribuire a farsi un’idea precisa del mondo e dei comportamenti sociali, senza lasciarsi andare ai pregiudizi e alle sensazioni personali. I dati che seguono sono solo una sintesi di quelli che l’Istat, il Ministero dell’Interno e l’ISMU mettono a disposizione. Sicuramente sono sufficienti per dirimere le discussioni tra Crista e Crocifissa, ma per approfondire l’argomento è sempre meglio far riferimento ai siti web delle istituzioni, che forniscono periodicamente dati aggiornati.
Ringrazio la dottoressa Francesca Licari per i preziosi consigli.

 

 

Rilevazione della popolazione residente comunale straniera per sesso e anno di nascita: La Popolazione residente comunale straniera per sesso e anno di nascita viene calcolata al 31 dicembre di ogni anno e diffusa al 1° gennaio dell’anno successivo.

 

POPOLAZIONE STRANIERA RESIDENTE AL 1° GENNAIO 2019

Sesso

maschi

femmine

totale

Paese
di cittadinanza

 

 

 

 

           Romania

 

513289

693649

1206938

           Albania

 

225316

215711

441027

           Marocco

 

225305

197675

422980

           Cina

 

150789

149034

299823

           Ucraina

 

53566

185858

239424

           Filippine

 

72946

95346

168292

           India

 

92404

65561

157965

           Bangladesh

 

101367

38586

139953

           Moldova

 

43548

85431

128979

           Egitto

 

84215

42518

126733

           Pakistan

 

85159

37149

122308

           Nigeria

 

69759

47599

117358

           Sri Lanka

 

58848

52208

111056

           Senegal

 

82023

28219

110242

           Perù

 

40834

56294

97128

           Tunisia

 

58785

36286

95071

           Polonia

 

24640

69560

94200

           Ecuador

 

34242

45007

79249

Altri Paesi

519295

576660

1095955


Totale

 

2536330

2718351

5254681

Fonte Dati: Istat

  * Nella tabella sono indicate le nazionalità più numerose

 

 

 

Permessi di soggiorno dei cittadini stranieri:
L’elaborazione consente di quantificare gli stranieri regolarmente presenti in Italia secondo le loro caratteristiche socio-demografiche.

 

Ingressi nell’anno di cittadini non comunitari – 2018

Motivo del permesso

lavoro

famiglia

studio

asilo, richiesta asilo e motivi umanitari

residenza elettiva, religione, salute

tutte le voci

Principali
Paesi di cittadinanza

 

 

 

 

 

 

 


Albania

 

1692

15817

531

621

4818

23479


Marocco

 

1060

16857

295

1423

761

20396


Nigeria

 

38

2952

206

11616

720

15532


India

 

2725

7937

1884

477

598

13621


Pakistan

 

135

5099

317

7511

293

13355


Bangladesh

 

50

6214

32

6629

264

13189


Cina

 

564

5640

4553

249

361

11367


Stati Uniti

 

3172

3200

2220

2

541

9135


Egitto

 

368

7215

297

541

386

8807


Ucraina

 

350

4064

226

2425

886

7951

 Altri Paesi

 

4451

47817

11483

33325

8101

105177

   Fonte Dati: Istat

  * * Nella tabella sono indicate le dieci nazionalità che hanno la numerosità più elevata rispetto a tutte le voci

 

Iscrizioni e cancellazioni all’anagrafe per trasferimento di residenza: L’indagine si occupa dei dati relativi alle iscrizioni e cancellazioni anagrafiche per trasferimento di residenza effettuate dai Comuni. Tali dati si ottengono dalla rilevazione effettuata tramite il modello APR/4: viene utilizzata una copia dalla pratica migratoria compilata dal comune di iscrizione per i trasferimenti di residenza da altro comune o dall’estero e dal comune di cancellazione per i trasferimenti all’estero.

 

Iscrizioni e cancellazioni all’anagrafe
per trasferimento di residenza – 2018

Sesso

maschi

femmine

totale

Paese di cittadinanza

 

 

 

 

  Romania

 

16643

23415

40058

  Brasile

 

8992

9035

18027

  Albania

 

8590

9404

17994

  Nigeria

 

12030

5836

17866

  Marocco

 

7563

9378

16941

  Bangladesh

 

9958

3442

13400

  Pakistan

 

10096

3149

13245

  India

 

5433

5637

11070

  Cina

 

4838

5187

10025

  Senegal

 

7194

1631

8825

  Ucraina

 

2336

5353

7689

  Egitto

 

4170

3189

7359

  Gambia

 

6099

136

6235

  Mali

 

5117

125

5242

  Costa d’Avorio

 

3886

844

4730

  Ghana

 

3670

887

4557

  Guinea

 

3576

162

3738

  Tunisia

 

1953

1708

3661

  Sri Lanka (ex Ceylon)

 

1483

1882

3365

  Russia

 

644

1975

2619

  Filippine

 

1204

1341

2545

  Bulgaria

 

1044

1471

2515

  Perù

 

1085

1327

2412

  Venezuela

 

968

1441

2409

  Kosovo

 

1284

978

2262

  Argentina

 

1122

1119

2241

  Moldova

 

720

1353

2073

  Regno unito

 

1090

971

2061

  Dominicana, Repubblica

 

875

1175

2050

  Spagna

 

833

1101

1934

  Macedonia, Ex Repubblica Jugoslava

 

865

1039

1904

Altri Paesi

49580

41692

91272

  Totale

 

184941

147383

332324

Fonte Dati: Istat

* Nella tabella sono indicate le nazionalità più numerose

 

 

Dati sugli sbarchi riferiti agli eventi di sbarco rilevati entro le ore 8:00 del giorno di riferimento

 

Nazionalità dichiarate al momento dello sbarco

Aggiornato al 13 dicembre 2019

 

 

Nazionalità

 

 


Tunisia

 

2654


Pakistan

 

1180

 Costa
d’Avorio

 

1135


India

 

1005


Iraq

 

871


Bangladesh

 

581


Sudan

 

444


Iran

 

434


Guinea

 

281


Marocco

 

253


Altre

 

2259

 TOTALE

 

11097

  Fonte: Dipartimento della pubblica sicurezza

*  il dati potrebbero comprendere immigrati per i quali sono ancora in corso le attività di identificazione

 

 

Vittime e autori di omicidio volontario
Anni 2014-2016, valori medi annui del triennio

 

Vittime e autori di omicidio volontario

Maschi

Femmine

Italiani

Stranieri

Totale

Età media


VITTIME

 

308 (68,4%)

142 (31,6%)

357 (79,3%)

93 (20,7%)

450 (100%)

46,5


AUTORI

 

979 (92,6%)

78 (7,4%)

828 (78,3%)

229 (21,7%)

1057 (100%)

37,7

  Fonte: Elaborazioni Istat e  Ministero dell’interno

 

 

Graduatoria delle principali nazionalità dei minori stranieri accompagnati  e non accompagnati (MSNA)  sbarcati in Italia nel 2018

 

 

Nazionalità

MSNA

Distribuzione %
MSNA x nazionalità

Minori
accompagnati

% MSNA su tot
minori

% Minori
accompagnati su tot minori

Tunisia

940

26,6

54

94,6

5,4

Eritrea

633

17,9

148

81,0

19,0

Guinea

251

7,1

35

87,8

12,2

Iraq

192

5,4

208

48,0

52,0

Pakistan

184

5,2

5

97,4

2,6

Totale

3.536

100,0

742

82,7

17,3

 

 

Rapporto italiani residenti all’estero


http://ucs.interno.gov.it/FILES/AllegatiPag/1263/Int_00041_ANAGRAFE_DEGLI_ITALIANI_RESIDENTI_ALL_ESTERO_-AIRE-_2018.pdf

 

Rapporto ISMU sulle migrazioni

 

https://www.ismu.org/wp-content/uploads/2018/10/Comunicato-Stampa-XXIV-Rapporto-Ismu-sulle-Migrazioni.pdf

Le non regole funzionano meglio delle regole.

 

La legge è uguale per tutti ma per qualcuno è più uguale

Non starò a spiegarvi il motivo per il quale mi ritrovo immobile, da venti giorni, in questo letto di ospedale: può capitare a chiunque di avere un piccolo incidente in bicicletta. È meno probabile che l’incidente accada a un ciclista incauto, distratto dalle chiappe tondeggianti di una passante. È ancor più improbabile che la distrazione dovuta alle suddette chiappe abbia come conseguenza immediata un urto anelastico contro un palo della luce, con conseguente volo da libellula e atterraggio a pelle di leone sull’asfalto. Di culo, con frattura scomposta del bacino, dei due acetaboli e di quello che una volta veniva chiamato osso sacro. Dico “una volta”, perché, dopo essermelo, fratturato ho tirato giù talmente tante bestemmie da farlo diventare un osso profano e profanato. Non ricordo bene la dinamica dell’incidente, ricordo soltanto che in un attimo sono passato dalla visione del paradiso alle tenebre dell’inferno. Insomma, mi hanno trasportato d’urgenza all’ospedale e mi hanno proibito di fare qualsiasi movimento. Proibizione superflua, dal momento che a farmi restare immobile ha pensato fin da subito il dolore, quel bel dolore acuto che si è impossessato di me per farmi assumere, a ogni micro movimento, le sembianze della bambina dell’esorcista, al solo scopo di darmi la possibilità di sperimentare tutte le possibili tonalità armoniche raggiungibili dalla mia voce attraverso grida, imprecazioni e bestemmie in macedone antico. A parte questo piccolo disagio, dopo le prime settimane in cui la Madonna e i santi si sono palesati sulle pareti bianche del reparto “cazzoni infasciati” dell’ospedale Madre Santissima Illuminata dei Guardachiappe incalliti, la degenza è piacevole. Sono accudito da infermiere bellissime, che provvedono anche a pulire e rinfrescare accuratamente le mie parti intime: pratica che sarebbe piacevolissima, se le suddette parti non si fossero finte morte e non dessero l’impressione di essersi trasformate in un ammasso di ciccia esanime. Cosa dire, poi, dei pasti faraonici che vengono serviti a pranzo e a cena? Minestrine a volontà, petti di pollo cotti a vapore, rigorosamente senza olio e sale, insalata scondita e mela cotta. Il massimo della goduria capita quando, al posto della mela, a qualche paziente tocca la pera: in quel caso, scatta la caccia a chi nasconde le stecche di cioccolata negli armadietti. Trattandosi di un reparto ortopedico, chi riesce ad avere un minimo di mobilità viene considerato prezioso come il centravanti della Juventus: in pochi possono permettersi di andare in giro per le stanze a rubare negli armadietti le scorte alimentari che i parenti introducono incautamente, senza sapere a cosa può arrivare un povero Cristo ricoverato in regime alimentare carcerario. Un pezzo di cioccolata può arrivare a costare anche 80 fialette di antidolorifico… E ovviamente c’è chi ne approfitta e mette in piedi un vero e proprio traffico illecito.
– Quanto stanno i Ferrero Rocher, oggi?
– Dipende se stai in colica o no…
A parte questi piccoli disagi, la vera ricchezza dei ricoveri in ospedale è la varietà umana con cui si deve convivere, forzatamente, condividendo storie di vita, speranze e sofferenze. Benedetto Crocifisso è stato il mio compagno di stanza per parecchio tempo, nella clinica di lunga degenza in cui sono stato lasciato marcire in attesa della terapia riabilitativa. Avete capito bene: il nome è tutto un programma, oltra a essere la sintesi della sua vita. La ricchezza del suo curriculum e del suo lessico si è palesata subito, al momento delle presentazioni.
– Sò ‘n pregiudicato e me stanno tutti sur cazzo.
Sento odor di intellettuale, ho pensato istantaneamente. E in effetti tutti i torti non li avevo. Sarà che nella vita non ho nessuna certezza, ma ogni volta che mi confronto con mondi e punti di vista diversi dai miei finisce che entro in crisi d’identità fino a non avere più un mio punto di vista. Ma iniziamo dal motivo per cui l’insigne Crocifisso, uno dei pochi falsi invalidi ad aver trasformato le dichiarazioni false e mendaci rese all’INPS in verità, è finito nel letto accanto al mio. Un banale problema all’anca, che doveva essere trattato da un chirurgo di fama internazionale accalappiato non so come, si è trasformato in un dramma. I chirurghi di fama internazionale, si sa, sono noti per la generosità con cui esercitano la propria professione nelle cliniche private. Quindi, quando il professor Borrelli ha appreso che il dottor Crocifisso era un poveraccio, ha ceduto alle lusinghe di una giovane praticante del suo staff. Così, oltre alla pratica sessuale, praticata peraltro con scrupolo e precisione, la giovinastra ha giocato, senza scrupolo e men che meno precisione, all’allegro chirurgo con quel disgraziato di Benedetto. Il risultato è stato eccellente: infezione diffusa a entrambe le gambe e rischio di amputazione.
– Je devo rompe er culo a quer fijo de ‘na mignotta!
Pur non essendo pratico di metafore, ho capito che questa storia il Crocifisso non l’ha presa bene. Passava giornate intere a costruire la vendetta che avrebbe consumato appena ne avrebbe avuto la possibilità. Si sentiva una specie di Conte di Montecristo, ma estremamente più figo, in continua lotta contro i soprusi e le ingiustizie che secondo lui aveva subito nella vita. Il problema è che, anca a parte, aveva una visione molto discutibile del concetto di ingiustizia e soprattutto della rivalsa nei confronti degli ingiusti. La sua sete di vendetta è cominciata in tenera età, quando ha maturato una personalissima visione della vita sintetizzata da un’altra perla di saggezza:
– Co ‘a gente se gioca affà ‘ncularella: bisogna èsse bravi a schivà le ‘nculate e a ‘inchiappettasse er prossimo senza pietà.
Ora, a parte la ricchezza lessicale, questa visione non vi sembra molto simile a quel famoso detto “Ama il prossimo tuo come te stesso” citato da Frate Indovino in corrispondenza del 25 giugno, la festa internazionale degli onanisti? Okay, non è proprio uguale uguale, ma il senso è più o meno quello. Certo, a 15 anni, quando era ricchissimo e viveva nell’agiatezza, non la pensava in questo modo. Ma, si sa, le strade che si prendono nel corso della vita sono condizionate non dalla quotidianità ma da pochi accadimenti fondamentali. C’è chi ha culo e becca gli accadimenti giusti che portano verso la scelta delle strade migliori, e chi invece è costretto a fare i conti con gli abissi e le meschinità umane e, invece di incamminarsi per la strada, resta fermo a difendersi e a prendere le contromisure agli uomini e agli eventi. Come ha fatto la famiglia Crocifisso, che, da proprietaria di immobili di ogni tipo e titolare di una catena di prestigiosi negozi di scarpe, è andata a finire in una casa popolare di Cinecittà. Com’è potuto accadere? La risposta è semplice: quando qualcuno pensa di essere il più furbo di tutti, sottovaluta gli avversari e va a finire che prima o poi incontra un altro più furbo che se lo “‘nchiappetta senza pietà”… tanto per usare citazioni dotte. Insomma, il padre di Benedetto aveva accumulato una fortuna, evadendo le tasse per anni e investendo in immobili. Tutto è filato liscio fin quando la finanza non gli ha messo gli occhi addosso.
– Cor cazzo che je pago le tasse! Li sordi so mia e ce faccio quello che me pare.
Disse una sera, a cena, insegnando al figlio, con poche parole, il senso civico e il rispetto per il prossimo. Così, in quattro e quattr’otto, mise in vendita tutti gli immobili e accantonò un cifretta niente male, che trasferì abilmente in una banca Svizzera. Avrebbe potuto tranquillamente accontentarsi della rendita del conto bancario e vivere sereno, ma perché accontentarsi quando si può avere di più? E il dipiù gli venne offerto dall’avvocato che lo aveva guidato nel trasferimento illecito di denaro: investimenti in affari loschi che avrebbero garantito una rendita del 20%. Il furbo coglione, quindi, delegò all’avvocato la gestione del patrimonio, che venne investito nell’acquisto di un villaggio turistico in Africa. Intestato all’avvocato, ovviamente, che scappò col malloppo da un giorno all’altro, senza lasciargli nemmeno la paghetta per comprare un pacchetto di figurine Panini, nel quale, per come si erano messe le cose, avrebbe trovato sicuramente il doppione di Cuccureddu. Quel permaloso del padre di Benedetto, subodorando il padulo radente che stava abusando delle sue terga, armò un casino e partì per l’Africa per riprendersi tutto. La conversazione tra i due durò pochissimo, anche perché l’avvocato era una bravissima persona che sapeva come trattare il prossimo.
– Per ora ti ho tolto i soldi. Se non te ne vai, ti tolgo anche la vita.
Amen.
Il padre di Benedetto tornò a casa con la coda tra le gambe e la vita che gli restava da spendere nella miseria più completa.
– Hai capito ‘sto pezzo de merda? Cià ‘nculato 10 mijardi…
– Ho capito, ma pure tuo padre, oltre a essere un coglione, mica è stato uno stinco di santo. Ha evaso le tasse ed è stato derubato: la famosa legge del contrappasso…
– No, no, mi padre era un brav’omo: perché avrebbe dovuto pagà ‘e tasse se lo stato non j’ha dato mai gnente in cambio?
– Per far curare gratis quelli che, come te, non hanno soldi, per esempio?
Niente da fare, da queste conversazioni non se ne esce. Benedetto era convintissimo che il padre fosse un benefattore a cui spettava una sorta di giustizia divina. E lui si sentiva il giustiziere prescelto di questa e di altre centinaia di cause come questa. Passava ore a studiare il modo per ottenere il massimo da ogni situazione, facendo il minimo sforzo. Per esempio, il giorno in cui è stato ricoverato, ha chiesto subito un colloquio col nutrizionista, per avere un regime alimentare diverso dagli altri. Un suo amico gli aveva detto che il cibo là era pessimo e lui si è inventato una minchiata sulla necessità di essere nutrito adeguatamente per riprendere le forze e combattere l’infezione. A supporto di questa richiesta, aveva snocciolato diverse teorie supportate da cartelle cliniche e analisi fatte in precedenza. Inutile dire che molte analisi erano false e le aveva rubate agli sventurati compagni di letto che mi avevano preceduto. Fatto sta che la mattina, al posto del tè senza zucchero con due fette biscottate, a lui veniva servita una colazione in stile Montalbano, che divorava avidamente senza offrire nemmeno un cannoletto siciliano. Benedetto era solo, non aveva parenti, ma in compenso usava i miei congiunti come se fossero suoi.
– Ahò, se rivenghi qua nun te presentà senza pizza e mortazza, eh?
Con questa frase, un po’ scherzosa e un po’ minacciosa, accumulava quintalate di pizza bianca e mortadella con cui faceva merende faraoniche a dispetto del mio yogurt magro senza grassi, che mi sorbivo puntualmente e diligentemente senza fiatare. A questo punto, vi starete chiedendo: “Ma questo Cristo come campa?”.
Prima di tutto ha una consistente pensione di invalidità: percepisce da anni una somma di tutto rispetto. Quando dico da anni, significa da molto prima che si manifestasse il problema che lo tiene inchiodato a letto. Era invalido? Assolutamente no, ma conosceva Cesare Scorticoni, un impiegato dell’INPS.
– Segnate ‘sto numero de telefono: 338.54…
– Cosa ci dovrei fare?
– È de ‘n’amico mio, te pò servì… Quello riesce a fa pijà la pensione d’invalidità pure a Gesù Cristo risorto.
– Ma io non voglio la pensione, voglio uscire da qui.
– Co quello che ciai, ‘a pensione la becchi de sicuro. E te danno pure l’accompagno…
Ma vi pare normale? L’invalidità a me… anche se sull’accompagno un pensierino ce lo farei. Dipende dall’accompagnatrice, ovviamente. Io, comunque, il numero di telefono l’ho memorizzato… non è per me, l’ho fatto solo per qualche amico che potrebbe averne bisogno: ‘n se sa mai.
– Che lavoro facevi, prima di ammalarti?
Gli ho chiesto un giorno, ingenuamente.
– Modestamente, nun ho mai lavorato un giorno in vita mia.
Avevate dubbi? Benedetto Crocifisso ha speso la vita per cercare il modo di fare soldi senza lavorare e alla fine ha lavorato più di un minatore vietnamita.
– De finti lavori n’ho fatti tanti, ma quello che m’è riuscito mejio è er capotreno.
– Eh?
– Er finto capotreno…
– Ah, ecco…
– Avevo trovato er modo de stampà li bijetti farsi. Salivo sur treno e quanno beccavo ‘no straniero senza bijetto, je ne mollavo uno falso, a metà prezzo, senza faje pagà ‘a multa…
Si ferma un attimo a fissare il vuoto, come se dovesse tirar fuori chissà quale aforisma, e poi riprende il discorso.
– Sai qual è ‘a cosa importante, se vòi fregà ‘o Stato?‘
– No, non mi sono mai posto il problema…
– Nun èsse mai uno de loro.
– Beh, per fingerti capotreno, dovevi per forza essere come uno di loro.
– ‘A divisa. Er segreto è ‘a divisa.
– Cioè?
– A differenza tra “èsse” uno de loro e “sembrà” uno de loro è ‘a divisa. Se ciai ‘a divisa co sopra scritto “Ferrovie dello Stato” te fanno ‘n culo come lo sterzo de ‘n’autobus. È come se ciavessi ‘n proprietario… Se,come me, ciai un completo de ‘a Navigare, che sembra, ma non è, uguale a quello der capotreno, sei ‘n’omo libero. Uno che indossa ‘na divisa nun è mai libero veramente.
– Ma che minchia dici? Tu vendevi biglietti falsi: si chiama truffa!
– Nun è esatto. Li turisti cor bijetto mio viaggiavano lo stesso, solo a ‘n prezzo più basso. Se chiama giustizia sociale…
– È truffa ai danni dello Stato.
– Perché pagà 18 euro pe annà cor treno all’aeroporto nun è truffa ai danni der cittadino?
Come dargli torto? Chi decide cosa è giusto e cosa non lo è? Forse sarò io troppo influenzabile, ma il suo punto di vista mi è sembrato tremendamente equilibrato e lucido. Io, come la maggioranza degli uomini, sono troppo abituato a rispettare regole e a prendere ordini da uno dei tanti capotreni appartenenti alla famosa piramide del potere, che esegue gli ordini in nome di un regolamento, che è stato scritto da qualcuno che ha ricevuto ordini da un superiore, che a sua volta ha ricevuto ordini da un altro superiore, che ha ricevuto ordini da qualcuno, che a sua volta agisce in nome di dio. Certo. Ecco perché le maggioranze mi stanno sul cazzo, perché, trovandosi dalla parte sbagliata, non possono mai essere lucide e avere ragione. Dove c’è maggioranza c’è fregatura; farne parte significa rendersi volontariamente schiavi.
Certo, si potrebbe obiettare che le Ferrovie dello Stato hanno dei costi da sostenere e il Crocifisso no, ma questo è un dettaglio.
– Comunque, fare il capotreno, vero o falso che sia, è un lavoro.
– No, fà er capotreno vero è ‘n lavoro, fà er capotreno falso è ‘na missione.
Ecco, è esattamente quello che sostenevo prima che intervenisse Benedetto: a me l’appartenenza ha sempre spaventato. I “noi” e i “loro” sono pericolosissimi. Se proprio si deve fare una distinzione, la farei tra quelli che per essere devono appartenere e quelli che riescono a essere senza l’appartenere a qualcuno o a qualcosa.
– Ma chi è che può permettersi di non indossare divise? Tutti ne hanno una: preti, poliziotti, ministri, portieri, impiegati, calciatori, medici… Ognuno ha la sua.
– Appunto! Loro sò schiavi, io no. Quelli come me, che nun cianno ‘a pretesa de fa parte der sistema e de indossà ‘na divisa, sò liberi. E se sarvano sempre. Pensa, ciavevo pure ‘n fischietto, fregato a ‘n bagnino, che usavo quanno invece de stà sur treno restavo alla stazione. Se vedevo ‘un turista incerto, je fischiavo, je chiedevo se ciaveva er bijetto e se nun ce l’aveva je ne rifilavo uno farso. Sai quanti me ne so ‘’nchiappettati, co sto trucchetto?
– E perché hai smesso?
– M’hanno fatto smette. Un giorno m’ha beccato ‘a polizia e m’hanno dato 4 anni de gabbio. Pensa che se ciavevo ‘a divisa vera sarebbero stati almeno 9…
Ecco, giustizia sociale è fatta. Non vi racconto l’esperienza da detenuto del Crocifisso, sarebbe troppo anche per voi…
– Er carcere è ‘n posto come ‘n’artro: ce stanno i boni e i cattivi…
Scusate, ha preso di nuovo la parola e mi tocca lasciarlo finire.
– Per esempio ho conosciuto er capo dei Casamonica.
– Ah, lui è buono?
– ‘Na gran brava persona, ‘n gran signore. Educato, salutava sempre. Oh, se dovessi finì in carcere, ricordate che devi sempre salutà, pe evità guai. Li cattivi se scannano tra de loro, ma se té saluti tutti educatamente te lasciano stà. Saluta e fatte li cazzi tua: questo è er segreto pe sopravvive… pure fori dar carcere.
– Minchia!, che consiglio prezioso: lo terrò presente insieme al finale de Le città invisibili… Certo che, però, quattro anni sono lunghi… come hai fatto a resistere?
– I primi tempi facevo finta de èsse matto. Strilavo in piena notte, davo le capocciate sulla porta fino a spaccamme er cranio, me menavo da solo… pe quarche mese ha funzionato. Er guaio è che dopo un po’ ‘a polizia nun cià più creduto e ‘na vorta m’hanno pistato come l’uva.
– Decisione saggia…
– Pensa che ho tentato pure ‘n finto suicidio.
– Ma va’?
– M’avevano portato in infermeria insieme a ‘n paralitico. Me so legato ‘na corda ar collo, so salito su ‘n banchetto e ho fatto finta de ‘mpiccamme. Però, porca de quella troia, quanno le cose devono annà male nun ce so cazzi: so scivolato sur banchetto e stavo pe morì veramente.
– E come ti sei salvato?
– M’ha sarvato er paralitico. S’è buttato per tera dalla sedia a rotelle e m’ha messo ‘no sgabello sotto li piedi. Solo che ero svenuto… ero diventato tutto viola… Pe fortuna se n’è accorto e ha chiamato l’infermieri.
– Sei vivo per miracolo…
– Me so fatto sei mesi d’infermeria, grazie a quer giochetto. Servito e riverito!
– Capirai, ci stavi per stirare le cuoia.
– Eh, ma quanno m’hanno rimesso in cella ho trovato ‘n’antro trucchetto.
– Cioè?
– Ciavevo ‘na piccola ernia ‘nguinale che m’ero ‘mparato a fa uscì a comando. Me buttavo per tera e cominciavo a strillà come ‘n matto dar dolore. Così me portavano in infermeria e stavo là un par de mesi. Servito e riverito!
– E non se ne sono accorti che ci marciavi?
– Mica ce marciavo, l’ernia ce l’avevo sur serio… Solo che a ‘n certo punto se sò rotti er cazzo e m’hanno operato.
– Che culo!
– Ma, de 4 anni, in cella me ne sarò fatti si e no 2.
– So a cosa state pensando: quest’uomo è un cazzo di genio!
– Beh, almeno ti avranno fatto passare la voglia di truffare il prossimo.
– Manco pe gnente. Eppoi io nun truffo nessuno: faccio affari.
– Sì, affari…
– Quanno esci dar carcere, è come resuscità. Esci dar portone, vedi ‘a luce der sole e te sembra strano. Prova a chiede a chiunque sia stato ar gabbio, te diranno tutti ‘a stessa cosa: “Quanno sò uscito dar portone, ho chiuso l’occhi, er sole m’ha accecato”.
– A occhio non mi sembra una cosa brutta.
– È ‘na sensazione che nun se pò descrive: sembra de vedè er monno pe ‘a prima vorta.
– Vabbè, dopo questa sensazione di rinascita, ti sei messo a lavorare onestamente, giusto?
– No, sò annato a trovà ‘n’amico mio, che ciaveva un negozio de coppe e medajie. E là ciò avuto l’idea geniale.
– La madre di tutte le inculate, suppongo…
– Se uno riesce a conià ‘e medajie, riesce pure a fà ‘e monete da 1 e 2 euro, giusto?
– Giusto!
– E ‘nfatti im poco tempo avemo fatto ‘n sacco de sòrdi. Ciavevamo una marea de clienti. Un euro lo mettevamo 40 centesimi e 2 euro 80 centesimi: me sembra un prezzo onesto.
– Onestissimo. Però…?
– Però l’amico mio ha voluto fà er gargarozzone: ‘a gente usciva dar negozio co le buste piene de monete. Alla fine l’hanno beccato e se lo sò bevuto…
– Ecco.
– Io invece me sò sarvato. Questa come quella vorta che avemo stampato, co ‘n’antro amico mio tipografo, li bijietti da 10, 50, 100 e 500 euro.
– Maddai, come La banda degli onesti…
– Nun te dico che stress: ogni mattina me facevo er giro de li tabaccai pe comprà ‘n pacchetto de sigarette coi 10 euro farsi. Me piavo er resto e le sigarette le rivendevo a metà prezzo: era diventato ‘n lavoro…
– Pensa che stress alzarsi tutte le mattine per spendere soldi. Non lo auguro a nessuno…
– Er contrabbando de sigarette è reato, pe quello me sò stressato. Allo Stato se je tocchi li sordi sò cazzi. Se io ammazzo quarcheduno nun jene frega ‘n cazzo, ma se je metto le mano nelle saccocce me se bevono…
– E “te se sò bevuto”?
– M’ha detto culo. Hanno beccato prima er tipografo, che come ‘n cojone spacciava li 500 euro. Poi hanno beccato quello che spacciava i 100 euro, che ha fatto ‘nculà pure quello che spacciava i 50.
– E tu?
– Quanno l’hanno messi dentro, se so accorti che fino a tre cojoni che se mettono insieme pe fà affari nun è associazione a delinquere. Sopra i 3 cojoni scatta l’associazione e ‘a pena se triplica…
– Ah…
– Quindi hanno fatto finta de nun conosceme. E io me sò sarvato…
– Ma non sei stanco di vivere così, rischiando, sempre sul filo del rasoio? Io non ci riuscirei…
– È quello che dico io: tu nun sei stanco de vive così, come ‘n sordatino, schiavo de tutti? Io nun ce riuscirei: regole, tasse, dichiarazioni dei redditi… Te controllano tutti… È libertà questa, eh? È libertà?
– Almeno così non rischio il carcere…
– Nun rischi er carcere? Ma che cazzo dici? In galera ce stai tutti i giorni, possibile che nun te ne accorgi? Le non regole funzionano mejo delle regole, fidate!
– …
– Comunque, prima de finì inchiodato dentro a ‘sto letto, facevo ‘n lavoro onesto.
– Oh, finalmente! Che tipo di lavoro?
– Er tassista abusivo.
– E te pareva…
– Oh, facevo le cose in regola, che te credi? Annavo a Fiumicino e m’attaccavo ar collo ‘n cartello co sopra scritto: “Costo treno = 18 €, costo biglietto autobus= 1,50 €, Totale, 19,50€. Io con la stessa cifra vi accompagno in albergo.”
– Uh, chissà com’erano contenti i tassisti veri…
– ‘Sti cojoni! Rubano 40 euro a persona… chi è ladro, io o loro?
– Tu! Non paghi le tasse, per forza puoi permetterti di chiedere la metà.
– E loro pensi che le pagano? Ah ah ah…
– Vabbè, e adesso che non puoi muoverti, cosa fai?
– Intanto ciò la pensione d’invalidità… a proposito: hai memorizzato er numero de telefono che t’ho dato?
– Sì, sì…
– Ottimo! ? ‘N se sa mai…
– Ma io faccio il pubblicitario, mica il tassista abusivo. E non ho bisogno di pensioni false.
– Ingenuo. Er vitalizio dei politici nun è ‘na pensione falsa? Se ce n’hanno bisogno loro, ce n’hai bisogno pure te…
– …
– Io ho deciso: me ritiro dall’affari, ho lavorato troppo. Sto a cercà ‘n posto dove riposamme, finarmente. ‘Na casa de riposo de quelle bone. Je lascio la pensione, nun penso più a niente e te saluto.
– Non ci credo: dai un taglio alle fregature?
– Sì, vojo morì così: servito e riverito.

Anche questo Natale…

anche questo Natale
Il Natale serve a ricordare a chi è solo che è solo, a chi non ha niente che non ha niente e a chi ha una famiglia di merda che ha una famiglia di merda. Questa citazione, che a prima vista potrebbe sembrare di Proust o di Neruda, in realtà è attribuita a un anonimo genio del web. Un cazzo di genio, al cui confronto sfigurerei anche io. In un’unica frase è riuscito a concentrare il dono della sintesi, le riflessioni filosofiche profonde sulla solitudine cosmica e attenti studi sociologici e comportamentali. Ma analizziamo meglio il saggio aforisma e cominciamo col dire che non necessariamente quelle tre condizioni sono isolate e indipendenti. C’è chi è solo perché ha una famiglia di merda, chi è povero perché ha una famiglia di merda e chi è solo, povero e ha una famiglia di merda. Escludendo chi è solo, povero e senza famiglia, direi che la “famiglia di merda” è la condizione necessaria e sufficiente per ricordarsi che a Natale è meglio starsene per i cazzi propri invece di prestarsi al rito del cenone, del pranzone e della litigata con cui chiudere in bellezza l’anno appena trascorso. Avete capito bene, mi riferisco proprio a lei, quella litigata che inizia in modo subdolo, con qualche battutina, quando si iniziano a sbucciare i mandarini prima di giocare a tombola, e termina la sera del 25, quando le famiglie decidono di non rivolgersi più la parola fino al prossimo Natale.
Di solito, le cose vanno così. C’è sempre qualcuno che, intorno al 20 dicembre, dimentica la guerra dell’anno precedente, guerra in cui il nonno comunista ha spaccato una bottiglia di vino Cacchione di Nettuno in testa al consuocero fascista, e telefona al parente che gli sta meno sul cazzo. La domanda di rito è: “ Che fate a Natale?”. La risposta è contenuta nell’introduzione di questo racconto, che poi è una rivisitazione moderna dell’incipit del libro Anna Karenina: “Tutte le famiglie sono di merda, ma a Natale lo sono un po’ di più”. Non vorrei sembrare dissacrante, ma è risaputo che il Natale è la festa più ridicola e ipocrita che ci sia. Se Gesù è nato il 25 dicembre, io sono San Giuseppe. Secondo voi, è un caso che i Saturnali, le famose feste religiose romane dedicate al dio saturno, si celebravano dal 17 al 23 dicembre? Secondo me no. Che poi, In quell’occasione, si banchettava, si celebrava l’uguaglianza e la fratellanza, gli schiavi diventavano uomini liberi e ci si scambiavano dei regali proprio come a Natale. Ah, dimenticavo, si facevano anche delle fantastiche orge. Diciamo che, nella sostanza, le due feste sono più o meno uguali, soltanto che il Natale è un po’ meno serio dei Saturnali. Si banchetta e ci si scambiano delle strenne, è vero, ma non si fanno orge e questo, già da solo, sarebbe un buon motivo per cancellare la festa dal calendario. D’altronde, Gesù, se avesse potuto scegliere, sarebbe nato sicuramente il 14 luglio, giorno della presa della Bastiglia e del trionfo della libertà, dell’eguaglianza e della fratellanza tra gli uomini. Invece no, per dare continuità alle feste pagane, si sono inventati questa storia del 25 dicembre, con tanto di presepe e celebrazione liturgica di mezzanotte. Generazioni di bambini educate a mettere il bambinello nel presepe a mezzanotte precisa, non un minuto prima o un minuto dopo, perché altrimenti porta jella. Così, invece dell’eguaglianza e della fratellanza, si festeggia l’ipocrisia di una religione menzoniera e scaramantica. Vabbè, non mi sembra il caso di farmi scomunicare dal Vaticano, anche se credo che sarebbe stato meglio dar seguito al rito pagano delle orge, non fosse altro perché in questo modo le famiglie avrebbero avuto dei buoni motivi per non scannarsi durante il cenone. Oddio, c’è da dire che scambiare una moglie giovane e strafiga con la moglie sessantenne dello zio, cessa, chiattona, pelosa e con la fiatella, sarebbe ugualmente motivo di scontri, ma almeno il morto sul campo avrebbe un senso. Come dire, la coltellata a freddo avrebbe il suo fascino… Invece, a differenza dei Saturnali, il Natale è una festa in cui l’uomo potrebbe essere libero e invece diventa schiavo. Schiavo dei regali, della spese, degli “auguri anche a te e famiglia”, del cenone e di quel “che fate a Natale?”, che in poco tempo crea una movimento massonico per ricucire i rapporti rovinati l’anno prima, trama e inciucia fino al punto di convincere gli altri a sedersi di nuovo intorno a quella stramaledetta tavola imbandita. Da dove volete che inizi, dunque? Dalla descrizione della spesa o da come mi ero lasciato coi parenti un anno fa? Inizio dalla fine: da quei bei vaffanculi incartati regalati lo scorso anno, che, pur non avendo sortito l’effetto sorpresa, mi hanno dato una grossa soddisfazione. Prima di tutto, ho fatto fuori una zia squilibrata, grazie a un lavoro meticoloso durato anni. Avete presente quelle dementi che pensano di essere le uniche madri presenti sulla faccia della terra e che i loro figli siano belli, geniali, simpatici e col fisico di Angelina Jolie? Ecco, più volte ho manifestato il mio disappunto, rispetto al comportamento di quella chiattona della figlia sedicenne di zia Franca, che aveva il culo più grosso di uno pneumatico degli autobus. Alla fine, dopo anni di rimostranze fatte con discrezione, ho ritenuto opportuno sottolineare che la lardella accumulata sulle sue chiappe non fosse dovuta a una disfunzione ormonale, storia che veniva tirata in ballo spesso, ma al fatto che la figlia si strafogasse ogni anno tutta la frittura preparata per il cenone, compresi gli avanzi dei Natali precedenti. Voi non ci crederete, ma se l’è presa. Ha giurato su San Mc Donald, il santo protettore della cellulite, che non avrebbe più preso parte a un pranzo in cui fossi stato presente io. Notizia talmente drammatica da farmi scoppiare in un pianto commosso, che al posto dei singhiozzi era intervallato da un pratico “esticazzi”. Me ne sono fatto una ragione. Peccato, quest’anno zia Franca non ci sarà. Riusciremo mai a farne a meno?
Il parente che non sono riuscito a eliminare, invece, è zio Maic. Badate bene, non Mike, ma Maic. L’ho soprannominato così, per quella sua naturale propensione a usare la lingua italiana in modo spericolato. Nel suo dialetto, un misto tra pugliese, abruzzese e napoletano, la lettera a non ha ragione di esistere e deve necessariamente essere sostituita dalla e. Il troncamento dell’ultima lettera è essenziale per poter comunicare con lui e comporre una frase di senso compiuto: pranzo diventa prenz, mamma diventa memm, stocazzo diventa stochezz… Insomma, avete capito: sostenere un dialogo con lui richiede una base culturale che non tutti possono permettersi. D’altronde, zio Maic è famoso per il suo approccio filosofico alla vita e per le citazioni colte che dispensa generosamente ai comuni mortali. La sua citazione più celebre, che ho avuto modo di approfondire in altre occasioni, è questa: “Luche, lesc stere le denne, quelle mengien, ti fenn spendr tutt li sord e tu ti ritrov col cule per terr e nen ti rielz più!”. Che tradotto siginfica “Luca, lascia stare le donne, quelle mangiano, ti fanno spendere tutti i soldi e tu ti ritrovi col culo per terra e non ti rialzi più”. Sì, lo so, non ha tutti i torti… Come non ha tutti i torti quando afferma: “Luche, se seremm tutt ricch non foss meglie?”. Ovvero, Luca, se saremmo tutti ricchi non fosse meglio? Avete notato anche voi l’utilizzo sapiente della consecutio temporum? Se state pensando che le citazioni di zio Maic siano rivolte esclusivamente ai soldi, vi dico subito che siete in malafede: perché dubitare della generosità di un uomo che chiude le tasche dei pantaloni con le spille da balia, per evitare che durante le feste qualcuno ci infili inavvertitamente una mano e sottragga il prezioso tesoretto che porta in dono? Il tesoretto, per l’esattezza, è sempre lo stesso da quando lo conosco: una somma di denaro appena sufficiente per comprare due cremini. La valuta utilizzata è degli anni ‘20 e la congrua somma viene elargita con un rito più scenografico e sontuoso della messa di mezzanotte. Rito accompagnato dal terzo consiglio, quello più saggio: “Mi reccmend, nen spendrl tutt, mettl da pert”.
Sì, lo so, la comprensione del testo si complica… A volte, alcune lettere vengono eliminate sulla base di una qualche regola che ancora fatico a comprendere. Comunque, il senso della frase è “Mi raccomando, non spenderli tutti, mettili da parte”. Certo, zio Maic, lo farei volentieri, se non avessi più di quarant’anni e se quella cifra mi consentisse di acquistare almeno due pacchetti di gomme da masticare e un rotolo di liquirizia…
Eppure, nonostante la sua evidente generosità, Zio Maic non è uno scapolone. È sposato con zia Crocifissa. Giuro, si chiama così… e non è casuale. Porta una croce con sopra scritto MAIC al posto di INRI. Nel suo caso, il titulus crucis non è Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum, è un più pratico MAquelgiornonunmepotevofàICazzimiei? Si tratta di un’espressione pasoliniana usata spesso per sottolineare la combinazione di eventi che portano a incontri indesiderati e che condannano a rapporti infelici da cui ci si sarebbe potuti sottrarre semplicemente standosene per conto proprio.
Zia Crocifissa è la mia preferita. Un donnone d’altri tempi di una generosità uguale e contraria alla tirchieria di zio Maic. Lui risparmia e lei spende. Fingendo di risparmiare, ovviamente. Lui è “tre pinze e una tenaglia”, lei ha le mani bucate come uno scolapasta. Il cenone di Natale non avrebbe senso, se non ci fosse zia Crocifissa, che inizia a cucinare a ottobre e finisce a febbraio. I fumi provenienti dalla sua cucina sono più tossici delle ciminiere di Porto Marghera. La friggitrice e l’olio con cui frigge hanno gli stessi chilometri della FIAT 128 di zio Maic. Si rifiuta di fare il tagliando a entrambe, il generosone. Se non le riesce la pericolosissima manovra di sostituire l’olio prima delle festività, ovviamente di nascosto dal marito, si corre un rischio altissimo: mangiare dei fiori di zucca che hanno il sapore dei totani, delle patate, delle cipolle, delle triglie e di tutti i defunti del mondo animale e vegetale che sono transitati da là. Lei è sempre stata il mio idolo, fin da quando ero bambino. I furti con destrezza  che praticava per sottrarre i soldi dalle tasche di zio Maic e regalarli a me erano degni del miglior Totò nel film I soliti ignoti. Insomma, Maic e Crocifissa sono due personaggi che vale la pena invitare, non fosse altro per conoscere le nuove tendenze degli Ipodiscount, quelli che vendono i prodotti tossici fatti con i peggiori ingredienti presenti sul mercato. Dove volete che faccia la spesa, zio Maic? Mica penserete che contribuisca in termini qualitativi, vero? In compenso, sulla quantità ci siamo… ogni anno si presenta con decine di prodotti che nessuno ha mai sentito nominare..
Il panettone Bau Lì, per esempio, ovvero la rivisitazione cinese del suo omonimo italiano, solo con un colorito più fashion tendente all’arancione, che viene venduto alla considerevole cifra di 49 centesimi al pezzo. Peccato per il packaging, che non riporta la dicitura “Nuoce gravemente alla salute”, e per quel logo raffigurante un pastore tedesco che si lecca i baffi, esplicita rappresentazione del consumatore ideale. Quando si apre la confezioni, si sente un odore di trementina terribile, che porterebbe erroneamente a pensare a un potente veleno per le derattizzazioni. Sciocchini, è per le deumanizzazioni, mica per eliminare i topi. Bau Lì, elimina zii, cugini, nipoti e qualsiasi parente al primo morso.
Poi c’è il torrone Spirlari. Il nome del produttore dovrebbe già dire tutto, ma forse avrebbe bisogno di essere accompagnato da uno slogan efficace tipo “Spirlari, il torrone del pirla”. La confezione giallo colica basta da sola per disincentivare dall’acquisto, ma l’immagine sgranata e sfocata del torrone è una vera opera d’arte da utilizzare come dissuasore per i piccioni. Non so se avete mai avuto l’occasione e la fortuna di assaggiarlo… la cioccolata ha il classico sapore del copertone bruciato, ma questo sarebbe il male minore. La vera chicca da intenditore è rappresentata da quelle prelibate pallette di naftalina che vengono spacciate spudoratamente per mandorle.
Diciamo che, per quanto riguarda la spesa, zio Maic non è il riferimento giusto come non lo è il supermercato Conat, luogo che induce a vomitare già dal nome. Alla spesa pensa mia cugina Adele insieme al marito Franco. I fotomodelli della famiglia: entrambi hanno la forma fisica dei coglioni di mulo, quei salumi oblunghi che si vendono a coppia come i coglioni classici e durante le feste vanno per la maggiore. So a cosa state pensando: il 24 è la vigilia di Natale e non si mangia carne, men che mai coglioni di mulo, che corrispondono a un doppio peccato capitale: gola e lussuria. Okay, parliamone. Supponiamo che io non abbia fatto tutto quel discorso sui Saturnali e sulle orge e voglia rispettare il precetto cristiano dell’astensione, cosa che peraltro mi riesce bene in quasi tutti i campi, soprattutto in quello sessuale. Supponiamo che creda in Dio, negli angeli e in Satana. Ecco, la vigilia di Natale è il giorno in cui Satana si palesa, sotto forma di soppressata, per far violare il più meschino dei precetti cristiani e riempire l’umanità di inutili sensi di colpa. La sequenza è questa: sei sovrappensiero, è l’ora di pranzo e cerchi di digiunare in vista del cenone, pensi “mangio giusto qualcosina per fermare la fame”, apri il frigorifero, ti distrai un attimo, addenti una fettina di salamella e non fai in tempo a deglutire e a benedire il creatore per aver inventato il maiale che ti ritrovi a maledire entrambi e a pensare “Porca di quella troia, ho mandato a puttane l’astensione”. E adesso che mi succederà? Il mio futuro sarà inevitabilmente compromesso? Patirò le pene dell’inferno e sarò costretto a mangiare salamella a quintali per tutti i giorni della mia vita? Ragioniamo al ribasso e cerchiamo di essere razionali e ottimisti. La mia lucidità mi porta a pensare che la condanna non può essere per l’eternità. In fin dei conti, si tratta di una misera fettina di salamella, che non ho neanche avuto il tempo di assaporare fino in fondo. Se avessi leccato i coglioni di mulo, sarebbe stato peggio… Pur facendo ricorso a tutto l’ottimismo che ho dentro, credo che come minimo mi tocchino i canonici 7 anni di guai, che aggiunti ai 40 passati fanno 47 anni di guai. Non ricordo bene se nelle Sacre Fritture c’è scritto che i 7 anni di guai si sommano o si moltiplicano. Se si moltiplicano, sono fottuto: 280 anni di guai, che si tradurranno inevitabilmente in 280 Natali di merda. No, un attimo, forse sono salvo: i 7 anni di guai li porta lo specchio rotto, io invece ho solo rotto il digiuno. Non è colpa mia, vostro onore. Quella zoccola tentatrice di salamella mi ha guardato languidamente appena ho aperto il frigorifero. Non mi ha nemmeno sedotto, come potrebbe?, se indossa quella calza color carne come una mignotta di 80 anni. Che si fa in questi casi? Dico una preghiera? Un Atto di dolore, ecco cosa ci vuole. Mi devo pentire come nessun cristiano si è mai pentito prima. Lassù devo apparire come un uomo distrutto e disperato, pentito per essere caduto nella peggiore delle tentazioni. Quella carnale che più carnale non si può. Un rapporto gastroduodenale con una fetta di salamella. L’Atto di dolore non basta, è evidente. Ci vuole qualcosa di forte, che rappresenti la mia contrizione.
Ecco, ho trovato la preghiera adeguata:

uocchio, maluocchio e funecelle all’uocchio
aglio, fravaglio, fattura ca nun quaglia,
corne e bicorne, cape’e alice e cape d’aglio
diavulillo diavulillo, jesce a dint’o pertusillo
sciò sciò ciucciuvè
jatevenne, sciò sciò!!!

Mi sento già meglio. Al sicuro. Non ricordo esattamente in quale passo dei Vangeli sia riportata questa preghiera, forse nel Vangelo secondo Eduardo de Filippo, nella parabola intitolata “Non è vero, ma ci credo”. Sì, dev’essere proprio così. Comunque, adesso che ho violato l’astinenza, non posso stare con le mani in mano. Devo fare qualcosa. Sono in preda a un attacco di invidia assurdo nei confronti di quelli che hanno la coscienza a posto e non si trovano nella mia peccaminosa condizione. Io ho il marchio dell’infamia tatuato addosso e loro hanno l’anima candida e pulita. Posso restare il solo peccatore dell’intera famiglia? E quei bocconcini di prosciutto e mozzarella a cosa servono, allora, se non a portare tutti nel baratro? Devo indurli in tentazione, è ovvio. D’altronde, se non ci fossero quelli come me, che inducono gli altri in tentazione, a cosa servirebbe il Padre Nostro?
Approfittando di un attimo di stanchezza di zia Crocifissa, prendo il comando della friggitrice, come se fossi Capitan Findus.
– Chi vuole dei bocconcini di mozzarella fritta caldi caldi?
Dico, con la voce di Cicciolina che tenta di sedurre un prete novizio. E chi potrebbe rifiutarli, alle 6 di pomeriggio, quando si manifesta il languore pre cenone a causa del digiuno fatto a pranzo?
– Me c’è enche il presciutte?
Dice zio Maic, dopo averne mangiati almeno una decina.
– Sì, perché?
– Cheme prch? Ogge è le vigilie… non si mengie cherne!
– Oh, cazzo! Me ne sono completamente dimenticato…
Fanculo, così il viaggio all’inferno non lo faccio da solo. Certo, quando Minosse si troverà a dover decidere in quale girone spedire zio Maic, avrà qualche problema. Dove lo manderà? Tra gli avari, tra i golosi o tra gli intellettuali anarchici? Bah, problemi suoi…
A parte la mia avventatezza ai fornelli, il cenone di Natale è l’occasione per ricordare, semmai ce ne fosse bisogno, la differenza tra uomini e donne. Le donne fanno tremila cose contemporaneamente e gli uomini non fanno un cazzo. Le vedi cariche come traslocatori, che portano buste strapiene da cui spunta di tutto: dal broccolo ai tergicristalli della FIAT 128 da regalare a uno zio qualunque. Gli uomini camminano al loro fianco rassegnati e scocciati. Ieri, mentre girovagavo per le strade del centro a ubriacarmi di nostalgia, ho assistito a una scena che mi ha dato un briciolo di speranza. Ero su via Nazionale, nel punto in cui la pendenza in salita è simile a una pista nera. Una signora, della stazza di Ave Ninchi, piena di regali, buste, bustine, pacchi e pacchetti, dice al marito, che camminava frettolosamente davanti a lei libero dalle buste come un fringuelletto, “Ahó, va’ piano che sò piena de pacchi e gnà faccio. Te sei scordato che sò cardiopatica?”. Lui si ferma, si gira, la guarda e dice lapidario: “Pe spenne li sòrdi nun sei cardiopatica, però!”. Socrate non avrebbe avuto il coraggio di rivolgersi in questo modo a Santippe e, semmai lo avesse avuto, non sarebbe stato così saggio nella formulazione della risposta. A supporto dei poveri uomini, c’è da dire che, nonostante gli acquisti sfrenati e il menù definito fin da ferragosto, qualche ingrediente manca sempre. E le donne, che pensano quasi a tutto, se ne ricordano in un momento ben preciso: alle 17,57 del pomeriggio del 24, quando i negozi stanno per chiudere e in salotto i maschietti hanno avviato dei fantastici campionati di playstation in attesa che sia pronta la cena. Di solito, la più intrepida e spericolata irrompe inaspettatamente nella sala e se ne esce con la domanda:
– Chi è, tra voi, che esce e va a comprare il lievito di birra per fare la pastella?
Il lievito di birra? Minchia, quanti anni sono che a Natale si friggono le verdure? Da che ricordo, la prima a dare inizio a questa tradizione è stata la Madonna. Friggeva nella grotta, dalle 4 del pomeriggio. Tutto puzzava di fritto. Il bue, l’asinello, san Giuseppe, i pastori… Betlemme era come una padella a cielo aperto: fritto ovunque. Perfino il bambinello, che in alcuni presepi è incollato alla culla, segno evidente e prova scientifica che alla mezzanotte del 24 era già nato da sette otto mesi, puzzava di fritto. Eppure, nonostante questa tradizione millenaria, le dieci donne della casa dimenticano sempre l’ingrediente principale e si permettono di interrompere il miglior campionato di formula 1 della storia. È normale che alla domanda non segua nessuna risposta…
– Siete sordi? Ho detto: “Chi è, tra voi, che esce e va a comprare il lievito di birra per fare la pastella?”
A questo punto, invece di intonare un coro da stadio, gli uomini si guardano tra loro, scambiandosi con lo sguardo la risposta più ovvia a una domanda così spericolata. “Stocazzo” aleggia sospeso in aria. Se ne percepisce la presenza, ma nessuno osa arrivare a tanto.
Per non far scoppiare la rissa prima del dovuto, e rovinare così la tradizione delle coltellate a tavola, esco io. Apro la porta e vengo investito da una nube tossica oleosa. Tutto puzza di fritto. Le scale puzzano di fritto, le strade puzzano di fritto, le ascelle della cicciona che incontro in ascensore puzzano di fritto, i profumi di Fendi puzzano di fritto, perfino i tubi di scappamento delle auto puzzano di fritto e costringono i pedoni a rimpiangere quelle belle boccate di biossido di azoto che si inspirano a pieni polmoni nelle ore di punta. Entro nel supermercato, che ovviamente puzza di fritto, e lo trovo inaspettatamente pieno: o c’è una riunione del comitato di quartiere oppure decine, ma che dico decine, centinaia di coglioni come me sono là per lo stesso motivo.
Lievito.
Di.
Birra.
Per.
Pastella.
E ovviamente l’ultimo cubetto disponibile se lo sono giocato a duello la signora Buttafava e suo cognato. Figuriamoci, la Buttafava è unta tutti i giorni che Cristo ha fatto, figuriamoci la sera della vigilia. Chi le fa una carezza, rischia di finire a toccargli il culo, non a causa di strane deviazioni sessuali, peraltro ingiustificate, ma per via dello strato di sugna che porta sulle guance. Le tocchi la guancia e la mano scivola come una saponetta sulle chiappe. Non mi resta che ricorrere al più abietto dei trucchetti: comprare i cubetti di dado Star, sperando che passino inosservati, toglierli dalla confezione e spacciarli per lievitini. Mi avvio verso casa in preda ai sensi di colpa. Queste feste mi mettono addosso una tristezza indescrivibile e una specie di rimescolio intestinale tipico delle interrogazioni scolastiche. Non proprio le farfalle nello stomaco, diciamo più la sensazione di aver assunto una supposta effervescente, quella che andrebbe servita a fine pasto. Tipo Eva Qu. Dio, che mi sono ricordato: le supposte effervescenti. Ricordate lo spot pubblicitario degli anni ‘90? Si vedeva una donna visibilmente intoppata, non fosse altro per quel vestito marroncino (sarà un caso?) che indossava, e una specie di angelo vestito di bianco. Angelo… sarebbe più appropriato dire una strafiga mora, che al posto dell’Annunciazione rilasciava bollicine effervescenti nell’atmosfera e si presentava dicendo “Mi chiamo Qu, Eva Qu, perché mi affidano le missioni più difficili”: praticamente era una specie di James Bond del cacarone, soltanto molto ma molto più bella di Sean Connery. Chiaramente, Eva Qu era sinonimo di Eva Quazione, ma capisco che far presentare in questo modo una donna di siffatta bellezza, benché con una faccia da maiala dichiarata, non sarebbe stato elegante. Immaginate lo spot? Mi chiamo Quazione, Eva Quazione, perché mi affidano le missioni più difficili. È vero che noi uomini, quando siamo davanti a una donna, perdiamo il lume della ragione e saremmo disposti anche a perdonare un errore anagrafico di questo tipo, ma il fotogramma successivo non lasciava spazio a nessun dubbio. Si vedeva un culo disegnato (lo giuro, potete verificare, cercando su internet) ed Eva Qu, “la supposta effervescente che risveglia l’intestino”, che abusava delle sventurate chiappe con “la delicatezza delle bollicine”. Il payoff, poi, era tutto un programma.”Eva Qu, effervescente, pratica e senza controindicazioni”. Capisco che i miei lettori non siano pubblicitari smaliziati, ma credo che l’inganno di questa pubblicità sia evidente. Ammetto che l’associazione donna-supposta è quanto di più geniale possa partorire la mente di un creativo, ma con lo slogan proprio non ci siamo. Che una donna, per un uomo, sia assimilabile a un suppostone delle dimensioni di un missile a lunga gittata è un’evidenza scientifica. Che sia effervescente ci può anche stare, ma che sia pratica e, soprattutto, senza controindicazioni, è un’affermazione talmente spericolata e bugiarda da competere con la scena della finta pazzia che ho fatto durante i tre giorni delle visite di leva, per evitare il servizio militare. Le controindicazioni in una donna ci sono eccome. Servirebbe il bugiardino, per capirle tutte. Dovrebbero fare delle campagne informative, per mettere in guardia la popolazione maschile. Roba tipo “Nuoce gravemente alla salute”, “Può causare infarto e perdita dei sensi, dissanguamento finanziario e scompenso cardiaco”, “Si contraddice facilmente, assumerla in piccole dosi e non rivolgerle la parola durante il ciclo”. Insomma, la stangona come testimonial di una supposta effervescente che stimola la diarrea non era appropriata, secondo me. Se avessero preso, che so, una cicciona butterata con le calze color carne sbrindellate che si chiude nel cesso e si lascia andare ai fuochi d’artificio della festa di San Gennaro, sarebbe stato tutto più credibile. Se poi, dopo il rumore dei tric e trac al posto del tappetino musicale, fosse uscita dal bagno con aria soddisfatta e avesse detto “È stata dura, ma ce l’ho fatta”, sarebbe stata perfetta. Okay, con l’immagine di Eva Qu ho guadagnato sicuramente degli attestati di stima: posso rientrare a casa tranquillo, pensando che tutto sommato le supposte Eva Qu potrebbero dare un senso al cenone. La casa, nel frattempo, si è riempita di parenti.Tutte persone che fino a dieci minuti prima si odiavano per qualcosa accaduto l’anno prima, che non ricordavano, ma che doveva essere sicuramente grave e importante. Che bel clima del cazzo. Nonostante i termosifoni roventi, si percepisce il freddo delle distanze. Io sono il più distante di tutti e mi sento terribilmente solo, anche se sono in mezzo a decine di persone. Se c’è un giorno in cui vorrei morire, quel giorno è oggi. Il giorno in cui è tutto finto e ipocrita, anche la vita. Finta allegria, finta bontà, finti legami, finto amore, finti propositi, finte preghiere e finto lievito di birra, che, in realtà, è uno schifosissimo dado Star.
Le pietanze si susseguono senza pietà. Zia Crocifissa si è fatta prendere un po’ la mano e ha fritto, non solo tutta la carne che ha trovato in frigorifero, anche i mandarini, le noci, i torroni e una copia di Pastorale Americana che gli è capitata inavvertitamente tra le mani. Ormai l’astensione è un ricordo per tutti.
Gli unici puri, che hanno qualcosa in cui credere, sono i bambini. Loro sì che aspettano il solo personaggio veramente esistente, che in qualche modo arriverà a mezzanotte. In ogni famiglia c’è un Babbo Natale che si presta alla recita.  Nella nostra di solito lo fa zio Maic, che viene puntualmente beccato appena dice “È errevet Bebbe Netele”.  Avete appena conosciuto l’unica famiglia al mondo in cui i bambini, ormai da diverse generazioni, sono fermamente convinti che Babbo Natale sia per metà abruzzese e per metà pugliese. Che poi proprio sbagliato non è, visto che Santa Claus deriva da Sinterklaas, che in olandese significa San Nicola. Solo che San Nicola non aveva le tasche dei pantaloni chiuse con le spille da balia e non diceva “Porca puttena” come Lino Banfi. O forse aveva entrambe le cose, ma nessuno lo sapeva… Fatto sta che ogni anno c’è qualche ragazzino imprudente e scaltro che osa dire “Tu non sei Babbo Natale, sei zio Maic!”. Ora, dico io, ti hanno beccato? Fai finta di niente, esci dalla stanza con noscialanz e lascia intorno a te un alone di mistero. Macché, niente da fare, si sente in dovere di rispondere.
– Cheme nen sene Bebbe Netele? Nen me vede? Ci è le berbe bienche, le penze e le reghele…
Così, una situazione che poteva essere risolta con un saggio silenzio viene aggravata in maniera irreversibile. Che poi è la stessa cosa che accade a me, quando cerco invano di giustificarmi con qualcuno e di dare spiegazioni. È vero che, non indossando la divisa da Babbo Natale, sono meno credibile e le scuse sono meno efficaci, ma io, al contrario di zio Maic, cerco di essere onesto. Insomma, quando è l’ora di Babbo Natale, ci tocca assistere per forza alla scena dell’apertura della spilla da balia e alla conseguente equa distribuzione della povertà. Il nostro è un Babbo Natale realista, che insegna fin da piccoli un principio sociale fondamentale: poiché distribuire equamente la ricchezza è impossibile, da migliaia di anni si distribuisce equamente la povertà. Però, tu sei Babbo Natale, cazzo!, non puoi permetterti di essere tirchio, altrimenti diventi un ossimoro vivente. Non ti viene in mente di aver sbagliato mestiere? Hai pensato a darti allo strozzinaggio? Là si che avresti successo…
Per onestà, c’è da dire che la colpa della povertà non è tutta del Babbo Natale nostrano, anche i parenti fanno la loro parte. Tanto per cominciare, il vecchio luogo comune del “basta il pensiero” non è vero: il pensiero non basta manco per il cazzo. Quando arriva il momento di scambiarsi i regali, la prima cosa a cui si pensa è “Quanto avrà speso?”. La seconda cosa è “Quanto ho speso io per il suo regalo?”. La terza è “Quanto c’ho rimesso?”. Non fate i santarellini, tanto lo so che siete tutti coinvolti. L’unico a uscire vivo da questo busillis è Zio Maic, il distributore automatico di fregature. A Natale dà il meglio di sé e mette a frutto la sua passione per gli studi economici, che lo ha portato a elaborare una teoria molto complessa su come scambiarsi regali senza perdere soldi. Prima di tutto, bisogna conservare la serie storica dei regali ricevuti dai diversi parenti, altrimenti non è possibile fare una valutazione corretta delle azioni da intraprendere. I meno esperti con la tecnologia possono annotarli su un’agenda, ma io mi sento di consigliare caldamente un pratico foglio Excel, che all’occorrenza permette di calcolare anche la media e l’andamento nel tempo della spesa. Poi, è fondamentale adottare un sistema di unità di misura a cui far riferimento. Il più diffuso, anche a livello internazionale, è la ciabatta De Fonseca a quadrettoni imbottita di pelo sintetico e con la suola in gomma giallognola. Qualsiasi regalo deve essere rapportato a lei. Questo perché la ciabatta De Fonseca è il “pensiero” più scambiato durante le feste. Quando non si sa cosa cazzo regalare, si prendono un paio di ciabatte imbottite dallo stand solitario di un supermercato e passa la paura. Ne ho una collezione personale, di quelle ciabatte di merda. Quando conosco una donna, la invito a vedere la mia collezione di ciabatte. Me le regalano a rotazione: ogni anno un parente diverso. E io, per non fare la figura del cafone, sono anche costretto a dire “Wow, che belle! Non me l’aspettavo…grazie!” .
Lo so, con le metafore vado forte. La traduzione esatta del mio pensiero è: “Me cojoni, un altro paio di quelle ciabatte che fanno cagare anche gli stitici più ostinati! Cos’altro potevo aspettarmi, da uno come te? Sono anni che ti attesti su una spesa media di 5 euro e 22 centesimi. Ti sei laureato alla Maic University, secondo me…”
Capisco che quel “wow” detto a coglionella possa dar luogo a qualche interpretazione errata, ma è mai possibile che la controparte non se ne renda conto e risponda compiaciuta.
Sapevo che ti sarebbero piaciute, sono contento. Non devi ringraziarmi, è solo un pensiero.
Un pensiero che avrebbe potuto avere anche un escherichia coli, dico io. Non è il caso di rispondere, tanto ci sarà modo di litigare più tardi.
Tanto per concludere il discorso, diciamo che per regolarsi esattamente su cosa regalare, è necessario ragionare in termini di ciabatte De Fonseca ricevute nel corso degli anni. Certo, poi è necessario fare delle previsioni, un minimo di calcolo sul dare/avere e qualche saggia considerazione sul futuro. Roba tipo, A mio cugino che lavora alla posta gli faccio un regalo leggermente più costoso, così si sente in obbligo e mi fa saltare la fila. Cose disinteressate, insomma.
Altro aspetto da non sottovalutare è il rapporto spesa/figura. Se è vero che spendendo 5 euro per un paio di ciabatte De Fonseca ci si espone a una figura di merda pressoché certa, è altrettanto vero che con la stessa cifra si può acquistare una candela o, peggio, uno di quei saponi fuffosi da mignotta che vanno tanto di moda adesso. In questo caso, si confondono le idee all’avversario, ma bisogna essere coraggiosi ed esporsi al rischio di sottoporsi alla prova sapone. Una volta ci sono cascato anch’io e vi assicuro che non è stato per niente piacevole: mi è capitato uno di quei commessi che il giorno prima faceva la drag queen alla Mucca assassina, il noto locale gay. Mi ha guardato languidamente, con gli occhi a cuoricino tipo il cagnolino Spank, e ha cominciato a spalmarmi il sapone sulle mani con una voluttuosità da pornostar. Nonostante il mio imbarazzo, oltre al timore che entrasse nel negozio qualcuno e mi beccasse in flagranza di checcagine, la baldracca ha continuato a insaponarmi, per poi passare al risciacquo. Metterà la mano sotto al rubinetto, ho pensato. Ottimista che altro non sono… Ha usato una tecnica tutta sua, prelevando l’acqua goccia a goccia con la mano e disinsaponandomi come se mi accarezzasse l’inguine al ritmo di Je t’aime. Insomma, fare i regali di Natale non è uno svago, è un vero e proprio lavoro, che non viene per niente apprezzato. Anche perché, il parente che regala la ciabatta pelosa è lo stesso che regala alla moglie il telefono cellulare da milioni di euro, quello che fa anche la permanente e i colpi di sole ai peli del culo. E questo mi fa incazzare più di tutto. L’equità sociale dove la mettiamo? Vogliamo fare una distribuzione equa delle strenne natalizie e io farò una equa distribuzione delle supposte effervescenti? Niente da fare, ogni anno c’è qualcuno che si espone a questo triste siparietto. Che poi, potenza dell’ipocrisia, chi riceve le ciabatte deve fingersi contento e, nella maggior parte dei casi, chi riceve il telefono costoso quanto un attico con vista su Via Frattina ha da ridire. Fa il sostenuto. Avrei preferito il modello Plus, dice. E me cojoni, risponderei io, per il modello plus non sarebbe bastata nemmeno la liquidazione. L’unico a essere coerente con sé stesso è zio Maic: regala 5 euro anche alla moglie e lo fa con la stessa solennità con cui lo fa con gli altri. Certo, non è facile raggiungere i livelli del Natale 1998, quando le regalò un rubinetto per la cucina in sostituzione del vecchio, che era durato appena 27 anni 7 mesi e quattro giorni. In quell’occasione, spese la cifra stratosferica di 50 mila lire: un vero e proprio investimento, che non ha ancora ammortizzato e che rinfaccia alla moglie ogni santo Natale che il padre di Cristo ha fatto.
Vabbè, ammetto di aver commesso qualche peccatuccio anch’io, nel corso degli anni: alcuni regali costosi li ho fatti, ma almeno ho avuto la decenza di non consegnarli platealmente in pubblico. D’altronde, non sarebbe stato facilissimo consegnare un piatto doccia 120×80 cm alla mia ex moglie, dopo che aveva rotto il vecchio…
Sarò io che sono strano, ma in queste dinamiche non ci vedo nulla di sacro. Ammesso e non concesso che la sera della Vigilia voglia starmene in silenzio ad adorare il mio dio, non ne avrei la possibilità: sottrarsi al rito dei regali è impossibile. Come è impossibile sottrarsi al rito dei giochi natalizi. Se è vero che dopo un giro di tombola i coglioni di un uomo normale restano incollati alla sedia, quando si passa alle carte si dà il là per la lite, che terrà le famigliole distanti per il resto dell’anno. Ditemi voi se in un clima pericoloso come può essere un raduno simile, si può giocare a giochi dai nomi che istigano all’incazzatura.
– Ci facciamo un paio di giri a Bestia?
Bestia, per chi non lo sapesse, è una specie di briscola d’azzardo con cui si rischia di perdere la tredicesima. I partecipanti s’incazzano come bestie, per l’appunto. Proporre di giocare a Bestia è come dire “Forza Lazio” nella curva sud, quella dei romanisti. Eppure, tutti gli anni c’è qualcuno che ci casca; zio Maic in primis, che pensa di essere un grande giocatore. Di solito, è il primo che comincia a perdere cifre astronomiche, e, quando accade, lo si capisce dal colore delle sue orecchie: inizialmente sono di un pallido rosa color culo di neonato e, piano piano, assumono tutte le gradazioni di rosso fino a diventare infuocate come due bistecche di contro vitellone. La sequenza ormai è chiara come un in film visto e rivisto: il meno fortunato è costretto a calare un asso, quello che vale 11 punti. A questo punto, interviene, con un sorriso incerto, chi possiede il Re di briscola. Poi, zio Maic, con un sorriso mefistofelico da gatto che mangia il topo, cala il tre di briscola.
– E quest me le piglie ie…
Già si vede incoronato imperatore della serata, quando la mano autorevole di Peppe, il cugino che gli è sempre stato sul cazzo, cala l’asso.
– E no, Maic, quest me le piglie ie.
Dice Peppe, prendendo le carte in tavola e prendendo pure per il culo Maic.  Il quale Maic, non avendo fatto nemmeno un punto, “va in bestia” sia nel senso del gioco che nel vero senso della parola. Il piatto da 50 euro è una cifra che non può sostenere:l’equivalente di un rubinetto Grohe ottonato. Rischia il collasso e il fallimento. Strilla, sbraita, comincia ad accampare scuse, dice che siamo una famiglia di disonesti e che abbiamo barato, che lo derubiamo tutti gli anni, che questo è l’ultimo anno che passa il Natale insieme a noi… e poi tira fuori la frase che, lo sa con certezza scientifica, metterà tutti contro tutti come Montecchi e Capuleti, distrarrà la folla, confonderà le idee e annullerà il suo debito di gioco.
Le colp è di quel negre del chezz, che guerd le chert e fe le spie.
Ovvero, La colpa è di quel negro del cazzo, che guarda le carte fa la spia. Il Negro del cazzo sarebbe il fidanzato di Annunziata, la figlia di Peppe. La pelle olivastra e le origini siciliane sono più che sufficienti per fare di lui un “negre del chezz”. Maic ce l’ha con tutti i meridionali, che emigrano per rubargli il lavoro. E si sa che un meridionale aspira a vendere i bottoni e le mutande alle tardone che girano per il mercato dove lui ha il banco. Potrebbe, che so, fare l’ingegnere alla Fincantieri, come Carmelo, ma il richiamo delle mutande è più forte di qualsiasi altro mestiere. Fortunatamente, Carmelo, che è una persona intelligente, non raccoglie le provocazioni. A raccoglierle ci pensa Aida, la moglie di Peppe, che non sopporta né i razzisti né Maic.
– Razzista di merda…
Adesso sì che ci divertiamo. Il conflitto è quello che tiene vive le feste di Natale, altro che il bambinello. A questo punto, infatti, tra Aida e Maic si scatenano delle risse verbali che non potete immaginare. Le giaculatorie creative che tirano fuori potrebbero tranquillamente ricevere il primo premio alla Sagra della Bestemmia di Borgo Grappa. Bestemmiano in rima, coinvolgendo alternativamente Dio, la Madonna, Gesù Cristo e tutti gli invitati alla cena del Signore. Per fortuna, conoscendo le bestie, ho acquistato un bambinello con la faccia sconvolta e gli occhi sbarrati come un’emoticon di Whatsapp. Sembra che dica “ E che cazzo, manco sono nato e già mi date del porco! Concedetemi almeno qualche anno di tempo per sperimentare i peccati terreni, no?”. Niente, il livello di incazzatura sale talmente velocemente che nemmeno Cristo riesce a mettere pace. Si insultano sugli argomenti più disparati, spaziando dalla politica alle dubbie virtù di Annunziata. Non c’è un argomento sul quale la pensino allo stesso modo. Lui è leghista, lei è comunista. Lui è cristiano bigotto, lei è atea mgnotta. L’unico aspetto che li accomuna è la tirchieria: uno regala 5 euro, l’altra quelle ciabatte De Fonseca di merda. Nella discussione, che aumenta in crescendo come l’Allegro con brio di Beethoven, ciascuno cerca delle alleanze tra i parenti, per supportare le proprie tesi. La faida è servita. Si tirano fuori rancori e fatti avvenuti decenni prima, frasi mai digerite, affronti mai superati. Io, che modestamente mi trovo in mezzo, cerco di aizzare l’uno contro l’altro: specialità in cui sono un vero professionista. Lo faccio con un rigore scientifico che nemmeno Tina Cipollari in Uomini e Donne si sognerebbe. Sono il tronista della litigata. Quando le cose sembrano calmarsi, butto là l’aneddoto incendiario che fa ardere di nuovo il sacro fuoco della rissa. La partita a Bestia si trasforma nel derby Rottweiler contro Dobermann. Per farli smettere, andrebbero immersi nella vasca dei piranhas dopo essere stati unti con lo strutto. La sala da pranzo è diventata una specie di arena infuocata dai termosifoni, dalle parole roventi e, soprattutto, dalle orecchie di Maic, che irradiano calore più di un termocamino. A questo punto, dopo nemmeno un’ora dalla nascita, il bambinello comincia già a sentire puzza di fregatura: la terra è un posto di merda, pieno di gente litigiosa, dove è stato mandato per scontare chissà quale peccato. So benissimo cosa gli passa per la testa, durante il cenone:

  • Tra tutte quelle cazzo di ciabatte De Fonseca, ce ne sarà anche un paio per me, ne sono certo. Per carità, sono bellissime, ma io, per camminare sulle acque, ho in dotazione delle pratiche scarpette da scoglio.
  • Siamo proprio sicuri che devo farmi crocifiggere per salvare ‘sta gente qua?
  • Sono nato da un’ora e apprendo che mio padre è un porco, mia madre una porca e comincio ad avere il dubbio che questo non sia un presepe ma il set di un film porno.
  • Che minchia di lingua si parla in questa casa? Io quello con le orecchie color bistecca di vitellone e le spille da balia sulle tasche dei pantaloni non lo capisco… Una cosa la so, però: da grande voglio essere come lui e andare in giro per il mondo a diffondere il verbo. Quel “Lescie stere le denne…”, anche se non so cosa voglia dire, mi sembra un consiglio saggio…

Insomma, in meno di un’ora, il bambinello di casa Strano ha il bagaglio culturale e l’esperienza di vita di Matusalemme, Renzo Montagnani e dei 40 ladroni messi insieme. E casa Strano è proprio così, piena di diversità e di solitudini. C’è chi argomenta, chi urla, chi, nella foga, per sostenere la propria tesi, straparla e sputacchia sui pezzi di torrone Spirlari che nessuno ha avuto il coraggio intestinale di assaggiare. C’è chi sgranocchia noci e chi sbuccia mandarini. C’è chi, pur di non sentire le liti, si è messo a rassettare la cucina e chi chatta con l’amante perché la moglie è diventata come la decorazione natalizia di un albero di Natale in plastica. Ci sono i bambini, che giocano, già annoiati dai regali appena ricevuti e i nonni che “Ai miei tempi questi giochi me li sognavo, si giocava a Nizza, Nisconnarella e Tre-tre-giù-giù”. Ci sono i padri e le madri, contenti di stare essere riusciti a riunire tutti almeno per un giorno, che fanno finta di non vedere quanto la famiglia si sia sfasciata . Alla fine, le discussioni si smorzano e ognuno resta solo con la noia. Si accende la televisione e si va a colpo sicuro, senza nemmeno consultare la guida televisiva: sulle reti Mediaset trasmettono Il piccolo Lord, Sette spose per sette fratelli e lo speciale di Barbara d’Urso. Sulle reti RAI Mary Poppins e la serie dedicata alle storie d’amore indiane. Ci fosse un cazzo di anno in cui, per sbaglio, si concedano una trasgressione: non dico di trasmettere Le calde notti di Moana, ma almeno, che so, La liceale seduce i villeggianti. Niente, da quarant’anni la programmazione è sempre la stessa. Cosa fare, allora, se non tornare a pensare alla mediocrità quotidiana? Matrimoni falliti, problemi sul lavoro, insoddisfazioni, incomprensioni, paura di invecchiare e voglia di rinascere di nuovo, come quel bambinello, e ricominciare da zero. Magari da un’altra parte, in un’altra famiglia, diversa e uguale a tutte le altre. Li guardo da fuori, i miei parenti, e per un attimo mi sembrano tutti belli: genitori, figli, nonni, nipoti, zie, zii, giovani, vecchi, calmi, incazzati, sorridenti e malinconici. Ognuno porta con sé un mondo fantastico e unico, che, nel bene e nel male, è costretto a condividere con gli altri. Mi affaccio alla finestre e mi chiedo cosa sono diventato io. Ho i capelli bianchi. In questa casa, da bambino, ho visto passare babbo Natale diverse volte. Ho visto nuvole di fumo sul tavolo da gioco e ho passato nottate a veder giocare gli adulti. Ho vissuto giornate grigie, stravaccato sul divano, annoiato, in attesa di un messaggio di auguri che non è mai arrivato. Avrei un sacco di domande da fare a quel ragazzino appena nato. Era proprio necessario tutto quel dolore che ho vissuto? Avrei potuto farne a meno ed essere ugualmente quello che sono? E le delusioni? Quelle belle delusioni, che non deludono mai perché ci sono sempre e non mi hanno mai lasciato solo, non potevi risparmiarmele? Sorridi, eh? Per forza, sei appena nato. Che ne sai tu di com’è l’umanità. Che ne sai di cosa sono capaci quelli là fuori? Ti batterai per la libertà degli altri e a te la toglieranno. Lotterai per far capire alla gente che per vivere serve solo l’amore e ti ritroverai, per duemila anni, a nascere in mezzo a una, mille, milioni di famiglie in cui ci si scambiano soltanto regali che non servono a un cazzo. Andrai a dire in giro che siamo tutti uguali, proprio tu che ti proclami figlio di dio, e quando finalmente ti sentirai umano, prenderai il posto di Barabba sulla croce. Ma sarai un umano speciale, uno che perdonerà e avrà pietà di tutti, persino chi lo uccide. E allora poco importa se sei il figlio di dio o no. Poco importa se sei risorto o se gli apostoli si sono inventati tutto. Poco importa se a messa ci vanno quelli che non hanno capito un cazzo dei tuoi insegnamenti. Proverò anch’io ad avere pietà di chi mi ha fatto e mi farà del male, pure se non sono il figlio di dio e ho uno zio come Maic, che andrebbe crocifisso insieme a Barabba. Ci proverò, ma l’anno prossimo: adesso stanno ricominciando a giocare a Bestia e non voglio perdermi lo spettacolo.

Dentro ogni uomo innamorato si nasconde un coglione che prima o poi esce fuori

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Come finisce una storia d’amore? Semplice, lei dice “Io non ti amo più”, lui dice “Io non ti amo più”, entrambi dicono “È finita”, e finisce. Facile no? Tre frasette confezionate, ognuno se ne va per conto proprio e passa la paura. Magari fosse così… Ci sarebbero sicuramente meno morti sul campo. Invece, di solito, uno dei due muore dentro. A volte entrambi. La parola d’ordine è soffrire. Ma non una sofferenza leggera, quelle da due soldi, che passa con una birretta e due patatine. Per lasciarsi serve una sofferenza pesante, talmente pesante che, dopo sei mesi, sei dimagrito come se avessi seguito alla lettera la dieta del dottor Sobrino. Dio, quanto mi stava sul cazzo, il dottor Sobrino. Ricordate il payoff? “Centri dimagranti Sobrino, magri come un grissino!”.
Ora, facendo il pubblicitario di mestiere, posso dirlo: una roba simile avrebbe potuto scriverla anche una medusa spiaggiata. Però funzionava, è questa la cosa che mi fa incazzare di più. Uno si spreme le meningi per trovare l’idea creativa del secolo e poi arriva l’idea gelatinosa e urticante di una medusa che ti umilia in questo modo. Anche perché, diciamoci la verità, l’idea funzionò, nonostante il dottor Sobrino fosse un ginecologo con un master in dietologia. E io avrei avuto una gran voglia di chiedergli su quali basi avesse costruito la sua carriera da nutrizionista. Signora, divarichi le gambe… Ahi, ahi, ahi, ha una forte infiammazione!, le consiglio una crema al pesto e l’applicazione di due fette di soppressata quattro volte al giorno. Mi raccomando, il pesto deve essere fatto nel mortaio e con molto aglio. Oppure, ha il ciclo irregolare, per regolarizzarlo dovrebbe fare degli impacchi di maionese e zuppa di lenticchie tutti i giorni alle 8,18 e alle 17,22. Mi raccomando, rispetti gli orari ed eviti il sale e l’olio. Questo la pubblicità non può dirlo, ma secondo me la deviazione nutrizionistica è andata più o meno così, altrimenti non si spiega… In ogni caso, se i centri Sobrino hanno chiuso, un motivo ci sarà…
Il nostro ginecologo nutrizionista dovrebbe provare a fare il pubblicitario, in quel mestiere era forte. Ricordo con nostalgia degli spot televisivi efficacissimi nei quali si vedeva una topona mora, credo la signora Sobrino, che intervistava personaggi improbabili, che nella realtà non potevano esistere. Nemmeno Carlo Verdone nel film 7 chili in 7 giorni era riuscito ad arrivare a un livello simile di creatività. Forse, l’unico personaggio che poteva in qualche modo avvicinarsi ai testimonials del dottor Sobrino era un certo Paolone, un ragazzino con le fattezze di un monsignore, che nascondeva salami e insaccati ovunque e al termine della dieta ingrassava invece di dimagrire.
Una farsa.
Il film e la dieta.
E l’amore.
Non è una farsa, la fine di un amore? Su, non fate gli ipocriti, se non fosse per la tragedia, che ognuno vive e consuma a modo suo, ci sarebbe da scompisciarsi dalle risate a vedere due deficienti che si disperano per aver perso qualcuno che li ha fatti stare male. Perché se lasci qualcuno significa che non ti ha fatto stare bene, no? Altrimenti te lo terresti stretto. Invece c’è la strana tendenza ad associare l’amore alla sofferenza… strano modo di interpretare le parole. Infatti, quando si guarda indietro, dopo che è passata la tempesta, la frase più ricorrente che si dice è “Che coglione sono stato”. Ed è vero. Potrebbe essere il titolo di una canzone. Dopo La canzone dell’amore perduto, signore e signori, ecco a voi La canzone del coglione smarrito. Porca pupazza, quanti pianti mi faccio quando ascolto La canzone dell’amore perduto. Ogni volta, da almeno trent’anni, parte l’assolo della tromba di Telemann e le lacrime scendono da sole, come se venisse aperta la chiusa di una diga. Quando accade all’improvviso, che so, mentre smanetto con le playlist e sento le prime note, mi prende alla gola e mi soffoca. L’amore bisogna saperlo perdere, e io, modestamente, sono sempre stato molto bravo in questo. L’ho perso in modo scomposto e drammatico: De Andrè sarebbe stato fiero di me, se avesse visto ai disastri sentimentali che ho accumulato dai 15 ai 45 anni. Ho dato un senso a quei maledetti “fiori appassiti al sole di un aprile ormai lontano”, che ho spesso rimpianto. Spesso, eh, non sempre. A volte, si è trattato solo di finte primavere. Un po’ come quei tepori di marzo che mi ostino a chiamare primavera quando so benissimo che arriverà la gelata che brucerà tutto.
Ma per il coglione smarrito è diverso, quello fa parte della presa di coscienza che prima o poi prevale sulla presa di incoscienza.
Quando arrivi a guardarti con un occhio critico e a guardare con lucidità la storia in cui ti eri infilato e tutte le cose che non andavano, quando arrivi a non rimpiangere nulla della persona che avevi accanto e a sentirti libero e leggero, quando arrivi a vedere chiaramente che, non è vero che non c’era una via d’uscita, la via d’uscita c’era eccome e corrispondeva alla parola “fine”, quando arrivi a sostituire il pensiero “come faccio senza di lei” con “meno male che è finita e lei non c’è più”, significa che hai fatto i conti con il coglione che era in te. Ogni uomo innamorato nasconde dentro di sé un coglione che presto o tardi uscirà fuori, dice il saggio, cioè io. È solo questione di tempo, questo l’ho capito. Prendete una storia d’amore qualsiasi, aspettate la fine, e vedrete zompettare per la città un minchioncello nuovo, mesto e piangente, che romperà le balle ad amici e parenti per farsi consolare, pronto a uscire nuovamente allo scoperto alla prossima illusione d’amore. Osservatelo bene per almeno sei mesi e vi accorgerete che assumerà le fattezze di don Lurio anche se prima somigliava a Bud Spencer. Solo allora capirete che la dieta migliore consiste nella perdita di qualcuno a cui volete bene. E funziona. Cazzo se funziona..
A questo punto, la domanda che vi faccio è: “Quando finisce una storia?”. In un momento preciso, ovvero quando si mette la parola fine? Dai, non prendiamoci per il culo, quando arriva quel momento, spesso, è finita da tempo, ma si rimanda lo strappo per una serie di motivi. Vigliaccheria, consuetudine, abitudini, paura di restare soli, paura di avere nuove relazioni o speranza di un ritorno a un passato felice che sai benissimo che non tornerà più. Passata l’ubriacatura dell’innamoramento, restano le delusioni della realtà. E bisogna fare i conti col disinnamoramento, il peggiore degli stati d’animo. Quando ti rendi conto che la persona con cui vivi non riesci più a vederla come prima. A volte, addirittura, ti disgusta. Ti disgustano il suo odore, il suo sapore e come si muove. Non sopporti più il tono della voce, il modo in cui ride, che ti sembrava così dolce e invece è terribilmente volgare, e non la desideri più. L’idea di farci l’amore ti fa ribrezzo. Com’è possibile, se solo un anno prima bastava vedere la spallina del suo reggiseno per finire a far l’amore in qualsiasi posto? Non si capisce, non l’ho mai capito. Bisognerebbe fare dei corsi di disinnamoramento, altro che centri dimagranti Sobrino. Teoria e pratica per non amare più. Cuore infranto senza pianto. Questo è un bel payoff. Ne ho anche uno un po’ più d’effetto: Se hai tanto amato, resti inculato. Rende meglio l’idea, ma forse è troppo d’impatto… Meglio qualcosa di più religioso, tipo “Amati e fa’ ciò che vuoi”. Purtroppo, non avendo avuto la possibilità di frequentare corsi di questo tipo, anche se nel secondo che vi ho citato sarei sempre stato promosso a pieni voti, ho fatto tutto da solo, ma non sono mai riuscito a spiegare le tappe del dolore in modo razionale. Sono sempre partito da un punto e arrivato in un altro, senza un percorso chiaro e senza tempistiche precise. Perché se c’è una cosa su cui posso giocarmi gli zebedei è che da una storia d’amore importante se ne esce, ammesso che se ne esca, profondamente cambiati, in un modo completamente inaspettato e in un momento della vita totalmente imprevisto. L’altro resta incollato addosso per sempre, ma senza più il potere di fare male, questo è un dogma. E le donne che ho amato, tutte, fanno ancora parte della mia vita. Nella musica, nei libri, nei posti che ho vissuto insieme a loro, nelle piccole manie che ognuna più o meno aveva e che erano diventate anche le mie. E ne ho viste, di ipocondrie, di paure, di fissazioni, di stranezze, di fragilità e chi più ne ha più ne metta. Si chiamano “storie d’amore” perché quando uno è innamorato vive dentro una narrazione personale dall’inizio alla fine. E se gli amori sono tutti uguali, le storie d’amore sono tutte diverse. Per questo i libri che ne parlano hanno spesso successo. Io mi sono accorto di non amare più, quando meno me l’aspettavo, in un mercoledì qualsiasi, quando, guardando una vecchia foto, non ho sentito più niente. È stato terribile. Una sensazione di vuoto e di solitudine indescrivibili, più dolorosa della perdita. Ma di questo vi parlerò nei prossimi racconti, se ci saranno.
Come è finita tra me e Daniela? Nel più semplice dei modi: l’ho beccata insieme a un altro. Insieme al suo ex, che mi è sempre stato sul cazzo. E se qualcuno mi sta sul cazzo a prima vista, senza un motivo apparente, in realtà un motivo c’è sempre. Prima o poi farà qualcosa per farmi dire “ecco perché mi stava sui coglioni”. Gli scricchiolii, nella nostra storia, li sentivo da tempo. Da quando Daniela ha cambiato lavoro e ha iniziato a frequentare gente nuova. All’improvviso, è diventata una donna diversa, fissata con gli abiti firmati, gli Spritz, i profumi, i locali alla moda e tutte quelle cose che aveva sempre schifato. Ha iniziato a essere intollerante alla periferia, ad ambire a un ruolo di rilievo e a una casa “che potesse chiamarsi tale”, per dirla con parole sue. Non un appartamento anonimo in un posto anonimo, ma una casa che rappresenti quello che sei riuscito a costruire. A dire la verità, il cambiamento consumistico e le nuove amicizie, nuove nella forma ma non nella sostanza, me li sarei dovuti aspettare, non sono stati casuali. Il suo ex era un borghesotto sgangherato proveniente da una famiglia decadentemente benestante. Uno di quelli che cercano di ostentare tutto, anche quello che non hanno. Il cambiamento è stato una specie di ritorno al passato che avrei dovuto prevedere. Ma che volete? L’amore è così, prima ti benda e poi t’incula senza sconti. La benda serve per non vedere tutte quelle cose che non faresti passare lisce nemmeno alla Madonna. Ti fa valutare superficialmente cose di una gravità inaudita con cui ti ritrovi a fare i conti dopo la sbornia dei sentimenti. Ti fa sottovalutare aspetti caratteriali del partner che starebbero sul cazzo anche Madre Teresa di Calcutta e ti fa sopravvalutare la tua sopportazione come se fossi Madre Teresa di Calcutta. Sbornia, benda, rincoglionimento e inchiappettamento: la sintesi di una relazione di coppia è più o meno questa. All’inizio, Daniela mi vedeva come un dio, le piacevano le mie idee, la mia semplicità, il mio mondo, la gente “vera” che frequentavo. Dal dio è passata alla bestemmia, senza che ce me ne accorgessi. E passare dalla gente vera alle affermazioni che mettono in dubbio chi sei è un’operazione azzardata. Si rischia di farsi male sul serio. E a quelli come me, che costruiscono sempre sulle macerie delle relazioni passate, fa male sul serio.
– Devi dimostrare quello che sei, Luca.
Sosteneva Daniela.
– A me non interessa dimostrare di essere quello che appaio, Dani…
– No, Luca, essere e apparire spesso vanno di pari passo. Voglio anch’io una casa che faccia provare invidia alle mie amiche. Che non mi faccia sentire una donna di serie B.
– Serie B? Invidia? Ma tu sei una donna fantastica: sei bella, colta, intelligente… Non hai bisogno di una casa o dei gioielli per dimostrare agli altri quanto vali.
– Le mie amiche sono belle, colte e intelligenti, e si concedono anche qualche piccolo lusso. Non mi sembra un delitto. Tu non hai qualche ambizione? Non hai il desiderio di dimostrare chi sei realmente?
– Lo faccio già. Io sono quello nato e cresciuto in periferia, che gira con un’auto sgangherata e odia la superficialità. Ti sei innamorata di quell’uomo, ricordi? So benissimo chi sono, ma non so più chi sei tu…
– Si cambia, Luca, nella vita si cambia…
– E su questo non c’è dubbio. Solo che, nel tuo caso, i cambiamenti sono peggiorativi e indotti da quegli stronzi che frequenti.
– Sei un cafone, ecco cosa sei: io non ho mai etichettato così Alberto e Tiziana… e ne avrei avuto quintali di buoni motivi.
– Avresti potuto farlo, non me la sarei presa.
– Io sono una signora, non scendo a quel livello. Ricordi quando Tiziana c’ha provato con te? Cosa avrei dovuto dire?
– Niente. Non le ho dato spazio e lei l’ha capito subito.
– Senti, tagliamo corto: vuoi cambiare casa o no? Vuoi cambiare vita o no?
– No. No.
Il tenore delle nostre discussioni era diventato più o meno questo. Cambiava soltanto l’oggetto del contendere. Una volta era la casa, un’altra volta l’auto, poi le vacanze, poi il mio modo di vestire o di pensare…
Ora, capisco che mangiare un Calippo sul lungomare di Ladispoli, come è capitato spesso, non sia il massimo della goduria, ma hai dimenticato quella settimana da sogno a Terracina? E i nostri weekend a Tagliacozzo? Ragazzi, che giorni… Non vedevamo la luce del sole: io, lei e il nostro ammore. Il cielo in una stanza. Tutto è andato, ormai. La verità è che l’amore basta fino a un certo punto, e quel certo punto è quando inizi a dare per scontato il cielo in una stanza umida di Tagliacozzo, dove fai l’amore senza risparmiarti. È quello l’errore, l’unica cosa che non puoi permetterti di perdere, dandola per scontata. Invece, non si capisce perché, si perde quello e subentrano altre esigenze, che ovviamente non compensano una beneamata cippa. Chiamatemi arido, chiamatemi malfidato, ma ho imparato a diffidare dell’amore. È terribile, lo so, ma quando mi senti dire “ti amo” penso “Signore, perdona loro perché non sanno ciò che dicono”. È troppo definitivo e assoluto, e nella vita non c’è nulla che sia così, tantomeno l’amore. Servirebbe il famoso centro di gravità permanente di Battiato, per far durare l’amore. Dopo i primi mesi, i sentimenti si consumano, diventano altro, si fanno largo paure, insicurezze e insidie nascoste totalmente sottovalutate. E inizia il declino.
Ma veniamo a noi. A quel tempo, il coglione, che sono io, era a casa. Così mi descriverebbero nelle Profane Scritture. Insomma, ero a casa a pensare a cosa fare della mia vita, passando dal divano al pianoforte, dal pianoforte alla chitarra e dalla chitarra alle 101 ricette a base di pesce, e mi viene l’idea geniale, quelle cose da uomo ingenuo che mi fanno contemporaneamente sentire vivo e mi fanno prendere enormi sòle: le preparo una cena a sorpresa e le regalo una borsa nuova.
Ricominciamo da zero.
Voglio che torni tutto come prima.
Voglio azzerare la bruttura di questi mesi e dimostrarle quanto la amo. Sentite l’odore di coglioncello che comincia a palesarsi e che scalpita per uscire allo scoperto? Eccolo, il coglioncello c’est moi.
Nonostante la catastrofe sia vicina, e me lo sento dentro, avverto un pizzico di euforia. Torneremo a essere noi. Venderò casa, se sarà necessario, e la farò contenta. Andremo a vivere in centro, gliene parlerò oggi stesso. Posso anche fare a meno della signora Wanda che mi cucina gli struffoli a Natale e del mercato rionale. Posso anche adeguarmi alle cene di merda e agli amici stronzi. Per amore si fa, no? No, per amore questo non si deve fare. Bisogna scegliere partner convergenti, non divergenti. Questo lo so, ma cerco di convincermi che l’importante sia stare insieme, e che sia questo ciò che voglio.
È questo ciò che voglio? No, dentro di me lo so, ma cerco di autoconvincermene.
Lo vedi, Luca, che sei un coglione? E te lo dice l’autore, uno che ti conosce bene, non fosse altro perché ti fa dire cose che poi ti costringerà a smentire. Vuoi piantarla con questa storia che quando sei innamorato devi rinunciare a essere quello che sei? Non ti è bastato tutto quello che ti è successo nelle storie precedenti? Tira fuori i coglioni, Luca. Abbi il coraggio di dire apertamente quello che non ti fa stare bene. Se Daniela ti vuole, deve volere te, non una persona che non esiste e che stai cercando di costruire con la forza. Prima o poi ti stuferai di essere qualcun altro e andrà tutto a rotoli lo stesso. Non ti rendi conto che ti stai violentando?
– Va bene, autore de ‘sta minchia, farò così la prossima volta. Adesso lasciami sbagliare in pace. Ho detto che mi sacrificherò e la farò contenta. Mi arrendo su tutto. Voglio stare insieme a Daniela e il resto non conta.
Anzi, sai cosa ti dico? Esco e vado a fare la spesa al centro commerciale. Una botta di vita. I centri commerciali sembrano fatti apposta per deprimersi meglio. Uno va là, pieno di pensieri, gira a vuoto tra luci e vetrine senza un obiettivo preciso, e torna a casa pieno di vuoti. È vero, di solito i vuoti te li porti da casa, però il centro commerciale li amplifica.
Ma che m’importa? Io sono oltre, non ho tempo per deprimermi. Ho una missione e non ho nessun vuoto, mica sono come quei deficienti che aspettano la domenica per comprare la libreria Billy da Ikea. Vado diretto verso il negozio preferito di Daniela: Loius Vouittion, Vuoitton, Vuitton… non so nemmeno come cazzo si scrive.
Voglio quella!
Dico alla commessa, indicando una borsa che costa quanto una settimana bianca a Ovindoli, skypass e arrosticini inclusi.
– Ottima scelta. È un regalo?
Che domanda del cazzo è? Pensa che la stia comprando per me? Con quella cifra, comprerei una chitarra Ramirez da concerto, se proprio volessi spendere dei soldi a vanvera.
– Sì, è un regalo…
Esco dal negozio, assumendo l’atteggiamento spavaldo di un addetto alla sicurezza. Con una borsa simile, serve almeno un blindato portavalori. Sapete cosa faccio? Entro da Intimissimi e le prendo anche un completino “sechis”, quelli di pizzo in stile Giovannona coscialunga. Già me la vedo, con le sue gambe slanciate, in biancheria intima, che mi dice “consumami tutta”.
Oh, cazzo!
Tuffo al cuore.
Battiti.
Quella seminuda nel camerino è lei.
C’è un uomo.
Gabriele.
Troia.
Zoccola.
Mignotta.
Puttana.
Scappo?
Resto?
Sono una pietra.
Si baciano.
Lei ride.
Mi sgretolo.
Muoio.
Se non fosse una tragedia, ci sarebbe da ridere.
Dall’alto, si vedrebbero due innamorati e un coglione, con una borsa da tremila euro in una mano e un reggiseno nell’altra, che li guarda e piange.
Un uomo che piange deve fare molta tenerezza, ne sono certo.
– Signore? Tutto bene?
– Quella è… era… la mia compagna…
Dico, indicando i due bastardi figli di puttana avvinghiati come due polpi nel camerino.
Stronzi, potevate almeno chiudere la tenda.
Imbarazzo.
Cerco di trattenere i singhiozzi, mentre mi nascondo dietro i vestiti estivi per le taglie forti. Fisso per due minuti la fotografia di una cicciona sorridente e penso che sarebbe perfetta come testimonial dei centri Sobrino.
Daniela e Gabriele escono abbracciati e sorridenti come due fidanzatini.
– Signore, non vale la pena piangere per una donna così.
Ecco, bel pensiero a belino di bassotto. Vabbè che sei una ragazza giovane, ma questa è proprio la classica frase che direbbe Maria De Filippi a “Supposta per te”. E, in effetti, la supposta me la sono beccata tutta intera.
– … guardi il lato positivo: almeno ha risparmiato i soldi del completo.
Ecco, ora sì che mi hai consolato. Ripenso alla borsa, ai tremila euro e alla Ramirez persa per sempre. Che ci faccio, adesso, con la borsa? La riporto al negoziante? La regalo lo stesso a Daniela e le do uno schiaffo morale?
– Tenga, gliela regalo!
Dico alla ragazza, che mi guarda perplessa.
Apre la confezione e la richiude.
– Grazie, non posso accettarla.
– La prenda, è una borsa molto costosa…
– Non posso accettarla, non avrebbe senso. Deve regalarla a una donna che la merita.
Ci risiamo.
Ci risiamo.
Io sono quello che si ritrova sempre con un regalo in mano davanti a qualcuno che non sa cosa farsene. Cosa faccio, adesso?
Cammino.
Camminare serve per chiarirsi le idee. O per confondersele. O forse no, serve soltanto per stancarsi, tornare a casa distrutti e buttarsi sul letto senza avere la forza di pensare.
Rientro a casa tardissimo.
– Ma che fine hai fatto? Mi sono preoccupata! Potevi almeno mandarmi un messaggio…
– Troia!
Riesco solo a dire questo. Mi ero preparato un discorso definitivo, a tratti struggente e malinconico, ma la birra artigianali bevuta prima di tornare a casa deve avermi confuso le idee. Io l’alcol non lo reggo, questo è risaputo. Mi basta una birretta per diventare allegrotto. Alla terza, vedo la Madonna vestita da Lady Gaga. Non so nemmeno come ci sono finito, in quel posto pieno di ubriaconi. Ho visto un cartello con due frecce, che indicavano direzioni opposte, una con sopra scritto “Mondo crudele” e l’altra, puntata verso il locale, che indicava “Birra”. Non è un’idea originale, ho pensato. Su internet avevo già visto qualcosa di simile. Non avrei mai immaginato che qualcuno scrivesse realmente un cartello del genere e mi trovassi a dover scegliere, in una situazione di questo tipo. Ho aperto la porta e sono entrato. Mi sono seduto a un tavolo qualsiasi, in compagnia di due sconosciuti. Sono entrambi brilli, si vede. Uno dei due, con un accento napoletano, mi dice:
– Guagliò, tu si ‘n’amico mio. Piglia chillo ca vuoie ca pago io.
– Grazie, ma posso pagare da me…
– I’ sò ‘o nipote ‘e Schiavone, ‘u ssaie?
– Schiavone…?
– Sandokan, ‘o boss camorrista. Ciò nu core accussì, ma tengo pure ‘a mente criminale. Te vojo bene, ‘o vedo ca sì ‘ntelligente… Ma chisto ccà, o vedì?
E mi indica il compagno di bevute, che fino a quel momento era rimasto nella penombra.
– Chisto è ‘o nummero uno. È nu pezzo gruosso. Basta a ‘na parola soja e sò cazzi!
Mi presento, confuso. Non ho tempo per pensare al mio dramma, in quella situazione surreale.
– Piacere, Luca Strano.
Dico, mentre mi portano il un boccale di birra grande quanto la pentola con cui mia nonna faceva il ragù la domenica.
– Cesare Bevilacqua, Presidente della corte d’appello di Verona.
Il mio interlocutore triste è un pezzo grosso veramente. Un infelice pezzo grosso. Un infelice pezzo grosso che soffre di solitudine. Gliel’ho letta negli occhi, la tristezza. Una tristezza malinconica, che mi ha fatto pena. Che si è aggiunta alla mia voglia di morire. Si fa presto a dire alcolizzati, quando non si è scesi all’inferno. Strascinava le parole, il pezzo grosso, e mi parlava di Dostoevskij e di menti criminali. Il delirio di Raskolnikov e il suo delirio.
– Ho imparato a ragionare come i criminali, perché per combattere la criminalità bisogna pensare come loro. Bisogna fare pensieri disumani. A volte, mi faccio paura. Disprezzo i miei pensieri e me stesso.
Per un attimo, ho pensato che avrei voluto avere la mente criminale anch’io, per trovare una soluzione definitiva al dolore che provavo. Ma no, i problemi non si risolvono con la violenza e nemmeno con l’alcol, si risolvono tirando fuori le palle al momento giusto.
– Troia!
Sembro Nino Taranto quando fa il siciliano in Tototruffa ’62. Ci manca che dica “e tu cosa fetusa pottatti il disonore in casa mia”, e siamo a posto.
– Non permetterti di rivolgerti a me con questi toni!
– Zoccola. Mignotta. Puttana. Vattene via.
– Ma che ti prende, si può sapere?
– Vi ho visti, tu e quello stronzo…
– …
– Non dici niente, vero?
– Cosa devo dire? Sono ancora innamorata di lui, mi prendo tutte le colpe. Te l’avrei detto… Cercavo soltanto il modo migliore per non farti soffrire.
– Beh, l’hai trovato!
– Ti prego, Luca, non fare così… Non riesco a vederti in questo stato. Piangi, sei ubriaco…
– Ah, non riesci a vedermi così? Cosa ti aspettavi? Che ti dicessi “Sono contento per voi”?
– No, pensavo che ti accorgessi da solo che la nostra storia era arrivata al capolinea.
– Vattene via, Daniela, non farti vedere mai più.
È finita più o meno così. Io mi sono chiuso al cesso e ho aspettato che prendesse tutte le sue cose. Come un bambino, per non vedere e non sentire. Sono state le due ore peggiori della mia vita. Sentivo e vedevo tutto lo stesso, me la immaginavo mentre metteva le sue cose nelle valigie, e ho vomitato sul pavimento. E io ero là, l’ultraquarantenne, seduto sulla tazza del cesso, col viso pieno di lacrime e il pavimento pieno di vomito: tutto questo per un amore finito male. Sentivo il rumore dei cassetti, degli sportelli degli armadi, rumore di buste, conversazioni al telefono sottovoce. Era tutto amplificato. Mi sembrava di essere a un concerto orribile, davanti alle casse, senza la possibilità di muovermi. Poi ho sentito chiudere piano la porta.
L’agonia era finita.
Mi sono guardato allo specchio e mi sono fatto pena.
– Dani…?
Nessuna risposta.
Avete fatto caso all’importanza dei diminutivi e dei nomignoli usati dalle coppie? No? Allora vi spiego brevemente la dinamica del loro utilizzo e di come possano far scoppiare una lite furibonda o far riappacificare due persone.
Regola numero uno: il nome intero si usa soltanto quando si è incazzati, per prendere le distanze. E le lettere devono essere scandite.
D A N I E L A.
Usare il nome di battesimo in occasioni diverse può essere mortale.
Regola numero due: mai usare il diminutivo ufficiale. Se tutti la chiamano Danny, per te quel soprannome è off-limits: non vorrai mica omologarti alla massa, vero? Usare il diminutivo dato in pasto alle masse equivale a dire “sono uno dei tanti, sei una delle tante”, praticamente una dichiarazione di guerra. Bisogna chiamarsi in modo unico e speciale, perché ogni coppia è unica e speciale finché non diventa normale. Daniela per me è sempre stata Dani. Non è originale, lo so, ma ogni volta lo pronunciavo col tono sorpreso e ingenuo di chi scopre la bellezza delle parole per la prima volta. Per questo era speciale.
– Dani…?
Silenzio.
La casa era rimasta vuota, e penso che non ci sia niente di più vuoto di una casa da cui è appena andata via una donna.
– Dani…?
Lo ripeto ancora, forse è l’ultima volta che lo dirò con questo tono.
Silenzio.
Ho bisogno di non sentirmi solo.
Accendo la tv e chi ti becco? Roberto Carlino e la sua pubblicità di merda: “Immobildream non vende sogni ma solide realtà”. Roberto Carlino, il lampadato col riporto, quello col sorriso da Berlusconi e l’accento ndinghete ndonghete. Dio, che finale del cazzo. Non posso far finire la storia tra me e Daniela con quest’immagine: io, in mutande, col viso rigato dalle lacrime, ancora impregnato di puzza di vomito, birra e sudore, stravaccato sul divano, mentre guardo Roberto Carlino in televisione. Almeno, se avessi beccato la stangona della pubblicità del silicone Saratoga, quello sigillante, vi avrei lasciato con un’immagine positiva di me. Che poi, il silicone sigillante…Ma perché ci sono dei siliconi che non sigillano? Vabbè, alla stangona non farei notare che il payoff della pubblicità è una minchiata simile a quella dei centri dimagranti Sobrino. A proposito, da oggi inizierà la mia dieta dell’amor perduto. Ecco il nome giusto per una dieta efficace. Dieta non voluta, peraltro.
Va bene, mi alzo dal divano.
Apro le finestre.
Pulisco il bagno.
Metto sul fuoco la moka.
Mi faccio una doccia.
Mi guardo nello specchio.
Ho mille anni.
Sono sgualcito.
Guardo le mie rughe ed è come se le vedessi per la prima volta. Sono veramente tante. E profonde.
Eppure, nonostante l’età, quelle rughe intorno allo sguardo allegro e malinconico mi stanno proprio bene. Abbozzo un mezzo sorriso.
Ci sarà qualcuna a cui piaceranno le mie rughe, penso? Non importa, in questo momento devono piacere a me. Comincio a intravedere qualcosa che somiglia alla libertà. Libertà di pensare, libertà di vivere in periferia, libertà di non andare più a cene squallide con gente mediocre. Come ho fatto ad accettare tutto questo? Inizio ad avere consapevolezza della distanza che si era creata tra me e Daniela.
È finita, sì, ma cosa è finito, esattamente?
L’amore? No, quello era finito da tempo, da quando ho rinunciato a essere me stesso e ho indossato dei vestiti che non mi appartenevano. È finito quando Daniela ha cominciato a non essere più la donna unica e speciale che credevo fosse. In fin dei conti, era una donna normalissima, nemmeno troppo bella, diciamo piacevole, e con tantissime fobie che avevo imparato ad accettare. Ho sopravvalutato la sua sensibilità e la sua capacità di vedere il mondo: la verità è che il suo modo di pensare mi andava stretto. Non era una donna libera, aveva mille prigioni. La paura del giudizio degli altri, la corsa verso le futilità, la vita consumata tra aperitivi e apericena, i tranquillanti, l’ossessione sempre crescente per lo shopping. Non riusciva a capirmi, non ci capivamo più, e lei ha cercato di abbassare tutto al suo livello. Come è sempre accaduto con le mie donne, del resto: è più facile tirare giù chi è salito in alto, piuttosto che arrampicarsi.
E adesso che rimane di tutto il tempo insieme? No, porca troia, pure Massimo Ranieri no. Non dirò mai “un uomo troppo solo che ancora ti vuol bene”, se l’avete letto è perché l’ha scritto quel mentecatto dell’autore. Cosa ho fatto di male, per meritare pure questo? Andrebbe ricoverato, quel deficiente. Guarda tu in che situazione mi ha infilato… Ora tocca a me uscire da questo pantano musicale. Voglio qualcosa di più intenso, di più passionale. Come? La solitudine di Laura Pausini? E che cazzo, una migliore non c’è?
Ok, scelgo io: Giugno ‘73.

E tu aspetta un amore più fidato
il tuo accendino sai io l’ho già regalato…
Poi il resto viene sempre da sé
i tuoi “aiuto” saranno ancora salvati
io mi dico è stato meglio lasciarsi
che non esserci mai incontrati.

Ecco, va già meglio.
Io mi dico è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati. Per tornare a Massimo Ranieri, sapete cosa rimane, di tutto il tempo insieme? Rimane una borsa di merda da tremila euro, ecco cosa rimane.
Una.
Fottutissima.
Borsa.

L’ombrello

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Uno spritz, il computer acceso e la sua solitudine. Da anni, Marta consumava le sere e la vita così, senza aspettarsi più nulla, senza aspettare più nessuno. Aveva imparato a convivere con sé stessa, accettando la solitudine di quei quarant’anni arrivati troppo presto e controllando insicurezze e fragilità, quintali di fragilità, grazie all’aiuto di un analista. A Riccardo, nonostante fosse in terapia da anni, mostrava sempre il suo lato ironico; non voleva fare la parte della femminuccia piagnucolosa. E lui stava al gioco, ma ogni tanto affondava il coltello in quelle ferite che ormai non facevano più nemmeno tanto male. In fin dei conti, non aveva niente di diverso rispetto a quei milioni di persone, che vanno avanti senza fare troppe storie: qualche amore finito tra urla e pianti, un lavoro poco soddisfacente, il fisico che cominciava a modificarsi, ma, soprattutto, l’incapacità di vivere pienamente la quotidianità e di apprezzare i brevi istanti di felicità. Quando capitano, non dopo. Il presente di Marta si era trasformato nel rimpianto continuo del passato. La felicità, diceva a Riccardo, non è qualcosa che accade, è il rimpianto di qualcosa accaduto che non si può più avere indietro.
– La felicità è una gran fregatura, te ne accorgi solo dopo che l’hai vissuta, e non puoi far altro che rimpiangerla. Per conoscerla, devi perderla, e non si può dire che il ricordo di essere stati felici sia una cosa allegra.
Lui articolava grandi teorie, citava Jung e la fioritura dell’anima come l’unica strada possibile per raggiungere la felicità. Lo faceva con distaccata professionalità, mentendo anche a sé stesso perché, in fondo, quella strada non l’aveva mai trovata nemmeno lui, nonostante avesse indicazioni precise. Le sedute ormai erano diventate un appuntamento fisso, un caffè con un amico, che spesso non chiedeva nemmeno la parcella. Marta era stata per lui contemporaneamente un successo e un fallimento professionale. Da una parte era riuscito a salvarla dal baratro della depressione, dall’altro non era riuscito a evitare che si ritrovasse spesso a camminare ancora sul bordo del baratro. Sei il perno e la buccia di banana della tua esistenza, gli diceva spesso.
E lei sorrideva, dissimulava, faceva qualche battuta fino a quando non riusciva a strappare una risata anche a lui.
– Dovrei farti pagare io, le sedute, con tutte le risate che ti faccio fare…
Alcune sere, sentiva un dolore sottile, famigliare, che l’accompagnava senza fare troppo male, come il mal di schiena che si prova a una certa età, ormai conosciuto e accettato con rassegnazione. Altre volte il dolore era lancinante, gli mancava l’aria, si sentiva oppressa, insoddisfatta, fallita. Le sembrava tutto inutile; mangiare, dormire, respirare, anche parlare e sfogarsi con le amiche, persone ormai distanti anni luce, che vivevano nella mediocrità rassicurante delle loro famiglie. Quella sera si era sentita così, perduta. Lo spritz era rimasto intatto nel bicchiere, il computer fisso su una pagina piena di numeri e lei era uscita.
Senza meta.
Vagabonda e disperata.
Faceva i conti, piangeva e rimpiangeva quella felicità che aveva toccato per pochi istanti. Un bacio, il sole primaverile, il profumo di caffè nella nuova casa, le carezze di un papà che non c’era più e a cui non aveva fatto in tempo a dire ti voglio bene. Perché se l’era tenuto dentro fino alla fine. Perché non voleva fargli vedere che insieme a lui stava morendo anche lei. Tutto era ormai lontano e irraggiungibile. Il mondo intorno era cambiato, lei era cambiata, anche se il caffè continuava ad avere sempre lo stesso profumo e il sole continuava a splendere. Marta non splendeva più, marciava a fari spenti.
Pioveva, quella sera.
Pioveva forte.
Scrosci d’acqua.
Diluvio di pensieri.
Niente ombrello, andava troppo di fretta.
Doveva uscire da quella prigione, sapendo bene che la vera prigione, quella da cui non sarebbe mai uscita, era dentro di lei.
Non mi abituerò mai alla pioggia, mi coglie sempre di sorpresa. So che pioverà, ma mi stupisco che venga a piovere. Come quando succede qualcosa di brutto che avevo previsto, ma che non riesco a evitare. E non ho mai l’ombrello.
Vuoto. Anima gelata.
Le strade deserte erano riempite soltanto dal rumore di qualche auto o da un televisore col volume troppo alto. Una sagoma in lontananza e un attimo di paura. A chi verrebbe in mente di uscire a far del male a qualcuno, con questo tempo?, pensò.
– Riccardo, che ci fai qui?
– Ti ho chiamato e non hai risposto…
– …
– Sei senza ombrello, e quando piove un ombrello ci vuole.

Il treno

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Il treno delle 7,27 arriva sempre in orario. È così preciso che potrebbe essere preso come riferimento per regolare gli orologi. Gli orari dei treni della tratta Roma- Orte ormai li conosco a memoria. Anche i volti dei passeggeri sono diventati familiari. Con qualcuno, a volte, scambio un cenno di saluto. Non un saluto vero e proprio, più una smorfia, un movimento del viso, che sta a significare “ciao, sono qua anche stamattina, buona giornata”. Dopo tanti anni, riesco a prevedere pure  i ritardi. L’unico treno che non ritarda mai è quello delle 7,27, quello che prende Elena per andare all’università. Se per qualche motivo non riesce a prenderlo, è la fine. Gli altri non rispettano la precisione che promettono negli opuscoli. D’altronde, chi è che rispetta quello che promette? In pochi. In pochi…
Oggi sono in anticipo di venti minuti. Pazienza, mi siedo qui e l’aspetto, tanto non ho fretta. Aspettare non costa niente. Certo, vedendo tutta questa gente che va di corsa, qualche dubbio mi viene… oggi avere tempo per aspettare qualcuno è un lusso. Chissà dove vanno, tutti. E perché corrono. Se avere tempo per aspettare è un lusso, non averlo cos’è? E’ la miseria, secondo me. La mancanza di tempo l’ho sempre associata alla mancanza di libertà. Se non posso decidere come spendere il mio tempo, non sono libero. E’ una ricchezza, il tempo. Forse per questo si dice “spendere il tempo”, perché averlo a disposizione è difficile e prezioso.
Io il tempo ce l’ho.
Sono ricco.
E aspetto.
E spendo il mio tempo qua, su una panchina fredda, solo per vederla scendere da quel treno. Quanto è bella. La riconosco subito, in mezzo alla folla. Ieri indossava un vestito a fiori che mi piace da morire. Ha detto che lo mette soltanto per me. Mentre camminava tra la gente, avevo paura che qualcuno vedesse la stessa bellezza che vedevo io e me la portasse via.
È stata il mio primo amore, Elena.
L’unico.
Oggi voglio portarla a pranzo fuori: al diavolo gli impegni.
Appena la vedo glielo dico: oggi ci prendiamo una giornata tutta per noi!
Dal treno delle 7,27 non è scesa.
Avrà fatto tardi.
Ma io aspetto. Sono un po’ stanco, ma l’aspetto.
Il tempo per aspettare io ce l’ho.
Ho dormito poco, mi sa che chiudo gli occhi per riposare dieci minuti.

– Amerigo! Amerigo, mi senti? Amerigo, rispondi! Rispondi, cazzo!

– Che è successo?

– Si è sentito male?

– Aria, fate aria. Chiamate un’ambulanza e lasciatelo respirare.

– Chi si è sentito male?

– Boh, forse un passeggero.

– Ma no, è Amerigo, un barbone.

– Non è un barbone, è il poeta della stazione Termini: da quarant’anni viene qua tutte le mattine e aspetta.

– Aspetta sempre lo stesso  treno e qualcuno che non è mai arrivato.

– Fate silenzio! Zitti! Amerigo sta morendo…

– Ma chi è quello che sbraita tanto?

– Forse è un amico.

– No, è il giornalaio.

– Si vede che lo conosceva…

– Perché i soccorsi non arrivano?

– Capirai, nell’ora di punta, arrivare qua è un’impresa…

– Largo, fate largo…

– È grave?

– Respira?

– Shhh, gli stanno facendo il massaggio cardiaco.

– Non si muove.

– È morto.

– I medici sono arrivati troppo tardi.

– In certi casi il tempo è fondamentale.

– Era malato di cuore e nessuno lo sapeva.

 Alessandro Capezzuoli

Prima che tutto cambi

Luca Strano si ripropone come i peperoni in piena emergenza intestinale, questa è la cattiva notizia. La buona notizia è che stavolta sarà più inopportuno di una salsiccia durante il ramadan e più fastidioso dell’acqua in ebollizione, quando tracima dalla pentola e spegne il fornello. Non potendo prendersela con Darwin, importunerà nientepopodimeno che il creatore in carne, ossa, frattaglie e Spirito Santo, mettendo in discussione i comandamenti e i comandati. Essendo totalmente privo di risposte, formulerà a dio domande a caso col solo scopo di distruggere millenni di storia in poche sudicie pagine. Il papa, i vescovi e tutto l’ordine sacerdotale sono concordi nel considerarlo il demonio del nuovo millennio, anche se hanno riso come dannati di fronte all’ironia acuta delle sue storie. Ebbene sì, Luca Strano è un comunicatore scomunicato, pronto a cogliere la bellezza e le opportunità prima che le circostanze cambino le carte in tavola. Perché un attimo di bellezza non colto è sempre uno spreco imperdonabile.

 

E’ andata com’è andata

Se avevate nostalgia di Luca Strano o eravate in pensiero per lui, potete smettere di piagnucolare e di preoccuparvi: è vivo, lotta con sé stesso ed è tornato più in forma di uno squacquerone scaduto. Furbo come un piccione, scattante come una quaglia, vi condurrà per mano verso un viaggio fantastico che ha come unico obiettivo quello di ritornare prima di partire. Prodigo di consigli come non lo è mai stato, riuscirà a spazientire anche il lettore più saggio con quell’aria spavalda da controllore di treni. Treni che ha spesso sfiorato ma non è mai riuscito a prendere a causa dei suoi ritardi fisici e mentali. Invece di tagliarsi le vene con la limetta per le unghie dei criceti o di ubriacarsi con l’acqua ossigenata e il succo di rape nere per il rimpianto di non essere mai partito, canterà a gola “spietata” la gioia di essere restato. Perché chi resta ha sempre qualcuno da aspettare, qualcuno che prima o poi ritorna da chi lo attende.

Ci sono rimasto male

L’attesa è finita: Luca Strano e ricicciato. Inaspettato come un brufolo prima di una cena galante, gradito come una macchia di sugo su una camicia bianca prima di un colloquio di lavoro. Destreggiandosi con estrema labilità tra i lassativi e i mattarelli da viaggio, stavolta parlerà d’amore, dimostrando che la coppia è una macchina perfetta costruita incoscientemente per risolvere una montagna di problemi complessi che i single non hanno. Con la lucidità di un ornitorinco, farà un’analisi spietata dei suoi disastri sentimentali, traendo conclusioni affrettate, senza senso e prive di qualsiasi logica. Non si farà mancare quantità spropositate di decisioni sbagliate prese d’impulso e a caso per far fronte alle difficoltà che incontrerà nel suo percorso verso l’autodistruzione sentimentale a cui è geneticamente predisposto. Alcune volte si soffermerà a riflettere seriamente, così seriamente che sarà impossibile non fermarsi a sorridere e a pensare che i sorrisi, quelli veri, nascondono sempre profonde malinconie.

Sarò io che sono strano

Luca Strano torna a far parlare di sé. Dopo lo strepitoso successo della prima raccolta di racconti (ben 5 copie vendute, 4 delle quali acquistate dal protagonista), eccolo di nuovo alle prese con ciò che gli riesce meglio: creare dal nulla problemi inesistenti, per il solo gusto di risolverli a colpi di soluzioni sbagliate e trovarsi inevitabilmente coinvolto in situazioni improbabili e grottesche. Si vanta di essere riuscito a trasformare il suo talento naturale in un mestiere: fa “l’errorista” di professione e il pubblicitario per diletto. È un artista dell’imprevisto e un fine decisionista: quando si tratta di fare le scelte sbagliate al momento giusto o le scelte giuste al momento sbagliato non si tira indietro. Madre natura lo ha dotato di una filosofica ironia: l’unica arma che possiede per ridere di sé, delle convenzioni, dei fallimenti e di chi si prende troppo sul serio. Può parlare di fisica e di supplì con la stessa disinvoltura, confondendo abilmente l’una con l’altro. È l’uomo che ogni donna non vorrebbe mai avere a fianco, a parte Daniela.

Avrei potuto farcela – di Alessandro Capezzuoli

Luca Strano è un professionista della scelta sbagliata al momento sbagliato. Fa il pubblicitario a tempo perso e si complica la vita a tempo pieno. Incespica continuamente tra situazioni imbarazzanti, tempeste sentimentali e avvenimenti improbabili. Sfida spavaldamente gli eventi e le loro combinazioni, noncurante degli epiloghi spesso tragicomici che comportano le sue scelte. E’ un filosofo cialtrone che parla di sé, dell’ amore e dell’ amicizia con un linguaggio diretto e senza mezzi termini. Lo fa attraverso una serie di racconti che lo descrivono in tutta la sua geniale inadeguatezza.

La vera storia della Palerma.

Quand’è che ho iniziato a sentirmi geneticamente inadeguato alla vita? Dunque, vediamo… a pensarci bene, credo che la battaglia contro l’inadeguatezza sia iniziata da subito, nello stesso momento in cui la mia testolina si è palesata a quella grandissima testa di minchia del ginecologo di mia madre. Diciamo la verità, all’inizio di questa storia ho fatto un po’ lo sborone: ho parlato di carpiati e di uscite trionfali ed eleganti, ma in realtà avevo deciso in tempi non sospetti, più o meno da quando ero uno spermatozoo vagabondo, che non avrei abbandonato quella casa calda e accogliente, nella quale non pagavo le tasse, il vitto e l’alloggio erano gratis e, soprattutto, lo spazio era insufficiente per ospitare altre persone oltre al sottoscritto. Avrei lottato con ogni mezzo a mia disposizione, per rendere la vita difficile a qualsiasi figlio di puttana avesse avuto intenzione di sfrattarmi. Così, il giorno dello sfratto, mi sono ancorato con tutte le mie forze a qualsiasi organo trovassi lungo il periglioso viaggio verso l’uscita. Ho fatto un po’ come quei disgraziati che si legano a un termosifone pur di non abbandonare la casa occupata abusivamente. Non avendo termosifoni a disposizione, però, ho usato quello che ho potuto, fino all’ultimo penoso tentativo di legare il cordone ombelicale al rene di mia madre. Niente, quel grandissimo cornuto la sapeva lunga e, quando ha visto che opponevo resistenza, non ha esitato a infilare le mani dove nemmeno mio padre aveva osato, per cercare di tirarmi fuori. Non aveva previsto di trovarsi davanti a un osso duro, però, e non aveva nemmeno previsto il fallimento del ravanamento uterino. E allora cosa si è inventato? Ha preso una specie di ventosa e mi ha risucchiato fuori con la stessa grazia con cui un idraulico stura un cesso. Il risultato è stato una deformazione permanente del cranio ben visibile, che e mi fa rispondere con un bel “Fatti i cazzi tuoi” a chi mi chiede “Ma cos’hai sulla testa?”. Complimenti, professorone, bel lavoro! È chiaro che se uno nasce in questo modo non può essere ben disposto verso il prossimo. Oltretutto, quel genio di ginecologo, un po’ perché era incazzato, un po’ perché ero rimasto senza fiato all’idea di avere la scatola cranica deformata a vita, ha iniziato a darmi una raffica di schiaffi sul culo per sincerarsi che fossi vivo. Sia chiaro, non ho pianto come tutti i bambini, la mia era una contestazione anarchica vera e propria. Urlavo e mi dimenavo come per dire : “Lasciatemi libere le mani che a questo lo sfonno”. Rideva, il coglione, e non c’è niente che mi faccia imbestialire più di un coglione che ride quando sono incazzato nero. Soprattutto se sono nato da poco. Come dire… sto al mondo da dieci minuti e già l’umanità mi sta sul cazzo.

Dopo quell’esordio in grande stile, come ho accennato nelle pagine precedenti, le cose sono considerevolmente peggiorate: non poteva essere altrimenti. Anche perché ero ignaro dei genitori che la sorte aveva deciso di assegnarmi: i più poveri e mal assortiti che potessero esistere. Mio padre non era povero, era un aspirante ricco con ambizioni e manie di grandezza esagerate a cui dava seguito facendo ricorso a stravaganti bizzarrie. Che so, invece di comprare una villa sull’Appia antica, prendendo in subaffitto una stanza in un seminterrato delle case popolari di Piazza Capecelatro. Alfonso Capecelatro, per l’esattezza, un toponimo scelto appositamente per rappresentare degnamente un luogo di merda, che tuttora è composto nemmeno da una piazza vera e propria ma da una specie di slargo occupato in gran parte da una chiesa e contornato da casermoni popolari fascisticamente squadrati. Ora, capisco la voglia legittima di nascondere la ricchezza esagerata, che solo un lavoro umile, umiliante e malpagato può dare, capisco pure la stravaganza di preferire un seminterrato umido in una squallida periferia a un ambiente lussuoso e confortevole, ma, santo cielo, proprio la Palerma ci doveva capitare? La Palerma, per quei due o tre che non la conoscessero, è stata la donna più maliziosa e peccaminosa di sempre, colei che ha dato un senso alla teoria di Darwin e che, secondo gli esperti, rappresentava l’anello di congiunzione tra il mandrillo e il capitone. Non ho mai capito perché fosse soprannominata Palerma, dal momento che non era siciliana e aveva uno spiccato accento abruzzese; forse perché in quegli anni i viaggi erano considerati un evento eccezionale e i soprannomi venivano affibbiati sulla base dei luoghi visitati. Alla Palerma andò di lusso, nel palazzo c’era anche Furbara, che poi tanto furba non era, e Gnocca, colei che ebbe la disgrazia di visitare l’omonima città e di beccarsi questo soprannome in onore della sua cessitudine. Tornando alla Palerma, poiché condividevamo la stessa casa, non potevo fare a meno di assistere a scene che mi hanno causato enormi dubbi sull’identità sessuale. È mai possibile che una donna possa radersi tutte le mattine una barba folta che parte da sotto gli occhi e arriva fin dove non oserebbe battere il sole nemmeno se ne avesse la possibilità? Non sarebbe stato meglio soprannominarla, che so, Frate Indovino? A quanto pare no, e la barba non era nemmeno il suo peggior difetto. Di errori il creatore ne ha fatti parecchi, ma credo che la Palerma sia stato il suo sbaglio migliore, quello di cui andare fieri. Quell’errore che si ammette, dopo anni di negazionismo, una sera a cena con gli amici, tra un bicchiere di Amarone e una pinta di birra. Per fortuna, guardando oltre l’aspetto fisico, nel tempo ho scoperto anche lati peggiori: la capacità di litigare col marito, soprannominato la bestia, utilizzando un gergo da camionista indiavolato, peraltro molto educativo per un ragazzino di pochi anni. Le liti erano un crescendo di insulti, che abbracciavano tutte le sfumature di luoghi in cui andare a far visita e coprivano almeno tre archi generazionali con cui prendersela. Che soddisfazione, sentirli litigare con vernacolare passione: molto ma molto meglio dei film trash degli anni ‘80, ai quali sono approdato già svezzato, con un dizionario di idiomi ben nutrito. Comunque, la cosa che più mi stupiva di quelle liti non erano tanto i reciproci insulti, quanto il gesto finale della Palerma: messa in scena di suicidio a base di simulazione di avvelenamento da candeggina, che fingeva di bere da un fiasco di vino. La prima volta confesso di averci creduto. Si era accasciata per terra e si contorceva dai finti dolori come un tonnetto appena pescato. Venne addirittura la guardia medica, la quale, dopo essersi accertata che l’alito sapeva di carbonara e non di candeggina, andò via incazzata. La scena del finto suicidio si verificava con cadenza settimanale, ma una volta ci fu il colpo di scena: lei uscì di casa sbattendo la porta, senza fingere l’avvelenamento, e la bestia, deciso a ubriacarsi, scambiò il fiasco di vino Cacchione di Nettuno col fiaschetto in cui la Palerma conservava la candeggina. Ne bevve una sorsata a garganella e finì in ospedale. Se la Palerma fosse riuscita a far fuori il marito in questo modo, sarebbe stato un vero e proprio capolavoro da inserire nei manuali di criminologia. Invece, dopo l’incidente, si limitò a mettere in giro la storia che il marito aveva tentato il suicidio per amor suo. Storia che la bestia smentì ampiamente in diverse occasioni. Non vi nascondo che quel fatto turbò notevolmente l’armonia della convivenza forzata e diede a mio padre un forte impulso per cercare non tanto un alloggio popolare quanto una raccomandazione per ottenerlo. Aveva poche risorse per corrompere i funzionari dell’Istituto Case Popolari, ma le utilizzò tutte e alla fine riuscimmo a entrare in graduatoria. Non sto qui a raccontare i festeggiamenti conseguenti alla pubblicazione delle graduatorie, è più interessante soffermarsi sulle bestemmie che tirò giù mio padre, quando apprese l’esito della visita dell’ispettore incaricato di rilevare la nostra situazione patrimoniale. Mia madre, donna di una lungimiranza sconfinata, per intenerire l’ispettore, ostentò più povertà di quanto fossimo in grado di dimostrare. Disse di non avere nulla: niente istruzione, niente soldi, niente prospettive, niente speranze. Solo miseria. Triste, irrecuperabile e sconfinata miseria. Riuscì perfino a dichiarare il falso, giurando e spergiurando che mio padre fosse disoccupato e che per tirare avanti chiedeva aiuto al parroco della chiesa di Santa Maria della Salute. E quello, giustamente, dopo un primo momento di empatia, si infastidì al limite dell’incazzatura e fece una relazione in cui dettagliò l’inadeguatezza patrimoniale in cui versava la nostra famiglia e la conseguente impossibilità di onorare il pagamento del canone mensile. Devo ammettere che quel senso sopraffino per gli affari, che mi ha reso tristemente noto, non è merito del mio intuito, semmai è una preziosa eredità materna che custodisco gelosamente come la colatura di alici di Cetara. Al momento giusto… zac!, mi avvento come una iena sull’affare che ho fiutato e faccio puntualmente la minchiata. Sono un collezionista seriale di fallimenti.

Che poi, se proprio devo essere sincero, un fondo di verità nelle parole di mia madre c’era eccome, perché il parroco spesso ci aiutava come poteva: a volte con qualche vestito usato, altre volte con qualche pacco di pasta,  E chi se lo scorda, padre Manganello… Sì, lo so, prima Don Prudenzio e adesso Padre Manganello: d’altronde non è colpa mia se ho avuto una madre chiesolica, aggettivo coniato dal sottoscritto per descrivere i fedeli scaramantici che credono contemporaneamente in Gesu Cristo, nei maghi e nella chiesa cattolica bigotta. Padre Manganello sembra un nome inventato di sana pianta, ma si chiamava proprio così: Alfio Manganello. Non ho mai capito se fosse il vero cognome o una specie di nome d’arte. I preti, si sa, sono un po’ come gli attori: si immedesimano nella parte, ci credono, recitano un copione collaudato e ogni messa è un successo assicurato come i cinepanettoni. Il pubblico, fortuna loro, è ammaestrato da secoli di lavaggi del cervello, quindi non rischiano nemmeno recensioni negative su Famiglia Cristiana. Fatto sta che quel nome, scelto dal destino o dall’interessato, era quanto di più azzeccato ci potesse essere. Almeno quanto Patty Pravo al posto di Nicoletta Strambelli.

Padre Manganello era palesemente fascista, ma talmente fascista che si faceva il segno della croce invocando il nome del Padre con un gesto… come dire… alla larga, tendendo la mano a mo’ di saluto romano, e ripetendo lo stesso gesto per scambiarsi la stretta di mano coi fedeli in segno di pace. Scambiarsi un segno di pace partendo dal saluto romano è come carezzare il prepuzio con la carta vetrata. Esiste poi un’altra versione sull’origine di quel soprannome, sulla quale però non ci sono fonti certe: i ben informati sostengono che ad averlo coniato sia stata proprio la Palerma, successivamente a una relazione sacrilega avuta con lui. Incautamente, si era lasciata sfuggire una confessione a una riservatissima fedele: “Ce l’ha come un manganello”. A parte la raffinatezza della metafora, supponendo che non si riferisse al naso e che la tesi fosse confermata da un rigoroso processo di revisionismo storico, ci sarebbe da intraprendere azioni energiche per estendere il segreto della confessione anche ai fedeli, non solo ai preti: i rischi a cui si va incontro durante una qualsiasi confessione possono essere elevatissimi…

Tuttavia, la supposta deviazione reazionaria è confermata anche da un’altra evidenza: la  fondazione dell’ordine dei crociatini di Padre Manganello, un gruppo di ragazzini dell’oratorio, esaltati come gli Harlem Globetrotters, che, a differenza di questi ultimi, erano bassi, non giocavano a pallacanestro e avevano una divisa imbarazzante composta da una calzamaglia bianca e da un mantello azzurro. Durante le celebrazioni liturgiche, sfilavano con il piglio dei supereroi tra i banchi della chiesa, e io morivo dalla voglia di far parte del loro gruppo. Prima di considerare l’appartenenza a qualcosa o a qualcuno un disvalore, c’è voluto parecchio tempo: da ragazzo avevo un bisogno disperato di essere notato, di esistere in funzione dell’esistenza degli altri. L’appartenenza ai crociatini di Padre Manganello sarebbe stata la mia grande occasione, per mostrare a tutti che esistevo: per fortuna le mie richieste vennero rifiutate più volte con sdegno. La verità è che ho speso una buona parte della vita per appartenere a un gruppo, a un’ideale o a una donna e poi, quando ho capito quali e quante prigioni si nascondono nelle appartenenze, ho faticato tantissimo per diventare un uomo libero. Detta così, può sembrare che abbia buttato la mia vita nel cesso, e in effetti non si tratta di un’impressione, è proprio così: appena mi sono liberato dalle prigioni che mi sono costruito con le mie mani, son stato emarginato ed escluso dalla società che conta, quella che ha bisogno di schiavi servili, fedeli e obbedienti. Il mio disagio, però, non è stato dettato dall’esclusione e dall’emarginazione perpetrate da persone che contavano poco meno della laniccia dell’ombelico, a quello ci si abitua facilmente. Essere straniero in qualsiasi posto, essere diverso e dover scontare i pregiudizi: questo è il fastidio che mi accompagna da sempre. Comunque, quella storia dell’esclusione dai crociatini ancora mi fa rodere il culo, non fosse altro perché, facendone parte, avrei potuto approfondire la questione dell’origine del soprannome “Manganello” e dare informazioni più precise. Poiché il mio senso di inadeguatezza alla vita era opprimente, e non sapevo con chi prendermela se non con me stesso, avevo trovato un modo per sfogare la mia rabbia: camminavo per ore nei prati e arrivavo fino alla ferrovia, un posto lontanissimo da casa e, soprattutto, lontanissimo da tutti. Se ci penso, sento ancora il profumo delle margherite a primavera e l’odore della pioggia sulle foglie secche in autunno. Per non parlare del rosso dei papaveri o dei tramonti dietro ai fili dell’alta tensione, che mi sembravano bellissimi: i più belli che avessi mai visto. Poi c’erano i treni, quei treni che non finivano mai. Mi passavano davanti agli occhi a tutta velocità, per andare chissà dove, e io stavo là, seduto in mezzo all’erba, a fantasticare sulle vite di persone immaginarie. Inventavo storie assurde, le scrivevo e arrivavo sempre a una conclusione: la mia infelicità aveva una causa. I responsabili erano quei personaggi di fantasia, che avevano vite bellissime a mio discapito. E io li odiavo. Su quei treni viaggiavano, insieme alla gente, tutte le opportunità a cui ambivo, se ne andavano lontano e io ero seduto in quel prato e non sarei mai riuscito a raggiungerle. Cosa poteva aspettarsi, d’altronde, un ragazzino di periferia a cui il destino aveva riservato un’esistenza triste dentro a un seminterrato buio nelle case popolari di Piazza Capecelatro? Non lo sapevo, ma in quei lunghi giorni, in cui ero solo con le mie paure, stavo costruendo l’uomo che sarei diventato. La mia inadeguatezza, diciamolo, spesso era dovuta anche un po’ all’ingenuità che mi portavo dentro e che mi faceva passare per il coglioncello del gruppo. Hai dato fuoco alla fontana con un cerino spento, adesso chiamiamo la polizia e ti facciamo arrestare, mi dicevano i crociatini di Padre Manganello. No, non sono stato io, lo giuro, non chiamate la polizia, vi prego. E giù risate. E giù pianti. Più piangevo impaurito e più ridevano. E correvo via con tutto il fiato che avevo in corpo. Fuggire, quella era la soluzione. Le fughe solitarie, a cui mi abbandono anche adesso per salvaguardare quel poco che è rimasto del bambino che ero, mi hanno insegnato ad ascoltare il silenzio e a cercare di capirne i mille significati. I silenzi non sono tutti uguali, c’è voluto un po’, ma alla fine l’ho capito. E io, modestamente, ho sperimentato tutti ti tipi di silenzio. Ho cominciato coi silenzi semplici, quelli dettati dall’imbarazzo: sto zitto perché non trovo le parole. O le ho finite. Poi sono passato ai silenzi dignitosi, quelli in cui semplicemente non avevo nulla da dire. Ho perso il conto degli esami a cui mi sono sottoposto, avendo a disposizione soltanto il silenzio come arma. Da una parte c’ero io, dall’altra il carnefice pronto a pontificare un qualche tipo di giudizio. E io spesso questa soddisfazione al carnefice non gliel’ho data. Ho taciuto. L’ho lasciato a bocca asciutta e col suo bel giudizio appeso. E i silenzi saggi? Ah, che bellezza! Quei bei silenzi in cui avrei voluto vomitare fuoco e fiamme, dire con furore “Non capisci proprio un cazzo, è giusto che qualcuno te lo dica!”, ma poi mi sono reso conto che non ne valeva la pena e ho fatto la cosa migliore: sono stato zitto. Poi ho sperimentato anche il silenzio protettivo, se ci penso mi faccio tenerezza da solo. Scegliere con cura le parole che possono ferire e non dirle. Cancellarle. Ometterle e sostituirle con altre più dolci, più rassicuranti, più curative. E accorgersi che la cura fa effetto, che il viso di chi ascolta si illumina e non si spegne. Mi vergogno un po’, ma spesso sono ricorso anche al silenzio cattivo, quello indifferente, per esprimere disprezzo e lontananza. Ma i silenzi peggiori in assoluto, quelli che mi hanno consumato a poco a poco i sentimenti puri e immacolati che avevo, sono stati i silenzi rumorosi. Quelli parlati. Quelli in cui sono stato costretto a riempire i vuoti e le distanze incolmabili tra me e chi mi stava di fronte con parole frugate a caso nel copione della commedia che stavo recitando. Le ho pronunciate contro la mia volontà, Signori Giurati. Mi sono violentato, mi sono sforzato per fingere meglio e dare la falsa impressione di essere presente. E gli altri ci hanno creduto. Uh, sì, eccome se ci hanno creduto. Commentavano. Controbattevano. Si sentivano chiamati in causa. Attori di uno spettacolo in cui pensavano di avere il ruolo del protagonista. Invece, lo spettacolo, per me, era finito già da un pezzo. Ma i presunti protagonisti si ostinavano, rivendicavano il loro ruolo. Pretendevano persino di convincermi che, No, non è così come credi, stai sbagliando. Loro protagonisti, io comparsa. Ruoli invertiti. E io semplicemente non ero là, non stavo parlando. Non avevo mai parlato. Non avevo detto niente. Non avevo più niente da dire. Volevo solo scappare, essere altrove. Non io, il cuore, l’anima. Cancellare tutto. Tornare indietro o andare avanti, non aveva importanza, ma in un posto lontanissimo da quel discorso assurdo che non avrei mai voluto fare. Che tristezza. Che dolore. Che sofferenza. Non sarà mai più come prima. Sarà qualcos’altro. Sarà qualcun altro. Saranno parole diverse e silenzi diversi. Mai più questo silenzio rumoroso. Mai più. Io comparsa di oggi, lei attrice di ieri. Dio, quanto mi sono immedesimato in quella canzone di Lucio Battisti. Che ne hanno mai saputo le persone di me? Di un ragazzino che, sul serio, mica come la finzione della canzone, giocava nel buio, si vergognava, era timido, vedeva i raggi di sole che trafiggevano le inferriate di un buio seminterrato e camminava solo fino alla ferrovia, fino a perdersi nel silenzio di quei prati immensi. Quello sì che era un silenzio vero. Puro. Il silenzio dell’innocenza. Lo stupore di fronte all’immensità dei prati e della solitudine.

Poi tornavo a casa e la realtà si palesava ai miei occhi in tutta la sua brutalità.

– Ndó sei stato fino adesso, brutto fijo de ‘na mignotta? Me farai morì, te pozza scoppià lo core.

Di quanta dolcezza era capace mia madre? Che poi, se vogliamo essere precisi, dare del figlio di mignotta a tuo figlio non è esattamente una mossa azzeccata. È come fare involontariamente coming out. In ogni caso, queste erano le parole accoglienti che mi riservava mia madre quando rientravo. Non capiva il dramma interiore che vivevo, ma non gliene ho mai fatto una colpa. Capisce l’inadeguatezza soltanto chi sa di cosa si parla, probabilmente le persone semplici non provano quel fastidio di sentirsi sempre nel posto sbagliato. O meglio, forse non provano la sensazione di sentirsi sbagliati. Mi sentivo sbagliato rispetto a cosa? Rispetto a tutti gli altri, che sembrano più intelligenti, più belli, più felici, più socievoli, più sicuri. E rispetto a quei dogmi precostituiti che vengono coltivati in quel luogo di perdizione chiamato famiglia. È là che vengono costruiti i pregiudizi, le inibizioni, la paura della diversità, il senso di inferiorità, l’esaltazione della competizione e dell’arrivismo. È la che inizi la tua personale battaglia contro il figlio della portiera, che gioca a calcio e ha un futuro brillante chissà in quale squadra, o con tuo cugino, che è tanto bravo, ha tutti 9 a scuola mentre tu sei una pippa a giocare a pallone, perdipiù hai la media del 2,74 e non fai un cazzo dalla mattina alla sera. Nessuno racconta mai tutta la storia con sincerità, perché probabilmente sono in pochi a conoscerla. Nessuno dice che il figlio della portiera, o il cugino con cui sei stato in competizione e che ti ha rovinato l’esistenza, nella maggior parte dei casi non combina mai niente e diventa un anonimo fattorino insoddisfatto, pagato 2 euro a consegna. Mentre il perdente, il solitario, quello strano, il fallito assicurato che non avrebbe mai combinato niente di buono, riesce se non altro a diventare un uomo. Anche se deve far ricorso a tutta la forza e all’energia che ha in corpo. Capirlo non è facile e nemmeno scontato. Devi arrivare ad avere almeno mezzo secolo sulla groppa, avere la cervicale e, cosa fondamentale, aver sprecato quasi tutte le opportunità che avevi, grazie a una serie infinita di minchiate che hai dovuto commettere per forza, per uscirne vivo. Quando l’hai capito, tendenzialmente è tardi. Almeno per me è stato così. Non ho potuto far altro che rimpiangere tutte le alternative che avevo lasciato andare a seguito di una qualche scelta. Il problema non è la scelta ma sono le alternative che si escludono quando si sceglie. Tu scegli di fare un certo tipo di studi e poi, quando non è più possibile tornare indietro, ti accorgi che c’erano decine di argomenti che ti sarebbero interessati di più. Poi inizi a lavorare, per mettere su casa, per avere dei figli, una famiglia, e ti rendi conto ben presto che hai bruciato tutto il resto. Hai bruciato la possibilità di vivere in altri posti o di avere altre donne, magari migliori, magari peggiori, chissà… Hai bruciato la possibilità di fare altri dieci, cento, mille lavori diversi e di metterti ogni volta alla prova. E devi fare i conti con la persona che non sei diventata. Non sei diventato il musicista che sognavi, o la ballerina, o il pittore. Non sei diventato il vagabondo, il solitario in barca a vela, l’attore o lo speaker radiofonico. E sai perché? Perché hai scelto, e ogni scelta nasconde una qualche prigione da cui diventa difficilissimo uscire. Per uscire dalle prigioni che ciascuno si cuce addosso, e diventare finalmente persone libere, bisogna essere disposti ad affrontare prove dolorosissime che non hanno mai vincitori. Bisogna mettere in discussione tutto, gli affetti, i valori bell’e pronti, le soluzioni a portata di mano, gli amici, la famiglia, e sentirsi dire, Sei cambiato, accettando il colpo serenamente, parando l’accusa con un bel, Ho avuto il coraggio di diventare quello che sono. E come si fa a diventare quel pittore che hai dentro? E io che ne so? Sono l’ultima persona a cui chiedere le ricette di un qualche tipo di ambizione. Io ho fallito, ho mancato il successo. Anzi, il successo ha mancato me. O, meglio, ci siamo schivati. Ci stiamo sul cazzo a vicenda. Lui perché ha come target tutti quelli che nella vita ho sempre evitato, i sicuri, gli ambiziosi, i materialisti, i superuomini che considerano essenziale tutto ciò che io ritengo privo di senso, spreco di tempo: lo status, la ricchezza, il potere, un ruolo di comando. Insomma, il successo ama quelle persone che, viste coi miei occhi, come dire… credono di essere ‘stocazzo e in realtà sono più insignificanti della birra analcolica o della mortadella di soia. Il mio contenzioso col successo è iniziato da quando, a forza di letture, disillusioni e delusioni, ho maturato un briciolo di consapevolezza e ho capito più o meno cosa è importante e cosa non conta niente. È la consapevolezza che mi ha fatto accumulare il tempo per stare con la donna che amo, magari a passeggiare sulla spiaggia, quando tutti si affannano a rincorrere il nulla, in una fredda giornata d’inverno. Dalla consapevolezza al disprezzo delle glorie da stronzi, per parafrasare Guccini, il passo è breve. Ma come, io che non permetto a nessuno di esercitare su di me nessuna forma di potere dovrei ambire a rendere schiavo qualcun altro, per sentirmi importante? Sarebbe come dire “Sono comunista” e poi votare per la Lega. Eppure, non c’è niente di più equo e ben ripartito, tra uomo e donna, di quell’’ingannevole desiderio di esercitare il potere sugli altri, per dimostrazione al mondo, dal vivo, non solo attraverso la tastiera di un computer, le merde che siamo. Una coppia, in fondo, altro non è che un sistema chiuso in cui ci sono un controllore e un controllato, in perenne lotta per trovare e mantenere un qualche tipo di equilibrio. Equilibrio che è sempre talmente instabile da andare in frantumi al primo alito di vento primaverile. Spesso, la parte del controllore è assegnata alla donna, ma sono molto frequenti anche le situazioni opposte. A me è sempre capitata la prima. All’inizio c’era una lei che voleva me. Nel mezzo c’era una lei che non voleva esattamente me, voleva qualcosa che aveva in mente e che aveva proiettato su di me. Praticamente ho sempre vissuto nell’illusione di essere l’uomo giusto quando in realtà ero un punto di vista sbagliato. La cosa grave è che mi sono quasi sempre impegnato a diventare quel punto di vista, cedendo alle estenuanti prove di forza e alle trattative al ribasso. Mi chiedo come mai, dopo i primi tempi, si arrivi sempre alla deriva illusoria del cambiamento. Voglio te, ma tu devi diventare come dico io. Come dire, voglio una Panda, ma pretendo che diventi come una Mercedes. Ma, cazzo, non fai prima a comprarti una Mercedes? No, perché la Mercedes non posso permettermela. Se non puoi permetterti una Mercedes, è inutile che ti ostini a pensare che io abbia i sedili massaggianti in pelle: eppure ho sempre messo le cose in chiaro fin dall’inizio. Ho dei sedili sgangherati, rivestiti con un motivo messicano terribile, che si sconocchiano dopo i primi cinquemila chilometri e fanno un avvallamento al centro che favorisce la comparsa delle emorroidi.  Invece, nonostante la chiarezza, la presa di coscienza non c’è mai. Sì consumano vite intere a cercare di trasformare un finestrino a manovella in un silenziosissimo finestrino elettronico. Che poi, è tutto da dimostrare la supremazia della Mercedes sulla Panda. Consuma di più, costa un sacco in manutenzione, si svaluta tantissimo, si rompe né più né meno come l’altra e alla fine ti porta esattamente negli stessi posti. Senza considerare le prove di resistenza coronarica a cui ti sottopone ogni volta che compare un graffietto sul paraurti. Questione di punti di vista, quindi. La verità è che non sono nato Mercedes, non lo sono diventato, e tutto sommato ne sono anche contento. Ho provato a esserlo, questo è vero, ma il risultato non è stato proprio soddisfacente. Da ogni esperienza ho sempre cercato di uscirne migliore, ma il problema è che sono diventato una Panda, col cofano di una BMW, le portiere di una Mercedes, i sedili di una Palio, il design di una Duna, il motore di una Dacia Sandero e le prestazioni di un Ciao senza variatore. Detto così può sembrare un disastro, in realtà quei pezzi “diversi” donati generosamente dagli altri sono stati i libri che non avevo letto, le canzoni che non avevo ascoltato,  i baci che non avevo dato, i piatti che non avevo mai cucinato, i pomeriggi che non avevo vissuto: un tesoro di esperienze sistemate come meglio potevo e a cui ho cercato di fare spazio. Fatto sta che le estenuanti trattative, le liti, i musi lunghi e le accuse reciproche non hanno mai sortito l’effetto sperato, proprio perché gli spazi occupati influenzano fortemente quelli rimasti liberi o perché, se proprio devo cambiare, cambio come e quando dico io.

In tutto ciò, l’unica certezza che ho maturato è questa: non c’è nulla di più pericoloso dell’ambizione al possesso delle cose o delle persone. Che poi, diciamo la verità, più che il possesso delle cose a me interessa il possesso del tempo per fare delle cose. Magari per diventare quel musicista o quel cuoco che ho dentro e che ha bisogno di tutt’altro, per uscire allo scoperto. Oppure per cazzeggiare in giro, inseguendo la famosa libellula in un prato, possibilmente evitando di entrare a far parte di quel mondo di ciechi che ambiscono a una pensione di invalidità piuttosto che al recupero della vista.

Poiché i metodi tradizionali hanno dimostrato ampie fragilità, nel dubbio, ho deciso di non fare più scelte nette e di puntare a vivere tutte le alternative che una scelta porta con sé. Scelgo le alternative e scarto la scelta. Le scelgo tutte. E non mi sottraggo ai dubbi. Dubito e mi interrogo, quando tutti sono sicuri e vanno avanti come branchi di cefali. Ho imparato a dubitare di tutto e in qualsiasi momento: del mio lavoro, della donna che ho accanto, delle maggioranze, della religione e pure dei crociatini di Padre Manganello. Un giorno, in una delle tante fughe dalla cattiveria che solo chi crede in un qualche dio è capace di esercitare, mi sono chiesto

-Ma veramente voglio far parte di quel gruppo ed essere come loro?

La risposta ovviamente non poteva che essere negativa. Ho avuto un attimo di smarrimento, mi sono sentito perso: era crollata la certezza che mi aveva accompagnato per molto tempo. Si era frantumato l’obiettivo della mia infanzia come un bicchiere infrangibile che, quando si rompe, si rompe in milioni di schegge che vanno a infilarsi ovunque. Ne ho vissute altre, di queste delusioni, ci sono state altre bande, altri leader, altre persone, giovani e anziane, con cui ho desiderato far bella figura, fino ad arrivare a una conclusione: di cosa pensano gli altri sul mio conto non me ne frega più un’emerita cippa.

La domanda che mi pongo, a questo punto, è la seguente: “Come ho fatto a diventare quello che sono diventato, a uscire dal tunnel della solitudine e a vincere tutte le timidezze che avevo, trasformandomi magicamente da orso asociale quale ero a cazzone da villaggio turistico?”. Bella domanda… Spontanea. Mi sono colto impreparato e adesso mi tocca improvvisare una risposta. Direi che nella solitudine ci sguazzavo abbastanza bene. Mi ero dato un insieme di regole che ritenevo utili per sopravvivere alla competizione con gli altri e alle umiliazioni delle sconfitte. Ho capito da subito che non ero portato per le competizioni, infatti quelle che ho imprudentemente intrapreso le ho sempre perse tutte. Ho cominciato da quelle scolastiche e ho finito con quelle sentimentali, per conquistare un cuore conteso. Se penso a quanto ho pianto, mi viene da piangere. Certo, vedere scritto su un foglio 1+, il voto ai temi di italiano, con l’aggiunta della frase  “il + è d’incoraggiamento”, non mi ha aiutato a vincere le insicurezze. Né tantomeno lo ha fatto la maestra di Italiano, quella volta che mi disse “Strano, lei è autorizzato a copiare dai suoi compagni, tanto non è in grado nemmeno di fare quello”. Poi dici che uno dà fuoco alla scuola e diventa bombarolo. Dicevo che mi sono dato delle regole per superare i miei enormi limiti. La regola aurea, che tra l’altro funziona ancora, è semplice: gli altri possono farmi del male solo se sono io a dargli questo potere. E ritorniamo a bomba sui danni che può fare qualsiasi tipo di potere. Perché do importanza a quello che gli altri pensano di me? Che ruolo hanno gli altri nella mia vita? È proprio necessario viaggiare insieme o meglio soli? Se Socrate non avesse tirato fuori quella storia dei tre setacci, probabilmente avrei avuto un futuro da filosofo, invece, tutto quello che sono riuscito a fare è stato difendermi dei carnefici. Che non è poco. Piano piano li ho allontanati tutti. Tutti tranne un. Ricordo quel giorno di tanti anni fa come se fosse adesso. Pioveva, e io, tanto per cambiare, me n’ero andato a passeggiare nei campi. Non so perché, ma la pioggia mi è sempre piaciuta. Camminare sotto la pioggia, lasciarsi accarezzare. Impossibile sporcarsi, sotto la pioggia. Ha un’azione benefica su di me, più di una doccia dopo una corsa. Insomma, ero là che camminavo con la fretta di chi non può perdersi quel tramonto dietro i fili dell’alta tensione, con il sole che sembra trafigga le nuvole. Se mi dice bene, riesco anche a vedere un arcobaleno, pensavo. Mentre fantasticavo, ho sentito un rumore, una specie di lamento. Poiché conoscevo bene i rumori di quel posto, ho escluso da subito che si trattasse di una volpe o di un cane. C’è qualche intruso che viene a rompere i coglioni proprio qua. Forse qualche coppia che si è infrattata, lontana da occhi indiscreti. Gliela faccio passare io, la voglia… di inquinare il mio paradiso. Insomma, come direbbe Alberto Sordi, mi dirigo come un lumacone, zitto zitto, verso il luogo del misfatto e che ti vedo? Un ragazzino sdraiato a terra.Che ci fai qua? Questo è il mio posto!

-Te lo sei comprato? È anche il mio, di posto…

-Te ne devi andare, questo posto è sacro.

-Mi sono slogato una caviglia e non riesco a camminare. Comunque non me ne sarei andato nemmeno se fossi stato bene.

-Vuoi che chieda aiuto a qualcuno?

-No, lasciami in pace. Voglio morire qui. Da solo.

-Ma non dire stronzate.

Me lo sono caricato sulle spalle e l’ho portato fino a casa. Facendo ricorso a tutte le mie forze. Fermandomi ogni dieci metri, con le gambe che mi tremavano per la fatica. E da quel giorno, i due ragazzini che volevano morire hanno iniziato un cammino lungo e faticoso. Insieme. Hanno condiviso la timidezza e l’inadeguatezza alla vita, cercando di proteggersi a vicenda, sostenendosi a turno, mettendosi ogni volta alla prova per superare quei limiti che sembravano insuperabili. Cercando di avvicinarsi a quel mondo sconosciuto che li attraeva e li respingeva con la stessa forza: l’universo femminile. E hanno condiviso anche quel prato immenso, che era abbastanza spazioso per entrambi e aveva avuto il potere di trasformare due solitudini in un’amicizia eterna. Quel ragazzino era Alberto.

Pausa, caffè e sigaretta!

Cosa c’è di più stressante delle cene con gli amici? Vediamo… Avere un capoufficio che rompe le balle con le scadenze lavorative? Avere un’auto davanti che viaggia a una velocità di 3,2 km/h e frena ogni cinque metri quando vai di corsa e hai i minuti contati? Stare insieme a una donna che mette l’ansia e si lamenta in continuazione per questioni assolutamente irrilevanti? No, a occhio e croce direi che le cene con gli amici non hanno rivali: sono fonti di stress ben superiori a qualsiasi fonte di stress. La verità è che non si tratta di cene, ma di competizioni agonistiche vere e proprie, che quasi sempre sfociano in discussioni interminabili e sfiancanti in cui ognuno cerca di dimostrare di averlo più lungo degli altri. Come se la lunghezza fosse sinonimo di qualità. Un mio collega universitario, un fine intellettuale, che, se non ricordo male proveniva da una nobile famiglia di Mentana, una volta venne provocato da una ragazza sulla questione “lunghezza”, e lui rispose alla provocazione con la schiettezza che lo contraddistingueva: “Non faccio mai a gara a chi ce l’ha più lungo. Il mio è piccolo, ma è un gran lavoratore”. Argomento chiuso. Non è il caso di sottolineare che quell’espressione diventò subito un aforisma ben più prezioso di quelli di Oscar Wilde, e il fatto che io lo citi dopo tanti anni in un contesto totalmente diverso non può che confermare questa tesi. D’altronde, lo stesso poeta, per dare un senso agli scarsi successi negli studi e alla lentezza con cui procedeva la sua carriera universitaria, era solito usare un’altra espressione di dantesca memoria attraverso cui affermava la propria autodeterminazione e diffondeva a tutti gli sfigati del gruppo, me compreso, un messaggio di speranza. No, non è Gli ultimi saranno i primi e nemmeno Ama il prossimo tuo come te stesso, anche perché l’unica cosa che lo avvicinava a Gesù era il modo singolare, e apparentemente diverso, con cui si rivolgeva a dio: uno lo faceva con divino rispetto, l’altro utilizzando aggettivi suini in diverse tonalità, tirando spesso in ballo anche la mamma. Si sa che i fratelli spesso non vanno d’accordo… Insomma, all’ennesima bocciatura, in un clima di tristezza e rassegnazione, dopo averlo rassicurato con quelle frasette del cazzo che si dicono tanto per riempire il nulla col niente, roba tipo “Sarà per la prossima volta” o “Non meritavi la bocciatura”, mentre una truppa in stile codazzo del prof. dott. Guido Tersilli primario della clinica Villa Celeste convenzionata con le mutue camminava lentamente per i corridoi deserti della Sapienza, lui si fermava, assumeva un’aria solenne e pronunciava queste parole: “Disse lo sceicco a lu mulo, damme tempo che je sfascio lu culo!”. A volte, usava anche una variante più raffinata, quella che tirava in ballo l’armonia della natura: “Con la calma e la vaselina, l’elefante s’ingroppò la farfallina”. Poi tirava dritto e se ne andava a giocare a biliardo. Lo so, l’immagine è un po’ forte e forse non eravate pronti per un’iniezione di saggezza di questa portata. Se Lenin avesse conosciuto il mio amico Benso, avrebbe certamente sostituito il suo “Pazienza e ironia sono le virtù del rivoluzionario” con un più pratico “Con la calma e la vaselina…”, che poi hanno più o meno lo stesso significato. Che tipo, Benso… la finta solennità con cui sparava le sue minchiate colossali faceva ridere più delle minchiate stesse. Si divertiva a spiazzare la gente, a vedere le reazioni di chi, da una persona apparentemente equilibrata, non si aspetta di ricevere risposte terribilmente schiette e dirette.

– Benso, ti sei un po’ ingrassato, come mai?

Gli chiese una volta Giorgia, ingenuamente, al rientro dalle vacanze.

– Sta’ zitta, nun me dì niente che me sò preso la malattia dell’agnello…

– Oddio, che tipo di malattia è?  È contagiosa?

– Macché contagiosa… però ne soffre metà della popolazione. La malattia dell’agnello è tremenda: fa cresce la panza e accorcia il pisello…

Ecco, Benso, tu sì che sapevi far colpo sulle donne.

Potrei continuare a raccontare questi aneddoti per pagine e pagine, ma temo di compromettere troppo l’immagine da intellettuale sopraffino che mi sono costruito racconto dopo racconto. So che la descrizione della filosofia di Benso ha dato un senso a questa storia e che potremmo anche finirla qua, ma non sarebbe giusto: i lettori debbono soffrire fino alla fine insieme all’autore, altrimenti il patto narrativo perderebbe la sua efficacia. Si potrebbe obiettare, a giusta ragione, che con me il patto narrativo è più simile a un raggiro; un po’ come quei contratti capestro che obbligano all’acquisto di enciclopedie da 500 volumi e prevedono cause, ricorsi e spese legali assurde. Ma io, come direbbero i genovesi, delle obiezioni me ne batto il belino sugli scogli. Comunque, Benso non era solo un cazzaro certificato: con lui si poteva discutere di politica fino a notte fonda e fino al vaffanculo, senza incrinare per niente l’amicizia. Abbiamo passato anni a massacrarci di discussioni, seduti sulla scalinata del CNR, il luogo deputato allo studio pomeridiano. La dinamica delle giornate era molto semplice: seguivamo le lezioni, andavamo a pranzo e verso le 15, dopo interminabili partite a Tetris, ci chiudevamo nei sotterranei della biblioteca a studiare. Alle 15,03 Benso tirava fuori il suo cavallo di battaglia: “‘N ce sto a capì ‘n cazzo, ciò bisogno de ‘na pausa, de ‘n caffè e de ‘na sigaretta: chi m’accompagna?”. Inutile dire che, senza farci pregare troppo, interrompevamo lo studio appena iniziato per dedicarci al bivacco. E chiacchieravamo, chiacchieravamo, chiacchieravamo fino alla pausa successiva: ovvero a distanza di dieci minuti dal rientro. Si parlava di tutto: amore, amicizia, politica, matematica, letteratura, fisica, musica… Ognuno con le sue convinzioni, ognuno coi suoi sogni. Così, di pausa in pausa, di caffè in caffè, di bocciatura in bocciatura, sono passati gli anni migliori delle nostre vite. Mi manca da morire quella spensieratezza e mi mancano gli ideali puri di allora insieme a tutte quelle speranze e a quelle possibilità che avevo a portata di mano e che sono riuscito a mandare magistralmente a puttane. Gli ideali sono il vero motore della vita, quando cedono il passo alla disillusione, restano soltanto delle svogliate  voglie, che (non) servono a riempire i vuoti.  E mi manca anche Benso, le nostre chiacchiere, quel “‘N ce sto a capì ‘n cazzo”, che rimbombava nel silenzio della biblioteca e ogni volta ci faceva scoppiare a ridere. Mi mancano i discorsi sul comunismo e sull’uguaglianza, le liti sulle questioni scientifiche e quella voglia dirompente di amore che avevo a vent’anni. Mi mancano le birre a fiumi bevute insieme all’assistente di laboratorio e le partite a briscola nelle aule vuote. Mi mancano perfino i voti rapinati agli esami impossibili da superare, quelli che, al verdetto sdegnato del professore, “Le do 18, che fa, accetta?”,  contrapponevano un gioioso “Ottimo e abbondante” e dei festeggiamenti interminabili comprensivi della serata trionfale a Tivoli, nella paninoteca “da Pippo”, a sfondarsi di panini imbottiti con tutti gli alimenti disponibili sulla faccia della terra. E mi mancano anche quei 9 anni 7 mesi e 18 giorni che ho impiegato per laurearmi. Il tempo giusto per capire che la laurea non sarebbe servita a un cazzo, ma che nel frattempo avevo costruito l’uomo che sarei stato, e che quel periodo non sarebbe tornato mai più se non sotto forma di ricordo lontano. Benso, lui sì che avrebbe dato le risposte giuste agli pseudoamici attuali, in parte acquisiti e in parte imposti dalle donne che ho avuto vicino. Non so se, alla fine, sia stato meglio perdere le donne o i loro amici. O entrambi. Fatto sta che durante queste cene sono stato spesso tentato di rispondere utilizzando il “Benso linguaggio”, ma non potevo permettermelo allora e men che mai oggi: sono tutti troppo permalosi, troppo borghesi, troppo perbenisti e troppo ottusi per meritarsi la sincerità. Si meritano la maschera di qualcun altro che non sono io, e li accontento volentieri. Tra tutti, è restato soltanto Alberto: con lui posso permettermi di citare Benso con la certezza di essere capito al volo. Anche lui, nonostante fosse il secchione del gruppo, era attratto da quella figura fuori dagli schemi e non riusciva a sottrarsi al richiamo di quel “‘N ce sto a capì ‘n cazzo…”. D’altronde, chi è che, nella storia dell’uomo, ha mai capito veramente qualcosa?

Ma torniamo a noi: parlavamo di cene con gli amici. Io sostengo che sono state inventate per esasperare l’ansia da prestazione: c’è sempre una lei che vorrebbe mostrarsi perfetta come la regina Elisabetta e un lui a cui non frega assolutamente nulla di fare brutte figure perché a quella riunione di squinternati preferirebbe passare la serata a guardare una qualsiasi partita di calcio, fosse anche la finale del girone B del campionato di seconda categoria in Basilicata tra la Proloco Calcio Spinoso e l’Avis Burgentia. A volte, lo squilibrio può essere invertito: l’uomo si fa prendere dall’ansia e la donna se ne sbatte le ovaie… Il concetto comunque è chiaro. L’uomo e la donna sono gli esseri meno indicati ad avere una relazione di coppia, non vanno d’accordo come la Passera scopaiola e l’uccello del paradiso, tanto per restare confinati all’ornitologia. La conseguenza pratica di questo assioma è l’assoluta incapacità di svolgere insieme qualsiasi attività che richieda una divisione dei compiti al 50%. C’è un lasso di tempo, solitamente all’inizio del rapporto, quando il rincoglionimento amoroso prevale sul buon senso, in cui questa suddivisione sembra funzionare. Addirittura può accadere che lui faccia una qualche cazzata e lei, invece di umiliarlo a colpi di insulti, dica dolcemente “Non preoccuparti, amore, ci penso io a sistemare le cose”. Ecco, questa remissività è quanto di più ingannevole ci possa essere: dopo un po’ di tempo le frasi tenere si trasformano in qualcosa di simile a “Faccio io, coglione, tanto tu non capisci un cazzo”. Per carità, anche queste parole non sono male, denotano un sentimento più maturo, solo che io penso di non essere mai preparato alle manifestazioni esagerate di amore. Ho sempre in mente le parole di un  anziano amico, che, dopo aver convissuto con una donna per più di quarant’anni, alla di lei proposta di matrimonio, peraltro dettata da motivi economici, si è sentito in dovere di dire candidamente “Mi sembra un po’ prematuro. Temo di non essere pronto…”

Nella preparazione della cena di solito si possono verificare tre situazioni tipo. La prima è la più semplice: uno dei due si dedica ad attività inutili, tipo togliere il polline dalla tapparella che dà sulla chiostrina, e l’altro si sobbarca tutto l’onere dei preparativi, faticando come una bestia e arrivando all’ora di cena sfinito e impregnato di olio e di puzza di fritto. C’è anche la variante in cui il fancazzista si finga volenteroso e intraprenda un paio di azioni scomposte che hanno come unica conseguenza la creazione di problemi inaspettati. Si può, che so, rovesciare l’olio sul tappeto, intasare lo scarico del lavandino, o eseguire maldestramente un’operazione semplice come può essere girare il ragù e farlo attaccare al fondo della pentola o aggiungere il sale a una pietanza e sputtanare la ricetta. Non nascondiamoci dietro a un dito: di solito il fancazzista in questione è l’uomo, anche se la donna ce la mette tutta per trasformare gesti apparentemente banali in drammi epici che inducono nell’uomo sensi di inferiorità tremendi.

– Amore, potresti aggiungere un po’ di sale all’arrosto?

– Certo tesoro, subito!

– Mi raccomando…

Quando una donna dice “mi raccomando” sottintende l’aggettivo idiota, ma lo omette perché la frase interrotta è più efficace e può lasciare spazio a numerose interpretazioni. Quali? Beh, idiota potrebbe anche essere un complimento, se raffrontato con mentecatto, decerebrato, coglionazzo, si ‘na uallera, minchione e così via. “Mi raccomando” è il tipico avvertimento che si riserva a qualcuno del quale è evidente che non ci fidiamo ma a cui vogliamo dare una possibilità, la penultima. I rapporti di coppia sono pieni di “mi raccomando” mal risposti e di penultime possibilità.  Manca spesso il coraggio dell’ultima possibilità che salverebbe entrambi.

– Mi raccomando cosa? Mi hai preso per un deficiente? Devo aggiungere solo del sale, mica dimostrare il teorema di Fermat!

Uomo, perché esporti così apertamente a una figura di merda certa? Possibile che quella raccomandazione e, soprattutto, quei puntini di sospensione non ti abbiano suggerito di tacere? Pensi davvero di poter aggiungere il sale all’arrosto senza commettere una delle tante cazzate di cui ti sei ampiamente dimostrato capace nel corso degli anni? Provaci e ne riparliamo tra tre righe…

– Si può essere più coglioni di te? Eppure ti avevo detto “Mi raccomando…”. Ti chiedo di aggiungere un po’ di sale e tu che fai? Usi il cucchiaio con cui ho girato il sugo e lo immergi nel barattolo così com’è, senza lavarlo e asciugarlo. Poi, per quale deficienza motoria e cerebrale, invece di avvicinare il barattolo alla pentola, l’hai lasciato nell’angolo più remoto della cucina? Avevi voglia di fare un po’ di sport e percorrere a piedi i due metri che separano i fuochi dalla dispensa? Buona idea!, visto che la bilancia, quando ti avvicini a lei, finge di essere la piastra per lisciare i capelli, pur di non avere nessun tipo di rapporto con te. E fa bene a mimetizzarsi con la piastra, dal momento che i capelli non li hai più da un pezzo… Ma fosse solo quello, accetterei la disgrazia con rassegnazione, invece no, mi è capitato l’uomo menomato, quello col morbo di Parkinson che si manifesta soltanto quando deve compiere azioni ad alto rischio di minchiata. Ti sei reso conto che, durante la tua eccellente prestazione sportiva, almeno la metà del sale l’hai sparsa per terra e l’altra metà l’hai versata a cazzo soltanto su una lato dell’arrosto? Torna di là a fare quello che ti riesce meglio, cioè niente… almeno non fai danni.

Okay, avevo sottovalutato la reazione. le righe sono state più di tre… Capito come funziona? Per qualche granello di sale caduto in terra e una distribuzione disomogenea sull’arrosto, rimediabile con una semplice ravanatina nella pentola, lei si sente in dovere di vomitarti addosso tutte le sue insoddisfazioni e di farti pesare quello che sei diventato anche e soprattutto a causa sua. Perché, diciamoci la verità, hai smesso di fare sport in quanto alla “signora” dava fastidio che avessi del tempo libero da dedicarti. E la pancia? Quella c’è, è fuor dubbio. Per forza, nemmeno la Sora Lella cucinava piatti così pesanti. A pensarci bene, guardandola, non è che lei sia messa meglio: quando l’hai conosciuta somigliava ad Angelina Jolie e adesso sembra Ave Ninchi. Benso, nella sua enorme saggezza, avrebbe risposto all’attacco con un “Vogliamo parlare delle chiappe che hai messo su, o lasciamo parlare le bestemmie delle sedie che le ospitano?”, ma noi, che siamo uomini zerbino, e non ci piacciono le discussioni, ci limitiamo a un laconico e ipocrita “Sì, amore, hai ragione, torno di là”. Inghiottendo, insieme alla saliva, tutta l’insoddisfazione e la frustrazione che ci portiamo dentro. Ci vuole più coraggio a tacere piuttosto che a rispondere, a volte.

Questo scenario potrebbe sembrare pericoloso e assolutamente da evitare, ma soltanto perché non ho ancora illustrato il successivo: quello in cui uno dei due, chissà sulla base di quale immeritata autostima, si autopromuove a direttore dei lavori e inizia a dare indicazioni all’altro, guardandosi bene dal prendere qualsiasi iniziativa che possa esporlo alla fatica o all’errore. Di solito, il ruolo da direttore dei lavori se lo assegna autonomamente l’uomo, che, pur di affermare la propria superiorità in ambiti in cui avrebbe solo da perdere, inizia a criticare a sproposito ogni azione della compagna. Ovviamente, dopo un paio di minuti, il clima si fa incandescente, lei s’incazza come una bestia e lo sbatte fuori di casa con due calci in culo e il divieto assoluto di rientrare prima dell’ora di cena. Lui, dopo che se n’è stato a cazzrullellare in giro, pensa che la furia si sia calmata, invece lei ha impiegato quel tempo per preparargli un’accoglienza al vetriolo.

– Bentornato, stronzo! Dove sei stato di bello? Da quella troia che ti manda i messaggini a tutte le ore?

– Ma no, amore, cosa dici? Ho fatto una passeggiatina per lasciarti in pace…

– Passeggiatina un cazzo! Mi hai preso per una deficiente o per una serva? Io mica sono tua madre, che ti prepara ancora “il frullatino” anche se hai quarant’anni, brutto coglione che non sei altro. In casa serve collaborazione, hai capito? Mi sono stufata di queste cene in cui devo fare tutto io e tu ti atteggi a supervisore del cazzo! Lo fai apposta per farmi imbestialire, ormai l’ho capito. Ma questa è l’ultima volta… dio deve fulminarmi, se ci ricasco di nuovo…

Dio, dove sei? Possibile che quando servi non ci sei mai e ti palesi soltanto quando non dovresti? Questa frase, negli ultimi dieci anni, l’avrà detta non meno di cento volte, ma è sempre stata la penultima, di volta… Perché non l’accontenti? Un fulmine, cosa ti ha chiesto, in fondo? Che vuoi che sia un fulmine? Basta un attimo e zac!… risolveresti due problemi. Che poi, se proprio vogliamo dirla tutta, è sempre lei a organizzare queste cene con gli amici (suoi), tu ne faresti volentieri a meno. In ogni caso, mentre attendi fiducioso il fulmine, provi in qualche modo a recuperare e te ne esci con un pericolosissimo.

– Dai, amore, dimmi quello che devo fare e lo faccio.

Questa frase ha tre possibili conseguenze. La prima è la più soft: ben sapendo che sei un deficiente, lei ti affida dei compiti idioti pur di non vederti stravaccato sul divano a mangiare patatine. Di solito si tratta di azioni semplici e prive di rischi, tipo grattugiare il parmigiano, infilare gli stuzzicadenti nelle olive o ripiegare i tovaglioli. Anche in questo caso, però, il folletto della minchionaggine che è in te può palesarsi sotto forma di grattugiata dell’indice con versamento di sangue a fiumi, nocciolo dell’oliva, mangiata di nascosto, che appare misteriosamente nel contenitore delle olive durante l’aperitivo (eppure eri convinto di averlo gettato nella spazzatura), tovagliolo con cui ti sei superficialmente soffiato il naso, ripiegato inspiegabilmente come tutti gli altri, che si confonde con la massa di tovaglioli e va a finire casualmente proprio nel di lei posto. La seconda opzione testimonia più che altro la resa ed è una dichiarazione di vittoria attraverso l’affermazione dei ruoli e delle competenze: “Ci metto meno tempo a farmele da sola, le cose, piuttosto che spiegarle a un eterocefalo glabro come te”. Diciamo che questa ipotesi è meno soft della precedente, ma è poco dolorosa per entrambi. La terza è terribile, peggio di una tumpuliata sugli zebedei.

– Lascia stare. Non importa.

Così, secco, senza altre aggiunte. In questo caso, hai due alternative. Puoi lasciar stare, far finta che l’affermazione sia vera, che non importi veramente, e tornare a non far nulla, ma commetteresti un errore madornale. Mica penserai che una donna dica “Non importa” rispettando il senso della frase, vero? Solitamente, un mansueto “Non importa” nasconde un più pratico “hai detto una cazzata”, un “ci sei arrivato quando non serve”, e annuncia una prova durissima da superare. Perché è evidente che non importa significa che c’è in ballo qualcosa di importantissimo, impossibile da decifrare, e che le possibilità di indovinare di cosa si tratti siano ridotte al lumicino. Infatti, passi minuti drammatici a cercare di capire quale sia il concetto così importante da non importare e alla fine dai seguito al famoso proverbio siciliano “Cchiù longa è ‘a pinsata cchiù grossa è ‘a minchiata”: ti dedichi a una delle tante attività che reputi di un’utilità pazzesca, tipo tosare il prato o prendere il trapano per mettere dei tasselli che deturpano le pareti, e che a lei fanno saltare definitivamente i nervi. 

C’è da chiedersi quale sia il contorto meccanismo cerebrale che conduce un essere umano a parlare in maniera cifrata quando non se ne sente assolutamente il bisogno. È come se in pizzeria si ordinassero degli arrosticini per chiedere una pizza capricciosa ben cotta, con poco pomodoro, molta mozzarella, senza funghi e con due uova, incazzandosi peraltro col cameriere che, quando si presenta con la pietanza, giusta ma sbagliata, non è stato in grado di capire l’ovvietà. 

– Signora, c’è qualcosa che non va? Gli arrosticini non sono di suo gradimento?

– Non importa…

Non importa? Tu ordini gli arrosticini quando in realtà hai voglia di pizza e se ti porto la pietanza che hai ordinato fai anche l’incazzata? Perché secondo te è ovvio dire arrosticino quando in realtà si intende dire pizza capricciosa, giusto?

Infine, c’è il caso in cui ognuno vuole prevalere sull’altro e innesca una competizione  spietata a colpi di critiche reciproche e vaffanculo lanciati a raffica come gli zoccoli che le mamme di una volta lanciavano ai figli: questa è sicuramente la situazione peggiore, quella che esaspera gli animi e conduce dritti dritti verso l’ictus. Lei fa la besciamella? Lui ha da ridire sulla consistenza e tira in ballo “la ricetta di mamma”, che la fa andare su tutte le furie. Ma come cazzo ti salta in mente di nominare la parola “mamma” durante un conflitto armato? Non sai che compagna e mamma sono come due rette parallele che non debbono mai incontrarsi? Loro sì che sono in competizione perenne. Dovresti saperlo che quando hai chiesto a tua madre un parere sulla tua compagna la risposta è stata “Non sa fare gli struffoli, non li frigge nella sugna” con una mestizia e una rassegnazione da cui avresti dovuto capire tutto. Dovresti saperlo che quando hai chiesto un parere su tua madre alla tua compagna lei ti ha risposto “Quella megera vuole insegnare A ME a fare gli struffoli”. Dovresti saperlo che dentro di te, vigliacco che non sei altro, pensi che “gli struffoli di mamma sono gli struffoli di mamma perché li frigge nella sugna”, ma non hai il coraggio di dirlo alla tu amara metà. Insomma, come al solito, dovresti sapere tutto, ma non sai mai niente. ‘N ce sto a capì ‘n cazzo ti dice qualcosa? Anche perché, se di solito la madre di un uomo viene portata dal bambacione cocco di mamma come l’esempio di donna perfetta e inarrivabile, la madre di una donna, per l’esattezza la suocera, è l’esempio di come non bisogna mai essere. L’insulto peggiore che un uomo possa fare a una donna non è “Sei una mignotta” ma “Sei come tua madre”… che poi comprende anche il primo insulto. Queste coppie non hanno speranza: sono destinate ad amarsi, odiandosi, per sempre. 

A questo punto, supponiamo che in qualche modo sia tutto pronto, che l’umore sia pessimo e che l’arrosto sia salato a metà. Dentro l’uomo risuonano ancora le parole “si ‘na uallera” e dentro la donna “Sei come tua madre, cioè una zoccola”. Insomma, ci sono tutti i presupposti per passare una serata da incubo, fingendo di essere una coppia felice e affiatata. Fortunatamente, le ultime volte mi sono limitato a fare la parte dell’invitato non accompagnato. Ho osservato le miserie altrui tenendo da parte le mie. La cena della scorsa settimana è stata più o meno questa.

Dlin, dlon.

– Chi è?

– Stocazzo!

La nostra parola d’ordine è questa. Sono più di quarant’anni che il signor Stocazzo suona al citofono, puntuale come le cartelle esattoriali. Per fortuna che c’è lui, l’unica ancora di salvezza della serata, l’unico che riesce a dare un senso compiuto alla domanda “Chi è?”. Casa di Alberto è sempre la stessa, l’unica cosa che è cambiata in questi anni è la donna che ci abita: prima era Anna e adesso Tiziana. A conti fatti, lui è stato coerente con la scelta che ha fatto a suo tempo: è rimasto insieme a Tiziana, nonostante le mie previsioni lo avessero dato per spacciato dopo i primi sei mesi. C’è da dire che lei si è impegnata parecchio ed è cambiata talmente tanto, per amore di Alberto, che non la riconosco nemmeno più. Sono una bella coppia e vederli felici mi fa stare bene. Certo, i loro problemi li hanno, ma chi non ne ha? Scommetto che tra le situazioni che ho descritto loro sono nella prima.

In poco tempo si palesano tutti, nessuno escluso. Nel gruppo, formato perlopiù da squinternati, disagiati, ansiosi e depressi, ci sono Sandro, il tuttologo ipocondriaco malato di protagonismo, Teresa, la comare snob e impicciona, Laura, l’ansiosa colta e depressa, Martina, la squilibrata egocentrica malata di sesso, Barbara, la fredda e anaffettiva rompiballe che si accompagna a Fabio, il riccastro ignorantello e viscido. Ultimamente si sono aggiunte anche delle new entry: Federico, un ex carabiniere cinquantenne, espulso dall’arma, che di mestiere fa la guardia giurata, e Ilaria, la sua fidanzatina venticinquenne che invece fa la coatta di professione e aspira a diventare la commessa in un negozio di abbigliamento prestigioso, ma, nell’attesa, lavora all’outlet “Tanta roba”, un negozietto terribile che vende vestiti “quasi firmati”. Il proprietario, conosciuto nell’ambiente per la sua immensa generosità, che manifesta prestando i soldi a strozzo, acquista vagoni di merce contraffatta a cui toglie di proposito le etichette per far credere ai clienti che si tratti di merce che scotta. Alberto li ha ribattezzati subito Dexter e Sugar, i due poliziotti di Aldo, Giovanni e Giacomo. Per i soprannomi bisogna lasciarlo stare…  E devo dire che non sbaglia un colpo, perché Dexter, cioè, Federico, non perde occasione per raccontare storie, nella maggior parte dei casi frutto della sua fantasia, in cui compie azioni eroiche e sgomina da solo bande pericolose di criminali all’insaputa di noi comuni mortali, che dovremmo essergli grati perché mette a repentaglio la sua vita per farci vivere al sicuro. A ogni modo, quando parla di griminalità, con la g, con un tono grave e convinto, non riesco a essere serio. Insieme a Dexter e Sugar c’è anche Viviano, il marito di Laura, l’unica persona degna di rispetto, non fosse altro per il fatto che racchiude in sé due personalità: è silenzioso come il baffone dei Ricchi e Poveri e accondiscendente come il notaio di Indietro tutta. Solo lui può sopportare le fissazioni di Laura, la sfilza di malattie inventate e quella capacità provocatoria che farebbe incazzare anche San Francesco. Viviano ascolta, tace e si limita a dire “confermo”. È una coppia grigia, tenuta insieme dall’abitudine, più che dall’amore. Sono entrambi rassegnati a stare insieme.

– Secondo me non scopano più da almeno dieci anni…

– E su, Martina, possibile che vai sempre a parare là? A me mettono tristezza, altroché…

– Che c’entra… mettono tristezza anche a me, la mia è solo una constatazione.

– Fai constatazioni monotematiche…

– A proposito di tematismi… ma tu? Vuoi farmi credere che sei single?

– Deve esserci per forza qualcuna? Non potrebbe darsi che sto semplicemente benissimo da solo?

– Potrebbe darsi, ma ho come l’impressione che nascondi qualcosa e stai prendendo tutti per il culo. 

– Beh, ti sbagli. In ogni caso, sono affari miei…

– Di che affari parlate? 

– Teresa…

– Non è per impiacciarmi, ma…

– Non è per impiacciarti? Ma se non sai fare altro…

– Come sei permaloso! 

– Comunque, secondo me, Laura un pensierino su di te ce lo fa… anzi, più di un pensierino…

– Ma sei cretina? Piuttosto imbastisco una relazione col giornalaio, guarda. Quella ha un talento naturale per rovinare le vite degli altri. Hai visto come ha ridotto Viviano? Quel poveraccio mica era così. Laura è di un egoismo e di un egocentrismo senza paragoni. Vede fantasmi e complotti ovunque…

– Hai dimenticato l’ipocondria.

– È il classico dito al culo…

No, scusate, io non ce la faccio. Ogni volta si va a finire a parlare di gossip. Possibile che le tresche siano l’argomento dominante di tutte le conversazioni? Mi butto sul buffet e li lascio sfogare…

– Secondo me Luca sta con qualcuna e non vuole dirlo.

– A me non piace per niente! Con quell’aria da falso intellettuale sensibile e da malinconico incompreso mi urta i nervi.

– E di quel suo modo di fare da principino di Primavalle ne vogliamo parlare?

– Sì, Sandro, lo sappiamo che tu non lo sopporti: è evidente da come ti rivolgi a lui, si capisce lontano un miglio…

– Per forza, si atteggia a finto intellettuale e invece non capisce una cippa.

– Beh, no, non sono d’accordo. Luca dà una pista a tutti voi messi assieme… Vorrei aver letto la metà dei suoi libri.

– Ma quali libri? È uno sbruffone e basta. L’anarchico de ‘sta minchia… il pensatore libero che non si confonde con la massa. O la pensi come lui o ti reputa un coglione. Poi ti fa pure le battutine per fare il simpatico: sai dove se la può infilare, la sua ironia?

– Ma infatti! Se provi a dire qualcosa di sensato, il pensiero della gente comune, ti dice subito che sei un fascista e attacca il pippone sui valori universali, sugli ideali e sull’uguaglianza. Si sente superiore a noi. Tutte chiacchiere: cominciasse a ospitare qualche barbone o qualche negro in casa sua, poi vedi come cambia idea.

– È un fascista mascherato da comunista. 

– Sentite, a me non piace parlare alle spalle delle persone…

– No, Martina, a te non piace parlare alle spalle di Luca perché sono anni che gli sbavi dietro e non ti si fila.

– Io? Ma sei scema?

– E dai, lo sanno tutti…

– Ti sei bevuta il cervello? Sandro, le rispondi tu, per favore?

– Io non mi pronuncio. Secondo me quello è pure frocio.

– E basta! Mi fate pena, guarda: siete la meschinità fatta persona.

– Chiudiamo il discorso, che è meglio.

Sì, mi sento fuori posto. Non so se sia io a essere inadeguato a loro o loro a essere inadeguati a me. O entrambi. Quando mi invitano dovrei dire no, ma evidentemente qualche demone si impossessa di me e prende le decisioni al mio posto. 

– Stai sempre attaccato a quel telefono… con chi chatti?

– Con un cliente.

– Di sabato sera? Alle 21,30?

– Sì, Teresa, di sabato sera, alle 21,30: è vietato?

– No, no, ci mancherebbe.

Temo di non riuscire a resistere: prima o poi dovrò ricorrere alla bestia che è in me e a un “mi hai rotto i coglioni” con la voce di Al Bano. C’è un limite a tutto, anche allo sfrugugliamento.

– Alberto, ma cos’ha Luca? È strano…

– Sì, per forza, è Luca Strano, altrimenti sarebbe un’altra persona.

– Dai, non fare lo scemo: fa il solitario, se ne sta in disparte e non partecipa alle discussioni…

– Il dubbio che non sia interessato alle discussioni che fate ti è mai sfiorato?

– Se continua così, va a finire che si autoesclude dal gruppo di amici: uno così porta pure sfiga. Se n’è accorto pure Sandro.

– Non ne avevo dubbi: l’invidia di Sandro nei confronti di Luca è evidente. Non perde occasione per sparlare di lui. Che vuoi farci? Soffre di complessi d’inferiorità, bisogna capirlo.

– Sì, ho anch’io questa impressione: sembra geloso.

– Di cosa non si capisce, dal momento che a Luca non gliene va bene una.

– Ha dei problemi con qualche donna, vé?

– E ti pare che una cosa simile la verrei a dire a te?

– Ho indovinato?

– Sì, hai indovinato: ha dei problemi con una donna.

– Lo sapevo! Caccia fuori il nome.

– La donna con cui ha problemi… sei tu! Continui a impicciarti di cose che non ti riguardano.

– Ti hanno mai detto che sei stronzo come il tuo amico?

– Uh, non sai quante volte… Andiamo a cenare che è meglio…

Vi avverto: sono nella fase “odio tutti”. Capirai, già non li sopporto nei giorni migliori, figuriamoci in quelli peggiori. 

– Tutto ottimo, Tiziana: complimenti!

– Giusto l’arrosto… era leggermente sciapo…

– Veramente la mia fetta era salata!

Che vi avevo detto? Ho indovinato: siamo sicuramente nella situazione 1. Lei ha preparato tutto e lui ha fatto la minchiata… Eppure a vederli sembrano così felici. Mai fermarsi alle apparenze.

– Beh, tutto ottimo tranne il cadavere arrostito: io la carne la toglierei definitivamente dal commercio.

– Uh, non cominciare a fare la solita vegana integralista, Laura!

– Sei un’insensibile, ecco cosa sei. Gli animali hanno un’anima, sono un dono di Dio!

– E le piante no? Anche loro hanno un’anima: non andrebbero uccise.

– Concordo: sono fonte di vita! Ci danno l’ossigeno.

– Scusate, ma prima o poi una melanzana morirebbe lo stesso: tanto vale che muoia fritta e affogata nella parmigiana…

– Un conto è la morte naturale, un altro conto è l’estirpazione: come se a te, di punto in bianco, ti togliessero l’ossigeno e ti lasciassero morire lentamente. Ossigeno che peraltro ti viene donato dalle piante.

– Scusate se mi intrometto…

Minchia, si è svegliato pure Viviano, la faccenda è seria.

– … gli animali no, le piante no, di cosa cazzo dovremmo nutrirci?

Beh, per far sbroccare Viviano ce ne vuole. Complimenti, notaio, osservazione esatta.

– Uova e formaggi.

– Per carità, sei pazzo? E gli allevamenti intensivi? Non dimenticare quelle povere galline ammassate, costrette a covare uova tutto il giorno. Senza contare che ogni uovo  potenzialmente è un…

– Pollo al forno con le patate!

– Idiota, intendevo dire “pulcino”.

– Eh, certo, ma è anche una frittata di cipolle, però…

– Mi state facendo venire la nausea.

– Vado a preparare il caffè, voi intanto spostatevi in salone.

Vi è piaciuto  l’angolo del nutrizionista? Okay, forse non è stato trattato agli altissimi livelli che avrebbe raggiunto Rosanna Lambertucci, ma ci siamo andati vicino. So che preferireste un argomento a piacere, ma purtroppo per voi il copione lo detto io: parliamo di complottismo.

– Per carità: io sono contro i vaccini!

– Certo, Laura, tu sei contro a qualsiasi cosa abbia un fondamento scientifico.

– Per forza! Con la scusa del vaccino, chissà cosa ti iniettano nelle vene. A parte i rischi di autismo e i problemi legati alla salute, c’è chi sostiene addirittura che mettano in circolo dei microchip collegati al 5G.

– E quale sarebbe il motivo?

– Ovvio, per spiarci. 

– Quindi pensi che il mondo sia interessato a sbirciare nella tua insulsa vita e per farlo si spendano soldi ed energie nella ricerca?

Mi piaccio quando antepongo l’aggettivo al nome, rafforzo il concetto come quando uso gli improperi.

– Ti prego, non parlarmi di ricerca. Sostengo da sempre che la scienza è solo un punto di vista. La scienza è relativa…

– Ma che cavolo dici? Secondo te le leggi di Newton sono relative?

– Certamente! Sono solo convenzioni che l’uomo ha adottato per spiegare quello che non riesce a capire.

– Ma di quali convenzioni parli? Hai mai sentito parlare del metodo scientifico?

– Tutte cazzate: la gente continua a morire e ad ammalarsi, nonostante la “tua scienza”.

– Ti pare un ragionamento sensato? La medicina e la matematica sono due scienze completamente differenti…

– Senti, Luca, non fare il sapientone con me perché non attacca! Ho le mie idee e devi rispettarle.

– Io le idee le rispetto sempre. In questo caso, però, non si tratta di idee, ma di opinioni: se io ti dico che questo è un bicchiere, tu non puoi dirmi che è una ruspa. Confondi il diritto a esprimere un’opinione con la presunzione di sparare cazzate, secondo me.

– Ah, perché tu hai solo certezze? Beato te… Tu, per esempio, sei certo che la terra sia tonda? Ci sono fior fior di teorie che lo mettono in dubbio!

– Anima candida di Galileo, rispondi tu per me.

– Galileo? Quello che ha rinnegato le sue idee pur di salvarsi il culo? Lascia stare, Luca, lascia stare…

Sì, lascio stare. Non ce la posso fare. Lascio la parola alla rubrica “Ce l’ho lungo” e mi estraneo dai discorsi.  Faccio la voce esterna. Chi comincerà, stavolta?

– Sto pensando di cambiare la macchina.

Fabio, come sempre… figurati se non esordiva con lo sfoggio di ricchezza non richiesto.

– Ma la tua non è seminuova?

– Sembra seminuova, ma ha già un anno e mezzo…

– Me cojoni! È da buttare, allora….

– Se non la cambio adesso, poi si svaluta troppo.

– E cos’hai intenzione di comprare?

– Qualcosa di sportivo, che abbia un motore con almeno 200 cavalli.. Sono indeciso tra la BMW Coupé e l’Audi 2.0 biturbo.

Son problemi… Io pure sono spesso indeciso sulla scelta del mezzo con cui spostarmi.  Nel mio caso, però il quesito è leggermente diverso: “È meglio la tessera dell’Atac o il monopattino elettrico acquistato a rate approfittando del  bonus statale?”.

Passo notti tormentate e non riesco a prendere una decisione: nessuno può capire Fabio meglio di me.

– Comprare l’auto nuova, di questi tempi, è un azzardo, se non hai il garage…

– Perché è un azzardo?

– Con tutta la delinquenza che c’è in giro… rischi che te la rubano subito.

E ti pareva che Dexter non attaccava coi soliti discorsi sul crimine: l’unico argomento di cui può parlare è quello. Dexter, stai attento ai congiuntivi: questo è un libro di un certo livello.

– Voi non avrete idea di cosa c’è là fuori. È pieno di griminali…

Griminali… E fosse solo quello: ha aggiunto  anche un prezioso “voi non avrete”.

– La griminalità farebbe il suo porco comodo, se non ci fossero noi guardie giurate che rischiano la vita tutti i santi giorni.

– È vero, amò, io ciò ‘na paura quanno vai a lavorà… se io resterei sola… non ce voglio nemmeno penzà?

Se io resterei? 

Se io resterei??? 

Padre Giove, ti prego, intervieni. Trasformala in un capitone, affinché la sua presenza su questa terra abbia un senso, almeno il giorno della vigilia di Natale.  Cosa c’è di peggio di “se io resterei”? Se io andrei? No, Se io andrei una speranza la dà: fa sperare che chi lo pronuncia possa realmente andare lontano laddove nemmeno Claudio Baglioni in Poster auspicherebbe. Andare dove? Fate voi, ragazzi, fate voi. Se io resterei, invece, toglie anche quella speranza: significa che il capitone resta, e discutere con un’anguilla, perdipiù di sesso femminile, non è proprio edificante. Poi dici che uno si sente inadeguato, per forza! Dove minchia li hanno raccattati questi due? La selezione deve essere stata durissima: trovare dei compagni di viaggio di questo “calabro” culturale non è facile. Mi auguro per voi che i griminali e l’uso spericolato dei tempi verbali abbiano provocato uno shock curabile soltanto con le videolezioni notturne dell’università telematica Nettuno. In caso contrario, voi avete un problema, Dexter e Sugar hanno un problema e io ho tre problemi… 

– Se io direi quello che m’è successo ieri non ci credeste.

No, Cristo, no! Se io direi è peggio di Se io resterei. Ma porca di quella troia, vi siete proprio messi in testa di condurmi all’infarto? Avete in mente di trasformare l’Accademia della Crusca in un Burger King e per farlo avete scelto i miei racconti? Posso dire che avrei preferito una fine più gloriosa? Che so, milioni di copie vendute, una serie televisiva su Netflix, interviste di Marzullo… e invece mi tocca lo sputtanamento siderale?

– Dai, racconta, le tue imprese sono sempre così emozionanti… vero, Alberto?

– Uh, come no, ci stiamo cagando sotto dalla paura…

– Visto che me lo chiedete… Insomma… Ieri tre bastardi romeni sono entrati nel supermercato di cui ero di guardia. Non gli ho dato manco il tempo di capire quello che stasse succedendo: due l’ho stesi con una scarica di cazzotti, un’altro è scappato terrorizzato.

Niente da fare: Dexter, si dice “un altro”, senza apostrofo, non un’altro: fai errori di ortografia anche quando parli…

– Se io avrei il potere, farei piazza pulita.

Alé, ci voleva la chiosa colta, stavamo in pena, se ne sentiva la mancanza. Faccio finta di niente, tanto ormai l’integrità linguistica del mio libro è bell’ e andata a puttane.

– Ma sei un eroe!  

– Non fare l’imbecille, Luca! Federico sì che ha coraggio: affrontare da solo bande di criminali… sfido chiunque.

Griminali, prego! Purtroppo, con me questi racconti eroici non attaccano: io, tra le guardie e i griminali, scelgo sempre i secondi. Un ladro ha sempre un buon motivo per rubare e una guardia non ha mai un buon motivo per ammazzare il prossimo. Ma soprattutto Dexter non ha mai un buon motivo per raccontare queste cazzate colossali. Che dovrei fare, adesso? Chi parla di lusso, chi spara teorie pseudoscientifiche, chi parla di piante con l’anima, chi fa azioni eroiche… e io? Devo riscattarmi per forza, non ho alternative. Potrei far ricorso alla storia della fontana luminosa o a quella volta che ho afferrato un fico d’india pieno  di spine al volo, ma non so se farebbe effetto. Ci sono! Racconterò l’impresa eroica più importante e pericolosa della mia vita. Non avrei mai pensato di doverlo fare, ma lo devo a me stesso. Ne va della mia dignità.

– Io. Una volta. Ho. Smontato. Lo sciacquone. Geberit.

Sguardi increduli. Stupore. Tutti mi guardano con sgomento e meraviglia, come Wilma Goich guardava Edoardo Vianello mentre le cantava Tù padre co tù madre più de vent’anni fa sbajareno li calcoli prima de consumà sinnò me pare chiaro non dovevo stà a pensà che ciò ‘na donna a carico che me fa disperà.

– Ci stai prendendo per il culo?

– No, sono serio.

– Non fare il buffone.

– Sfido chiunque, non temo confronti: alzi la mano chi l’ha fatto almeno una volta nella vita.

Immobilità. Silenzi. A questo punto, quella che in un primo momento poteva sembrare, a giusta ragione, una provocazione inizia a innescare la competizione.

– Io ho smontato il pulsante, ma non sono mai andato oltre… troppo complicato.

– Sì, lo so: in molti si bloccano in quel punto.

Rispondo, con l’aria da professionista degli sciacquoni.

– Quel rumore continuo d’acqua mi manda al manicomio: pensa che ogni volta spendo 200 euro di idraulico…

– È il calcare: si forma uno strato di calcare che impedisce al galleggiante di chiudere lo scarico.

Minchia, quanto sono preparato! Altro che l’equazione d’onda di Huygens-Fresnel, la teoria dello sciacquone gocciolante mi dà una soddisfazione che levati…

– Ah, c’è un galleggiante?

– Ma si smonta? Io credevo fosse tutt’uno con la cassetta di scarico.

– Si smonta, ma è un’operazione molto complessa: c’è un gioco di incastri terribil, se sbagli e ti cade qualcosa sul fondo, sei fottuto…

Qua si vede l’eroe, lo sprezzo del pericolo, il coraggio di immolarsi per una giusta causa.

– Ma sì, Luca, io lo faccio quotidianamente.

Figurati se non si palesava l’imperatore della competizione: Sandro, l’ipocondriaco che sa tutto di tutto e, nella sua immensa bontà, lo insegna anche agli altri.

– Ogni giorno? Beh, forse devi sostituire dei pezzi.

– Mi vuoi insegnare come si fa? Ne ho riparate a centinaia, di cassette Geberit. Potrei tenere dei corsi…

E certo, passare da medico internista a sturacessi è un attimo… 

Quanto ci scommettete che riesco a dirottare la conversazione in un fiat e a tornarmene nel mio confortevole oblio dell’essere? 

– No, certo, tra l’altro, ogni volta che devo mettere le mani alla Geberit ho qualche esitazione: sai, la mia tendinite mi dà qualche problema…

– La tua? E la mia? Tu non immagini i miei problemi al tendine della mano destra… altro che i tuoi…

Non avevo dubbi: siamo passati dalla gara sugli sciacquoni a quella sulle malattie. Proprio non ce la fa, Sandro, a perdere una competizione; deve vincere per forza. Quello che non capisce è che a me di competere con lui non me ne frega assolutamente nulla: gli do la vittoria a tavolino.

– No, per favore, non parliamo di malattie: io da ieri ho un dolore inspiegabile al braccio sinistro. Ho subito pensato a un infarto, ma credo sia qualcosa di più serio…

– Più serio di un infarto?

– Sì, qualcosa collegata alle ossa…

Fermi tutti, stanno entrando in loop. Dove sono i tasti Ctrl-Alt-Canc, per riavviare il sistema?

Niente da fare, il sistema “amici” si è impallato: funziona peggio di Windows 95. Ognuno è perso nei propri egoismi, nelle proprie manie, nell’affermazione del proprio ego. C’è un estremo bisogno di sentirsi parte di qualcosa, di imporre le proprie convinzioni, di apparire migliori. Nessuno sente il bisogno di essere quello che è e di sentirsi accettato così, finalmente. Sarebbe tutto più facile, se Teresa dicesse “Non riesco a farmi i cazzi miei” o se Sandro dicesse “Sono invidioso”. Sarebbe più facile scoprire le carte, invece di bluffare continuamente, pensando che gli altri siano talmente deficienti da non accorgersi della finzione. Ci vuole tanto, dico io, a essere, in mezzo agli altri, quello che si è quando si sta da soli? Perché c’è questo bisogno spasmodico di diventare qualcun altro? Forse perché è meglio sembrare sani piuttosto che apparire rotti. E c’è da capirlo: a chi può piacere veramente un uomo in tutte le sue sfumature? Siamo mediocri, fragili e abbiamo paura, questa è la verità. La sofferenza degli altri ci dà un sottile piacere perché rende più sopportabile il dolore che ci portiamo dentro e la felicità altrui ci infastidisce perché ci ricorda quanto siamo infelici. Per fortuna, capita di innamorarsi e in quel caso ci mostriamo come siamo: soffriamo per il dolore altrui e siamo felici per la sua felicità, ma di solito questa condizione, che anestetizza tutto il resto, non dura a lungo. Ci terrorizza l’idea di morire, temiamo la diversità, la solitudine e invidiamo gli altri anche quando non c’è niente da invidiare. Per questo ci interessa tanto sapere quello che succede fuori, piuttosto che indagare su ciò che accade dentro. E cerchiamo rifugio nelle nostre manie e nell’approvazione di chi la pensa come noi. Costruiamo montagne di rapporti superficiali, che danno l’illusione di appartenere a qualcosa, perché scavare a mani nude nelle profondità di un rapporto vero è faticoso e pericoloso e si rischia di toccare vette e abissi con la stessa facilità. E allora cerchiamo di stare in equilibrio in un sistema totalmente squilibrato, costruendo piccole sicurezze a cui aggrapparci. Come in un grande circo in cui c’è il domatore di leoni, il pagliaccio e l’acrobata. Ognuno è libero di guardare gli altri come meglio crede: c’è chi ammira il coraggio del domatore e chi soffre nel vedere il leone in gabbia. C’è chi ride quando vede l’esibizione del pagliaccio e chi non può fare a meno di piangere. E poi c’è l’acrobata, quello che ha la vita appesa a un filo e guarda gli altri al contrario. È lui che ti costringe ad alzare la testa e a guardare in faccia la realtà, quello che ti fa stare col fiato sospeso perché, tra tutti, è il più fragile e precario: basta niente e cade giù.