Ci sono rimasto male

L’attesa è finita: Luca Strano e ricicciato. Inaspettato come un brufolo prima di una cena galante, gradito come una macchia di sugo su una camicia bianca prima di un colloquio di lavoro. Destreggiandosi con estrema labilità tra i lassativi e i mattarelli da viaggio, stavolta parlerà d’amore, dimostrando che la coppia è una macchina perfetta costruita incoscientemente per risolvere una montagna di problemi complessi che i single non hanno. Con la lucidità di un ornitorinco, farà un’analisi spietata dei suoi disastri sentimentali, traendo conclusioni affrettate, senza senso e prive di qualsiasi logica. Non si farà mancare quantità spropositate di decisioni sbagliate prese d’impulso e a caso per far fronte alle difficoltà che incontrerà nel suo percorso verso l’autodistruzione sentimentale a cui è geneticamente predisposto. Alcune volte si soffermerà a riflettere seriamente, così seriamente che sarà impossibile non fermarsi a sorridere e a pensare che i sorrisi, quelli veri, nascondono sempre profonde malinconie.

Sarò io che sono strano

Luca Strano torna a far parlare di sé. Dopo lo strepitoso successo della prima raccolta di racconti (ben 5 copie vendute, 4 delle quali acquistate dal protagonista), eccolo di nuovo alle prese con ciò che gli riesce meglio: creare dal nulla problemi inesistenti, per il solo gusto di risolverli a colpi di soluzioni sbagliate e trovarsi inevitabilmente coinvolto in situazioni improbabili e grottesche. Si vanta di essere riuscito a trasformare il suo talento naturale in un mestiere: fa “l’errorista” di professione e il pubblicitario per diletto. È un artista dell’imprevisto e un fine decisionista: quando si tratta di fare le scelte sbagliate al momento giusto o le scelte giuste al momento sbagliato non si tira indietro. Madre natura lo ha dotato di una filosofica ironia: l’unica arma che possiede per ridere di sé, delle convenzioni, dei fallimenti e di chi si prende troppo sul serio. Può parlare di fisica e di supplì con la stessa disinvoltura, confondendo abilmente l’una con l’altro. È l’uomo che ogni donna non vorrebbe mai avere a fianco, a parte Daniela.

Avrei potuto farcela – di Alessandro Capezzuoli

Luca Strano è un professionista della scelta sbagliata al momento sbagliato. Fa il pubblicitario a tempo perso e si complica la vita a tempo pieno. Incespica continuamente tra situazioni imbarazzanti, tempeste sentimentali e avvenimenti improbabili. Sfida spavaldamente gli eventi e le loro combinazioni, noncurante degli epiloghi spesso tragicomici che comportano le sue scelte. E’ un filosofo cialtrone che parla di sé, dell’ amore e dell’ amicizia con un linguaggio diretto e senza mezzi termini. Lo fa attraverso una serie di racconti che lo descrivono in tutta la sua geniale inadeguatezza.

Cronaca di un viaggio in Sicilia

Chi legge Camilleri, Pirandello, Sciascia, Verga, Quasimodo e Buttitta, nella maggior parte dei casi non si limita a leggere, ma fa un viaggio attraverso se stesso. Leggendo le storie delle persone, si riesce a capire meglio la propria storia. Prendendo in prestito gli occhi di qualcuno che guarda il mondo in modo diverso, si impara a guardare diversamente, a non giudicare, a vedere il bello dove sembra esserci il brutto e il brutto che spesso viene camuffato con una bellezza superficiale. Ho fatto il mio viaggio in Sicilia e sono tornato senza tornare. Dalla Sicilia non si torna (e lo dico da romano) mai completamente. I siciliani sono esattamente come li ha descritti Tommaso da Lampedusa : “…noi Siciliani siamo stati avvezzi da una lunghissima egemonia di governanti che non erano della nostra religione, che non parlavano la nostra lingua, a spaccare i capelli in quattro. Se non si faceva così non si sfuggiva agli esattori bizantini, agli emiri berberi, ai viceré spagnoli. Adesso la piega è presa, siamo fatti così. Avevo detto ‘adesione’ non ‘partecipazione’. In questi sei ultimi mesi, da quando il vostro Garibaldi ha posto piede a Marsala, troppe cose sono state fatte senza consultarci perché adesso si possa chiedere a un membro della vecchia classe dirigente di svilupparle e portarle a compimento; adesso non voglio discutere se ciò che si è fatto è stato male o bene; per conto mio credo che parecchio sia stato male; ma voglio dirle subito ciò che Lei capirà da solo quando sarà stato un anno fra noi. In Sicilia non importa far male o far bene; il peccato che noi Siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di ‘fare’. Siamo vecchi, Chevalley, vecchissimi. Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee, tutte venute da fuori già complete e perfezionate, nessuna germogliata da noi stessi, nessuna a cui abbiamo dato il ‘la’; noi siamo dei bianchi quanto lo è lei, Chevalley, e quanto la regina d’Inghilterra; eppure da duemila cinquecento anni siamo colonia. Non lo dico per lagnarmi: è in gran parte colpa nostra; ma siamo stanchi e svuotati lo stesso…Siamo troppi perché non vi siano delle eccezioni; ai nostri semi-desti, del resto avevo di già accennato. In quanto a questo giovane Crispi, non io certamente, ma Lei potrà forse vedere se da vecchio non ricadrà nel nostro voluttuoso vaneggiare: lo fanno tutti. D’altronde vedo che mi sono spiegato male: ho detto i Siciliani, avrei dovuto aggiungere la Sicilia, l’ambiente, il clima, il paesaggio. Queste sono le forze che insieme e forse più che le dominazioni estranee e gl’incongrui stupri hanno formato l’animo: questo paesaggio che ignora le vie di mezzo fra la mollezza lasciva e l’asprezza dannata; che non è mai meschino, terra terra, distensivo, umano, come dovrebbe essere un paese fatto per la dimora di esseri razionali; questo paese che a poche miglia di distanza ha l’inferno attorno a Randazzo e la bellezza della baia di Taormina, ambedue fuor di misura, quindi pericolosi; questo clima che c’infligge sei mesi di febbre a quaranta gradi; li conti, Chevalley, li conti: Maggio, Giugno, Luglio, Agosto, Settembre, Ottobre; sei volte trenta giorni di sole a strapiombo sulle teste; questa nostra estate lunga e tetra quanto l’inverno russo e contro la quale si lotta con minor successo; Lei non lo sa ancora, ma da noi si può dire che nevica fuoco, come sulle città maledette della Bibbia; in ognuno di quei mesi se un Siciliano lavorasse sul serio spenderebbe l’energia che dovrebbe essere sufficiente per tre; e poi l’acqua che non c’è o che bisogna trasportare da tanto lontano che ogni sua goccia è pagata da una goccia di sudore; e dopo ancora, le pioggie, sempre tempestose che fanno impazzire i torrenti asciutti, che annegano bestie e uomini proprio lì dove una settimana prima le une e gli altri crepavano di sete. Questa violenza del paesaggio, questa crudeltà del clima, questa tensione continua di ogni aspetto, questi monumenti, anche del passato, magnifici ma incomprensibili perché non edificati da noi e che ci stanno intorno come bellissimi fantasmi muti; tutti questi governi, sbarcati in armi da chissà dove, subito serviti, presto detestati e sempre incompresi, che si sono espressi soltanto con opere d’arte per noi enigmatiche e con concretissimi esattori d’imposte spese poi altrove; tutte queste cose hanno formato il carattere nostro che rimane così condizionato da fatalità esteriori oltre che da una terrificante insularità di animo”.
Come avevo accennato la settimana scorsa, sono partito alle 11:35 dell’8 ottobre con un volo Ryanair (tratta Roma-Comiso) acquistato per una cifra ridicola: 19 euro per l’andata e 19 euro per il ritorno. Ora posso dirvelo: ogni volta che prendo l’aereo ho una paura terribile. Avete presente quando Camilleri descrive la paura dell’aereo di cui soffriva il fisico delle alte atmosfera nel libro segnali di fumo? Sono fisico anch’io e come lui sono terrorizzato dall’aereo. Senza scendere nei dettagli, ogni volta che sto per salire quelle scalette, mi risuonano in testa le parole di Gigi Proietti nel famoso sketch della saùna: “Ma nun ciannà, ma lassa perde, ma chi t’ ‘o fa ffà, basta!”. Per fortuna il volo è tranquillo e l’aereo atterra alle 12:30 senza troppi problemi. Gli altri passeggeri fanno l’applauso al pilota, io gli scatto una foto e mi riprometto di accenderci sotto due candele per una settimana in segno di adorazione. L’aeroporto di Comiso è piccolissimo. Praticamente si scende sulla pista. All’uscita vedo un ragazzo (i quarantenni come me li chiamo ragazzi…) con un cartello sul quale c’è scritto Hertz, l’autonoleggio dal quale ho prenotato l’auto in affitto (il costo per quattro giorni, compresa l’assicurazione che copre tutti i danni e le varie franchigie, si aggira intorno ai 200 euro). Avevo già previsto di fare due chilometri a piedi e invece Carmelo è lì ad accogliermi, pronto ad accompagnarmi con la navetta nella sede dell’autonoleggio. Ha il viso simpatico e abbronzato Carmelo. Sorride e mi racconta dell’estate infernale appena finita, dei 40° di temperatura media, del flusso di turisti ‘da bagno’ e di quelli che scelgono la Sicilia perché amano Camilleri. Mi dice che un gruppo di Dublino ha prenotato tutte le auto; vanno lì solo per vedere la casa di Montalbano. Gli faccio osservare che io non appartengo a nessuna delle due categorie. Io sono un po’ siciliano. Ho letto e viaggiato talmente tanto tra le parole e le descrizioni dei siciliani e della Sicilia, che la cittadinanza debbono darmela ad honorem. Mi consegna la macchina, una Fiat Panda nuova di zecca, consigliandomi di percorrere la statale, per arrivare a Ragusa in un ‘virivirì’. Lì ho prenotato una stanza in un B&B. Mi sono fatto un programma preciso e dettagliato (che ho puntualmente disatteso in ogni sua parte) per vivere la Sicilia. L’arrivo a Ragusa, per esempio, l’ho previsto alle 13:30. Arrivo alle 14:30, dopo essermi perso per strade e stradine (tranquilli, non sono il PM Tommaseo e non mi sono scatafasciato da nessuna parte. Avevo il navigatore, ma nel corso della vita mi sono fatto pirsuaso che l’unico modo per capire fino in fondo un posto è perdersi tra la gente e i vicoli; quasi sempre a piedi, ma questa volta anche tra i sensi unici e i divieti di accesso…). Mi telefona Adele, la ragazza – anche lei quarantenne – che gestisce il B&B, la quale mi spiega esattamente come raggiungerla. Sapete il motivo per cui ho cambiato programma? Appena sceso dalla macchina ho sentito un profumo di melanzane fritte e di bucato appena fatto. Odore di buono. Ho deciso di seguire quei profumi. State pensando che sia un contrasto di odori stranissimo? Ho passato quattro giorni ad inseguire quel tipo di contrasti che ho ritrovato più o meno dappertutto (mi verrebbe da scrivere anche dentro di me, ma evito di farlo perché non basterebbero le pagine di un’antologia). Adele è di una gentilezza incredibile. Mentre scrivo questi appunti, mi viene in mente un’altra Adele(ina) e mi accorgo di non aver pensato alle coincidenze. Non voglio fare pubblicità al B&B, ma mi rendo conto che è una cosa talmente particolare da destare qualche perplessità…se siete curiosi guardate qui (http://www.tripadvisor.it/Hotel_Review-g194872-d1550753-Reviews-Le_Stanze_del_Sole-Ragusa_Province_of_Ragusa_Sicily.html), io mi sono trovato bene e Adele esiste realmente. Mi trattiene mezz’ora per parlarmi della sua esperienza nel settore alberghiero e mi consiglia i posti in cui mangiare i veri piatti siciliani. L’ascolto, ma non vedo l’ora di andare là fuori ad inseguire quegli odori. Sistemo i bagagli alla meno peggio, indosso le scarpe da ginnastica, mi armo di macchina fotografica e inizio a vagare: il mio viaggio inizia da qui. Io non mi sono quasi mai meravigliato di fronte alle città che ho visitato. E’ la condanna di chi vive immerso nell’arte e nel bello di Roma. Scendo quei pochi scalini che separano il bed e breakfast da Ibla e mi trovo davanti un panorama di una bellezza struggente. Un contrasto mozzafiato tra il cielo nuvoloso, i raggi di sole che infilzano le nuvole e quel barocco dolcemente malinconico che ti entra dentro. Vorrei avere la capacità di inchiodare tutto nella memoria. Stringo i pugni, chiudo gli occhi, ma so che quella sensazione è passata nello stesso attimo in cui è iniziata. Restano gli scatti della reflex da cui si capisce ben poco e queste poche parole scritte a caldo. Mi aggiro per i vicoli di Ibla con la stessa fame d’aria di chi è stato in apnea vent’anni. Respiro. Respiro quelle pietre e quell’aria in cui si mescolano le storie vere e di fantasia che raccontano dei siciliani e della Sicilia. Mi perdo tra il Duomo di San Giorgio e la piazza antistante (quella di Vigata per intenderci). Resto a tambasiare tra la piazza e il duomo fino a quando non mi imbatto nella gelateria consigliata da Adele, nella quale servono dei gelati particolarissimi all’olio di oliva, al nero d’avola e all’immancabile pistacchio. Cammino quattro ore senza fermarmi tra il saliscendi delle gradinate (alcune veramente molto suggestive), toccando le parole che ho letto e riletto, riconoscendomi nei vicoli e nei visi. Sono stanco, ma non riesco a rinunciare alla granita alle mandorle del Caffè Sicilia, un bar pasticceria che si trova sulla piazza antistante la cattedrale di San Giovanni battista (un altro gioiello da ammirare affatati). E’ quasi ora di cena. Rientro nella stanza, faccio una doccia veloce ed esco a caccia di sapori. Il gestore della Tana del Lupo è un signore cinquantino dai modi gentili. Mi spiega con dovizia di particolari come si prepara la pasta alla donnalucatese: alici fresche, capperi, pomodori pachino, olio extra vergine d’oliva e pangrattato. I pomodori si mettono sempre verso la fine della cottura perché altrimenti diventano delle pellacce sparse nel piatto. Mi è venuta una gana di pasta alla donnalucatese che non immaginate. Al primo boccone, come scriverebbe Camilleri, sento la marcia trionfale dell’Aida e il sciauro di mare che mi attraversa…Sono le 23:00 ed ho gli occhi a pampineddra. Vado a letto.
9.10.2014 Oggi il programma è chiaro. L’itinerario che ho fatto, studiandolo per giorni sulla carta, prevede una visita ad Agrigento e a Porto Empedocle. Faccio colazione verso le 8. Agrigento è molto distante da qui, per cui starò fuori tutta la giornata. Adele ha preparato delle brioche col tuppo, dei cornetti caldi ed altri dolci molto buoni. Oh no! Il latte a lunga conservazione lo odio…prenderò un paio di caffè. Esco e lascio volutamente il navigatore in stanza. Mi perderò di nuovo. Percorro la strada che porta fuori dal centro di Ragusa e mi fermo su un’altura a guardare Ibla per riempirmi nuovamente gli occhi di quella bellezza malinconica. Il motore della Panda fischietta allegramente ed è una bella giornata. Cerco il cartello stradale che indichi la direzione per Agrigento. Non lo trovo. Proseguo per un paio di chilometri e leggo ‘Santa Croce Camerina’. La tentazione è troppo forte, lo seguo. Da lì a poco trovo l’indicazione per Punta Secca. Guccini scrive in una famosa canzone ‘E’ difficile spiegare è difficile capire se non hai capito già’. Chi legge questo racconto ha sicuramente capito. C’è il sole, fa caldo e la verandina è lì, vicino alla bellissima Torre Scalambri appena restaurata. Non nego che ci sia molta autosuggestione in chi visita questo posto. Camilleri e Montalbano lo hanno reso unico. Probabilmente, se stessi passeggiando in un angolo del lungomare di Rimini, vivrei tutt’altre sensazioni. Ma sono qui, dove il mare sembra più mare che in altri posti. Sono qui dove sembra di toccare l’Africa e dove sembra di sentire le grida disperate dei migranti. Sono qui seduto in questa verandina che è stata protagonista di mille viaggi della mente. Sono qui mentre accarezzo questa sabbia dolcemente ruvida come i brividi sulla pelle. E’ già passata un’ora ed ho scattato decine di foto. Mi sono amminchiato con l’idea di immortalare ogni particolare, compreso un granchio che sta lì fermo a prendere la tintarella. Sarà uno di quelli con cui si è fermato a giocare Montalbano? Ma va! Alessandro sveglia! La parte razionale di me cerca di prendere il sopravvento. “Tu confondi realtà e fantasia”, mi dice senza pietà. Da bambino hai visto decine di granchi come quello, ci hai giocato anche tu e questo non ha nulla di diverso. Lo so, gli risponde l’altra metà, ma lasciami sognare in pace un altro po’. Guardo l’orologio. E’ passata un’altra “mezz’orata” ed io non ho voluto dare soddisfazione all’Alessandro razionale. Ora devo proprio andare, altrimenti non riesco a completare il programma della giornata. La macchina guida da sola, ormai comanda lei. Non c’è verso di farla arrivare sulla strada che porta ad Agrigento. Si ferma davanti al castello di Donnafugata: una visita a casa di Balduccio Sinagra è d’obbligo. La storia di questo castello la leggo nel suo giardino. Ci sono degli alberi centenari enormi lì. Chissà quante storie avrebbero da raccontare. Mi fermo a guardare meglio…non sono alberi, sono ficus. Ne esistono di così grandi? Nel salone di casa mia ne ho uno che sarà grande quanto una foglia di queste qui. Mi chiedo se siano più antichi i ficus o il castello e mi viene in mente la storia della fontana dei quattro fiumi di piazza Navona e della statua che rappresenta il Rio de la Plata. Secondo la leggenda, questa statua venne scolpita dal Bernini con la mano alzata per proteggersi dalla caduta imminente della chiesa di sant’Agnese in Agone di Borromini. Nella realtà, la fontana fu realizzata prima della chiesa e la mano alzata è un omaggio ad un angelo della cappella Sistina dipinto da Michelangelo. E le stanze di questo castello quante storie avranno da raccontare? Sono le 12: 30 ed è arrivato veramente il momento di andare, ci penserò mentre guido..ehm, cioè, mentre guida la Panda. Stavolta sembra che ci abbia inzertato: la strada è quella giusta ed Agrigento dista 100 chilometri. Le strade di campagna che passano per Vittoria interrompono la continuità delle caratteristiche recinzioni in pietra, che delimitano centinaia di serre curatissime: gli ortaggi che trovo sui banchi del mio mercato rionale provengono da qui. Provengono da qui anche le recenti storie di violenza sulle donne immigrate che lavorano nei campi: il contrasto tra il buonumore della verandina e il pensiero nivuro mi ha messo malinconia. Nel frattempo arrivo a Gela. L’umore nivuro peggiora. Una città distrutta dalla faccia peggiore della chimica. L’attraverso, cercando di guardare soltanto la strada, per non rovinarmi la giornata. Si sono fatte quasi le due, ma per fortuna sono quasi arrivato ad Agrigento. Stavolta ho le idee chiarissime. No, la prima tappa non è la valle dei templi e nemmeno la casa natale di Pirandello. Vista l’ora, direi che si tratta di un posto ben più importante: il gran caffè Concordia. E’ qui che fanno i migliori cannoli siciliani che si possano mangiare. Poiché sono curioso come una scimmia, ho chiesto ad un’anziana signora di Agrigento, fermata con la scusa (neanche troppo scusa) di essermi perso, quale fosse il segreto per prepararli. Vi riporto quasi integralmente la sua teoria: “per arrotolare il cannolo non si utilizzano mai le canne di acciaio, ma delle canne di fiume vere e proprie: il nome cannolo deriva dalle canne con cui viene preparato. Se non si utilizzano le canne di fiume, si ottiene un’altra cosa simile al cannolo. La canna di fiume, essendo di legno, quindi permeabile, permette all’impasto di cuocersi perfettamente durante la frittura. La ricotta deve essere esclusivamente di pecora. Il vero cannolo ha una scorza croccante e dorata che non si ammorbidisce quando si riempie con l’impasto. Il segreto è una seconda frittura veloce di tutte le cialde sfumata con un po’ di vino rosso. Nel ripieno ci vanno l’arancia candita, la zucca candita e il cioccolato.
Vi do una ricetta che vale oro…
Impasto:
400 g farina
40 g strutto
40 g zucchero
Marsala secco
Ripieno:
1 kg di ricotta
600 g di zucchero
cioccolato fondente
30 g di aroma ai fiori d’arancio
buccia di arancia candita
Zucca candita dadini
Ciliegine candite per la decorazione (ma va bene anche l’arancia)
Zucchero a velo.
Strutto per friggere i cannoli
L’anziana signora impasta a mano, su un ripiano in legno, la farina, lo strutto e lo zucchero, facendo amalgamare gli ingredienti e aggiungendo il marsala fino a quando l’impasto non risulti morbido. Dopodiché lascia riposare l’impasto coperto per un paio di orate .Successivamente, stende l’impasto col mattarello (scrodatevi la macchina per la pasta) stando attenta a non fare la sfoglia troppo sottile, altrimenti la cialda si rompe quando i cannoli vengono riempiti. Dopo aver steso la sfoglia, taglia dei quadrati che debbono avere la diagonale uguale alla lunghezza della canna. Posiziona il rullo all’interno della sfoglia e piega un lembo verso l’interno, facendo combaciare l’altro lembo spennellato precedentemente con dell’ acqua in modo che faccia da collante e impedisca l’apertura della sfoglia durante la frittura. Attenzione, la sfoglia si cuoce in fretta…le prime volte è meglio friggerne uno per volta. I cannoli si devono riempire nel momento in cui vengono consumati, altrimenti la sfoglia diventa molliccia. La farcitura è semplice: setaccia la ricotta e con il mestolo e amalgama delicatamente gli ingredienti. Questo è quello che ho imparato dalla signora siciliana. Il risultato è quello che vedete nella foto, o meglio, nella foto c’è il cannolo del Caffè Concordia. Se devo essere sincero, cannoli a parte, Agrigento me l’aspettavo diversa. Ma è anche giusto che sia così. Il sogno di Zosimo e il sogno rivoluzionario dei contadini del ‘700 fanno parte di un’epoca troppo lontana. Fuggo dal traffico, facendo lo slalom tra i palazzoni di cemento, sperando di prendere aria ad Akragas, nella valle dei templi, la vera Agrigento. Qui c’è tutta la Grecia di Camilleri. Immagino quegli stessi contadini nascosti tra le colonne del tempio della Concordia che cercano di fronteggiare il gioco delle alleanze dei potenti. Accanto a me una guida turistica illustra le differenze tra le varie tipologie di templi greci. Mi fermo ad ascoltare, se fossi un turista ‘standard’, sarei già appagato da questo, ma io non sono venuto in Sicilia per ascoltare una guida. La storia del tempio l’ho già letta su Wikipedia ed ho appagato la curiosità del turista da esportazione. Adesso mi metto a cercare la moneta di Akragas e sparisco come Cosimo Cammarota. Chi non ha mai pensato di sparire e di ricominciare? A pochi passi da qui c’è la casa di Pirandello. Il sole, ancora caldissimo, proietta la mia ombra lunga sul viale e non posso fare a meno di pensare ad Adriano Meis e chiedermi se sono più ombra io o lei. Meglio di no. Meglio pensare al caldo afoso e borbottare qualche imprecazione, pensando al dottor Pasquano. La visita ad Akragas costa circa 10 euro, 8 euro l’ingresso e 2 euro il parcheggio, ma ne vale la pena. Sono talmente stanco che la tentazione di tornarmene a Ragusa e farmi una doccia sta prendendo il sopravvento. Non posso. Devo passare per forza a Porto Empedocle e a Realmonte. Arriverò a notte inoltrata. Il contrasto tra la miniera di sale di Realmonte e Akragas è impressionante. Mi fermo per assaggiare quel sale, avendo la netta impressione di averlo già assaporato. Mi viene in mente la capretta del sonaglio…ha fatto una brutta fine, meglio proseguire per la scala dei Turchi. Non so se riesco a descrivere con le parole cosa significhi trovarsi al centro dei colori. Mentre mi arrampico sulla gradinata naturale della falesia, ho la sensazione di essere un intruso tra l’azzurro del mare, il bianco accecante della marna, il marrone della valle dei templi , il verde dei cactus e l’arancione dei fichi d’india. Dio, se esiste, è passato qui. Ormai è tardissimo e il mal di testa è sicuramente venuto anche alla Panda. Faccio in tempo a passare per Porto Empedocle, guardare la casa di Camilleri e scattare una foto ad un cartello che dà il benvenuto a Vigata. Le ciminiere che vedo in lontananza parlano più delle mie parole. Della Vigata che immaginavo, lì c’è ben poco. Ormai è notte fonda, ma Gela mi regala ancora un picco di umore nivuro: quasi un’ora per uscire dalla via che attraversa il paese. A letto, finalmente.
10.11.2014 Il mio programma è completamente saltato. Chili e chili di fogli e di itinerari stampati, il tablet a portata di mano e un gps infallibile sono diventati un complemento d’arredo della stanza. Sono in vacanza e faccio quello che mi pare e piace, non voglio più farmi guidare da quelle scatolette invadenti che decidono per me. Faccio colazione con le ottime brioche di Adele, bevo una cicaronata di caffè e mi metto alla guida. Alt! Sosta al caffè Italia. Altra colazione a base di brioche col tuppo e granita alle mandorle. Ora posso ripartire. Percorro una strada a caso e vedo l’indicazione per Donnalucata. Decido di andare lì, sul lungomare di Vigata. La prima cosa che mi colpisce di questo borgo di pescatori è la luce che si riflette sulle pietre bianche delle case. Entro in un negozio che vende le tipiche ceramiche siciliane, attirato dalla bellezza del fabbricato decorato all’esterno con vari oggetti colorati. Poi, un piede leva e l’altro metti, mi dirigo verso la spiaggia. Senza accorgermene, comincio a canticchiare “Ciuri Ciuri Ciuriddi tutto l’annu…”. Sto lì un’ora, sdraiato sulla sabbia a prendermi tutto il sole e il vento che posso. Sono solo. Le onde del mare cullano i miei pensieri. Il vento ascolta tutte le parole che non ho detto. Un dialogo, o forse un ballo, la danza del gabbiano. Mi ritrovo in uno stato di dormiveglia strano. Non so se ho dormito o no. So soltanto che si sono fatte le 11 e devo proseguire il mio pellegrinaggio verso Modica. Anche qui, come ad Agrigento, la prima cosa che mi viene in mente è mangiare. Voglio due arancini veri. Il parente dell’arancino a Roma è il supplì. Questa parola deriva dal francese surprise, che è stato italianizzato in supplì e non in sorpresa. La sorpresa è la mozzarella che si trova al suo interno. Il supplì al telefono prende il nome da un’evidenza innegabile: se si apre in due, la mozzarella deve filare e collegare le due metà. Al contrario di Montalbano, penso modestamente di saper cucinare bene e i supplì sono una mia specialità. Fare dei buoni supplì è difficile come fare dei buoni arancini. La difficoltà principale è la cottura al punto giusto: se sono poco cotti la mozzarella non fila, se sono troppo cotti, si scuriscono e si induriscono. Si comincia dal ragù, che preparo con un trito di sedano, carote e cipolla, soffritto in olio extra vergine d’oliva, a cui si aggiunge la carne di manzo e di maiale in parti uguali. Ovviamente il ragù deve ‘pippiare’ almeno 4 ore per raggiungere il giusto livello di consistenza. La carne di maiale e la carne di manzo si debbono fondere insieme al soffritto e al pomodoro, per creare un unico sapore che si riconosce dal profumo che invade la cucina. Il riso per preparare i supplì deve essere a chicchi grandi e si deve mantecare insieme al ragù e ad un ricco brodo vegetale preparato ad hoc: il dado serve solo per il gioco dell’oca. Regola aurea: non uso mai il mestolo per mantecare il riso, lo salto in padella affinché tutto il ragù, anche quello che si trova sul fondo, venga assorbito dai chicci. A tre quarti di cottura, aggiungo un bel po’ di pepe e lo lascio raffreddare in un apposito recipiente abbastanza capiente (va bene anche un piatto molto grande), avendo cura di stenderlo uniformemente per garantire un raffreddamento omogeneo. Il più è fatto. Quando il riso si è completamente freddato, formo delle polpette al cui centro inserisco la mozzarella, le passo nell’uovo e nel pangrattato e le friggo a 180°. Ah, dimenticavo, non aggiungo mai il sale sull’impanatura, altrimenti il supplì si sbriciola durante la cottura. Il supplì ha un sapore deciso, il pepe nella cucina romana è utilizzato spesso, e si accompagna bene con una birra fresca. Racconto questo perché ho camminato un’ora per Modica alla ricerca di una friggitoria (lì ce ne sono tante) che mi piacesse. Quella no, è troppo moderna. Quell’altra è poco pulita. Quegli arancini sono stati fritti nel ’77 e gli sono cresciute le basette a forza di stare lì. Signora sa consigliarmi un posto dove mangiare degli arancini buoni? Sì, forse, ma, svolta a destra, dietro l’angolo…insomma, ho girato a vuoto per molto tempo, prima di trovare quella che mi piacesse. Alla fine ho deciso di entrare in una friggitoria che esponeva il cartello “Arancini di Montalbano”. Anche in questa entro malvolentieri perché non mi piacciono queste trovatine pubblicitarie attira turisti, ma, vista l’ora e la fame, direi che è arrivato il momento di fermarsi. Al banco c’è una ragazza mora a cui chiedo due arancini. Mi risponde cortesemente: “Attenda un attimo che glieli faccio preparare”. E’ quella giusta. Passano cinque minuti e torna con due sacchetti bollenti. Le chiedo il conto e una birra fresca. Mi risponde, sempre garbatamente, che con gli arancini non si beve la birra, ma la spuma. Mi chiedo tra me e me: ”Ancora la fanno?”. Lei sembra che mi abbia letto nel pensiero e aggiunge: ”A Modica, oltre alla cioccolata, facciamo un’ottima spuma”. Ne prendo due bottigliette. La spesa è consistente…3,40€. Mi siedo sulla scalinata della chiesa di Santa Maria del Gesù…dopo dieci minuti gli arancini e la spuma non ci sono più! Non ho una meta precisa. Leggo un’indicazione che segnala la casa natale di Quasimodo. Per raggiungerla, passo attraverso una lunga scalinata che sembra scavata nel ventre della città. Incontro alcuni turisti tedeschi che scattano foto a mitraglia. Fa caldo, d’altronde sono le 3 del pomeriggio, cosa pensavo di trovare qui, la neve? Anche qui c’è una luce accecante che rende belli pure i palazzi più decadenti. Difficile trovare una chiave di lettura per Modica. E’ di una bellezza particolare. Ricordate Michela Pardo (Pia Lanciotti) nella Luna di Carta? Ecco, la descriverei così, quel tipo di bellezza malinconica e disperatamente ai margini. Sono davanti alla porta della casa di Quasimodo. Mi sento banale, ma sembra l’uscio di una casa qualsiasi. Giro l’angolo e leggo la targa posta accanto alla finestra: “ Ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole. Ed è subito sera – Salvatore Quasimodo”. Quante volte l’ho letta sui banchi di scuola. Eppure mi fa piangere. Per la prima volta. Chi l’ha detto che gli uomini non devono piangere? Modica è così, come Michela Pardo, come me, come i siciliani e i romani, come tutti quelli che non sanno di esserlo: soli sul cuore della terra trafitti da un raggio di sole. Giro per i vicoli con questa idea fissa. Modica è bellissima. Mi fermo in un negozio a comprare la cioccolata. Chiedo al negoziante se il caldo la scioglie. Seconda gaffe. La cioccolata di Modica è fatta soltanto con cacao e zucchero lavorati a basse temperature. Non ci sono olii, grassi e burro di cacao, non si scioglie. Dolce e amaro. Ed è subito sera… Ho ancora il tempo per fare un giro a Scicli, dove c’è il famoso commissariato e la stanza del ‘signori e quistori’. Parcheggio appena posso e mi incammino ancora una volta. Non nascondo che trovarsi tra Palazzo Iacono e piazza Mormino Penna sia emozionante, ma la cosa che mi ha colpito di più è stata la conversazione con la ragazza che mi ha fatto visitare la stanza del sindaco. Lei è innamorata di Roma, il suo sogno è trasferirsi nella mia città ed aprire un PUB. Le chiedo il motivo, visto che vive in una terra a parer mio bellissima. Mi dice serenamente: “Tu la vedi da turista ed hai ragione. Il PUB qui ho provato ad aprirlo col mio ragazzo…. i gestori dei ristoranti vicini ci hanno fatto i peggiori sfregi e siamo stati costretti a chiuderlo”. Alla faccia del bicarbonato di Sodio, direbbe Totò. Continuo a passeggiare con una certa amarezza, è meglio che me ne torni nella mia stanza. Faccio un attimo mente locale, e mi dico ” Alessà hai fatto ‘na cazzata”. Non mi ricordo più dove ho parcheggiato la macchina. Ma si può essere più coglioni? Va bene che Scicli non è Roma, ma adesso vai a trovarla. Giro a vuoto per mezz’ora abbondante. Non so proprio come tornare a casa. E adesso che faccio? Sono un idiota. Ma come mi salta in mente di parcheggiare in una città che non conosco senza guardare nemmeno il nome della via? Lampo di genio. Cammino per le strade, pigio il tastino per l’apertura delle portiere e, mi dico, prima o poi la trovo. Faccio trecento metri e vedo le quattro fecce della Panda lampeggiare. Fantozzi me fa ‘n baffo! Dopo questa bravata è meglio che me ne torni a Ragusa. Stasera voglio vedere Ibla illuminata.
11.10.2014 Mi sveglio malinconico. Oggi è l’ultimo giorno. Domani dovrò essere all’aeroporto alle 7 e non farò in tempo nemmeno a fare colazione. Saldo il conto della stanza (170€ per 4 notti), bevo un’altra cicaronata di caffè, mangio un paio di brioche col tuppo e mi fermo a parlare con Adele. Mi consiglia di tornare in primavera, per vedere le rappresentazioni delle tragedie greche a Siracusa. Prometto di non mancare. Un gruppo di turisti del nord benestanti mi consiglia un ristorante per la cena. Mi fido o no? Deciderò stasera…Come al solito, non ho nessun programma per la giornata. Un amico mi ha consigliato di visitare Marzamemi. Ma sì, vado lì. Lungo la strada trovo l’indicazione per Noto. Visto che è qui vicino, ci faccio un salto. Stavolta non ci casco: la macchina è parcheggiata sulla via Giovanni Aurispa! Il fascino del barocco di Noto è tristemente offuscato dalla dimensione turistica che hanno dato al centro storico. Decine di negozi che vendono souvenir made in China…troppo fuori dalle mie corde. Faccio un giro di cortesia, prendo una granita al gelso nero al Caffè Sicilia e mi dirigo verso la riserva di Vendìcari. La radio passa “Amore che vieni amore che vai”. L’impatto con l’ingresso nel paese è terribile. Quattro costruzioni degli anni ’70 semidiroccate. E’ dove sto? All’idroscalo di Ostia? Mai fidarsi dei consigli…proseguo verso il borgo e arrivo davanti alla tonnara abbandonata. Parcheggio. Giro l’angolo e resto senza parole. I malavoglia e Verga. Un borgo di casuzze in pietra che il sole fa brillare. Le porte e le finestre sono di tutti i colori: rosso , celeste, giallo e verde. Una goccia di splendore. Cerco accuratamente un posto dove mangiare. Dopo una breve ispezione sulla banchina frangiflutti, scelgo il posto che ha la terrazza sul mare più bella. Entro e mi siedo al tavolo all’angolo da cui si vede Capo Passero, un’acqua cristallina e, con un po’ d’immaginazione, l’Africa. Oddio che ho combinato. Che errore. Il peggiore della vacanza. Un cameriere gentilissimo ed educato mi porta un menù in pelle ‘appestato’ di brillanti. E’ un posto elegante e non me n’ero proprio accorto. Le pietanze sono incomprensibili. Prendo un antipasto a base di sarde e un primo piatto a base di bottarga. In pochi minuti mi viene servito l’antipasto: tre sardine minuscole con una sputazza trasparente accanto (ecco cos’era la nuvola di menta che riportava il menù) e due gocce di pomodoro. Confido molto nel primo piatto. Finisco di mangiare l’antipasto e il cameriere poco dopo mi serve il primo piatto: 11,23 grammi di linguine con bottarga e limone. Mi viene da dirgli: “Stai babbiando? Questa di solito è la quantità che assaggio per sentire se la pasta è cotta”. Finisco di mangiare. La fame supera la tristezza. Il cameriere gentile torna e mi chiede: “Tutto a posto?”. La mia anima romana non può fare a meno di dire:” Sì, l’assaggio è stato buono, ora puoi anche portare la porzione intera”. Mi sorride, facendomi intendere che lui è un povero Cristo che sta lì a guadagnarsi da vivere. 38€ per sostare un’ora su una veranda non è poco. Poiché la tonnara dove comprare le alici è ancora chiusa, decido di fare un’altra passeggiata. Mi incammino per le vie del paese nuovo e vedo due tavolini fuori ad una specie di alimentari che espone un cartello con sopra scritto “Pane Cunzato”. Avete presente il filone di pane tagliato a metà e condito con olio, sale, origano, pomodoro a fette, scaglie di formaggio e acciughe? E la provvidenza che lo manda. Mi siedo. Pane cunzato a tinchitè e birra costano cinque euro e cinquanta centesimi: pago con dieci euro senza chiedere il resto. Ora sto meglio. Si è fatto tardi. Percorro velocemente la strada che passa per Capo Passero, Capo Spartivento e Pachino. Tante serre come qui non le avevo mai viste. Ho voglia di farmi un bagno. Mi fermo sul lungomare di Donnalucata, prendo l’asciugamano e mi avvio verso la spiaggia. L’asciugamano è rosso, celeste, giallo e verde…curioso no? La spiaggia è deserta, il mare è tutto mio. Nel frattempo, ho deciso di andare a mangiare nel ristorante consigliatomi la mattina; anche Adele mi ha assicurato che si mangia bene. Faccio una doccia veloce, quasi dispiaciuto di lavare via il sale di Donnalucata, ed esco nuovamente. Due errori nello stesso giorno sono imperdonabili. Posto elegante, cameriere gentile, questa volta anche una bella porzione di pasta alla Siracusana con alici, capperi e uvetta, ma ho ancora il sapore del pane cunzato in bocca e non riesco proprio a gustarmela. Purtroppo, io non sono abituato a viaggiare. Quando sono fuori di casa ho uno stravolgimento del metabolismo e dello stomaco. Non mi sembra elegante scrivere dove e come ho passato l’ultima sera a Ragusa…
12.10.2014 Sveglia alle 6. Riconsegna dell’auto alle 7. Carmelo controlla che non ci siano danni. E’ tutto a posto, mi accompagna in aeroporto. Gesti apotropaici prima del decollo. Vedo in lontananza l’Etna. Il volo procede bene…oh cavolo, i motori dell’aereo non ronzano più. Ecco, cadrà e non potrò raccontare le mie impressioni a nessuno. Lo sapevo. Proietti aveva ragione…Ah, no, è solo iniziata la discesa. Sono arrivato a Roma sano e salvo.
Questo è il diario strampalato e sgrammaticato del mio viaggio in Sicilia. Non vuole essere una guida o una raccolta di consigli, anche perché ho visto tutto con i miei occhi, che sono abituati a guardare il mondo a testa in giù. Qualcuno si ritroverà nelle mie descrizioni, qualcun’altro rimarrà deluso. Fa parte di quella capacità di vedere il mondo da diverse angolazioni, che inseguo da una vita. Buon viaggio.

14/07/2014

Oggi, tra i messaggi, le emails, le telefonate, gli abbracci, i sorrisi, i lacrimoni, gli auguri cantati in diretta radiofonica, gli auguri inaspettati in stile Crozza/Razzi che mi hanno fatto ridere mezz’ora, le dediche musicali, Artemio, le lanterne cinesi, le torte fatte in casa e i regali a sorpresa, ci siete stati proprio tutti (anche quelli che non sono su facebook). Gli anni passano ed io ho la consapevolezza di cambiare ogni giorno. Non sempre il cambiamento è sinonimo di miglioramento, probabilmente cambio in peggio, ma nonostante questo molti di voi continuano ad esserci. Ed esserci per me vuol dire essere presenti sempre, per brindare insieme con un vino novello o in quei momenti di disperazione in cui non si vede via d’uscita. Quest’anno è stato molto complesso e intenso come lo è probabilmente quello di molti uomini che oltrepassano gli ‘anta. Un bilancio di cosa è, cosa è stato e cosa dovrebbe essere. Un miscuglio di consapevolezza, aspettative, rimpianti, malinconie, paure, incertezze, progetti e voglia di cambiare.
Col tempo ho capito molte cose che a vent’anni, come direbbe mia cugina, “intuivo ma non mettevo bene a fuoco”.
Ho capito che si può amare qualcuno per quello che è, con le sue scelte, i suoi errori e le sue cicatrici, e non per quello che vorremmo che fosse.
Ho capito che non esiste una madre migliore di quella che riesce a farlo.
Ho capito che la vita è sporcarsi, cadere e rialzarsi, sbagliare, correre a perdifiato, amare fino a spezzarsi l’anima, cantare a squarciagola, urlare, ridere a crepapelle, chiedersi ogni giorno perché, piangere con i singhiozzi, sbattere i pugni, rannicchiarsi nel letto come un bambino, stare a braccia aperte contro il vento, ballare in una piazza affollata, per sentirsi vivi, senza vergognarsi di farlo.
Ho capito che un uomo non può dire di aver vissuto se non si è mai sporcato, se non è caduto e si è rialzato, se non ha sbagliato, se non ha corso a perdifiato, se non ha cantato a squarciagola, se non ha amato fino a spezzarsi l’anima, se non ha riso a crepapelle, se non si è chiesto continuamente perché, se non ha pianto con i singhiozzi, se non si è rannicchiato nel letto come un bambino, se non è stato con le braccia aperte contro il vento e se non ha ballato in una piazza affollata senza vergognarsi.
Ho capito che l’unica vergogna è provare vergogna.
Ho capito che nessun libro può insegnare la vita.
Ho capito che i libri bisogna saperli leggere.
Ho capito che so leggere.
Ho capito che De André e Camilleri si somigliano perché i genovesi e i siciliani si somigliano.
Ho capito che posso imparare molto da un uomo che abbia una storia da raccontare.
Ho capito che le parole sono belle, ma i fatti lo sono di più.
Ho capito la differenza tra idea e azione.
Ho capito che una persona indifferente vive bene, ma fa vivere male gli altri
Ho capito che i buoni consigli non esistono.
Ho capito che posso girare per negozi giorni e giorni, per cercare un regalo da fare ad una persona che amo, provando una gioia infinita pensando alla faccia che farà.
Ho capito che un abbraccio fa bene.
Ho capito di essere un professionista dell’errore.
Ho capito che ci sono persone che pensano di aver capito quando in realtà non hanno capito niente.
Ho capito che le parole sempre e mai le usano soltanto gli idioti e i poeti.
Ho capito che puoi stare anni senza vedere qualcuno, per poi incontrarlo casualmente e accorgerti che il tempo non è mai passato.
Ho capito che non so viaggiare, ma a Genova mi sento a casa.
Ho capito che alcune persone, poche, morirebbero per rispettare la parola data.
Ho capito che sono un uomo di parola.
Ho capito che per me è sempre una questione di principio.
Ho capito che per capire non basta ascoltare, ma che ascoltare è importante per capire.
Ho capito che ciò di cui ho realmente bisogno si può riassumere in una parola.
Ho capito che ogni giorno è primavera.
Ho capito che sono sempre in ritardo.
Ho capito che, se devo giustificare un ritardo, dire “Non puoi capì che m’è successo” funziona sempre.
Ho capito che si può dire no e sì nei momenti sbagliati.
Ho capito che amo mia madre perché fa continuamente scelte sbagliate, si sporca, cade, si rialza, canta a squarciagola, urla, ride, piange, mostra fiera le sue cicatrici e non si vergogna dei suoi errori.
Ho capito che mia madre non è un uomo.
Ho capito che la cicoria è buona, ma le patatine fritte lo sono di più.
Ho capito che un bambino a volte capisce più di un adulto.
Ho capito che ci sono alcuni viaggi che si fanno per non tornare più.
Ho capito che si può scappare dagli altri, ma non da se stessi.
Ho capito che tutti hanno cinque sensi, ma non tutti li sanno usare.
Ho capito che nessuno ha il sesto senso, nemmeno io.
Ho capito che potrei vivere di sola pizza.
Ho capito che non puoi dare agli altri i tuoi occhi per vedere la vita, ognuno ha i suoi, ma prima o poi capita di incontrare qualcuno che ha i tuoi stessi occhi.
Ho capito che il profumo dei biscotti appena sfornati fa sentire meno soli.
Ho capito che le persone che ti amano darebbero la vita per non ferirti.
Ho capito che le persone ti feriscono.
Ho capito la mia colite e la rispetto anche se lei non rispetta me.
Ho capito che…potete togliermi tutto, ma non il caffellatte la mattina appena alzato (lo ha capito anche la mia colite).
Ho capito che un conto è dire ‘Aiuto! Non vedo’ e un conto è dire ‘Aiuto! Oggi è primavera e io non posso vederla’.
Ho capito che anche Gauss, Newton, Dante, Caravaggio e Proust almeno una volta nella vita si sono chiesti il perché di quello strano batuffoletto nell’ombelico.
Ho capito che se conosci fino in fondo te stesso, prima o poi riesci ad uscire da qualsiasi situazione.
Ho capito che se non ti conosci non ne uscirai mai.
Ho capito cosa è la fiducia e cosa è la delusione.
Ho capito che ho il pollice verde con le piante e con le persone.
Ho capito che di qualcuno bisogna pur fidarsi…ma si finisce sempre col fidarsi delle persone sbagliate.
Ho capito che…ecco…adesso prendo e parto…così poi vedi…ma ‘ndo vado…
Ho capito che la musica non si ascolta con le orecchie.
Ho capito che non potrò mai prendere sul serio chi si prende troppo sul serio.
Ho capito che potrei uccidere per un piatto di pasta scotta.
Ho capito che ci sono sorrisi e SORRISI, lacrime e LACRIME.
Ho capito che si può avere tutto senza avere niente.
Ho capito che so far ridere.
Ho capito che in costume faccio ridere di più.
Ho capito che, quando le circostanze sembrano negarlo, c’è sempre qualcuno che se ne frega delle circostanze e mi regala un sorriso: dio lo benedica!
Ho capito che la vita graffia.
Ho capito che l’unico modo per non avere sensi di colpa è non avere sensi di colpa.
Ho capito che potrei anche diventare vegetariano se la pizza con la mortadella non fosse così buona.
Ho capito che non sono in gara con nessuno: faccio una gran fatica a star dietro alle mie idee, figuriamoci a quelle degli altri.
Ho capito che, per quanto possiamo correre, arriviamo tutti nello stesso posto.
Ho capito che non sopporto le persone stupide.
Ho capito che gli stupidi non mi sopportano.
Ho capito che non importa dove sei, ma con chi sei.
Ho capito che chi non aveva capito è condannato a non capire mai.
Ho capito che una birra allunga la vita.
Ho capito che la vita è troppo corta per perdere tempo con gli imbecilli.
Ho capito che cambiare è una continua dimostrazione di intelligenza e di coraggio.
Ho capito che pisciare controvento può essere pericoloso, ma non pisciare è peggio.
Ho capito che 40 è un bel numero, ma 39 è meglio.
Ho capito che tutto sommato rughe e cicatrici non mi stanno affatto male.
Ho capito che è inutile tentare di far capire qualcosa a chi non capisce.
Ho capito che si può piangere insieme ad un violinista sconosciuto.
Ho capito che so armare un casino per esserci.
Ho capito che non so inventare scuse per non esserci.
Ho capito quanto è prezioso incontrare qualcuno che capisce.
Ho capito che capisco subito quando qualcuno non capisce.
Ho capito che chi non fa di tutto per dimostrare di esserci, in fin dei conti non ci tiene poi così tanto a te.
Ho capito che il silenzio uccide, ma le parole…
Ho capito che so cucinare meglio di Adelina perché so far saltare i cibi in padella.
Ho capito che capire è difficile e che non capirò mai abbastanza proprio perché cambio e mi interrogo ogni giorno. Oggi ho avuto tante manifestazioni di affetto da persone che c’erano anche ieri e, di questo ne sono certo, ci saranno anche domani. Ho capito che è una fortuna, nonostante il mio caratteraccio e le mie spigolosità, avere ancora vicino, come tanti anni fa, molte persone che mi vogliono bene e alle quali voglio bene. In fine dei conti, viaggiare da soli non è poi così divertente e se l’avessi fatto non sarei arrivato fin qui…

Un libro ci salverà?

Alcuni li usano come fermaporte, altri per non far traballare un tavolino, altri ancora per accendere il barbecue. Ma c’è anche chi li usa per volare, per sapere, per sognare o per essere protagonista di una storia che gli appartiene anche se è stata scritta da altri. Il libro è tutto questo. L’origine della parola libro è liber che significa corteccia, un materiale sul quale anticamente si scriveva.

Francamente, credo che il libro sia sempre esistito, almeno da quando l’uomo ha avvertito la necessita di scolpire i propri pensieri, di raccontarsi e di rispondere alla madre di tutte le domande: perché? Inizialmente lo faceva sulla pietra, poi sulla carta ed ora sul web: la sostanza non cambia. Nonostante siano stati versati fiumi d’inchiostro per descrivere la bellezza e la pochezza della razza umana, non è cambiato gran ché da quell’inizio: si continua ad odiare, ad amare e a farsi del bene o del male più o meno nello stesso modo.

Mi è capitato spesso di regalare dei libri, tanti libri. A volte l’ho fatto superficialmente, altre volte col cuore e i risultati sono stati molto diversi. Un libro regalato con superficialità certamente finisce sotto la zampa di un tavolino. Quando vado in libreria per fare un regalo “pensato”, mentre sono assalito dall’eterno dubbio (piacerà?), mi guardo nei tanti specchi appesi e rivedo in me Giacomo nel film “Tre uomini e una gamba”: passeggia con le mani dietro la schiena schifando i best sellers (troppo commerciali per lui), afferra un mattone polacco minimalista di scrittore morto suicida giovanissimo (copie vendute: 2) e per fare colpo su una ragazza, improvvisa lì per lì una recensione. Per fortuna Aldo riporta tutto alla realtà, avvicinandosi e fingendo che a Giacomo cada in terra una rivista pornografica…la ragazza ovviamente se ne va stizzita (ma questo nel film, nella realtà…). La vita è più prosa che poesia e nel 90% dei casi la scelta del “libro” giusto da regalare è quella di Aldo.

Poche volte mi è capitato di regalare un mio libro, già letto, già vissuto, un po’ perché sono geloso della mia biblioteca, un po’ perché se regalassi un mattone minimalista polacco, in pochi lo apprezzerebbero. Eppure, quelle poche volte sono rimasto sorpreso dalla responsabilità con cui il destinatario del regalo ha accettato di custodire e condividere con me una storia, un segreto o un pensiero, sapendo che in quel libro erano sì contenute le parole dell’autore ma c’era anche una parte della mia storia, delle mie emozioni, delle mie riflessioni e dei miei stati d’animo. Donare un libro, significa donare una parte di noi stessi, accettarlo consapevolmente è un atto di coraggio che ci rende depositari di qualcosa di unico e prezioso, qualcosa da condividere e da non tradire. Accade anche questo, raramente, ma accade, ed è uno dei pochi casi in cui la gioia nel dare e nel ricevere si equivalgono.

Altre volte mi sono pentito di aver regalato (ma sarebbe più corretto dire “suggerito”) un libro interpretato male, che ha causato un impoverimento del lettore piuttosto che un arricchimento. Mi è anche capitato frequentemente di aver mal riposto le mie aspettative; l’episodio più eclatante si è verificato quando ho consigliato di leggere “Le affinità elettive” di Johann Wolfgang von Goethe ad un amico che stava vivendo un momento particolare della sua vita; la risposta trasecolata che ho ricevuto è stata: ” Affinità de chi? Ma che robbba è!”.

Spesso, troppo spesso, ho fatto lo sforzo di pensare ad un libro e alla persona a cui regalarlo, ripetendomi le parole di Proust: “Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso”. Ecco, forse la scelta di un libro è vincolata a quel “leggere se stessi”; donare un libro che permetta di leggere se stessi, vuol dire conoscere molto bene (e questo è rarissimo) la persona alla quale si pensa davanti allo scaffale di una libreria. Poco importa che si tratti di un “mattone minimalista” o di un romanzo Harmony, l’importante è dare agli altri questa possibilità. Sarò un illuso, ma, nonostante tutto, sono ancora convinto che un libro ci salverà!

Secondo me Facebook…

Quando è nato Facebook, ho avuto un atteggiamento scettico-intellettualoide ed ho pensato che le persone lo aspettassero come aspettano un infarto. Scherzando con un amico, paragonai la sua utilità a quella del mixer per fare la cremina al caffè. Mi sono sbagliato, in parte.
Dopo molto tempo, mi sono iscritto anch’io, ne ho fatto un modesto uso e mi sono fatto anche una personale idea sul ruolo sociale che ha questo social network nel nostro paese. Partirei da un dato di fatto: ad oggi conta circa un miliardo di utenti nel mondo e 21 milioni in Italia. Un osservatore superficiale potrebbe sostenere che facebook abbia colmato un atavico bisogno dell’essere umano: comunicare. Chi si sia occupato di comunicazione o copywriting sa benissimo che la prima regola da seguire per scrivere qualcosa di interessante è quella anglosassone delle 5 W: Who, Why, Wath, When, Where.
Ho provato a fare uno sforzo e ad applicare questa regola a Facebook…

Who (Chi)
A chi comunichiamo quando scriviamo qualcosa? Agli amici, questo è chiaro. E chi sono gli amici? Ecco, rispetto a questo ho una visione personale e diversa dalla massa. Da quando mi sono iscritto, ho schivato tantissime richieste di amicizia da parte di persone che considero tutt’altro che amiche. Le ho cordialmente ignorate, dandomi una giustificazione, per non sentirmi troppo in colpa: “ Perché dovrei condividere pensieri e riflessioni con persone alle quali nella realtà non importa gran che di me?”. Ma soprattutto, perché dovrei passare il tempo a cancellare dalle notizie i vari “Pincopallo ha cliccato Mi piace sulla supercazzola prematurata”? Al contrario, i profili di molti conoscenti “vantano” centinaia di altre amicizie. Mi chiedo: “Ma chi è che nella vita reale ha 1000 amici?” I miei amici, quelli con cui condivido veramente il viaggio della vita e con i quali non mi vergogno di parlare dei vizi e delle debolezze (tante) che ho, saranno sì e no 5-6 e la metà di questi non è su facebook. La risposta a questa domanda penso sia contenuta nel Why.

Why (Perchè)
Il perchè facebook abbia conquistato un miliardo di utenti non credo sia da ricercarsi principalmente nel bisogno di comunicare ma nel bisogno di apparire. La società moderna ci vuole belli, sportivi, ricchi, pieni di gloria e di successo…in una parola vincenti; molti di noi passano metà della vita per cercare di rientrare in questi canoni e l’altra metà per dimostrare agli altri di avercela fatta: per me sarebbe un vero inferno. Ecco spiegato, almeno in parte e senza generalizzare, l’arcano delle migliaia di amici. Un vincente ha anche una vita sociale ricca; è apprezzato e stimato dagli altri, ha una rete di contatti che deve essere ostentata, proprio come si fa con il Suv o l’Audemars Piguet. Insomma, il contenuto può anche essere scarso ma il contenitore deve essere perfetto e questa perfezione deve essere mostrata a tutti. Ma non è tutto. O almeno, non può essere soltanto per questo motivo. Ci sono tantissime persone che stimo e si trovano in questa condizione, pur non rincorrendo avidamente il successo e la sua esibizione. Ho provato a fare un esercizio mentale che faccio spesso: cercare un sostantivo per descrivere una situazione. Purtroppo è uscito fuori “superficialità”. I rapporti e i sentimenti sono diventati superficiali, veloci e incredibilmente vulnerabili. E’ facilissimo aggiungere un Pinco Pallino tra le amicizie ed è ancor più semplice cancellarlo dalla lista. La cosa veramente difficile è ascoltare, capire, sostenere e condividere, gioire per la gioia e soffrire per la sofferenza degli altri… e questo francamente su facebook è complicato.

Wath (Che cosa)
Beh, questa è la parte che mi diverte e mi preoccupa di più. Che l’Italia non fosse più un paese di Santi e di navigatori me n’ero accorto da un pezzo. Però, non sapevo di vivere in un paese di finti poeti e improbabili filosofi. Quando lessi per la prima volta la Divina Commedia, ebbi un sussulto nell’anima, una specie di subbuglio delle emozioni per via di quello sconquasso che provoca in un cor gentile una cosa indescrivibilmente bella. E da quel libro ho avvertito una fame insaziabile di leggere, leggere e leggere. Perchè? Perchè Dante fa innamorare Paolo e Francesca grazie ad un libro. Ma non un libro qualsiasi, un libro che toglie il fiato e fa impallidire i protagonisti. Un libro che racconta la storia di un altro amore e di un disiato riso, quello di Ginevra, baciato da cotanto amante, Lancillotto, che dà il coraggio a Paolo di baciare Francesca. Detto così, sarebbe quasi banale, se Dante non avesse scolpito quel momento con dei celebri versi: “Quando leggemmo il disïato riso esser basciato da cotanto amante, questi, che mai da me non fia diviso, la bocca mi basciò tutto tremante.” La forza delle parole fa tremare e impallidire anche chi legge la storia, anche Dante che non ce la fa a proseguire e sviene. Chi ha avuto la fortuna di leggere la Divina Commedia, ha avuto anche un altro privilegio: essere egli stesso il protagonista del libro e viverlo in prima persona. Quel “ Mi ritrovai per una selva oscura” sembra più la riflessione fatta dal lettore che non dall’autore. Voi direte: “Ma questo che minchia c’entra con facebook?”. A parte il fatto che potreste usare termini più consoni per fare delle domande, proverò a dare la mia personale e opinabile connessione tra le due cose. Un concetto, una storia, un pensiero non si possono ridurre ad un vuoto copia e incolla e la cultura moderna è diventata esattamente questo. La maggior parte dei “facebookkari” dispensa perle scientifico-filosofico-letterarie non perché abbia una cultura vasta o una personalità particolarmente sensibile, ma perché ha cercato su internet “Kant aforismi”, “Leopardi poesie”, “Einstein citazioni”; ne ha copiati un po’ a caso e li ha condivisi su quella maledetta bacheca! Tutto si consuma velocemente, anche la cultura, e il motivo è sempre da ricercarsi in parte nel “Why”: l’importante è dimostrare agli altri di essere perfetti, suscitare ammirazione, il resto non conta. Ebbene, almeno io voglio rassicuravi: non sono perfetto e sono anche abbondantemente contento di non esserlo! Sono lunatico e orgoglioso, a volte irascibile e intrattabile, spesso sono taciturno e faccio pensieri tinti, ho la pancetta e zero capelli, da anni combatto col batuffolino nell’ombelico e sono sufficientemente ignorante perché molte cose non le so e molte altre le ho semplicemente dimenticate a dispetto di una bella Laurea in fisica appesa al muro, ma questo non mi pesa e non tento di colmare la mia ignoranza cercando in rete l’aforisma che faccia pensare agli altri :“Ammazza che fico!”. Cerco di dare un senso alla mia esistenza, tentando di conquistare un briciolo di conoscenza, per capire meglio il mondo, le persone e per migliorare la mia capacità di guardare le cose da diverse angolazioni. Purtroppo, ogni conquista non riesce a migliorarmi e mi fa finire nello sconforto per la triste condizione dell’esistenza umana (e soprattutto della mia). Insomma sono uno da cui tenersi alla larga! Chi ve lo fa fare a chiedere l’amicizia?

When e Where (Dove e Quando)
Li metto insieme perché rappresentano il lato più psciotico di facebook. In mezzo al traffico, nel cesso, mentre si cucina, durante una riunione…ogni momento e ogni posto sono buoni per condividere qualcosa di idiota con qualcuno o impicciarsi di cose altrettanto sceme scritte dagli altri: al 20° Lelletto ha vinto con Ciccetto a Ruzzle scatta il grande capo Estiquatzi che è in me. Ma questo non sarebbe neanche un male se per molti non fosse diventato un bisogno compulsivo che rovina anche una passeggiata in mezzo ad un bosco o il tempo (che già è poco) trascorso con i figli.

Dal quadro che ho fatto non ne esce una bella immagine, invece penso che facebook, usato cum grano salis, sia una bella cosa. I pochi ristretti amici che ho, e non lo dico per piaggeria, scrivono poche cose intelligenti, spesso ironiche, mai banali e frequentemente interessanti; alcuni lo fanno apertamente e altri tra le righe, sta a chi legge capirne gli stati d’animo e alzare il telefono per dire: “Come stai?”, “Ci vediamo?” o semplicemente “Ti voglio bene!”.

Secondo me l’Italia…

Ho sempre pensato che il voto fosse l’unico strumento in mio possesso per rivendicare il diritto alla democrazia. Democrazia che, lo scrivo per non dimenticarlo, etimologicamente deriva dal greco δῆμος (démos) e popolo e κράτος (cràtos) e significa governo del popolo. Come si può chiamare un uomo che, nell’epoca della globalizzazione, ritenga la propria felicità subordinata alla felicità degli altri? Illuso? Ingenuo? Nostalgico? Non so come definirmi, so soltanto che nel 461 a.c Pericle fece questo discorso agli Ateniesi:

Qui ad Atene noi facciamo così.
Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.
Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.
Qui ad Atene noi facciamo così.
La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.
Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.
Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.
E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.
Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.
Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.
Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versalità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.
Qui ad Atene noi facciamo così.

E qui in Italia noi come facciamo?

Qui in Italia noi facciamo così.
Qui il nostro governo favorisce i pochi invece dei molti e per questo viene chiamato “Governo Ladro”, un governo che continua a pesare il sale quando piove.
Qui in Italia noi facciamo così.
Le leggi qui assicurano una giustizia diversa in base alla ricchezza e alla posizione occupata nella società, ma noi ignoriamo sempre i meriti dell’eccellenza.
Se un cittadino si distingue, allora egli sarà punito e, a differenza di altri disonesti, ladri e faccendieri, sarà allontanato da qualsiasi compito statale che possa consentirgli di contribuire a creare una società migliore. Qui in Italia il merito non viene mai ricompensato ed è facilissimo far diventare un raccomandato direttore di un centro di ricerca; ben più complicato è dare ad un ricercatore la possibilità di fare ricerca.
Qui in Italia noi facciamo così.
Nella vita quotidiana abbiamo una libertà molto limitata perché non conosciamo più il significato della parola solidarietà; siamo sospettosi l’uno dell’altro e impediamo al nostro prossimo di vivere a modo suo perché siamo invidiosi della sua felicità. Non siamo liberi di vivere come ci piace e siamo sempre pronti a ignorare qualsiasi pericolo che non ci colpisca direttamente. Un cittadino Italiano mischia sempre gli affari pubblici con quelli privati e soprattutto si occupa degli affari pubblici per risolvere le sue questioni private.
Qui in Italia noi facciamo così.
Ci è stato insegnato a non rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche a non rispettare le leggi e a non dimenticare mai che non dobbiamo proteggere i deboli.
E ci è stato anche insegnato a non rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento perché, a poco a poco, ci hanno privato dei sentimenti fino a non farci più distinguere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.
Qui in Italia noi facciamo così.
Un uomo che non si interessa allo Stato noi lo consideriamo prezioso perché non può intralciare gli affari loschi della politica; benché in molti siano in grado di dare vita ad una politica, in pochi qui in Italia sono in grado di giudicarla.
Noi consideriamo la discussione uno strumento per raccontare false verità al fine di raccogliere voti, per governare i cittadini come fossero dei burattini attraverso una dittatura mascherata da democrazia.
Noi non crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma che la libertà sia solo il frutto dell’arroganza, della prepotenza e della furbizia.
Insomma, io proclamo che l’Italia sia schiava di un’Europa in cui credo sempre meno e che ogni Italiano cresca con la speranza di avere un lavoro gratificante, speranza che si trasformerà presto nella sfiducia in se stesso, in un licenziamento a 50 anni e nell’incapacità di guardare in faccia il proprio figlio quando non saprà come sfamarlo o farlo studiare. Ed è per questo che la nostra Nazione è schiava della globalizzazione ed ha paura degli stranieri che emigrano dal loro paese come hanno fatto i nostri bisnonni molti anni fa.
Qui in Italia noi facciamo così.

Perdonate la mia satira velata di polemica, ma soltanto confrontando irriverentemente il passato col presente sono riuscito a darmi una risposta e a capire il punto in cui siamo arrivati. La democrazia è nata con un obiettivo ben preciso: creare uno Stato che avesse come scopo principale il raggiungimento della libertà e della felicità dell’individuo. Felicità e libertà che non potevano ignorare quella del prossimo e che si realizzavano condividendo lo Stato insieme a tutti i cittadini. E in cosa si è trasformata questa democrazia? In una cosa sporca che favorisce la cultura del profitto a tutti i costi; un profitto a favore dei furbi, degli speculatori e di un modello economico malato e fallimentare attraverso il quale si perpetrano le peggiori ingiustizie sociali.
La colpa di tutto questo è sicuramente dello Stato (cioè nostra) perché non abbiamo fatto nulla per impedirci di diventare quello che siamo: un popolo con molti furbi, ignoranti e arroganti che approfittano dei deboli, togliendogli ogni speranza; quei deboli che vengono privati di qualsiasi potere decisionale e, a volte, anche della dignità. Il voto, quello strumento meraviglioso attraverso cui dovremmo decidere come raggiungere la nostra felicità, è diventato una semplice nota di colore elettorale priva di significato che serve soltanto a rendere la mediocrità di questo paese un po’ meno mediocre. L’inno della nostra nazione inizia con delle parole molto belle che purtroppo non ci rappresentano più: fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta. Ci sentiamo ancora fratelli? L’Italia s’è desta o è addormentata da mezzo secolo? Rileggendo quello che ho scritto, ripenso ad un monologo dell’indimenticabile Giorgio Gaber: ” Secondo me un italiano quando incontra qualcuno che la pensa come lui fa un partito. In due è già maggioranza.”

Ecco qual è il nostro problema: non riusciamo più a condividere nulla, neanche le idee. E questa disaggregazione è la forza del potere che gestisce le nostre vite. La storia, il corso delle cose non li cambia una persona sola. Andrea Camilleri, uno scrittore che adoro per la lucidità con cui descrive la nostra triste realtà, in un romanzo (per l’esattezza il giro di boa) scrive :

E s’arricordò che una volta aveva veduto, in un paese toscano, i cardini del portone di una chiesa distorti da una pressione accussì potente che li aveva fatti girare nel senso opposto a quello per cui erano stati fabbricati. Aveva domandato spiegazioni a uno del posto. E quello gli aveva contato che, al tempo della guerra, i nazisti avevano inserrato gli òmini del paese dintra alla chiesa, avevano chiuso il portone, e avevano cominciato a gettare bombe a mano dall’alto. Allora le pirsone, per la disperazione, avevano forzato la porta a raprirsi in senso contrario e molti erano arrinisciuti a scappare.Ecco: quella gente che arrivava da tutte le parti più povere e devastate del mondo aveva in sé tanta forza, tanta disperazione da far girare i cardini della storia in senso contrario.

Insieme possiamo cambiare le cose, da soli NO!

Io sono un fisico e mi indigno quando sento parlare di modelli economici basati sulla crescita, che impoveriscono la terra e gli uomini. In natura non esiste un sistema in grado di crescere all’infinito. Le risorse sono finite, come probabilmente lo sarà la permanenza dell’uomo su questo pianeta; qualcuno, prima o poi, dovrà preoccuparsi di trovare una valida alternativa al presente. Lo dovrà fare per se stesso e per i propri figli, sperando non sia troppo tardi! Perché quel qualcuno non dovremmo essere noi?

Alessandro Capezzuoli

Discorso di Kurt Vonnegut

“Se dovessi darvi un solo consiglio per il vostro futuro, allora vi direi: mettete gli occhiali da sole! Perché i benefici dell’impiego a lungo termine degli occhiali da sole sono stati provati scientificamente, mentre tutti gli altri consigli che ho da darvi sono basati, nulla più, sulla mia vagolante esperienza. Comunque eccoli.Godetevi la bellezza e la forza della vostra giovinezza. Fregatevene del resto.
Non capirete quella bellezza e quella forza se non quando se ne saranno andate.
Ma credetemi quando, fra vent’anni, guarderete le vostre vecchie foto, allora vi ricorderete, in un modo che adesso non potete nemmeno immaginare, quante possibilità c’erano dietro a voi e che fantastico aspetto avevate. Perché, sapete, non siete grassi come credete!

Non preoccupatevi del futuro. Oppure, preoccupatevene, ma sapendo che tanto è un gesto inutile. Non vi aiuterà più di quanto masticare un chewing gum vi possa aiutare a risolvere un problema di algebra.

I veri problemi della vita tendono ad essere cose che mai prima hanno incrociato le vostre preoccupazioni. Quel tipo di cosa che ti fulmina verso le quattro di un martedì qualunque.

Fate, ogni giorno, una cosa che vi spaventi.

Cantate.

Non siate avventati con i cuori degli altri, ma non tollerate chi è avventato con il vostro cuore.

E non perdete il vostro tempo con la gelosia.

Vi accadrà di essere in testa, altre volte indietro. È una corsa lunga, ma alla fine è una corsa solo con voi stessi però.

Ricordatevi dei complimenti che riceverete e dimenticate gli insulti.

Conservate le vecchie lettere d’amore.

Gettate via i vecchi estratti conto.

Stiratevi spesso!

Non sentitevi in colpa se non sapete cosa volete fare della vostra vita. Le persone più interessanti che conosco non sapevano cosa fare della loro vita quando avevano 22 anni. E alcuni dei più interessanti quarantenni che oggi io conosco non lo sanno ancora adesso. Prendete molto calcio. Siate gentili con le vostre ginocchia, quando cederanno vi mancheranno!

Forse vi sposerete, forse no. Forse avrete dei bambini, forse no. Forse divorzierete a 40 anni, forse ballerete sul tavolo al party per le vostre nozze d’oro.

In ogni caso, non congratulatevi troppo con voi stessi e nemmeno state troppo a borbottare contro voi stessi.

Le vostre scelte saranno per metà frutto del caso, è così per tutti.

Godetevi il vostro corpo. Usatelo in tutti i modi che potete. Non abbiate paura di lui o di cosa la gente pensa di lui. È il più grande strumento che mai avrete.

Danzate, anche se non avete altro posto per farlo che la vostra camera.

Leggete le istruzioni per l’uso, anche se non le seguirete.

Non leggete le riviste di moda, vi faranno solo incazzare!

Sforzatevi di conoscere i vostri genitori, non potete mai sapere quando se ne andranno.

Siate gentili con i vostri fratelli e fratellastri. Sono il miglior legame che avete con il vostro passato e quelli che, più probabilmente, vi rimarranno attaccati nel futuro.

Cercate di capire che gli amici vanno e vengono, ma alcuni, pochi, è bene tenerli stretti.

Lavorate duro per costruire ponti sulla terra e nella vita, poiché più vecchi sarete più avrete bisogno di gente che vi conosceva quando eravate giovani.

Vivete a New York almeno una volta, ma andatevene via prima di diventare troppo duri.

Vivete in California almeno una volta, ma andatevene via prima di diventare troppo molli.

Accettate alcuni inevitabili verità, tipo: i prezzi saliranno, i politici avranno delle amanti e voi diventerete vecchi. Quando lo diventerete, vi verrà da fantasticare che ai vostri tempi i prezzi erano ragionevoli, i politici persone nobili e i figli rispettavano i genitori.

Ah! Rispettate i vostri genitori.

Non aspettatevi aiuto da nessuno. Magari avete investito in azione sicure, magari avete una moglie sanissima ma non potete mai sapere quando tutto decide di andare storto.

Non sprecate troppo tempo con i vostri capelli! O quando avrete 40 anni vi sembrerà di averne 85!

E infine, guardatevi da quelli che vi danno consigli. Ma anche siate pazienti con loro. Dare consigli è un modo di avere nostalgia. È un modo di ripescare il proprio passato dall’oblio e di liberarsene. Riverniciando le pareti brutte e dandogli un valore che prima non aveva. E comunque alla fine, fidatevi di me, mettete sti occhiali da sole!

Kurt Vonnegut

Il dato statistico e la dinamica della pizza

I dati statistici e la dinamica della pizza

I dati statistici e la dinamica della pizza

Tra un fenomeno di qualsiasi tipo (fisico, chimico, sociale) e il dato statistico che lo descrive c’è la stessa differenza che passa tra gli ingredienti per fare una pizza e una margherita verace. Il produttore del dato è la pizzeria, il fruitore è l’avventore. In un paese in cui siamo pratici di pizze, non posso fare a meno di osservare che ci sono pizzerie di ottima qualità e pizzerie scarse, come ci sono consumatori che si accontentano di qualsiasi cosa sia masticabile e consumatori esigenti a cui non va mai bene niente. Sia che si tratti di pizzerie sia che si tratti di produttori di dati, i numeri rappresentano una condizione necessaria ma non sufficiente per entrambi. A nessun pizzaiolo verrebbe in mente di ragionare in termini di soli numeri: un conto è dire “ho 100, 70, 3, 1″, un conto è dire “ho 100 grammi di farina, 70 grammi d’acqua, 3 grammi di sale e 1 grammo di lievito. Un dato descrive e quantifica uno o più ingredienti (fenomeni), un numero rappresenta essenzialmente quantità indefinite. Un dato è il risultato di una misura: per essere rilevato ha bisogno di un sistema di misura e di una metodologia. La scelta di questi strumenti determina la sua qualità. Per misurare il peso della farina al pizzaiolo è sufficiente utilizzare una bilancia da cucina e far riferimento a un sistema di unità di misura. Le misure relative all’analisi chimica dello stesso prodotto devono tener conto di una molteplicità di fattori ignoti al pizzaiolo (umidità, morfologia, classificazione del grano, et cetera) e richiedono l’utilizzo di metodologie e strumenti diversi (farinometro, alveografo, et cetera). Da qui nasce una prima evidenza: l’accuratezza nella misurazione di un dato è funzionale al contesto di analisi e al target di riferimento. È inutile usare una bilancia di precisione, tararla, verificare l’umidità, la temperatura della stanza e la quantità di acidità per decidere se una farina è o non è adatta all’impasto per due persone. Anche volendo spingersi oltre, la misura della quantità di glutine (forza) e di qualche altro dettaglio esaurisce completamente le esigenze che può avere un pizzaiolo pignolo. Le stesse misure risulteranno insufficienti per qualsiasi chimico, anche il più superficiale. Che differenza c’è, dunque, tra gli ingredienti e la pizza margherita? La lavorazione, certo, ma non solo. Gli ingredienti vengono lavorati dal pizzaiolo in funzione dei potenziali consumatori e il gestore di una pizzeria ha ben presente lo slogan pubblicitario dei primi del ’900 conteso tra Marshall Field e Harry Gordon Selfridge: “Il cliente ha sempre ragione”. Adulazione? Chimera? Forse, ma un fondo di verità c’è: se le pizze non sono gradite ai consumatori, gli affari vanno male. Purtroppo lo stesso criterio non si può applicare ai produttori di dati che, essendo perlopiù enti pubblici, possono fare a meno delle opinioni dei consumatori ma non dei loro finanziamenti…
Un pizzaiolo esperto sa bene che le sue misure devono essere corredate dall’unità di misura e dall’errore, perché, è bene sottolinearlo, ogni misura, anche la più precisa, introduce un errore dovuto alle condizioni, agli strumenti e all’applicazione della metodologia. In particolare, l’equilibrio tra la quantità di lievito, l’idratazione, la temperatura e la durata della lievitazione sono le misure che determinano il successo o l’insuccesso di un impasto. Bastano un grammo di lievito in più o un grado cetigrado di differenza nella temperatura per cambiare la consistenza dell’impasto: avere una bilancia che introduce l’errore di 5 grammi o un termometro che introduce un errore strumentale di 2 gradi centigradi porterebbe a un insuccesso sicuro.
Il dato statistico, che intrinsecamente è ricco di errori e imprecisioni dovuti a numerosi fattori (il campione, la tecnica d’indagine, la pulizia dell’archivio, et cetera), è uno strumento che dovrebbe descrivere un fenomeno e aiutarne la comprensione, oltre a guidare i decisori politici; per questo motivo deve essere mangiabile, pardon, leggibile in modo chiaro e la leggibilità non è necessariamente legata alla precisione, ma è sicuramente subordinata al target di riferimento e al fenomeno specifico.
Supponiamo di voler comunicare la differenza di dimensioni tra la pizzetta (popolazione italiana) e la pizza in teglia (popolazione cinese): in questo caso, per descrivere il fenomeno, è sufficiente ricorrere all’ordine di grandezza (10^6 e 10^9), evidenziando l’unità di misura (es: numero di cittadini residenti). Un lettore non avrà bisogno di altre informazioni per capire il dato e il contesto di riferimento. Diverso è il caso delle pizze a lievitazione naturale impastate a mano con una miscela di farine diverse o di un dato riguardante gli incidenti stradali avvenuti tra un motociclo e un’autovettura in prossimità di un incrocio nei comuni al di sotto dei 20.000 abitanti.
In altre parole, è possibile trovare consumatori a cui vada bene un impasto casuale di ingredienti e consumatori che abbiano bisogno del servizio a domicilio di una pizza in teglia alla romana con bresaola e rucola.
In ogni caso, pizzaiolo o ricercatore, pizzeria o produttore di dati, bisogna tener conto di numerosi aspetti:

  • gli ingredienti
  • la metodologia e gli strumenti adeguati alla misura e alla lavorazione degli ingredienti
  • la completezza e l’accuratezza delle misure
  • la lavorazione e l’abilità del pizzaiolo
  • la qualità del prodotto finale
  • il marketing
  • il target di riferimento

E’ noto, o dovrebbe esserlo, che la diffusione dei dati è complessa almeno quanto la diffusione delle pizze. Oltretutto, quando si parla di pizza ognuno si sente autorizzato a esprimere sentenze e giudizi sulla base di informazioni superficiali acquisite in diversi ambienti, impressioni e gusti personali che di rigore scientifico hanno ben poco. Il risultato di questo approccio è abbastanza evidente: molte pizzerie producono pizze disgustose, descritte con menù fiabeschi e con la dicitura “senza olio di palma” nello stesso modo in cui enti di ricerca autorevoli pubblicano dati e infografiche incomprensibili, parlando di open data per sentirsi alla moda e usando la parola “big data” all’interno di pubblicazioni importanti come intercalare al posto di “cioè”.

La vera pizzeria, per intenderci L’Antica Pizzeria Michele a Napoli, ha ben chiare le strategie di diffusione delle pizze e conosce le famose regole anglosassoni delle 5 W (Who?, What?, When?, Where?, Why? ), ovvero i punti fondamentali che devono essere contenuti in un articolo giornalistico per rispondere alle risposte di un lettore. Poiché ogni tanto sento il bisogno di sfoggiare del sano orgoglio nazionalistico, mi sento di ricordare che queste regole di anglosassone hanno ben poco: già Boezio e piu tardi San Tommaso d’Aquino nella celebre Summa Theologiae avevano utilizzato le famose “quis, quid, cur, quomodo, ubi, quando, quibus auxiliis” rispettivamente per l’arte dell’accusa e della difesa e per definire la pena più appropriata rispetto a un peccato commesso. Come dire: Hai rubato? Per quantificare la pena correttamente devo rispondere a queste domande:

  • chi ha commesso il furto (quis),
  • che cosa ha rubato (quid),
  • quando è avvenuto il furto (quando),
  • dove ha rubato (ubi),
  • perché ha rubato (cur)

La vera pizzeria, però, sa bene che Boezio è andato ben oltre le 5 W, chiedendosi anche:

  • quanto ha rubato, (quantum)
  • in che modo (quomodo)
  • con quali mezzi (quibus auxiliis)

Poiché i fruitori dei dati seguono pedissequamente la regola di Domenico Savio (La morte ma non il peccato) e non penserebbero mai di prendersi con ogni mezzo, scraping incluso, ciò che pagano a colpi di f24, è giusto che l’antica pizzeria adotti tutte le misure per non indurre i golosi di pizza in tentazione.
Chi sono i fruitori?: Il pizzaiolo esperto sa che il successo delle sue pizze deve tener conto degli utilizzatori, possibilmente mettendo da parte i timori che qualcuno riesca a rubargli la ricetta e a utilizzare gli ingredienti meglio di lui. Farà male a qualche carriera, ma farà bene al paese. La domanda da porsi è: chi mangerà le mie pizze? C’è chi è abituato a mangiare l’Istogramma alla capricciosa, chi la Tabella a doppia entrata con prosciutto e chi l’API con funghi e provola…

Cosa vogliono i fruitori delle pizze?: C’è una grossa differenza tra chi preferisce la pizza in teglia (infografica), chi la focaccia alla genovese (tabella) e chi la pizza napoletana (API). Il pizzaiolo esperto sa benissimo che per aumentare la clientela deve differenziare la produzione, mantenendo un elevato standard qualitativo.

Quando si mangiano le pizze?: Generalmente la sera, quindi è inutile cuocerle il giorno prima perché all’ora di cena del giorno dopo non le vorrà più nessuno. Le pizze scadute sono indigeste.

Dove si trovano le pizze migliori?: Non esiste la pizza migliore, esiste la pizza che si adatta meglio alle diverse esigenze. Un bravo pizzaiolo conosce le esigenze dei clienti e sforna webservices con la stessa facilità di una focaccia.

Come si cucinano le pizze?:
Bisogna conoscere gli ingredienti, le tecniche e i gusti dei clienti. Una pizza senza metadati, ad esempio, non ha sapore. Una pizza senza unità di misura causa colite e nausea. D’altronde, a nessuno verrebbe in mente di assumere un pizzaiolo che sappia cucinare solo kebab!

Perchè si mangiano le pizze?
Per fame, certo. Per piacere, anche. Per tradizione. Per curiosità. Per provare. Perché mia nonna le faceva come Ciro. Qualsiasi motivo spinga una persona a mangiare la pizza è sempre un buon motivo.
Quanta pizza mangiano i clienti? La pizza non basta mai, si sa. Per questo in molte pizzeria si paga una quota fissa (il famoso f24 citato poc’anzi) e si mangia pizza a volontà!

In che modo si mangia la pizza? C’è chi la mangia machine-to-machine e chi su un foglio di carta. Il pizzettaio moderno non è razzista e non si scandalizza per una nuova richiesta: sa che una richiesta strana oggi potrebbe diventare standard domani.

Con quali mezzi si mangiano le pizze? Gli snob usano le posate d’argento, gli intenditori la piegano a portafogli e la mangiano con le mani, i più pratici usano dei framework javascript, i meno pratici usano i fogli excel. Il pizzaiolo navigato conosce i suoi clienti, a volte storce il naso, ma alla fine accontenta tutti.

Ilarità a parte, il parallelismo tra i dati e le pizze non è poi così stravagante. Chi si occupa di dati, e lo fa con passione, sa bene che il mondo va a una velocità che i produttori (istituzioni in primis) non riescono a comprendere. Nel corso della mia carriera mi sono imbattuto in ogni tipo di aberrazione statistica: grafici senza unità di misura, dati senza metadati, cubi multidimensionali senza dimensioni, cartografi senza mappe, mappe senza dati, indicatori calcolati senza metodologie robuste, indagini condotte senza un fine preciso, guerre di potere tra ricercatori rivali… alla fine sono arrivato alla stessa conclusione a cui giunse Stefano Rosso molti anni fa, quando cantava: “Ho visto gente senza tetto, polli senza petto, ministri seza portafoglio mai…Ho visto un angelo in mutande e regiseno vuoti, spiagge senza vetri mai….E cari amici adesso lo confesso se potessi tutto rifarei.. E non sarò un poeta ma anche se la vita fosse peggio non mi stancherei.”. Tutto sommato, lavorare coi dati mi diverte e anche se fosse peggio non mi stancherei.

Statview

An innovative webGIS system for the dissemination and the visualization of official statistics and geospatial analysis
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Introduction
Statistical information is essential for decision makers, politicians, researchers, journalists and the general public. They need relevant, reliable and even more timely data for their work. National Statistical Offices (NSOs) play a key role in developing, producing and disseminating official data in compliance with the United Nations Fundamental Principles of Official Statistics and the European Statistics Code of Practice.
As recognized by the ESS Vision 2020, in order to improve the quality of official statistics, it is important to complement existing data derived from traditional surveys or administrative sources, with newer sources, including geospatial and where possible big data, as well as emphasize the relevance and the opportunity of sharing tools within the ESS and the usefulness of proper dissemination channels that meet the needs of
as many people as possible.  Solicited by ESS, NSOs have started exploring new technology-driven areas when dealing with very large amount of data and developing suitable tools for the integration of different types of information and its dissemination, i.e. platforms for data storage, analysis and visualization.

Methods / Problem statement
At present, one challenge for statistical offices is the digital transformation going on world-wide. The ever increasing availability of data, facilitated by advances in information technology and the Internet, requires the implementation of methods and tools for the proper assessment, interpretation and dissemination of the same data. A particularly interesting way to integrate different sets of data is to place them in a geospatial dimension; in this way, the complexity of phenomena of interest is still there but their analysis can be facilitated, thus
enabling a more accurate and timely decision-making and an early warning is made more at hand.
In order to produce simple density maps or dashboard containing tables and graphs, many commercial and open source tools have been developed. However, these tools do not often take advantage of the potential of geo-referenced data, simply providing users with little more than infographics.

Results / Proposed solution
StatVIEW (www.statview.eu) is an innovative tool which can conveniently support whatever analysis focused on one or more subject areas covered by official statistics (social, demographic, economic, environmental, etc.). It is a user-friendly webGIS system, developed by making use of open source technologies, which allows users to gather, link, standardize and visualize statistical data in different
formats, including plotter/density maps, heatmaps, dynamic graphs and bubble charts. Like those on population, health, education, labour, environment, national accounts and social security and welfare produced and provided by the Italian National Institute of Statistics currently visualized through StatVIEW, data produced by NSOs, research institutes and government agencies, available according to different
geographical units, can be disseminated through the web using web-services complying with the json-STAT standard or other data exchange standards (i.e., SDMX, OData); also data other than official statistics can easily enter the webGIS system.
The release of geospatial data in the form of Web Map Service (WMS) and Web Features Service (WFS) is managed by Geoserver, which provides data on territorial boundaries and points of interest as open multisource data. StatVIEW may be seen as a json-STAT hub that can be used as a web-service to further disseminate the data in a machine-readable format.

Conclusions
StatVIEW is a suitable and easy tool that helps to best analyze the many phenomena for which statistical data exist as well as to quickly monitor the evolution of different phenomena at the same time. One its significant feature is represented by the opportunity of having constantly updated statistical information, given the fact that the webGIS system does not imply the loading and tranferring of data, while, instead, it
provides a dynamic link. Overall, this open source tool can be conveniently shared among NSOs, while it is extensible to any institution that performs data dissemination through API REST. Furthermore, a webGIS system such as StatVIEW is along the lines of ESS Vision 2020, in the sense that it helps official statistics to engage users proactively and to meet their demands in a cost-effective and responsive manner

DataSTAT Hub

A tool for the automatic collection of administrative data to produce official statistics  Scarica il paper

Introduction
The need for relevant, reliable and even more timely statistical data to support decision making process and scientific research has contributed to a growing demand for new statistical information to best analyze and rule, at various levels, the deep social, economic and environmental changes occurred at regional and global scale. Off
icial statistics, characterized by the highest quality possible inasmuch as they are produced in compliance with the United Nations Fundamental Principles of Official Statistics and the European Statistics Code of Practice, are best suited to meet this need.
It is widely recognized the increasing role that administrative data are playing in the production of more timely, more disaggregated statistics at higher frequencies than traditional survey data. They offer further information on a wide range of issues, including some which cannot be answered cost-effectively from survey data. The efficient use of all available information to produce timely, accurate and high quality statistics is a challenge for National Statistical Offices (NSOs), which are even more committed to developing methods and suitable tools for the production, collection, standardization and integration of different types of statistical data. Bringing together information from different sources makes it possible to fill information gaps or provide insights which cannot be gleaned from the unlinked data and to improve the knowledge and the understanding about specific phenomena

Methods / Problem statement
The production of statistics based on administrative data from different sources is closely related to the methods and techniques of collection and integration of archives. Problems related to automatic data collection are numerous as they involve the production, the harmonization and the standardization of output
and information flows, in order to make them usable by web applications or be stored in one database to be connected (record linkage), processed by statistical software and/or visualized within ad hoc created web platforms.

Results / Proposed solution
DataSTAT Hub is a tool that takes advantage of the potential offered by HTTP 2.0 through which it is possible to create REST microservices and exploit the methods offered by the CRUD architecture (Create,Read, Update, Delete). DataSTAT HUB can be used through two different architectures: star or centralized.
The former implies that each microservice (hub node) is automatically populated by data providing subject through a set of querystrings (Create, Update, Delete) and can be accessed in reading (GET) by the central institution that performs data collection. The latter architecture implies the automatic population of the central hub that interfaces with the various institutions through the just mentioned querystrings (Create, Update, Delete) that allow users to store data and metadata in a NoSQL database (Cassandra) using the key-value data model for their representation. DataSTAT Hub allows users to standardize the outputs in various formats (XML, JSON, CSV) and models
(JSON-STAT, SDMX, DDI).

Conclusions
DataSTAT Hub is a suitable and easy tool for administrative data collection, standardization and integration: it does not require knowledge of the internal data base since the update is performed through the HTTP querystrings and can be used with any programming language. By allowing us to overcome some critical issues related to the use of administrative data, including those connected with privacy and security, a tool such as DataSTAT Hub is time saving and cost- effective, while providing high quality information. It is a user-friendly tool developed by making use of open source technologies (PHP, MySQL, Cassandra) and can be conveniently shared among NSOs, while it is extensible to any institution interested in the automatic collection and integration of administrative data.

La farfalle e er calabrone

Un giorno ‘na farfalla spensierata
che svolazzava sola intorno a ‘n fiore
incontra ‘n calabrone de borgata
e je fa, dice, io nun ho avuto amore.
Er calabrone ch’era ‘n solitario
pe certe delusioni der passato
scrive ‘na storia nova sur diario
perché guardannola s’era innamorato.
Chi vola solo nun capisce gnente
nun sa che er volo vero è n’antra cosa
che più lontano vanno certamente
du innamorati fermi su ‘na rosa.

Er Girasole

Un’ape dispettosa e impertinente
cor vizio de volà de fiore in fiore
un giorno pija de petto ‘n girasole
che stava in mezzo a ‘n campo a nun fa gnente.

Tra i fiori che conosco sei er più fesso -
je dice senza giri de parole -
te giri sempre intorno su te stesso
e tutto er giorno cori dietro ar sole.

Tu guardi er monno co la testa china,
rispose er girasole ‘n po’ scocciato,
te posi su la rosa e su la spina
ma er sole ‘n faccia nun l’hai mai guardato

Tra tutti quanti i fiori, invece io
so l’unico a potello guardà ‘n faccia
e se ciò freddo, sai che fa? M’abbraccia!
lo guardo dentro l’occhi e vedo dio.