Anche questo Natale…

anche questo Natale
Il Natale serve a ricordare a chi è solo che è solo, a chi non ha niente che non ha niente e a chi ha una famiglia di merda che ha una famiglia di merda. Questa citazione, che a prima vista potrebbe sembrare di Proust o di Neruda, in realtà è attribuita a un anonimo genio del web. Un cazzo di genio, al cui confronto sfigurerei anche io. In un’unica frase è riuscito a concentrare il dono della sintesi, le riflessioni filosofiche profonde sulla solitudine cosmica e attenti studi sociologici e comportamentali. Ma analizziamo meglio il saggio aforisma e cominciamo col dire che non necessariamente quelle tre condizioni sono isolate e indipendenti. C’è chi è solo perché ha una famiglia di merda, chi è povero perché ha una famiglia di merda e chi è solo, povero e ha una famiglia di merda. Escludendo chi è solo, povero e senza famiglia, direi che la “famiglia di merda” è la condizione necessaria e sufficiente per ricordarsi che a Natale è meglio starsene per i cazzi propri invece di prestarsi al rito del cenone, del pranzone e della litigata con cui chiudere in bellezza l’anno appena trascorso. Avete capito bene, mi riferisco proprio a lei, quella litigata che inizia in modo subdolo, con qualche battutina, quando si iniziano a sbucciare i mandarini prima di giocare a tombola, e termina la sera del 25, quando le famiglie decidono di non rivolgersi più la parola fino al prossimo Natale.
Di solito, le cose vanno così. C’è sempre qualcuno che, intorno al 20 dicembre, dimentica la guerra dell’anno precedente, guerra in cui il nonno comunista ha spaccato una bottiglia di vino Cacchione di Nettuno in testa al consuocero fascista, e telefona al parente che gli sta meno sul cazzo. La domanda di rito è: “ Che fate a Natale?”. La risposta è contenuta nell’introduzione di questo racconto, che poi è una rivisitazione moderna dell’incipit del libro Anna Karenina: “Tutte le famiglie sono di merda, ma a Natale lo sono un po’ di più”. Non vorrei sembrare dissacrante, ma è risaputo che il Natale è la festa più ridicola e ipocrita che ci sia. Se Gesù è nato il 25 dicembre, io sono San Giuseppe. Secondo voi, è un caso che i Saturnali, le famose feste religiose romane dedicate al dio saturno, si celebravano dal 17 al 23 dicembre? Secondo me no. Che poi, In quell’occasione, si banchettava, si celebrava l’uguaglianza e la fratellanza, gli schiavi diventavano uomini liberi e ci si scambiavano dei regali proprio come a Natale. Ah, dimenticavo, si facevano anche delle fantastiche orge. Diciamo che, nella sostanza, le due feste sono più o meno uguali, soltanto che il Natale è un po’ meno serio dei Saturnali. Si banchetta e ci si scambiano delle strenne, è vero, ma non si fanno orge e questo, già da solo, sarebbe un buon motivo per cancellare la festa dal calendario. D’altronde, Gesù, se avesse potuto scegliere, sarebbe nato sicuramente il 14 luglio, giorno della presa della Bastiglia e del trionfo della libertà, dell’eguaglianza e della fratellanza tra gli uomini. Invece no, per dare continuità alle feste pagane, si sono inventati questa storia del 25 dicembre, con tanto di presepe e celebrazione liturgica di mezzanotte. Generazioni di bambini educate a mettere il bambinello nel presepe a mezzanotte precisa, non un minuto prima o un minuto dopo, perché altrimenti porta jella. Così, invece dell’eguaglianza e della fratellanza, si festeggia l’ipocrisia di una religione menzoniera e scaramantica. Vabbè, non mi sembra il caso di farmi scomunicare dal Vaticano, anche se credo che sarebbe stato meglio dar seguito al rito pagano delle orge, non fosse altro perché in questo modo le famiglie avrebbero avuto dei buoni motivi per non scannarsi durante il cenone. Oddio, c’è da dire che scambiare una moglie giovane e strafiga con la moglie sessantenne dello zio, cessa, chiattona, pelosa e con la fiatella, sarebbe ugualmente motivo di scontri, ma almeno il morto sul campo avrebbe un senso. Come dire, la coltellata a freddo avrebbe il suo fascino… Invece, a differenza dei Saturnali, il Natale è una festa in cui l’uomo potrebbe essere libero e invece diventa schiavo. Schiavo dei regali, della spese, degli “auguri anche a te e famiglia”, del cenone e di quel “che fate a Natale?”, che in poco tempo crea una movimento massonico per ricucire i rapporti rovinati l’anno prima, trama e inciucia fino al punto di convincere gli altri a sedersi di nuovo intorno a quella stramaledetta tavola imbandita. Da dove volete che inizi, dunque? Dalla descrizione della spesa o da come mi ero lasciato coi parenti un anno fa? Inizio dalla fine: da quei bei vaffanculi incartati regalati lo scorso anno, che, pur non avendo sortito l’effetto sorpresa, mi hanno dato una grossa soddisfazione. Prima di tutto, ho fatto fuori una zia squilibrata, grazie a un lavoro meticoloso durato anni. Avete presente quelle dementi che pensano di essere le uniche madri presenti sulla faccia della terra e che i loro figli siano belli, geniali, simpatici e col fisico di Angelina Jolie? Ecco, più volte ho manifestato il mio disappunto, rispetto al comportamento di quella chiattona della figlia sedicenne di zia Franca, che aveva il culo più grosso di uno pneumatico degli autobus. Alla fine, dopo anni di rimostranze fatte con discrezione, ho ritenuto opportuno sottolineare che la lardella accumulata sulle sue chiappe non fosse dovuta a una disfunzione ormonale, storia che veniva tirata in ballo spesso, ma al fatto che la figlia si strafogasse ogni anno tutta la frittura preparata per il cenone, compresi gli avanzi dei Natali precedenti. Voi non ci crederete, ma se l’è presa. Ha giurato su San Mc Donald, il santo protettore della cellulite, che non avrebbe più preso parte a un pranzo in cui fossi stato presente io. Notizia talmente drammatica da farmi scoppiare in un pianto commosso, che al posto dei singhiozzi era intervallato da un pratico “esticazzi”. Me ne sono fatto una ragione. Peccato, quest’anno zia Franca non ci sarà. Riusciremo mai a farne a meno?
Il parente che non sono riuscito a eliminare, invece, è zio Maic. Badate bene, non Mike, ma Maic. L’ho soprannominato così, per quella sua naturale propensione a usare la lingua italiana in modo spericolato. Nel suo dialetto, un misto tra pugliese, abruzzese e napoletano, la lettera a non ha ragione di esistere e deve necessariamente essere sostituita dalla e. Il troncamento dell’ultima lettera è essenziale per poter comunicare con lui e comporre una frase di senso compiuto: pranzo diventa prenz, mamma diventa memm, stocazzo diventa stochezz… Insomma, avete capito: sostenere un dialogo con lui richiede una base culturale che non tutti possono permettersi. D’altronde, zio Maic è famoso per il suo approccio filosofico alla vita e per le citazioni colte che dispensa generosamente ai comuni mortali. La sua citazione più celebre, che ho avuto modo di approfondire in altre occasioni, è questa: “Luche, lesc stere le denne, quelle mengien, ti fenn spendr tutt li sord e tu ti ritrov col cule per terr e nen ti rielz più!”. Che tradotto siginfica “Luca, lascia stare le donne, quelle mangiano, ti fanno spendere tutti i soldi e tu ti ritrovi col culo per terra e non ti rialzi più”. Sì, lo so, non ha tutti i torti… Come non ha tutti i torti quando afferma: “Luche, se seremm tutt ricch non foss meglie?”. Ovvero, Luca, se saremmo tutti ricchi non fosse meglio? Avete notato anche voi l’utilizzo sapiente della consecutio temporum? Se state pensando che le citazioni di zio Maic siano rivolte esclusivamente ai soldi, vi dico subito che siete in malafede: perché dubitare della generosità di un uomo che chiude le tasche dei pantaloni con le spille da balia, per evitare che durante le feste qualcuno ci infili inavvertitamente una mano e sottragga il prezioso tesoretto che porta in dono? Il tesoretto, per l’esattezza, è sempre lo stesso da quando lo conosco: una somma di denaro appena sufficiente per comprare due cremini. La valuta utilizzata è degli anni ‘20 e la congrua somma viene elargita con un rito più scenografico e sontuoso della messa di mezzanotte. Rito accompagnato dal terzo consiglio, quello più saggio: “Mi reccmend, nen spendrl tutt, mettl da pert”.
Sì, lo so, la comprensione del testo si complica… A volte, alcune lettere vengono eliminate sulla base di una qualche regola che ancora fatico a comprendere. Comunque, il senso della frase è “Mi raccomando, non spenderli tutti, mettili da parte”. Certo, zio Maic, lo farei volentieri, se non avessi più di quarant’anni e se quella cifra mi consentisse di acquistare almeno due pacchetti di gomme da masticare e un rotolo di liquirizia…
Eppure, nonostante la sua evidente generosità, Zio Maic non è uno scapolone. È sposato con zia Crocifissa. Giuro, si chiama così… e non è casuale. Porta una croce con sopra scritto MAIC al posto di INRI. Nel suo caso, il titulus crucis non è Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum, è un più pratico MAquelgiornonunmepotevofàICazzimiei? Si tratta di un’espressione pasoliniana usata spesso per sottolineare la combinazione di eventi che portano a incontri indesiderati e che condannano a rapporti infelici da cui ci si sarebbe potuti sottrarre semplicemente standosene per conto proprio.
Zia Crocifissa è la mia preferita. Un donnone d’altri tempi di una generosità uguale e contraria alla tirchieria di zio Maic. Lui risparmia e lei spende. Fingendo di risparmiare, ovviamente. Lui è “tre pinze e una tenaglia”, lei ha le mani bucate come uno scolapasta. Il cenone di Natale non avrebbe senso, se non ci fosse zia Crocifissa, che inizia a cucinare a ottobre e finisce a febbraio. I fumi provenienti dalla sua cucina sono più tossici delle ciminiere di Porto Marghera. La friggitrice e l’olio con cui frigge hanno gli stessi chilometri della FIAT 128 di zio Maic. Si rifiuta di fare il tagliando a entrambe, il generosone. Se non le riesce la pericolosissima manovra di sostituire l’olio prima delle festività, ovviamente di nascosto dal marito, si corre un rischio altissimo: mangiare dei fiori di zucca che hanno il sapore dei totani, delle patate, delle cipolle, delle triglie e di tutti i defunti del mondo animale e vegetale che sono transitati da là. Lei è sempre stata il mio idolo, fin da quando ero bambino. I furti con destrezza  che praticava per sottrarre i soldi dalle tasche di zio Maic e regalarli a me erano degni del miglior Totò nel film I soliti ignoti. Insomma, Maic e Crocifissa sono due personaggi che vale la pena invitare, non fosse altro per conoscere le nuove tendenze degli Ipodiscount, quelli che vendono i prodotti tossici fatti con i peggiori ingredienti presenti sul mercato. Dove volete che faccia la spesa, zio Maic? Mica penserete che contribuisca in termini qualitativi, vero? In compenso, sulla quantità ci siamo… ogni anno si presenta con decine di prodotti che nessuno ha mai sentito nominare..
Il panettone Bau Lì, per esempio, ovvero la rivisitazione cinese del suo omonimo italiano, solo con un colorito più fashion tendente all’arancione, che viene venduto alla considerevole cifra di 49 centesimi al pezzo. Peccato per il packaging, che non riporta la dicitura “Nuoce gravemente alla salute”, e per quel logo raffigurante un pastore tedesco che si lecca i baffi, esplicita rappresentazione del consumatore ideale. Quando si apre la confezioni, si sente un odore di trementina terribile, che porterebbe erroneamente a pensare a un potente veleno per le derattizzazioni. Sciocchini, è per le deumanizzazioni, mica per eliminare i topi. Bau Lì, elimina zii, cugini, nipoti e qualsiasi parente al primo morso.
Poi c’è il torrone Spirlari. Il nome del produttore dovrebbe già dire tutto, ma forse avrebbe bisogno di essere accompagnato da uno slogan efficace tipo “Spirlari, il torrone del pirla”. La confezione giallo colica basta da sola per disincentivare dall’acquisto, ma l’immagine sgranata e sfocata del torrone è una vera opera d’arte da utilizzare come dissuasore per i piccioni. Non so se avete mai avuto l’occasione e la fortuna di assaggiarlo… la cioccolata ha il classico sapore del copertone bruciato, ma questo sarebbe il male minore. La vera chicca da intenditore è rappresentata da quelle prelibate pallette di naftalina che vengono spacciate spudoratamente per mandorle.
Diciamo che, per quanto riguarda la spesa, zio Maic non è il riferimento giusto come non lo è il supermercato Conat, luogo che induce a vomitare già dal nome. Alla spesa pensa mia cugina Adele insieme al marito Franco. I fotomodelli della famiglia: entrambi hanno la forma fisica dei coglioni di mulo, quei salumi oblunghi che si vendono a coppia come i coglioni classici e durante le feste vanno per la maggiore. So a cosa state pensando: il 24 è la vigilia di Natale e non si mangia carne, men che mai coglioni di mulo, che corrispondono a un doppio peccato capitale: gola e lussuria. Okay, parliamone. Supponiamo che io non abbia fatto tutto quel discorso sui Saturnali e sulle orge e voglia rispettare il precetto cristiano dell’astensione, cosa che peraltro mi riesce bene in quasi tutti i campi, soprattutto in quello sessuale. Supponiamo che creda in Dio, negli angeli e in Satana. Ecco, la vigilia di Natale è il giorno in cui Satana si palesa, sotto forma di soppressata, per far violare il più meschino dei precetti cristiani e riempire l’umanità di inutili sensi di colpa. La sequenza è questa: sei sovrappensiero, è l’ora di pranzo e cerchi di digiunare in vista del cenone, pensi “mangio giusto qualcosina per fermare la fame”, apri il frigorifero, ti distrai un attimo, addenti una fettina di salamella e non fai in tempo a deglutire e a benedire il creatore per aver inventato il maiale che ti ritrovi a maledire entrambi e a pensare “Porca di quella troia, ho mandato a puttane l’astensione”. E adesso che mi succederà? Il mio futuro sarà inevitabilmente compromesso? Patirò le pene dell’inferno e sarò costretto a mangiare salamella a quintali per tutti i giorni della mia vita? Ragioniamo al ribasso e cerchiamo di essere razionali e ottimisti. La mia lucidità mi porta a pensare che la condanna non può essere per l’eternità. In fin dei conti, si tratta di una misera fettina di salamella, che non ho neanche avuto il tempo di assaporare fino in fondo. Se avessi leccato i coglioni di mulo, sarebbe stato peggio… Pur facendo ricorso a tutto l’ottimismo che ho dentro, credo che come minimo mi tocchino i canonici 7 anni di guai, che aggiunti ai 40 passati fanno 47 anni di guai. Non ricordo bene se nelle Sacre Fritture c’è scritto che i 7 anni di guai si sommano o si moltiplicano. Se si moltiplicano, sono fottuto: 280 anni di guai, che si tradurranno inevitabilmente in 280 Natali di merda. No, un attimo, forse sono salvo: i 7 anni di guai li porta lo specchio rotto, io invece ho solo rotto il digiuno. Non è colpa mia, vostro onore. Quella zoccola tentatrice di salamella mi ha guardato languidamente appena ho aperto il frigorifero. Non mi ha nemmeno sedotto, come potrebbe?, se indossa quella calza color carne come una mignotta di 80 anni. Che si fa in questi casi? Dico una preghiera? Un Atto di dolore, ecco cosa ci vuole. Mi devo pentire come nessun cristiano si è mai pentito prima. Lassù devo apparire come un uomo distrutto e disperato, pentito per essere caduto nella peggiore delle tentazioni. Quella carnale che più carnale non si può. Un rapporto gastroduodenale con una fetta di salamella. L’Atto di dolore non basta, è evidente. Ci vuole qualcosa di forte, che rappresenti la mia contrizione.
Ecco, ho trovato la preghiera adeguata:

uocchio, maluocchio e funecelle all’uocchio
aglio, fravaglio, fattura ca nun quaglia,
corne e bicorne, cape’e alice e cape d’aglio
diavulillo diavulillo, jesce a dint’o pertusillo
sciò sciò ciucciuvè
jatevenne, sciò sciò!!!

Mi sento già meglio. Al sicuro. Non ricordo esattamente in quale passo dei Vangeli sia riportata questa preghiera, forse nel Vangelo secondo Eduardo de Filippo, nella parabola intitolata “Non è vero, ma ci credo”. Sì, dev’essere proprio così. Comunque, adesso che ho violato l’astinenza, non posso stare con le mani in mano. Devo fare qualcosa. Sono in preda a un attacco di invidia assurdo nei confronti di quelli che hanno la coscienza a posto e non si trovano nella mia peccaminosa condizione. Io ho il marchio dell’infamia tatuato addosso e loro hanno l’anima candida e pulita. Posso restare il solo peccatore dell’intera famiglia? E quei bocconcini di prosciutto e mozzarella a cosa servono, allora, se non a portare tutti nel baratro? Devo indurli in tentazione, è ovvio. D’altronde, se non ci fossero quelli come me, che inducono gli altri in tentazione, a cosa servirebbe il Padre Nostro?
Approfittando di un attimo di stanchezza di zia Crocifissa, prendo il comando della friggitrice, come se fossi Capitan Findus.
- Chi vuole dei bocconcini di mozzarella fritta caldi caldi?
Dico, con la voce di Cicciolina che tenta di sedurre un prete novizio. E chi potrebbe rifiutarli, alle 6 di pomeriggio, quando si manifesta il languore pre cenone a causa del digiuno fatto a pranzo?
- Me c’è enche il presciutte?
Dice zio Maic, dopo averne mangiati almeno una decina.
- Sì, perché?
- Cheme prch? Ogge è le vigilie… non si mengie cherne!
- Oh, cazzo! Me ne sono completamente dimenticato…
Fanculo, così il viaggio all’inferno non lo faccio da solo. Certo, quando Minosse si troverà a dover decidere in quale girone spedire zio Maic, avrà qualche problema. Dove lo manderà? Tra gli avari, tra i golosi o tra gli intellettuali anarchici? Bah, problemi suoi…
A parte la mia avventatezza ai fornelli, il cenone di Natale è l’occasione per ricordare, semmai ce ne fosse bisogno, la differenza tra uomini e donne. Le donne fanno tremila cose contemporaneamente e gli uomini non fanno un cazzo. Le vedi cariche come traslocatori, che portano buste strapiene da cui spunta di tutto: dal broccolo ai tergicristalli della FIAT 128 da regalare a uno zio qualunque. Gli uomini camminano al loro fianco rassegnati e scocciati. Ieri, mentre girovagavo per le strade del centro a ubriacarmi di nostalgia, ho assistito a una scena che mi ha dato un briciolo di speranza. Ero su via Nazionale, nel punto in cui la pendenza in salita è simile a una pista nera. Una signora, della stazza di Ave Ninchi, piena di regali, buste, bustine, pacchi e pacchetti, dice al marito, che camminava frettolosamente davanti a lei libero dalle buste come un fringuelletto, “Ahó, va’ piano che sò piena de pacchi e gnà faccio. Te sei scordato che sò cardiopatica?”. Lui si ferma, si gira, la guarda e dice lapidario: “Pe spenne li sòrdi nun sei cardiopatica, però!”. Socrate non avrebbe avuto il coraggio di rivolgersi in questo modo a Santippe e, semmai lo avesse avuto, non sarebbe stato così saggio nella formulazione della risposta. A supporto dei poveri uomini, c’è da dire che, nonostante gli acquisti sfrenati e il menù definito fin da ferragosto, qualche ingrediente manca sempre. E le donne, che pensano quasi a tutto, se ne ricordano in un momento ben preciso: alle 17,57 del pomeriggio del 24, quando i negozi stanno per chiudere e in salotto i maschietti hanno avviato dei fantastici campionati di playstation in attesa che sia pronta la cena. Di solito, la più intrepida e spericolata irrompe inaspettatamente nella sala e se ne esce con la domanda:
- Chi è, tra voi, che esce e va a comprare il lievito di birra per fare la pastella?
Il lievito di birra? Minchia, quanti anni sono che a Natale si friggono le verdure? Da che ricordo, la prima a dare inizio a questa tradizione è stata la Madonna. Friggeva nella grotta, dalle 4 del pomeriggio. Tutto puzzava di fritto. Il bue, l’asinello, san Giuseppe, i pastori… Betlemme era come una padella a cielo aperto: fritto ovunque. Perfino il bambinello, che in alcuni presepi è incollato alla culla, segno evidente e prova scientifica che alla mezzanotte del 24 era già nato da sette otto mesi, puzzava di fritto. Eppure, nonostante questa tradizione millenaria, le dieci donne della casa dimenticano sempre l’ingrediente principale e si permettono di interrompere il miglior campionato di formula 1 della storia. È normale che alla domanda non segua nessuna risposta…
- Siete sordi? Ho detto: “Chi è, tra voi, che esce e va a comprare il lievito di birra per fare la pastella?”
A questo punto, invece di intonare un coro da stadio, gli uomini si guardano tra loro, scambiandosi con lo sguardo la risposta più ovvia a una domanda così spericolata. “Stocazzo” aleggia sospeso in aria. Se ne percepisce la presenza, ma nessuno osa arrivare a tanto.
Per non far scoppiare la rissa prima del dovuto, e rovinare così la tradizione delle coltellate a tavola, esco io. Apro la porta e vengo investito da una nube tossica oleosa. Tutto puzza di fritto. Le scale puzzano di fritto, le strade puzzano di fritto, le ascelle della cicciona che incontro in ascensore puzzano di fritto, i profumi di Fendi puzzano di fritto, perfino i tubi di scappamento delle auto puzzano di fritto e costringono i pedoni a rimpiangere quelle belle boccate di biossido di azoto che si inspirano a pieni polmoni nelle ore di punta. Entro nel supermercato, che ovviamente puzza di fritto, e lo trovo inaspettatamente pieno: o c’è una riunione del comitato di quartiere oppure decine, ma che dico decine, centinaia di coglioni come me sono là per lo stesso motivo.
Lievito.
Di.
Birra.
Per.
Pastella.
E ovviamente l’ultimo cubetto disponibile se lo sono giocato a duello la signora Buttafava e suo cognato. Figuriamoci, la Buttafava è unta tutti i giorni che Cristo ha fatto, figuriamoci la sera della vigilia. Chi le fa una carezza, rischia di finire a toccargli il culo, non a causa di strane deviazioni sessuali, peraltro ingiustificate, ma per via dello strato di sugna che porta sulle guance. Le tocchi la guancia e la mano scivola come una saponetta sulle chiappe. Non mi resta che ricorrere al più abietto dei trucchetti: comprare i cubetti di dado Star, sperando che passino inosservati, toglierli dalla confezione e spacciarli per lievitini. Mi avvio verso casa in preda ai sensi di colpa. Queste feste mi mettono addosso una tristezza indescrivibile e una specie di rimescolio intestinale tipico delle interrogazioni scolastiche. Non proprio le farfalle nello stomaco, diciamo più la sensazione di aver assunto una supposta effervescente, quella che andrebbe servita a fine pasto. Tipo Eva Qu. Dio, che mi sono ricordato: le supposte effervescenti. Ricordate lo spot pubblicitario degli anni ‘90? Si vedeva una donna visibilmente intoppata, non fosse altro per quel vestito marroncino (sarà un caso?) che indossava, e una specie di angelo vestito di bianco. Angelo… sarebbe più appropriato dire una strafiga mora, che al posto dell’Annunciazione rilasciava bollicine effervescenti nell’atmosfera e si presentava dicendo “Mi chiamo Qu, Eva Qu, perché mi affidano le missioni più difficili”: praticamente era una specie di James Bond del cacarone, soltanto molto ma molto più bella di Sean Connery. Chiaramente, Eva Qu era sinonimo di Eva Quazione, ma capisco che far presentare in questo modo una donna di siffatta bellezza, benché con una faccia da maiala dichiarata, non sarebbe stato elegante. Immaginate lo spot? Mi chiamo Quazione, Eva Quazione, perché mi affidano le missioni più difficili. È vero che noi uomini, quando siamo davanti a una donna, perdiamo il lume della ragione e saremmo disposti anche a perdonare un errore anagrafico di questo tipo, ma il fotogramma successivo non lasciava spazio a nessun dubbio. Si vedeva un culo disegnato (lo giuro, potete verificare, cercando su internet) ed Eva Qu, “la supposta effervescente che risveglia l’intestino”, che abusava delle sventurate chiappe con “la delicatezza delle bollicine”. Il payoff, poi, era tutto un programma.”Eva Qu, effervescente, pratica e senza controindicazioni”. Capisco che i miei lettori non siano pubblicitari smaliziati, ma credo che l’inganno di questa pubblicità sia evidente. Ammetto che l’associazione donna-supposta è quanto di più geniale possa partorire la mente di un creativo, ma con lo slogan proprio non ci siamo. Che una donna, per un uomo, sia assimilabile a un suppostone delle dimensioni di un missile a lunga gittata è un’evidenza scientifica. Che sia effervescente ci può anche stare, ma che sia pratica e, soprattutto, senza controindicazioni, è un’affermazione talmente spericolata e bugiarda da competere con la scena della finta pazzia che ho fatto durante i tre giorni delle visite di leva, per evitare il servizio militare. Le controindicazioni in una donna ci sono eccome. Servirebbe il bugiardino, per capirle tutte. Dovrebbero fare delle campagne informative, per mettere in guardia la popolazione maschile. Roba tipo “Nuoce gravemente alla salute”, “Può causare infarto e perdita dei sensi, dissanguamento finanziario e scompenso cardiaco”, “Si contraddice facilmente, assumerla in piccole dosi e non rivolgerle la parola durante il ciclo”. Insomma, la stangona come testimonial di una supposta effervescente che stimola la diarrea non era appropriata, secondo me. Se avessero preso, che so, una cicciona butterata con le calze color carne sbrindellate che si chiude nel cesso e si lascia andare ai fuochi d’artificio della festa di San Gennaro, sarebbe stato tutto più credibile. Se poi, dopo il rumore dei tric e trac al posto del tappetino musicale, fosse uscita dal bagno con aria soddisfatta e avesse detto “È stata dura, ma ce l’ho fatta”, sarebbe stata perfetta. Okay, con l’immagine di Eva Qu ho guadagnato sicuramente degli attestati di stima: posso rientrare a casa tranquillo, pensando che tutto sommato le supposte Eva Qu potrebbero dare un senso al cenone. La casa, nel frattempo, si è riempita di parenti.Tutte persone che fino a dieci minuti prima si odiavano per qualcosa accaduto l’anno prima, che non ricordavano, ma che doveva essere sicuramente grave e importante. Che bel clima del cazzo. Nonostante i termosifoni roventi, si percepisce il freddo delle distanze. Io sono il più distante di tutti e mi sento terribilmente solo, anche se sono in mezzo a decine di persone. Se c’è un giorno in cui vorrei morire, quel giorno è oggi. Il giorno in cui è tutto finto e ipocrita, anche la vita. Finta allegria, finta bontà, finti legami, finto amore, finti propositi, finte preghiere e finto lievito di birra, che, in realtà, è uno schifosissimo dado Star.
Le pietanze si susseguono senza pietà. Zia Crocifissa si è fatta prendere un po’ la mano e ha fritto, non solo tutta la carne che ha trovato in frigorifero, anche i mandarini, le noci, i torroni e una copia di Pastorale Americana che gli è capitata inavvertitamente tra le mani. Ormai l’astensione è un ricordo per tutti.
Gli unici puri, che hanno qualcosa in cui credere, sono i bambini. Loro sì che aspettano il solo personaggio veramente esistente, che in qualche modo arriverà a mezzanotte. In ogni famiglia c’è un Babbo Natale che si presta alla recita.  Nella nostra di solito lo fa zio Maic, che viene puntualmente beccato appena dice “È errevet Bebbe Netele”.  Avete appena conosciuto l’unica famiglia al mondo in cui i bambini, ormai da diverse generazioni, sono fermamente convinti che Babbo Natale sia per metà abruzzese e per metà pugliese. Che poi proprio sbagliato non è, visto che Santa Claus deriva da Sinterklaas, che in olandese significa San Nicola. Solo che San Nicola non aveva le tasche dei pantaloni chiuse con le spille da balia e non diceva “Porca puttena” come Lino Banfi. O forse aveva entrambe le cose, ma nessuno lo sapeva… Fatto sta che ogni anno c’è qualche ragazzino imprudente e scaltro che osa dire “Tu non sei Babbo Natale, sei zio Maic!”. Ora, dico io, ti hanno beccato? Fai finta di niente, esci dalla stanza con noscialanz e lascia intorno a te un alone di mistero. Macché, niente da fare, si sente in dovere di rispondere.
- Cheme nen sene Bebbe Netele? Nen me vede? Ci è le berbe bienche, le penze e le reghele…
Così, una situazione che poteva essere risolta con un saggio silenzio viene aggravata in maniera irreversibile. Che poi è la stessa cosa che accade a me, quando cerco invano di giustificarmi con qualcuno e di dare spiegazioni. È vero che, non indossando la divisa da Babbo Natale, sono meno credibile e le scuse sono meno efficaci, ma io, al contrario di zio Maic, cerco di essere onesto. Insomma, quando è l’ora di Babbo Natale, ci tocca assistere per forza alla scena dell’apertura della spilla da balia e alla conseguente equa distribuzione della povertà. Il nostro è un Babbo Natale realista, che insegna fin da piccoli un principio sociale fondamentale: poiché distribuire equamente la ricchezza è impossibile, da migliaia di anni si distribuisce equamente la povertà. Però, tu sei Babbo Natale, cazzo!, non puoi permetterti di essere tirchio, altrimenti diventi un ossimoro vivente. Non ti viene in mente di aver sbagliato mestiere? Hai pensato a darti allo strozzinaggio? Là si che avresti successo…
Per onestà, c’è da dire che la colpa della povertà non è tutta del Babbo Natale nostrano, anche i parenti fanno la loro parte. Tanto per cominciare, il vecchio luogo comune del “basta il pensiero” non è vero: il pensiero non basta manco per il cazzo. Quando arriva il momento di scambiarsi i regali, la prima cosa a cui si pensa è “Quanto avrà speso?”. La seconda cosa è “Quanto ho speso io per il suo regalo?”. La terza è “Quanto c’ho rimesso?”. Non fate i santarellini, tanto lo so che siete tutti coinvolti. L’unico a uscire vivo da questo busillis è Zio Maic, il distributore automatico di fregature. A Natale dà il meglio di sé e mette a frutto la sua passione per gli studi economici, che lo ha portato a elaborare una teoria molto complessa su come scambiarsi regali senza perdere soldi. Prima di tutto, bisogna conservare la serie storica dei regali ricevuti dai diversi parenti, altrimenti non è possibile fare una valutazione corretta delle azioni da intraprendere. I meno esperti con la tecnologia possono annotarli su un’agenda, ma io mi sento di consigliare caldamente un pratico foglio Excel, che all’occorrenza permette di calcolare anche la media e l’andamento nel tempo della spesa. Poi, è fondamentale adottare un sistema di unità di misura a cui far riferimento. Il più diffuso, anche a livello internazionale, è la ciabatta De Fonseca a quadrettoni imbottita di pelo sintetico e con la suola in gomma giallognola. Qualsiasi regalo deve essere rapportato a lei. Questo perché la ciabatta De Fonseca è il “pensiero” più scambiato durante le feste. Quando non si sa cosa cazzo regalare, si prendono un paio di ciabatte imbottite dallo stand solitario di un supermercato e passa la paura. Ne ho una collezione personale, di quelle ciabatte di merda. Quando conosco una donna, la invito a vedere la mia collezione di ciabatte. Me le regalano a rotazione: ogni anno un parente diverso. E io, per non fare la figura del cafone, sono anche costretto a dire “Wow, che belle! Non me l’aspettavo…grazie!” .
Lo so, con le metafore vado forte. La traduzione esatta del mio pensiero è: “Me cojoni, un altro paio di quelle ciabatte che fanno cagare anche gli stitici più ostinati! Cos’altro potevo aspettarmi, da uno come te? Sono anni che ti attesti su una spesa media di 5 euro e 22 centesimi. Ti sei laureato alla Maic University, secondo me…”
Capisco che quel “wow” detto a coglionella possa dar luogo a qualche interpretazione errata, ma è mai possibile che la controparte non se ne renda conto e risponda compiaciuta.
Sapevo che ti sarebbero piaciute, sono contento. Non devi ringraziarmi, è solo un pensiero.
Un pensiero che avrebbe potuto avere anche un escherichia coli, dico io. Non è il caso di rispondere, tanto ci sarà modo di litigare più tardi.
Tanto per concludere il discorso, diciamo che per regolarsi esattamente su cosa regalare, è necessario ragionare in termini di ciabatte De Fonseca ricevute nel corso degli anni. Certo, poi è necessario fare delle previsioni, un minimo di calcolo sul dare/avere e qualche saggia considerazione sul futuro. Roba tipo, A mio cugino che lavora alla posta gli faccio un regalo leggermente più costoso, così si sente in obbligo e mi fa saltare la fila. Cose disinteressate, insomma.
Altro aspetto da non sottovalutare è il rapporto spesa/figura. Se è vero che spendendo 5 euro per un paio di ciabatte De Fonseca ci si espone a una figura di merda pressoché certa, è altrettanto vero che con la stessa cifra si può acquistare una candela o, peggio, uno di quei saponi fuffosi da mignotta che vanno tanto di moda adesso. In questo caso, si confondono le idee all’avversario, ma bisogna essere coraggiosi ed esporsi al rischio di sottoporsi alla prova sapone. Una volta ci sono cascato anch’io e vi assicuro che non è stato per niente piacevole: mi è capitato uno di quei commessi che il giorno prima faceva la drag queen alla Mucca assassina, il noto locale gay. Mi ha guardato languidamente, con gli occhi a cuoricino tipo il cagnolino Spank, e ha cominciato a spalmarmi il sapone sulle mani con una voluttuosità da pornostar. Nonostante il mio imbarazzo, oltre al timore che entrasse nel negozio qualcuno e mi beccasse in flagranza di checcagine, la baldracca ha continuato a insaponarmi, per poi passare al risciacquo. Metterà la mano sotto al rubinetto, ho pensato. Ottimista che altro non sono… Ha usato una tecnica tutta sua, prelevando l’acqua goccia a goccia con la mano e disinsaponandomi come se mi accarezzasse l’inguine al ritmo di Je t’aime. Insomma, fare i regali di Natale non è uno svago, è un vero e proprio lavoro, che non viene per niente apprezzato. Anche perché, il parente che regala la ciabatta pelosa è lo stesso che regala alla moglie il telefono cellulare da milioni di euro, quello che fa anche la permanente e i colpi di sole ai peli del culo. E questo mi fa incazzare più di tutto. L’equità sociale dove la mettiamo? Vogliamo fare una distribuzione equa delle strenne natalizie e io farò una equa distribuzione delle supposte effervescenti? Niente da fare, ogni anno c’è qualcuno che si espone a questo triste siparietto. Che poi, potenza dell’ipocrisia, chi riceve le ciabatte deve fingersi contento e, nella maggior parte dei casi, chi riceve il telefono costoso quanto un attico con vista su Via Frattina ha da ridire. Fa il sostenuto. Avrei preferito il modello Plus, dice. E me cojoni, risponderei io, per il modello plus non sarebbe bastata nemmeno la liquidazione. L’unico a essere coerente con sé stesso è zio Maic: regala 5 euro anche alla moglie e lo fa con la stessa solennità con cui lo fa con gli altri. Certo, non è facile raggiungere i livelli del Natale 1998, quando le regalò un rubinetto per la cucina in sostituzione del vecchio, che era durato appena 27 anni 7 mesi e quattro giorni. In quell’occasione, spese la cifra stratosferica di 50 mila lire: un vero e proprio investimento, che non ha ancora ammortizzato e che rinfaccia alla moglie ogni santo Natale che il padre di Cristo ha fatto.
Vabbè, ammetto di aver commesso qualche peccatuccio anch’io, nel corso degli anni: alcuni regali costosi li ho fatti, ma almeno ho avuto la decenza di non consegnarli platealmente in pubblico. D’altronde, non sarebbe stato facilissimo consegnare un piatto doccia 120×80 cm alla mia ex moglie, dopo che aveva rotto il vecchio…
Sarò io che sono strano, ma in queste dinamiche non ci vedo nulla di sacro. Ammesso e non concesso che la sera della Vigilia voglia starmene in silenzio ad adorare il mio dio, non ne avrei la possibilità: sottrarsi al rito dei regali è impossibile. Come è impossibile sottrarsi al rito dei giochi natalizi. Se è vero che dopo un giro di tombola i coglioni di un uomo normale restano incollati alla sedia, quando si passa alle carte si dà il là per la lite, che terrà le famigliole distanti per il resto dell’anno. Ditemi voi se in un clima pericoloso come può essere un raduno simile, si può giocare a giochi dai nomi che istigano all’incazzatura.
- Ci facciamo un paio di giri a Bestia?
Bestia, per chi non lo sapesse, è una specie di briscola d’azzardo con cui si rischia di perdere la tredicesima. I partecipanti s’incazzano come bestie, per l’appunto. Proporre di giocare a Bestia è come dire “Forza Lazio” nella curva sud, quella dei romanisti. Eppure, tutti gli anni c’è qualcuno che ci casca; zio Maic in primis, che pensa di essere un grande giocatore. Di solito, è il primo che comincia a perdere cifre astronomiche, e, quando accade, lo si capisce dal colore delle sue orecchie: inizialmente sono di un pallido rosa color culo di neonato e, piano piano, assumono tutte le gradazioni di rosso fino a diventare infuocate come due bistecche di contro vitellone. La sequenza ormai è chiara come un in film visto e rivisto: il meno fortunato è costretto a calare un asso, quello che vale 11 punti. A questo punto, interviene, con un sorriso incerto, chi possiede il Re di briscola. Poi, zio Maic, con un sorriso mefistofelico da gatto che mangia il topo, cala il tre di briscola.
- E quest me le piglie ie…
Già si vede incoronato imperatore della serata, quando la mano autorevole di Peppe, il cugino che gli è sempre stato sul cazzo, cala l’asso.
- E no, Maic, quest me le piglie ie.
Dice Peppe, prendendo le carte in tavola e prendendo pure per il culo Maic.  Il quale Maic, non avendo fatto nemmeno un punto, “va in bestia” sia nel senso del gioco che nel vero senso della parola. Il piatto da 50 euro è una cifra che non può sostenere:l’equivalente di un rubinetto Grohe ottonato. Rischia il collasso e il fallimento. Strilla, sbraita, comincia ad accampare scuse, dice che siamo una famiglia di disonesti e che abbiamo barato, che lo derubiamo tutti gli anni, che questo è l’ultimo anno che passa il Natale insieme a noi… e poi tira fuori la frase che, lo sa con certezza scientifica, metterà tutti contro tutti come Montecchi e Capuleti, distrarrà la folla, confonderà le idee e annullerà il suo debito di gioco.
Le colp è di quel negre del chezz, che guerd le chert e fe le spie.
Ovvero, La colpa è di quel negro del cazzo, che guarda le carte fa la spia. Il Negro del cazzo sarebbe il fidanzato di Annunziata, la figlia di Peppe. La pelle olivastra e le origini siciliane sono più che sufficienti per fare di lui un “negre del chezz”. Maic ce l’ha con tutti i meridionali, che emigrano per rubargli il lavoro. E si sa che un meridionale aspira a vendere i bottoni e le mutande alle tardone che girano per il mercato dove lui ha il banco. Potrebbe, che so, fare l’ingegnere alla Fincantieri, come Carmelo, ma il richiamo delle mutande è più forte di qualsiasi altro mestiere. Fortunatamente, Carmelo, che è una persona intelligente, non raccoglie le provocazioni. A raccoglierle ci pensa Aida, la moglie di Peppe, che non sopporta né i razzisti né Maic.
- Razzista di merda…
Adesso sì che ci divertiamo. Il conflitto è quello che tiene vive le feste di Natale, altro che il bambinello. A questo punto, infatti, tra Aida e Maic si scatenano delle risse verbali che non potete immaginare. Le giaculatorie creative che tirano fuori potrebbero tranquillamente ricevere il primo premio alla Sagra della Bestemmia di Borgo Grappa. Bestemmiano in rima, coinvolgendo alternativamente Dio, la Madonna, Gesù Cristo e tutti gli invitati alla cena del Signore. Per fortuna, conoscendo le bestie, ho acquistato un bambinello con la faccia sconvolta e gli occhi sbarrati come un’emoticon di Whatsapp. Sembra che dica “ E che cazzo, manco sono nato e già mi date del porco! Concedetemi almeno qualche anno di tempo per sperimentare i peccati terreni, no?”. Niente, il livello di incazzatura sale talmente velocemente che nemmeno Cristo riesce a mettere pace. Si insultano sugli argomenti più disparati, spaziando dalla politica alle dubbie virtù di Annunziata. Non c’è un argomento sul quale la pensino allo stesso modo. Lui è leghista, lei è comunista. Lui è cristiano bigotto, lei è atea mgnotta. L’unico aspetto che li accomuna è la tirchieria: uno regala 5 euro, l’altra quelle ciabatte De Fonseca di merda. Nella discussione, che aumenta in crescendo come l’Allegro con brio di Beethoven, ciascuno cerca delle alleanze tra i parenti, per supportare le proprie tesi. La faida è servita. Si tirano fuori rancori e fatti avvenuti decenni prima, frasi mai digerite, affronti mai superati. Io, che modestamente mi trovo in mezzo, cerco di aizzare l’uno contro l’altro: specialità in cui sono un vero professionista. Lo faccio con un rigore scientifico che nemmeno Tina Cipollari in Uomini e Donne si sognerebbe. Sono il tronista della litigata. Quando le cose sembrano calmarsi, butto là l’aneddoto incendiario che fa ardere di nuovo il sacro fuoco della rissa. La partita a Bestia si trasforma nel derby Rottweiler contro Dobermann. Per farli smettere, andrebbero immersi nella vasca dei piranhas dopo essere stati unti con lo strutto. La sala da pranzo è diventata una specie di arena infuocata dai termosifoni, dalle parole roventi e, soprattutto, dalle orecchie di Maic, che irradiano calore più di un termocamino. A questo punto, dopo nemmeno un’ora dalla nascita, il bambinello comincia già a sentire puzza di fregatura: la terra è un posto di merda, pieno di gente litigiosa, dove è stato mandato per scontare chissà quale peccato. So benissimo cosa gli passa per la testa, durante il cenone:

  • Tra tutte quelle cazzo di ciabatte De Fonseca, ce ne sarà anche un paio per me, ne sono certo. Per carità, sono bellissime, ma io, per camminare sulle acque, ho in dotazione delle pratiche scarpette da scoglio.
  • Siamo proprio sicuri che devo farmi crocifiggere per salvare ‘sta gente qua?
  • Sono nato da un’ora e apprendo che mio padre è un porco, mia madre una porca e comincio ad avere il dubbio che questo non sia un presepe ma il set di un film porno.
  • Che minchia di lingua si parla in questa casa? Io quello con le orecchie color bistecca di vitellone e le spille da balia sulle tasche dei pantaloni non lo capisco… Una cosa la so, però: da grande voglio essere come lui e andare in giro per il mondo a diffondere il verbo. Quel “Lescie stere le denne…”, anche se non so cosa voglia dire, mi sembra un consiglio saggio…

Insomma, in meno di un’ora, il bambinello di casa Strano ha il bagaglio culturale e l’esperienza di vita di Matusalemme, Renzo Montagnani e dei 40 ladroni messi insieme. E casa Strano è proprio così, piena di diversità e di solitudini. C’è chi argomenta, chi urla, chi, nella foga, per sostenere la propria tesi, straparla e sputacchia sui pezzi di torrone Spirlari che nessuno ha avuto il coraggio intestinale di assaggiare. C’è chi sgranocchia noci e chi sbuccia mandarini. C’è chi, pur di non sentire le liti, si è messo a rassettare la cucina e chi chatta con l’amante perché la moglie è diventata come la decorazione natalizia di un albero di Natale in plastica. Ci sono i bambini, che giocano, già annoiati dai regali appena ricevuti e i nonni che “Ai miei tempi questi giochi me li sognavo, si giocava a Nizza, Nisconnarella e Tre-tre-giù-giù”. Ci sono i padri e le madri, contenti di stare essere riusciti a riunire tutti almeno per un giorno, che fanno finta di non vedere quanto la famiglia si sia sfasciata . Alla fine, le discussioni si smorzano e ognuno resta solo con la noia. Si accende la televisione e si va a colpo sicuro, senza nemmeno consultare la guida televisiva: sulle reti Mediaset trasmettono Il piccolo Lord, Sette spose per sette fratelli e lo speciale di Barbara d’Urso. Sulle reti RAI Mary Poppins e la serie dedicata alle storie d’amore indiane. Ci fosse un cazzo di anno in cui, per sbaglio, si concedano una trasgressione: non dico di trasmettere Le calde notti di Moana, ma almeno, che so, La liceale seduce i villeggianti. Niente, da quarant’anni la programmazione è sempre la stessa. Cosa fare, allora, se non tornare a pensare alla mediocrità quotidiana? Matrimoni falliti, problemi sul lavoro, insoddisfazioni, incomprensioni, paura di invecchiare e voglia di rinascere di nuovo, come quel bambinello, e ricominciare da zero. Magari da un’altra parte, in un’altra famiglia, diversa e uguale a tutte le altre. Li guardo da fuori, i miei parenti, e per un attimo mi sembrano tutti belli: genitori, figli, nonni, nipoti, zie, zii, giovani, vecchi, calmi, incazzati, sorridenti e malinconici. Ognuno porta con sé un mondo fantastico e unico, che, nel bene e nel male, è costretto a condividere con gli altri. Mi affaccio alla finestre e mi chiedo cosa sono diventato io. Ho i capelli bianchi. In questa casa, da bambino, ho visto passare babbo Natale diverse volte. Ho visto nuvole di fumo sul tavolo da gioco e ho passato nottate a veder giocare gli adulti. Ho vissuto giornate grigie, stravaccato sul divano, annoiato, in attesa di un messaggio di auguri che non è mai arrivato. Avrei un sacco di domande da fare a quel ragazzino appena nato. Era proprio necessario tutto quel dolore che ho vissuto? Avrei potuto farne a meno ed essere ugualmente quello che sono? E le delusioni? Quelle belle delusioni, che non deludono mai perché ci sono sempre e non mi hanno mai lasciato solo, non potevi risparmiarmele? Sorridi, eh? Per forza, sei appena nato. Che ne sai tu di com’è l’umanità. Che ne sai di cosa sono capaci quelli là fuori? Ti batterai per la libertà degli altri e a te la toglieranno. Lotterai per far capire alla gente che per vivere serve solo l’amore e ti ritroverai, per duemila anni, a nascere in mezzo a una, mille, milioni di famiglie in cui ci si scambiano soltanto regali che non servono a un cazzo. Andrai a dire in giro che siamo tutti uguali, proprio tu che ti proclami figlio di dio, e quando finalmente ti sentirai umano, prenderai il posto di Barabba sulla croce. Ma sarai un umano speciale, uno che perdonerà e avrà pietà di tutti, persino chi lo uccide. E allora poco importa se sei il figlio di dio o no. Poco importa se sei risorto o se gli apostoli si sono inventati tutto. Poco importa se a messa ci vanno quelli che non hanno capito un cazzo dei tuoi insegnamenti. Proverò anch’io ad avere pietà di chi mi ha fatto e mi farà del male, pure se non sono il figlio di dio e ho uno zio come Maic, che andrebbe crocifisso insieme a Barabba. Ci proverò, ma l’anno prossimo: adesso stanno ricominciando a giocare a Bestia e non voglio perdermi lo spettacolo.

Dentro ogni uomo innamorato si nasconde un coglione che prima o poi esce fuori

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Come finisce una storia d’amore? Semplice, lei dice “Io non ti amo più”, lui dice “Io non ti amo più”, entrambi dicono “È finita”, e finisce. Facile no? Tre frasette confezionate, ognuno se ne va per conto proprio e passa la paura. Magari fosse così… Ci sarebbero sicuramente meno morti sul campo. Invece, di solito, uno dei due muore dentro. A volte entrambi. La parola d’ordine è soffrire. Ma non una sofferenza leggera, quelle da due soldi, che passa con una birretta e due patatine. Per lasciarsi serve una sofferenza pesante, talmente pesante che, dopo sei mesi, sei dimagrito come se avessi seguito alla lettera la dieta del dottor Sobrino. Dio, quanto mi stava sul cazzo, il dottor Sobrino. Ricordate il payoff? “Centri dimagranti Sobrino, magri come un grissino!”.
Ora, facendo il pubblicitario di mestiere, posso dirlo: una roba simile avrebbe potuto scriverla anche una medusa spiaggiata. Però funzionava, è questa la cosa che mi fa incazzare di più. Uno si spreme le meningi per trovare l’idea creativa del secolo e poi arriva l’idea gelatinosa e urticante di una medusa che ti umilia in questo modo. Anche perché, diciamoci la verità, l’idea funzionò, nonostante il dottor Sobrino fosse un ginecologo con un master in dietologia. E io avrei avuto una gran voglia di chiedergli su quali basi avesse costruito la sua carriera da nutrizionista. Signora, divarichi le gambe… Ahi, ahi, ahi, ha una forte infiammazione!, le consiglio una crema al pesto e l’applicazione di due fette di soppressata quattro volte al giorno. Mi raccomando, il pesto deve essere fatto nel mortaio e con molto aglio. Oppure, ha il ciclo irregolare, per regolarizzarlo dovrebbe fare degli impacchi di maionese e zuppa di lenticchie tutti i giorni alle 8,18 e alle 17,22. Mi raccomando, rispetti gli orari ed eviti il sale e l’olio. Questo la pubblicità non può dirlo, ma secondo me la deviazione nutrizionistica è andata più o meno così, altrimenti non si spiega… In ogni caso, se i centri Sobrino hanno chiuso, un motivo ci sarà…
Il nostro ginecologo nutrizionista dovrebbe provare a fare il pubblicitario, in quel mestiere era forte. Ricordo con nostalgia degli spot televisivi efficacissimi nei quali si vedeva una topona mora, credo la signora Sobrino, che intervistava personaggi improbabili, che nella realtà non potevano esistere. Nemmeno Carlo Verdone nel film 7 chili in 7 giorni era riuscito ad arrivare a un livello simile di creatività. Forse, l’unico personaggio che poteva in qualche modo avvicinarsi ai testimonials del dottor Sobrino era un certo Paolone, un ragazzino con le fattezze di un monsignore, che nascondeva salami e insaccati ovunque e al termine della dieta ingrassava invece di dimagrire.
Una farsa.
Il film e la dieta.
E l’amore.
Non è una farsa, la fine di un amore? Su, non fate gli ipocriti, se non fosse per la tragedia, che ognuno vive e consuma a modo suo, ci sarebbe da scompisciarsi dalle risate a vedere due deficienti che si disperano per aver perso qualcuno che li ha fatti stare male. Perché se lasci qualcuno significa che non ti ha fatto stare bene, no? Altrimenti te lo terresti stretto. Invece c’è la strana tendenza ad associare l’amore alla sofferenza… strano modo di interpretare le parole. Infatti, quando si guarda indietro, dopo che è passata la tempesta, la frase più ricorrente che si dice è “Che coglione sono stato”. Ed è vero. Potrebbe essere il titolo di una canzone. Dopo La canzone dell’amore perduto, signore e signori, ecco a voi La canzone del coglione smarrito. Porca pupazza, quanti pianti mi faccio quando ascolto La canzone dell’amore perduto. Ogni volta, da almeno trent’anni, parte l’assolo della tromba di Telemann e le lacrime scendono da sole, come se venisse aperta la chiusa di una diga. Quando accade all’improvviso, che so, mentre smanetto con le playlist e sento le prime note, mi prende alla gola e mi soffoca. L’amore bisogna saperlo perdere, e io, modestamente, sono sempre stato molto bravo in questo. L’ho perso in modo scomposto e drammatico: De Andrè sarebbe stato fiero di me, se avesse visto ai disastri sentimentali che ho accumulato dai 15 ai 45 anni. Ho dato un senso a quei maledetti “fiori appassiti al sole di un aprile ormai lontano”, che ho spesso rimpianto. Spesso, eh, non sempre. A volte, si è trattato solo di finte primavere. Un po’ come quei tepori di marzo che mi ostino a chiamare primavera quando so benissimo che arriverà la gelata che brucerà tutto.
Ma per il coglione smarrito è diverso, quello fa parte della presa di coscienza che prima o poi prevale sulla presa di incoscienza.
Quando arrivi a guardarti con un occhio critico e a guardare con lucidità la storia in cui ti eri infilato e tutte le cose che non andavano, quando arrivi a non rimpiangere nulla della persona che avevi accanto e a sentirti libero e leggero, quando arrivi a vedere chiaramente che, non è vero che non c’era una via d’uscita, la via d’uscita c’era eccome e corrispondeva alla parola “fine”, quando arrivi a sostituire il pensiero “come faccio senza di lei” con “meno male che è finita e lei non c’è più”, significa che hai fatto i conti con il coglione che era in te. Ogni uomo innamorato nasconde dentro di sé un coglione che presto o tardi uscirà fuori, dice il saggio, cioè io. È solo questione di tempo, questo l’ho capito. Prendete una storia d’amore qualsiasi, aspettate la fine, e vedrete zompettare per la città un minchioncello nuovo, mesto e piangente, che romperà le balle ad amici e parenti per farsi consolare, pronto a uscire nuovamente allo scoperto alla prossima illusione d’amore. Osservatelo bene per almeno sei mesi e vi accorgerete che assumerà le fattezze di don Lurio anche se prima somigliava a Bud Spencer. Solo allora capirete che la dieta migliore consiste nella perdita di qualcuno a cui volete bene. E funziona. Cazzo se funziona..
A questo punto, la domanda che vi faccio è: “Quando finisce una storia?”. In un momento preciso, ovvero quando si mette la parola fine? Dai, non prendiamoci per il culo, quando arriva quel momento, spesso, è finita da tempo, ma si rimanda lo strappo per una serie di motivi. Vigliaccheria, consuetudine, abitudini, paura di restare soli, paura di avere nuove relazioni o speranza di un ritorno a un passato felice che sai benissimo che non tornerà più. Passata l’ubriacatura dell’innamoramento, restano le delusioni della realtà. E bisogna fare i conti col disinnamoramento, il peggiore degli stati d’animo. Quando ti rendi conto che la persona con cui vivi non riesci più a vederla come prima. A volte, addirittura, ti disgusta. Ti disgustano il suo odore, il suo sapore e come si muove. Non sopporti più il tono della voce, il modo in cui ride, che ti sembrava così dolce e invece è terribilmente volgare, e non la desideri più. L’idea di farci l’amore ti fa ribrezzo. Com’è possibile, se solo un anno prima bastava vedere la spallina del suo reggiseno per finire a far l’amore in qualsiasi posto? Non si capisce, non l’ho mai capito. Bisognerebbe fare dei corsi di disinnamoramento, altro che centri dimagranti Sobrino. Teoria e pratica per non amare più. Cuore infranto senza pianto. Questo è un bel payoff. Ne ho anche uno un po’ più d’effetto: Se hai tanto amato, resti inculato. Rende meglio l’idea, ma forse è troppo d’impatto… Meglio qualcosa di più religioso, tipo “Amati e fa’ ciò che vuoi”. Purtroppo, non avendo avuto la possibilità di frequentare corsi di questo tipo, anche se nel secondo che vi ho citato sarei sempre stato promosso a pieni voti, ho fatto tutto da solo, ma non sono mai riuscito a spiegare le tappe del dolore in modo razionale. Sono sempre partito da un punto e arrivato in un altro, senza un percorso chiaro e senza tempistiche precise. Perché se c’è una cosa su cui posso giocarmi gli zebedei è che da una storia d’amore importante se ne esce, ammesso che se ne esca, profondamente cambiati, in un modo completamente inaspettato e in un momento della vita totalmente imprevisto. L’altro resta incollato addosso per sempre, ma senza più il potere di fare male, questo è un dogma. E le donne che ho amato, tutte, fanno ancora parte della mia vita. Nella musica, nei libri, nei posti che ho vissuto insieme a loro, nelle piccole manie che ognuna più o meno aveva e che erano diventate anche le mie. E ne ho viste, di ipocondrie, di paure, di fissazioni, di stranezze, di fragilità e chi più ne ha più ne metta. Si chiamano “storie d’amore” perché quando uno è innamorato vive dentro una narrazione personale dall’inizio alla fine. E se gli amori sono tutti uguali, le storie d’amore sono tutte diverse. Per questo i libri che ne parlano hanno spesso successo. Io mi sono accorto di non amare più, quando meno me l’aspettavo, in un mercoledì qualsiasi, quando, guardando una vecchia foto, non ho sentito più niente. È stato terribile. Una sensazione di vuoto e di solitudine indescrivibili, più dolorosa della perdita. Ma di questo vi parlerò nei prossimi racconti, se ci saranno.
Come è finita tra me e Daniela? Nel più semplice dei modi: l’ho beccata insieme a un altro. Insieme al suo ex, che mi è sempre stato sul cazzo. E se qualcuno mi sta sul cazzo a prima vista, senza un motivo apparente, in realtà un motivo c’è sempre. Prima o poi farà qualcosa per farmi dire “ecco perché mi stava sui coglioni”. Gli scricchiolii, nella nostra storia, li sentivo da tempo. Da quando Daniela ha cambiato lavoro e ha iniziato a frequentare gente nuova. All’improvviso, è diventata una donna diversa, fissata con gli abiti firmati, gli Spritz, i profumi, i locali alla moda e tutte quelle cose che aveva sempre schifato. Ha iniziato a essere intollerante alla periferia, ad ambire a un ruolo di rilievo e a una casa “che potesse chiamarsi tale”, per dirla con parole sue. Non un appartamento anonimo in un posto anonimo, ma una casa che rappresenti quello che sei riuscito a costruire. A dire la verità, il cambiamento consumistico e le nuove amicizie, nuove nella forma ma non nella sostanza, me li sarei dovuti aspettare, non sono stati casuali. Il suo ex era un borghesotto sgangherato proveniente da una famiglia decadentemente benestante. Uno di quelli che cercano di ostentare tutto, anche quello che non hanno. Il cambiamento è stato una specie di ritorno al passato che avrei dovuto prevedere. Ma che volete? L’amore è così, prima ti benda e poi t’incula senza sconti. La benda serve per non vedere tutte quelle cose che non faresti passare lisce nemmeno alla Madonna. Ti fa valutare superficialmente cose di una gravità inaudita con cui ti ritrovi a fare i conti dopo la sbornia dei sentimenti. Ti fa sottovalutare aspetti caratteriali del partner che starebbero sul cazzo anche Madre Teresa di Calcutta e ti fa sopravvalutare la tua sopportazione come se fossi Madre Teresa di Calcutta. Sbornia, benda, rincoglionimento e inchiappettamento: la sintesi di una relazione di coppia è più o meno questa. All’inizio, Daniela mi vedeva come un dio, le piacevano le mie idee, la mia semplicità, il mio mondo, la gente “vera” che frequentavo. Dal dio è passata alla bestemmia, senza che ce me ne accorgessi. E passare dalla gente vera alle affermazioni che mettono in dubbio chi sei è un’operazione azzardata. Si rischia di farsi male sul serio. E a quelli come me, che costruiscono sempre sulle macerie delle relazioni passate, fa male sul serio.
- Devi dimostrare quello che sei, Luca.
Sosteneva Daniela.
- A me non interessa dimostrare di essere quello che appaio, Dani…
- No, Luca, essere e apparire spesso vanno di pari passo. Voglio anch’io una casa che faccia provare invidia alle mie amiche. Che non mi faccia sentire una donna di serie B.
- Serie B? Invidia? Ma tu sei una donna fantastica: sei bella, colta, intelligente… Non hai bisogno di una casa o dei gioielli per dimostrare agli altri quanto vali.
- Le mie amiche sono belle, colte e intelligenti, e si concedono anche qualche piccolo lusso. Non mi sembra un delitto. Tu non hai qualche ambizione? Non hai il desiderio di dimostrare chi sei realmente?
- Lo faccio già. Io sono quello nato e cresciuto in periferia, che gira con un’auto sgangherata e odia la superficialità. Ti sei innamorata di quell’uomo, ricordi? So benissimo chi sono, ma non so più chi sei tu…
- Si cambia, Luca, nella vita si cambia…
- E su questo non c’è dubbio. Solo che, nel tuo caso, i cambiamenti sono peggiorativi e indotti da quegli stronzi che frequenti.
- Sei un cafone, ecco cosa sei: io non ho mai etichettato così Alberto e Tiziana… e ne avrei avuto quintali di buoni motivi.
- Avresti potuto farlo, non me la sarei presa.
- Io sono una signora, non scendo a quel livello. Ricordi quando Tiziana c’ha provato con te? Cosa avrei dovuto dire?
- Niente. Non le ho dato spazio e lei l’ha capito subito.
- Senti, tagliamo corto: vuoi cambiare casa o no? Vuoi cambiare vita o no?
- No. No.
Il tenore delle nostre discussioni era diventato più o meno questo. Cambiava soltanto l’oggetto del contendere. Una volta era la casa, un’altra volta l’auto, poi le vacanze, poi il mio modo di vestire o di pensare…
Ora, capisco che mangiare un Calippo sul lungomare di Ladispoli, come è capitato spesso, non sia il massimo della goduria, ma hai dimenticato quella settimana da sogno a Terracina? E i nostri weekend a Tagliacozzo? Ragazzi, che giorni… Non vedevamo la luce del sole: io, lei e il nostro ammore. Il cielo in una stanza. Tutto è andato, ormai. La verità è che l’amore basta fino a un certo punto, e quel certo punto è quando inizi a dare per scontato il cielo in una stanza umida di Tagliacozzo, dove fai l’amore senza risparmiarti. È quello l’errore, l’unica cosa che non puoi permetterti di perdere, dandola per scontata. Invece, non si capisce perché, si perde quello e subentrano altre esigenze, che ovviamente non compensano una beneamata cippa. Chiamatemi arido, chiamatemi malfidato, ma ho imparato a diffidare dell’amore. È terribile, lo so, ma quando mi senti dire “ti amo” penso “Signore, perdona loro perché non sanno ciò che dicono”. È troppo definitivo e assoluto, e nella vita non c’è nulla che sia così, tantomeno l’amore. Servirebbe il famoso centro di gravità permanente di Battiato, per far durare l’amore. Dopo i primi mesi, i sentimenti si consumano, diventano altro, si fanno largo paure, insicurezze e insidie nascoste totalmente sottovalutate. E inizia il declino.
Ma veniamo a noi. A quel tempo, il coglione, che sono io, era a casa. Così mi descriverebbero nelle Profane Scritture. Insomma, ero a casa a pensare a cosa fare della mia vita, passando dal divano al pianoforte, dal pianoforte alla chitarra e dalla chitarra alle 101 ricette a base di pesce, e mi viene l’idea geniale, quelle cose da uomo ingenuo che mi fanno contemporaneamente sentire vivo e mi fanno prendere enormi sòle: le preparo una cena a sorpresa e le regalo una borsa nuova.
Ricominciamo da zero.
Voglio che torni tutto come prima.
Voglio azzerare la bruttura di questi mesi e dimostrarle quanto la amo. Sentite l’odore di coglioncello che comincia a palesarsi e che scalpita per uscire allo scoperto? Eccolo, il coglioncello c’est moi.
Nonostante la catastrofe sia vicina, e me lo sento dentro, avverto un pizzico di euforia. Torneremo a essere noi. Venderò casa, se sarà necessario, e la farò contenta. Andremo a vivere in centro, gliene parlerò oggi stesso. Posso anche fare a meno della signora Wanda che mi cucina gli struffoli a Natale e del mercato rionale. Posso anche adeguarmi alle cene di merda e agli amici stronzi. Per amore si fa, no? No, per amore questo non si deve fare. Bisogna scegliere partner convergenti, non divergenti. Questo lo so, ma cerco di convincermi che l’importante sia stare insieme, e che sia questo ciò che voglio.
È questo ciò che voglio? No, dentro di me lo so, ma cerco di autoconvincermene.
Lo vedi, Luca, che sei un coglione? E te lo dice l’autore, uno che ti conosce bene, non fosse altro perché ti fa dire cose che poi ti costringerà a smentire. Vuoi piantarla con questa storia che quando sei innamorato devi rinunciare a essere quello che sei? Non ti è bastato tutto quello che ti è successo nelle storie precedenti? Tira fuori i coglioni, Luca. Abbi il coraggio di dire apertamente quello che non ti fa stare bene. Se Daniela ti vuole, deve volere te, non una persona che non esiste e che stai cercando di costruire con la forza. Prima o poi ti stuferai di essere qualcun altro e andrà tutto a rotoli lo stesso. Non ti rendi conto che ti stai violentando?
- Va bene, autore de ‘sta minchia, farò così la prossima volta. Adesso lasciami sbagliare in pace. Ho detto che mi sacrificherò e la farò contenta. Mi arrendo su tutto. Voglio stare insieme a Daniela e il resto non conta.
Anzi, sai cosa ti dico? Esco e vado a fare la spesa al centro commerciale. Una botta di vita. I centri commerciali sembrano fatti apposta per deprimersi meglio. Uno va là, pieno di pensieri, gira a vuoto tra luci e vetrine senza un obiettivo preciso, e torna a casa pieno di vuoti. È vero, di solito i vuoti te li porti da casa, però il centro commerciale li amplifica.
Ma che m’importa? Io sono oltre, non ho tempo per deprimermi. Ho una missione e non ho nessun vuoto, mica sono come quei deficienti che aspettano la domenica per comprare la libreria Billy da Ikea. Vado diretto verso il negozio preferito di Daniela: Loius Vouittion, Vuoitton, Vuitton… non so nemmeno come cazzo si scrive.
Voglio quella!
Dico alla commessa, indicando una borsa che costa quanto una settimana bianca a Ovindoli, skypass e arrosticini inclusi.
- Ottima scelta. È un regalo?
Che domanda del cazzo è? Pensa che la stia comprando per me? Con quella cifra, comprerei una chitarra Ramirez da concerto, se proprio volessi spendere dei soldi a vanvera.
- Sì, è un regalo…
Esco dal negozio, assumendo l’atteggiamento spavaldo di un addetto alla sicurezza. Con una borsa simile, serve almeno un blindato portavalori. Sapete cosa faccio? Entro da Intimissimi e le prendo anche un completino “sechis”, quelli di pizzo in stile Giovannona coscialunga. Già me la vedo, con le sue gambe slanciate, in biancheria intima, che mi dice “consumami tutta”.
Oh, cazzo!
Tuffo al cuore.
Battiti.
Quella seminuda nel camerino è lei.
C’è un uomo.
Gabriele.
Troia.
Zoccola.
Mignotta.
Puttana.
Scappo?
Resto?
Sono una pietra.
Si baciano.
Lei ride.
Mi sgretolo.
Muoio.
Se non fosse una tragedia, ci sarebbe da ridere.
Dall’alto, si vedrebbero due innamorati e un coglione, con una borsa da tremila euro in una mano e un reggiseno nell’altra, che li guarda e piange.
Un uomo che piange deve fare molta tenerezza, ne sono certo.
- Signore? Tutto bene?
- Quella è… era… la mia compagna…
Dico, indicando i due bastardi figli di puttana avvinghiati come due polpi nel camerino.
Stronzi, potevate almeno chiudere la tenda.
Imbarazzo.
Cerco di trattenere i singhiozzi, mentre mi nascondo dietro i vestiti estivi per le taglie forti. Fisso per due minuti la fotografia di una cicciona sorridente e penso che sarebbe perfetta come testimonial dei centri Sobrino.
Daniela e Gabriele escono abbracciati e sorridenti come due fidanzatini.
- Signore, non vale la pena piangere per una donna così.
Ecco, bel pensiero a belino di bassotto. Vabbè che sei una ragazza giovane, ma questa è proprio la classica frase che direbbe Maria De Filippi a “Supposta per te”. E, in effetti, la supposta me la sono beccata tutta intera.
- … guardi il lato positivo: almeno ha risparmiato i soldi del completo.
Ecco, ora sì che mi hai consolato. Ripenso alla borsa, ai tremila euro e alla Ramirez persa per sempre. Che ci faccio, adesso, con la borsa? La riporto al negoziante? La regalo lo stesso a Daniela e le do uno schiaffo morale?
- Tenga, gliela regalo!
Dico alla ragazza, che mi guarda perplessa.
Apre la confezione e la richiude.
- Grazie, non posso accettarla.
- La prenda, è una borsa molto costosa…
- Non posso accettarla, non avrebbe senso. Deve regalarla a una donna che la merita.
Ci risiamo.
Ci risiamo.
Io sono quello che si ritrova sempre con un regalo in mano davanti a qualcuno che non sa cosa farsene. Cosa faccio, adesso?
Cammino.
Camminare serve per chiarirsi le idee. O per confondersele. O forse no, serve soltanto per stancarsi, tornare a casa distrutti e buttarsi sul letto senza avere la forza di pensare.
Rientro a casa tardissimo.
- Ma che fine hai fatto? Mi sono preoccupata! Potevi almeno mandarmi un messaggio…
- Troia!
Riesco solo a dire questo. Mi ero preparato un discorso definitivo, a tratti struggente e malinconico, ma la birra artigianali bevuta prima di tornare a casa deve avermi confuso le idee. Io l’alcol non lo reggo, questo è risaputo. Mi basta una birretta per diventare allegrotto. Alla terza, vedo la Madonna vestita da Lady Gaga. Non so nemmeno come ci sono finito, in quel posto pieno di ubriaconi. Ho visto un cartello con due frecce, che indicavano direzioni opposte, una con sopra scritto “Mondo crudele” e l’altra, puntata verso il locale, che indicava “Birra”. Non è un’idea originale, ho pensato. Su internet avevo già visto qualcosa di simile. Non avrei mai immaginato che qualcuno scrivesse realmente un cartello del genere e mi trovassi a dover scegliere, in una situazione di questo tipo. Ho aperto la porta e sono entrato. Mi sono seduto a un tavolo qualsiasi, in compagnia di due sconosciuti. Sono entrambi brilli, si vede. Uno dei due, con un accento napoletano, mi dice:
- Guagliò, tu si ‘n’amico mio. Piglia chillo ca vuoie ca pago io.
- Grazie, ma posso pagare da me…
- I’ sò ‘o nipote ‘e Schiavone, ‘u ssaie?
- Schiavone…?
- Sandokan, ‘o boss camorrista. Ciò nu core accussì, ma tengo pure ‘a mente criminale. Te vojo bene, ‘o vedo ca sì ‘ntelligente… Ma chisto ccà, o vedì?
E mi indica il compagno di bevute, che fino a quel momento era rimasto nella penombra.
- Chisto è ‘o nummero uno. È nu pezzo gruosso. Basta a ‘na parola soja e sò cazzi!
Mi presento, confuso. Non ho tempo per pensare al mio dramma, in quella situazione surreale.
- Piacere, Luca Strano.
Dico, mentre mi portano il un boccale di birra grande quanto la pentola con cui mia nonna faceva il ragù la domenica.
- Cesare Bevilacqua, Presidente della corte d’appello di Verona.
Il mio interlocutore triste è un pezzo grosso veramente. Un infelice pezzo grosso. Un infelice pezzo grosso che soffre di solitudine. Gliel’ho letta negli occhi, la tristezza. Una tristezza malinconica, che mi ha fatto pena. Che si è aggiunta alla mia voglia di morire. Si fa presto a dire alcolizzati, quando non si è scesi all’inferno. Strascinava le parole, il pezzo grosso, e mi parlava di Dostoevskij e di menti criminali. Il delirio di Raskolnikov e il suo delirio.
- Ho imparato a ragionare come i criminali, perché per combattere la criminalità bisogna pensare come loro. Bisogna fare pensieri disumani. A volte, mi faccio paura. Disprezzo i miei pensieri e me stesso.
Per un attimo, ho pensato che avrei voluto avere la mente criminale anch’io, per trovare una soluzione definitiva al dolore che provavo. Ma no, i problemi non si risolvono con la violenza e nemmeno con l’alcol, si risolvono tirando fuori le palle al momento giusto.
- Troia!
Sembro Nino Taranto quando fa il siciliano in Tototruffa ’62. Ci manca che dica “e tu cosa fetusa pottatti il disonore in casa mia”, e siamo a posto.
- Non permetterti di rivolgerti a me con questi toni!
- Zoccola. Mignotta. Puttana. Vattene via.
- Ma che ti prende, si può sapere?
- Vi ho visti, tu e quello stronzo…
- …
- Non dici niente, vero?
- Cosa devo dire? Sono ancora innamorata di lui, mi prendo tutte le colpe. Te l’avrei detto… Cercavo soltanto il modo migliore per non farti soffrire.
- Beh, l’hai trovato!
- Ti prego, Luca, non fare così… Non riesco a vederti in questo stato. Piangi, sei ubriaco…
- Ah, non riesci a vedermi così? Cosa ti aspettavi? Che ti dicessi “Sono contento per voi”?
- No, pensavo che ti accorgessi da solo che la nostra storia era arrivata al capolinea.
- Vattene via, Daniela, non farti vedere mai più.
È finita più o meno così. Io mi sono chiuso al cesso e ho aspettato che prendesse tutte le sue cose. Come un bambino, per non vedere e non sentire. Sono state le due ore peggiori della mia vita. Sentivo e vedevo tutto lo stesso, me la immaginavo mentre metteva le sue cose nelle valigie, e ho vomitato sul pavimento. E io ero là, l’ultraquarantenne, seduto sulla tazza del cesso, col viso pieno di lacrime e il pavimento pieno di vomito: tutto questo per un amore finito male. Sentivo il rumore dei cassetti, degli sportelli degli armadi, rumore di buste, conversazioni al telefono sottovoce. Era tutto amplificato. Mi sembrava di essere a un concerto orribile, davanti alle casse, senza la possibilità di muovermi. Poi ho sentito chiudere piano la porta.
L’agonia era finita.
Mi sono guardato allo specchio e mi sono fatto pena.
- Dani…?
Nessuna risposta.
Avete fatto caso all’importanza dei diminutivi e dei nomignoli usati dalle coppie? No? Allora vi spiego brevemente la dinamica del loro utilizzo e di come possano far scoppiare una lite furibonda o far riappacificare due persone.
Regola numero uno: il nome intero si usa soltanto quando si è incazzati, per prendere le distanze. E le lettere devono essere scandite.
D A N I E L A.
Usare il nome di battesimo in occasioni diverse può essere mortale.
Regola numero due: mai usare il diminutivo ufficiale. Se tutti la chiamano Danny, per te quel soprannome è off-limits: non vorrai mica omologarti alla massa, vero? Usare il diminutivo dato in pasto alle masse equivale a dire “sono uno dei tanti, sei una delle tante”, praticamente una dichiarazione di guerra. Bisogna chiamarsi in modo unico e speciale, perché ogni coppia è unica e speciale finché non diventa normale. Daniela per me è sempre stata Dani. Non è originale, lo so, ma ogni volta lo pronunciavo col tono sorpreso e ingenuo di chi scopre la bellezza delle parole per la prima volta. Per questo era speciale.
- Dani…?
Silenzio.
La casa era rimasta vuota, e penso che non ci sia niente di più vuoto di una casa da cui è appena andata via una donna.
- Dani…?
Lo ripeto ancora, forse è l’ultima volta che lo dirò con questo tono.
Silenzio.
Ho bisogno di non sentirmi solo.
Accendo la tv e chi ti becco? Roberto Carlino e la sua pubblicità di merda: “Immobildream non vende sogni ma solide realtà”. Roberto Carlino, il lampadato col riporto, quello col sorriso da Berlusconi e l’accento ndinghete ndonghete. Dio, che finale del cazzo. Non posso far finire la storia tra me e Daniela con quest’immagine: io, in mutande, col viso rigato dalle lacrime, ancora impregnato di puzza di vomito, birra e sudore, stravaccato sul divano, mentre guardo Roberto Carlino in televisione. Almeno, se avessi beccato la stangona della pubblicità del silicone Saratoga, quello sigillante, vi avrei lasciato con un’immagine positiva di me. Che poi, il silicone sigillante…Ma perché ci sono dei siliconi che non sigillano? Vabbè, alla stangona non farei notare che il payoff della pubblicità è una minchiata simile a quella dei centri dimagranti Sobrino. A proposito, da oggi inizierà la mia dieta dell’amor perduto. Ecco il nome giusto per una dieta efficace. Dieta non voluta, peraltro.
Va bene, mi alzo dal divano.
Apro le finestre.
Pulisco il bagno.
Metto sul fuoco la moka.
Mi faccio una doccia.
Mi guardo nello specchio.
Ho mille anni.
Sono sgualcito.
Guardo le mie rughe ed è come se le vedessi per la prima volta. Sono veramente tante. E profonde.
Eppure, nonostante l’età, quelle rughe intorno allo sguardo allegro e malinconico mi stanno proprio bene. Abbozzo un mezzo sorriso.
Ci sarà qualcuna a cui piaceranno le mie rughe, penso? Non importa, in questo momento devono piacere a me. Comincio a intravedere qualcosa che somiglia alla libertà. Libertà di pensare, libertà di vivere in periferia, libertà di non andare più a cene squallide con gente mediocre. Come ho fatto ad accettare tutto questo? Inizio ad avere consapevolezza della distanza che si era creata tra me e Daniela.
È finita, sì, ma cosa è finito, esattamente?
L’amore? No, quello era finito da tempo, da quando ho rinunciato a essere me stesso e ho indossato dei vestiti che non mi appartenevano. È finito quando Daniela ha cominciato a non essere più la donna unica e speciale che credevo fosse. In fin dei conti, era una donna normalissima, nemmeno troppo bella, diciamo piacevole, e con tantissime fobie che avevo imparato ad accettare. Ho sopravvalutato la sua sensibilità e la sua capacità di vedere il mondo: la verità è che il suo modo di pensare mi andava stretto. Non era una donna libera, aveva mille prigioni. La paura del giudizio degli altri, la corsa verso le futilità, la vita consumata tra aperitivi e apericena, i tranquillanti, l’ossessione sempre crescente per lo shopping. Non riusciva a capirmi, non ci capivamo più, e lei ha cercato di abbassare tutto al suo livello. Come è sempre accaduto con le mie donne, del resto: è più facile tirare giù chi è salito in alto, piuttosto che arrampicarsi.
E adesso che rimane di tutto il tempo insieme? No, porca troia, pure Massimo Ranieri no. Non dirò mai “un uomo troppo solo che ancora ti vuol bene”, se l’avete letto è perché l’ha scritto quel mentecatto dell’autore. Cosa ho fatto di male, per meritare pure questo? Andrebbe ricoverato, quel deficiente. Guarda tu in che situazione mi ha infilato… Ora tocca a me uscire da questo pantano musicale. Voglio qualcosa di più intenso, di più passionale. Come? La solitudine di Laura Pausini? E che cazzo, una migliore non c’è?
Ok, scelgo io: Giugno ‘73.

E tu aspetta un amore più fidato
il tuo accendino sai io l’ho già regalato…
Poi il resto viene sempre da sé
i tuoi “aiuto” saranno ancora salvati
io mi dico è stato meglio lasciarsi
che non esserci mai incontrati.

Ecco, va già meglio.
Io mi dico è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati. Per tornare a Massimo Ranieri, sapete cosa rimane, di tutto il tempo insieme? Rimane una borsa di merda da tremila euro, ecco cosa rimane.
Una.
Fottutissima.
Borsa.

Avrei potuto farcela

avrei potuto farcela

Sono Luca Strano, ma se fossi in voi non mi fiderei molto dell’uso spericolato che faccio del verbo essere. Oggi come oggi, dire “sono” è un’affermazione azzardata, che genera false aspettative. Sarei un disonesto se mi presentassi con la presunzione di essere qualcuno che si possa descrivere esattamente come si fa con la ricetta dell’impepata di cozze. Ricomincio dalla presentazione, allora. Sono strano senza S maiuscola, questo posso dirlo. Parecchio strano. Sono  impreparato alla vita, alle prove a cui mi mette continuamente di fronte, e sono inadeguato a tutto: all’amore, alla paura, alla gente, alla sofferenza, ai problemi, alle soluzioni e alle scelte. Sbaglio in continuazione, se mi trovo in una situazione difficile o inaspettata reagisco come farebbe qualcun altro che non sono io e mi viene spontaneo chiedermi “Chi cazzo sono realmente?”. Per questo ho le idee confuse. Ho creduto di essere, serio, fedele, timido e onesto e sono stato costretto dalla vita a diventare cialtrone, a tradire per sopravvivere all’infelicità, a essere estroverso per sopravvivere al lavoro e a rubare per non essere derubato. Prometto che, in futuro, sarò Luca Strano, un uomo tutto d’un pezzo. Per ora dovete accontentarvi del professionista dell’errore descritto nella sinossi, una specie di spezzatino umano con tanto di patate a tocchetti. Vi farete un’idea sbagliata di me, che sarete costretti a cambiare Strada facendo, come direbbe Baglioni, senza l’aiuto del famoso “gancio in mezzo al cielo”. Che metafora geniale… invece di dire “nella vita sbaglierai e non potrai fare altro che attaccarti al cazzo”, Baglioni se n’è uscito con “strada facendo troverai un  gancio in mezzo al cielo”… lo stesso identico concetto espresso in modo diverso.
Non sapendo da dove iniziare, per farvi capire esattamente le dimensioni del coglione con cui avrete a che fare, comincio col darvi la tipica informazione che non serve a una beneamata minchia: faccio il pubblicitario. Non basta? Già, avete ragione, la domanda più inutile che si possa fare a una persona, per conoscerla, è “Che lavoro fai?”. Chiedetemi che libri leggo, che musica ascolto, che idee politiche ho, ma non che lavoro faccio. In effetti, citando Claudio Baglioni, non mi sono presentato benissimo. Avrei potuto esordire, che so, con Guccini, De Andrè, Gaber, al limite anche Bertoli… ma non sarebbe stata la stessa cosa. Vuoi mettere il parallelismo tra il “gancio in mezzo al cielo” e “attaccati al cazzo”? Aggiungo un altro particolare, dunque. La mia agenzia pubblicitaria si chiama sComunica. Con la s minuscola e la C maiuscola. Tranquilli, tranquilli, non sono ateo, sono credente a modo mio. Per esempio, non bestemmio mai a sproposito: ci deve essere sempre una buona ragione. Peccato che gli eventi me ne forniscano sempre più di una, di ragione. Vabbè, qualche giaculatoria a volte serve e non fa male a nessuno, men che meno a un ipotetico dio o a qualche santo. Alla fine, per entrare nel regno dei cieli, basta avere pietà di tutti, anche di sé stessi. Il problema non è il regno dei cieli, ma il regno della terra: qua son cazzi, non là. Lo ammetto, un po’ ateo lo sono, ma poco poco. La sComunica si chiama così ovvi motivi. Per fortuna se dovessi ricevere un padulo d’incenso dal Vaticano non sarei solo: dispenserei l’inculata anche al mio socio, Alberto, che poi è pure il mio migliore amico. Ci conosciamo da una vita. Riesce a perdonare le cazzate che faccio come non sarebbe in grado di fare nemmeno Santa Maria del Soccorso, quella che si invoca inutilmente quando sei nella merda, invece di prendere le pagine gialle e chiamare una ditta di idraulica e spurghi. Non che lui sia immune, dalle cazzate, ma è sicuramente più razionale ed equilibrato di me. Io sono complicato come un risotto alla pescatora, lui è razionale ed equilibrato come le fette biscottate del Mulino Bianco. C’è da dire, però, che non mi ha mai lasciato solo, nemmeno quando sono sceso all’inferno senza preavviso. Quando è finito il mio matrimonio, per esempio. Sì, ho una ex moglie e se avessi avuto la lungimiranza di prevedere l’alta probabilità di fallimento dei sentimenti, avrei sicuramente fatto una raccolta di firme per abolire definitivamente l’amore e il matrimonio. Vabbè, non voglio cincischiare ulteriormente, potrei descrivervi il mio carattere nei minimi dettagli, ma non sarebbe efficace come le storie che ho da raccontare. Comincio da oggi e dal compleanno di Alberto: 40 anni. L’età più bella, quella della maturità e delle opportunità da cogliere consapevolmente. Non solo, i quarant’anni rappresentano anche l’età dei colpi di testa (di cazzo), ma questo lo descriverò meglio in seguito…
Gli ho organizzato una festa a sorpresa che si ricorderà per tutta la vita. Ho anche ingaggiato un gruppo musicale, una cover band, che suona musica rock anni ‘50, la sua preferita. È fissato con Jerry Lee Lewis ed Elvis: siamo diversi anche nei gusti musicali. Ah, Alberto ha una moglie, Anna, una vera scassacazzi da manuale. Anna, la professionista del lamento. Anna, l’eterna insoddisfatta. Anna, l’eterna criticona. Anna, la donna più paranoica che io abbia conosciuto. Anna, la maniaca del pulito, quella che si sente addirittura superiore alla nonnetta immortale che pubblicizza la candeggina Ace. Avete presente quelle pazze scatenate che entrano in crisi se vedono un capello sul pavimento e che disinfettano continuamente ogni angolo della casa? Ecco, Anna è così. Una moglie che definire “dito al culo” è farle un complimento. Non so nemmeno come sia riuscito a convincerla a farmi dare le chiavi di casa, per fare i preparativi. Cioè, lo so: in cucina sono un dio, questo è risaputo. Quella zoccola di Anna ha avuto anche la sfacciataggine di pretendere un menù di suo gradimento: risotto alla crema di scampi, tagliata di tonno alle erbe, spiedini di mazzancolle e calamari, Sacher. Spero che abbiate compreso il tono amichevole della zoccola… cioè, del mio modo di rivolgermi ad Anna.
-  Mi raccomando: non lasciare il lavandino bagnato, perché divento una bestia…
Nient’altro? Vuoi pure una fetta di culo vicino all’osso o preferisci un gancio in mezzo al cielo a cui attaccarti in caso di necessità?
-  E stai attento ai mobili, ai tappeti e a qualsiasi complemento di arredo ti trovi a maneggiare. Anzi, se ti limiti a restare in cucina, non fai un soldo di danno…
-  Cos’è, casa Alcatraz?
-  Non fare il cretino,  lo sai che sono gelosa della mia casa…
No, tu non sei gelosa della tua casa, sei una malata di mente che andrebbe curata con un trattamento sanitario obbligatorio da uno sfasciacarrozze. Soprassiedo, va’, che è meglio. Giuro che mi viene voglia di organizzare un festino con venti spogliarelliste brasiliane, solo per demolire quella stracazzo di casa a ritmo di samba. A conoscerle, venti spogliarelliste brasiliane…
Per fortuna, quella psicolabile di Anna non ce l’avrò tra le palle: aveva un appuntamento col parrucchiere.
-  Stasera voglio essere bellissima!
Ha detto, prima di darmi le chiavi di casa.
Lo sarai, lo sarai, ho pensato, ma prima devi passare in chiesa a chiedere una grazia ai santissimi Sili e Cone, protettori dei chirurghi plastici. E visto che ci sei dì anche un rosario per tutte le siliconate che conosci:

Alba Parietti, prega per noi
Daniela Santanchè, prega per noi
Valeria Marini, prega per noi

Dunque, facciamo il punto della situazione: la spesa l’ho fatta, il regalo ce l’ho…
A proposito di regali, se avrete la pazienza e la voglia di leggere le mie storie, vi imbatterete spesso nella frase “io sono quello che fa i regali a chi non sa cosa farsene” o qualcosa del genere. È un’autocitazione, che deriva da un fatto che mi è accaduto e da una mia ferma convinzione: ciò che accade nei primi anni della vita di un bambino influenza enormemente il comportamento e gli eventi dell’adulto di domani. La mia sindrome del regalo non richiesto la devo a un ragazzino, ma farei meglio a dire a un figlio di puttana, che mi ha rovinato l’infanzia. Si chiamava Andrea, ma tutti lo chiamavano Andreino per via della sua altezza paragonabile a quella di una scatoletta di tonno. All’epoca non sapevo che quella storia del cuore vicino al buco del culo, nelle persone basse, a volte può avere un riscontro pratico palpabile. Questa merda umana era una specie di boss e gestiva il commercio clandestino di tappi e biglie, il calendario degli sport estivi in cortile e altre menate di questo tipo.
Essere il migliore amico del boss era un privilegio. Tutti, chi più chi meno, aspiravano a ricoprire questa carica. Lo sapeva, l’infame, e si vendeva per un pacchetto di figurine Panini. Il compleanno di Andreino è stato per anni una specie di evento. Lo festeggiava in casa con un gruppo ristretto di fedelissimi: ogni anno diversi, ovviamente. Non c’è nulla di più infedele dei fedelissimi, nella vita. Quell’anno, uno dei fedelissimi ero io. Io e il mio cuore puro, che mantengo tuttora, nonostante la vita e le persone cerchino continuamente di contaminarlo. Non dormivo la notte, al pensiero del regalo da fare a quel guappo ‘e cartone e della festicciola a cui avrei partecipato.
Già da ragazzino avevo la fissazione di fare regali unici, studiavo per non sbagliare. Che coglione, direte, e avete ragione. Purtroppo il  vizio di fare un regalo che faccia pensare “Come cazzo fa a conoscermi così bene?” ce l’ho ancora, nonostante le fregature accumulate negli anni. A regalare un anello di brillanti sono tutti capaci, a regalare due biglietti per un concerto che si tiene a ottocento chilometri di distanza, facendo andata e ritorno in giornata, su una macchina sgangherata, è più difficile.
Mi piace sorprendere, ecco. E non è vero che i regali bisogna saperli fare, i regali bisogna saperli ricevere. Chi riceve un regalo dovrebbe seguire una specie di galateo o almeno fare tutte quelle espressioni del viso che il mittente della sorpresa ha immaginato.
Sembro uno sfigato lasciato dalla moglie (e in parte lo sono), invece l’altro giorno mi sono ritrovato in una profumeria senza un motivo. Anzi, un motivo c’era: Daniela. L’ultimo amore, quello che, forse, non si scorda mai. Credo in lei. Ne sono innamorato come può esserlo un uomo di 40 anni.
Profondamente, quindi.
Senza illusioni.
Consapevolmente.
Pensavo di non esserne più capace. Non ci credevo più, insomma. Invece mi sono ritrovato a immaginare i suoi gusti e a giocare con l’olfatto.
-  Non ha proprio idea di quale profumo usi la sua compagna?
-  No. L’ho appena abbracciata, però. Ce l’ho addosso, il suo profumo.
La commessa me li ha fatti provare tutti: dolce, aspro, leggero, pesante, fruttato, estivo, invernale, agli agrumi di Sicilia, ai frutti di bosco del Trentino…avrà pensato che stessi cercando la supercazzola dei profumi. Invece, cercavo il “suo” profumo. e alla fine l’ho trovato. Sono tornato a casa, contento come un pagliaccio e profumato come una bagascia d’alto bordo, immaginando le espressioni del suo viso. Fa quel sorriso soffocato a metà dall’imbarazzo che ha solo lei. Le farei dei regali solo per vederla sorridere così.
E’ solo mio, quel sorriso. E  il suo modo di camminare.
Sì, ne sono innamorato, ma questo ve l’avevo già detto, e non voglio che pensiate di avere di fronte un romanticone tutto cuoricini e coccole, quindi ritorno a parlare di quella grandissima testa di cazzo di Andreino.
La festa iniziava alle 17 e io avevo impacchettato i regali in tante piccole scatole cinesi. Mi avvio verso casa sua e lo vedo venirmi incontro, insieme ad altri bambini. Si avvicina, esibendo un sorrisetto perfido ai lati della bocca. Capisco tutto, in un attimo: avevano festeggiato senza di me. E il regalo? Quel regalo costruito giorno dopo giorno? Che ci faccio? Me lo tengo? Me lo sbatto? Lo butto?
Glielo do lo stesso, senza dire niente.
Corro.
Piango.
Stringo i pugni.
La prima vera delusione.
Ho conosciuto la cattiveria negli occhi spietati di un bambino. Se fossi Buzzati, direi negli “spietati occhi”, per dare più forza al concetto, ma mi trattengo perché non ho lo spessore nemmeno della cugina di secondo grado, del buon Dino. Ho imparato a leggerli negli occhi, i sentimenti delle persone. L’ho imparato quel giorno. Mi perseguita, la sindrome di Andreino: regalare qualcosa di  prezioso a chi non sa cosa farsene. Avere l’anima in festa quando la festa è finita. È accaduto talmente tante volte che ho perso il conto. E mi ha fatto sempre molto male, soprattutto quando ho regalato me stesso e ho donato amore a chi non sapeva come riceverlo.
Comincio a pensare che l’altruismo sia una colpa, ma non me ne frega una beneamata minchia: altruista sono e altruista rimango.
Ma torniamo ad Alberto. Dicevo che il regalo ce l’ho, la sacher pure… Le candeline!, cazzo, ecco cosa mancava. Devo cercare un tabaccaio per comprarle. Per il momento, mi godo i colori autunnali di Villa Borghese: sono stupendi. Mi fermo un attimo: proprio là, su quella panchina, il 10 ottobre di venti anni fa, io e Valeria ci stavamo baciando come due adolescenti. Avevamo davanti tutte le possibilità… se avessimo saputo che le avremmo sprecate tutte, forse ci saremmo comportati diversamente e ci saremmo salvati. Esserci al momento giusto, evitare rancori stupidi, smussare gli angoli per evitare di litigare per cose assolutamente inutili e, soprattutto, prolungare quello stato di felicità il più a lungo possibile: questo avremmo dovuto fare. Mi siedo un attimo su quella stessa panchina: a volte mi piace farmi cullare dai ricordi e dalla malinconia. Faccio finta di essere ancora quello là, il ragazzo di una volta. Per un attimo, al pensiero di tutte le cose belle che abbiamo vissuto insieme, vengo assalito dall’ansia. Poi, ripenso agli ultimi tempi, a quanto fosse diventato difficile dirsi anche buongiorno, e mi calmo. Penso che non l’amo più e che sto bene insieme a Daniela. Sono contemporaneamente triste e felice. È così, quando si costruisce qualcosa sulle macerie. Sopra c’è un bel palazzo, ma sotto restano cumuli di calcinacci. Mi sento come una ginestra che fiorisce in mezzo all’asfalto, senza passato e futuro. Fermarsi a riflettere è pericoloso, ci sono ferite che riprendono a sanguinare proprio quando sei sicuro che siano diventate cicatrici. La verità è che mi rifugio spesso nel passato perché così non corro rischi. Il presente e il futuro sono troppo pericolosi. Purtroppo, non bisogna mai fermarsi a riflettere perché un barboncino potrebbe approfittarne e pisciarti addosso.
-  Signora, i cani si tengono al guinzaglio, porca di quella troia!
-  Stia tranquillo, non morde…
-  No, non morde, me ne sono accorto: piscia addosso della gente che se ne sta per i fatti propri a riflettere.
Capito perché si dice “fare le cose a cazzo di cane”? Me lo sento, quella stronza della padrona è sicuramente la donna che ha ispirato a Califano la canzone Piercarlino. Più precisamente, mi riferisco al pezzo in cui dice:

Quanno je scappa è sempre mattinata,
L’avesse mai ‘na vorta anticipata.
Spacca er minuto, ar primo chiaro ‘n cielo,
Pare che c’ha la sveja sotto ar culo.
Chi se lo scorda er compleanno tuo
“Comprami un cagnolino amore mio!
Gli starò dietro, ha la parola mia”!
Sei stata dietro a li mortacci tua.

Ecco, la stessa cosa che penso io: sei stata dietro a li mortacci tua. Non potevi tenertela vicino, quella vescica urinaria a quattro zampe? Scusate il francesismo, ma quando ci vuole ci vuole… Va’ a spiegarlo, stasera, questo odore di selvatico che mi porto addosso! Vado a comprare le candeline, è meglio…
-  Due candeline, grazie. Un quattro e uno zero.
-  ‘E candeline nun se usano più, è robba cartagginese. Je do ‘na bella fontana luminosa, vedrà che farà ‘n figurone, quanno l’accennerà!
Ammetto la mia ignoranza: fino a oggi non sapevo cosa fosse una fontana luminosa. Trattasi di una specie di candelina infiammabile dalla quale fuoriesce una pioggerellina colorata. Si sistema sopra alla torta, si accende e crea un’atmosfera allegra e festosa. Tutti battono le mani e intonano “tanti auguri a te, tanti auguri a te”. E io non posso non pensare a Gaber, in questi momenti, e a quello che non si fa per far finta di essere sani.
-  Non sanno se ridere o piangere e batton le mani… Far finta di essere sani…
Canticchio, nonostante il pensiero del teatrino della vita mi abbia messo un po’ di tristezza addosso, che si è aggiunta alla riflessione interrotta dal quel cazzo di cane. A volte, mi sembra tutto inutile e mi sento inutile anch’io. Ci vorrebbe un cane che mi pisci addosso ogni volta che inizio a fare riflessioni cupe… a parte la puzza, smetterei di deprimermi, ma in poco tempo mi verrebbe l’artrite reumatoide  .
A proposito, in casa di Alberto si sente un profumo chimico soffocante, che, mischiato con la puzza di piscio di cane, mi fa pensare all’abitacolo di una macchina in cui si mette l’Arbre Magique dopo aver pestato una merda. Sì, lo so, è un’immagine un po’ forte, ma in quanto a eleganza non me lo mette al culo nessuno.
Devo ammettere che Anna ha avuto buon gusto ad arredare casa: non c’è niente che sia fuori posto. Il divano in pelle fatto a mano, il mobile e la libreria in piuma di mogano, i quadri d’autore, il tappeto persiano: è tutto armonioso e ben disposto. Bravo Alberto, hai scelto proprio una donna di classe!, peccato che sia una trifolapalle da competizione.
Ah, che bella la ricchezza della lingua italiana.
Trifolare: Cuocere a fuoco vivace, con olio, aglio e prezzemolo, una vivanda tagliata a fettine sottili.
Palle: Testicoli.
Trifolapalle: Colei che cuoce a fuoco vivace, con olio, aglio e prezzemolo, le palle di un uomo tagliate a fettine sottili.
Anna è una campionessa olimpionica di questa specialità. Come trifola e affetta lei, non trifola e affetta nessuna donna al mondo. Fammi stare attento a quello che faccio, piuttosto: non ho nessuna intenzione di diventare l’oggetto del trifolamento serale. A occhio e croce, mi sembra sia tutto a posto: vino in fresco, tartine, antipasti, patatine, olive… lo vorrei anch’io un amico come me.
Suonano alla porta, chi sarà?
‘Stocazzo, risponderete voi, che avete la mente maligna. C’è poco da fare ironia. Non potete deridermi così, se prima non specificate il tono del pensiero. Avete posto più enfasi  su “sto” o “cazzo”?  Non è il momento di dare lezioni, ma la stessa parola può significare stupore o presa per il culo. Ok, nel vostro caso era una presa per il culo, come per dire “ chi vuoi che sia, ‘stocazzo?”.
-  Luca? Come stai? Ma che ci fai qua? Anna dov’è?
‘Stocazzo!, dico io, stavolta, con l’enfasi su “sto” e l’intonazione stupefatta di chi si trova davanti al secondo e terzo posto olimpionico delle trifolapalle, Lucia e Martina, due amiche di Anna. Tre domande in una, per impicciarsi con “nonscialanz”. Vabbè, non so come si scrive e non ho voglia di cercare su internet. Torniamo alle due bagasce: se non puoi battere il nemico, confondilo…
-  Lucia, Martina, siete uno schianto. Entrate e mangiate qualcosa, Anna e Alberto arriveranno tra poco…
Come no, proprio uno schianto, nel senso che preferirei schiantarmi al suolo con il bangigiaming piuttosto che darvi udienza. Siliconate di merda. Vi è rimasta solo la pianta dei piedi, al naturale.
-  Valeria l’hai più sentita? Peccato che vi siete lasciati… eravate una bella coppia.
Peccato ‘stocazzo, tanto per rimanere in tema e rafforzare il mio disappunto: quella stronza mi ha rovinato la vita, non la voglio più vedere né sentire. Come potete osservare, il lato malinconico di qualche ora fa è stato prontamente sostituito da quello razionale.  Per fortuna, suonano di nuovo alla porta e non faccio in tempo a rispondere alle due Barbie di Tor di quinto.
-  Scusate, suonano di nuovo.
Mi avvicino alla porta e dico  “Chi è?”.
Vi proibisco di pensare a qualsiasi parola inizi per “‘sto”.
-  ‘Stocazzo -  risponde Alberto, da fuori.
Ma allora è un vizio! Vi siete messi d’accordo? Questo racconto comincia a non piacermi: è pieno di gente volgare e maleducata.
-  Non sei originale, socio, è roba vecchia. Lo diceva sempre anche mio nonna a mia nonna e la tradizione si è tramandata a mio padre e mia madre…
-  Non mi dire niente che mi girano i coglioni a elica di overcraft: le feste di compleanno non le sopporto…
-  Lo dici a me? Ti rendi conto che amici avete, tu e Anna? A parte il sottoscritto, s’intende…
-  Lo dici a me? Io non ho amici, a parte il soprascritto. Le baldracche rifatte, gli avvocaticchi, le checche impazzite, i dirigenti de ‘sta minchia sono tutti amici di Anna.
Suonano nuovamente.
-  Chi è – dice Alberto.
Lo guardo, per ricambiare la cortesia di poco prima. Non c’è nemmeno bisogno di proferir parola, basta il pensiero.
-  Sono Anna, apri, amore…
E ti pareva che lei non doveva rovinare la poesia di questo momento? Impegnati Anna, puoi fare di meglio…
-  Luca!, non mi piace per niente come hai apparecchiato. Ti avevo detto di usare le posate del servizio e di non spostare tassativamente nessun oggetto. Mi spieghi perché quella pianta è finita vicino al termosifone? E quell’unto sul piano cottura? Avrei dovuto supervisionare, lo sapevo
Ecco, ti ho detto che puoi fare di meglio e mi hai preso in parola. Allora, cominciamo col dire che nemmeno hai salutato e sei entrata in casa muovendoti all’impazzata come quei robottini a pile elettriche che andavano di moda negli anni ‘80. Cominciamo col dire che qualsiasi cortesia ti faccia una persona deve essere ricambiata almeno con un grazie. Cominciamo col dire che sono mesi che mi trifoli i coglioni con questa stracazzo di festa di Alberto. E ora passo alle premesse. Premesso che sei stata tu a volermi dare a tutti i costi questa incombenza. Premesso che non sai cucinare nemmeno un panino con olio e sale. Premesso che se non avessi spostato la pianta non ci sarebbe stato spazio per tutti. Premesso tutto ciò, vaffanculo.
-  Anna, non esagerare come al solito…
Grazie, Alberto, bel modo di dire “non trifolare le palle altrui, accontentati delle mie”. Anche perché, nonostante la scarsa qualità degli invitati, sta andando tutto per il verso giusto.
Cioè, “stava” andando tutto per il verso giusto…
Adesso arriva il momento più idiota di una festa di compleanno, quello in cui bisogna appartarsi in gran segreto, per mettere le candeline sulla torta, fingendo che la torta non ci sia. Ditemi voi se esiste un rito più demente di questo. Si è mai vista una festa senza torta? No, non si è mai vista. Allora spiegatemi perché deve esserci tutto questo mistero… Il festeggiato non può avvicinarsi al frigorifero. Se disgraziatamente lo fa, è un dramma.
-  Ecco, ha visto la torta. Sorpresa rovinata!
Ma siete completamente decerebrati? Quale sorpresa si rovinerebbe, dicendo “vado a mettere le candeline sulla torta”? Secondo voi, se uno entra in una pescheria deve fingere stupore mentre guarda l’occhio delle triglie, o può anche rilassarsi e pensare che sia normale? Sentiamo, cosa dovrebbe fare?, guardare il pescivendolo ed esclamare “Ohhhh, cosa ci fa questo strano animale dentro a una pescheria?”. Non vi viene il dubbio che nella testa del pescivendolo possa passare un pensiero simile a “ Ma ‘sto cojone c’è venuto da solo o ce l’hanno mandato?”. Ora, spiegatemi il motivo per cui si debba far passare il festeggiato per il coglione di cui sopra. Mettetevelo dentro quel cervello da criceti sottosviluppati che avete: non esiste al mondo una festa di compleanno in cui il festeggiato non si aspetti una torta. Chiaro?
Niente, devo prestarmi a questo gioco da imbecille. Anna mi fa un segno, mi alzo e andiamo in cucina. Esco la torta dal frigo. E non fate i pignoli: lo so benissimo che non si può scrivere “esco la torta dal frigo”. Per chi mi avete preso? Sarò un po’ incazzato per questi giochetti che sono costretto a sopportare o no? Posso prendermi qualche libertà linguistica, ogni tanto, o devo rendere conto ai lettori?
-  Cos’è ‘sta roba?
-  Come “cos’è ‘sta roba?”…  non dirmi che non lo sai: è una fontana luminosa. Fa una pioggia colorata che mette allegria, crea un’atmosfera diversa dalle solite candeline e fa risaltare la pettinatura delle belle donne come te.
Quante stronzate sparo, pur di giustificare le mie bischerate… Si spengono le luci. Altra minchiata galattica. Cosa dovrebbe fare un festeggiato quando si spengono le luci? Un’espressione sorpresa? Dire “Ohhhhh non me l’aspettavo”.  Taccio, che è meglio. Approfitto di questi secondi per mandare un messaggio al complesso rock che ho ingaggiato: quella si che è una sorpresa, non questa scenetta di merda.
“Tra un minuto, potete suonare il pezzo di apertura”.
Ho la torta in mano, cammino nel buio come una quaglia, mentre Anna accende lo stoppino., che si consuma velocemente come in un cartone animato di WIlly il coyote.
-   Tanti auguri a te, tanti au…
Fiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuu.
Oddio! Da dove proviene questo fischio agghiacciante? Sarà l’attacco del gruppo rock? No, proviene da questa fottuta fontana luminosa. Adesso che faccio? Prima di tutto, sto calmo, mica posso mettermi allo stesso livello di questi coglioni, che scappano nella stanza da letto come formiche impazzite. Anzi, faccio un sorriso tranquillo e sornione e li rassicuro. Ho le palle, io.
-  Ma dove scappate? È una fontana luminosa ed è sicurissima. Possibile che non ne abbiate mai vista una? Ora farà una semplice e innocua pioggerella colorata…
Innocua ‘stocazzo, tanto per non perdere la tonalità aulica del racconto. Non faccio in tempo a finire la frase che si sente un botto in stile “bomba di San Gennaro” e parte una palla infuocata che si schianta sul soffitto. La pioggia in effetti l’ha fatta, ma è incandescente, e mi cade addosso in tutto il suo infuocato splendore. Dio, che dolore, i lapilli mi entrano nel cranio e mi perforano il cuoio capelluto.
Sono tutti in preda al panico, ma io non cambio di un millimetro la mia impostazione rassicurante. Fermezza, nervi saldi e un altro sorriso finto, lo stesso che, nella vita, mi sono ritrovato spesso a mostrare agli altri, per nascondere il mio dolore e i miei pensieri. Quello che da oggi in poi chiamerò “Il sorriso da fontana luminosa”. Dentro muori, ma non dai la soddisfazione di farlo capire. Lo so, non si può morire dentro e sorridere così.
Ecco, ci mancava la botta nostalgica, in questo momento. Ripenso a Valeria e all’ultima volta che ci siamo visti. Avrei avuto voglia di baciarla, era bellissima e stava già insieme a un altro. Non mi aveva detto nulla, ma io già lo sapevo. Nella testa mi risuonavano  le parole di Gianni Bella.

avrei potuto farcela

E aveva ragione Gianni: stavo morendo dentro e sorridevo. Se penso a quante volte sono stato costretto a morire dentro, e a sorridere, mi viene da piangere. A sorridere così, col mio sorriso da fontana luminosa, mentre il mondo mi crollava sotto ai piedi. Avrei potuto farcela, se non avessi amato. Avrei potuto farcela, se avessi incontrato le persone giuste. Avrei potuto farcela. E forse ce l’ho fatta, se sto qui a raccontarvi le mie storie e a strapparvi qualche sorriso. Mi scendono le lacrime, non so se per i lapilli o per il male che mi ha fatto Valeria. Due sofferenze diverse, che fanno piangere nello stesso modo. Ma io sono quello che sorride al dolore e fa finta che non esista.
-  Avete visto che bella pioggia colorata? Venite qua e mangiamo la torta…
Dico, contento di aver superato il dramma. Macché superato… i drammi non vengono mai da soli. Altra sequenza mortale: fischio, botto e palla di fuoco. Verde, stavolta.
Per fortuna, il gruppo musicale ha iniziato a suonare. Peccato che il pezzo sia Great balls of fire, la canzone di Jerry Lee Lewis, quella preferita da Alberto. Ti piace Jerry, caro Alberto? Ti piacciono le great balls of fire? Adesso attaccati al gancio in mezzo al cielo di Baglioni.  Non sembra una festa di compleanno, sembra una rivolta studentesca del ‘68.
Si sente il suono indiavolato della tastiera e il cantante che grida Goodness gracious, great balls of fire.
Che tradotto può assumere diversi significati, in base a come viene interpretato Goodness gracious: Santo cielo, Bontà divina, Per grazia di dio.
Caso 1) Santo Cielo, grandi palle di fuoco. No, Santo Cielo non è l’espressione adatta per questa situazione. Semmai ci starebbero meglio un paio di bestemmioni, ma capisco che non è il caso di perdere il controllo e far scomunicare me e l’autore dal Vaticano.
Caso 2) Bontà divina, grandi palle di fuoco. Bontà? Pensa tu se dio fosse stato cattivo… Cosa avrebbe fatto? Avrebbe lanciato un asteroide a tutta velocità sul palazzo e sterminato i condomini? Ecco da dove deriva la mia diffidenza nei confronti di chi dice “dio è buono”.  Ancor più diffidenza la provo nei confronti di chi dice “dio ti guarda”. Se mi sta guardando, in questo momento, perché non si fa una manciata di cazzi suoi e volge lo sguardo altrove?
Caso 3) Per grazia di dio, grandi palle di fuoco. Grazia di dio, questa mi piace. Quindi, le grazie di dio sarebbero queste. Pensate a quanto sono antico: non solo non sapevo che le fontane luminose avessero preso il posto delle candeline, ma ero convinto che le grazie di dio avessero uno stampo più classico, tipo il cieco che acquista improvvisamente la vista o lo storpio che riprende a camminare normalmente. Invece no, tra le grazie che dio può fare, ci sono anche le palle di fuoco. Che culo! Mi è capitata la migliore, quella più richiesta. Chi non vorrebbe una grazia di dio simile? Per chi avesse rapporti con gli intermediari di dio, faccio presente che a me sarebbe bastata una Grazia di dio con le fattezze di una fotomodella: non capisco queste manie divine di strafare sempre.
Ma poi, come funziona, esattamente? Una grazia corrisponde a una palla?  No perché se è così io sto già alla seconda… Dio, non si poteva, che so, come seconda grazia, farmi vincere qualche milioncino? Niente da fare, devo gestire bene questa dose di fortuna ed evitare un’altra doccia infuocata. Col cazzo che direziono la torta verso il soffitto., stavolta Miro al lampadario di Murano, è meglio.  Ora si comincia a ragionare: la palla di fuoco colpisce il lampadario e disintegra quegli odiosi pendoli lavorati a mano, poi, rotola sul mobile in piuma di mogano, ricade sul divano, sul tappeto, incendia tutto e… gooooooooooooal! Sono o non sono meglio di Nando Martellini, per la precisione con cui faccio le  radiocronache? L’assedio alla Bastiglia, in confronto al casino che ho armato, è la merenda dei bambini dell’asilo. Se non fosse per la colonna sonora azzeccatissima, e per il fatto che in tutto questo c’è lo zampino delle grazie di dio, ci sarebbe da preoccuparsi, a vedere la faccia imbufalita di Anna. Guarda com’è incazzata, mentre cerca di domare l’incendio…
Non voglio finire fuori tema, cioè, fuori racconto: stavamo parlando di grazie, giusto? E quante sono le grazie famose?
Una? Nooooo!
Due?Nooooo!
Sono tre, lo sapete benissimo. Infatti, la terza grazia non tarda a palesarsi. Fischio, botto e great ball of fire. Non posso sparare sugli invitati, anche se ne avrei una gran voglia. Mi tocca mirare verso il corridoio. Lo faccio con disinvoltura, mantenendo il mio bel sorriso da fontana luminosa. Azzarderei anche un bel “Tranquilli, non può succedere nulla”, dando seguito al consiglio dei saggi di negare sempre l’evidenza, ma non mi sembra il caso. Ammetto che qualche piccolo inconveniente questa fontana luminosa lo sta creando. La terza palla di fuoco è azzurra: un omaggio ai laziali che sono in sala. Dopo tutto il giallorosso dell’incendio, bisogna anche accontentare la tifoseria avversaria. Non avevo mentito, quando ho detto che le fontane luminose rendono l’atmosfera diversa. Il panico può considerarsi allegria? No, forse no, è più simile all’euforia… quindi, direi che le fontane luminose trasmettono euforia. E non potete immaginare a quale livello sia arrivata l’euforia, quando la terza grazia è passata a un soffio dai capelli di Anna, li ha incendiati e si è schiantata sul letto dove, per definizione, si ripongono le giacche degli ospiti. Il panic… ehm… l’euforia è finita fuori controllo e qualcuno ha fatto un gesto folle: chiamare i Vigili del Fuoco. Ma vi pare? Per qualche fuocherello nella sala da pranzo e nella stanza da letto è il caso di scomodare le autorità? Basta, non ne posso più di questo pessimismo e dei regali non graditi. Cosa c’entro, io, se quel figlio di mignotta del tabaccaio ha sostenuto a più riprese che le fontane luminose sono sicurissime? Cosa avrei dovuto fare? Non avrei dovuto fidarmi? Avrei dovuto rifiutare le grazie, quando è risaputo che le grazie del Signore non si rifiutano mai? Avrei dovuto mirare meglio? Avrei dovuto farmi i cazzi miei che, alla fine, è sempre la soluzione a ogni problema? Avrei dovuto farcela, questa è la verità. Avrei dovuto farcela.

Certo, certo. È chiaro.

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Il cibo è la mia seconda passione. La prima è… la narrativa. Che avevate capito? Subito a pensar male… “Ci sono gente” totalmente in malafede e voi non fate eccezione. A dire il vero, ero indeciso se scrivere musica o narrativa, ma poi ho optato per la prima, che in qualche modo comprende anche la seconda. Direte, se c’è di mezzo anche la musica, non potevi scrivere che il cibo è la tua terza passione? Sì, avrei potuto scriverlo, ma poi non sarebbero tornati i conti e non avrei saputo argomentare bene l’equivoco tra prima e seconda passione. E poi non è che devo svelare tutti i trucchi del mestiere… Comunque, in questi anni, avreste dovuto capire con chi avete a che fare. Dovreste sapere che se mi proponessero di scegliere tra un fine settimana triste in compagnia di Belen Rodriguez e la lettura ad alta voce de I fratelli Karamazov in un gruppo di ultrasettantenni, non farei nessuna fatica ad ammettere candidamente di avere un’amaurosi fugace, patologia che sicuramente conoscerete, anche senza usare Google, e che indica un desiderio irrefrenabile di “amaure” fugacemente Belen. Sbagliato. Volevo vedere fino a che punto arrivasse la vostra ignoranza sulle patologie oculari; patologie che io conosco alla perfezione, conoscendo a memoria la poesia Un ottico dell’Antologia di Spoon River. Si tratta di una comune perdita temporanea della vista che, purtroppo, con enorme rammarico, mi costringerebbe a disertare la lettura condivisa e a ripiegare sul fine settimana triste. Lo so, sarebbero dei giorni terribili, che passerei chiuso con lei in una camera d’albergo con vista sul mare senza sapere cosa fare. Che noia, dio, che noia. Dovrei far ricorso a tutta la mia fantasia, per non tagliarmi le vene, e, ovviamente, porterei con me tutte le precauzioni del caso: le carte napoletane e il gioco dell’oca, per l’esattezza. Passare ore e ore a lanciare i dadi, per arrivare al traguardo e ritrovarsi tra la casella 89 e il rischio di finire sulla casella “torna al punto di partenza” è un dramma che nessuno meriterebbe di vivere. Porterebbe alla disperazione chiunque. Meglio vaccinarsi contro l’amaurosi fugace, dunque, e scongiurare ogni rischio. Purtroppo, non sono riuscito a vaccinarmi in tempo e un paio di weekend con la bisteccona argentina li ho dovuti trascorrere. Vi dirò, non vi perdete niente. Non è gran che, non sa giocare nemmeno a rubamazzo. Ho vinto sempre io. Solo una volta mi sono lasciato intenerire e ho finto di finire sulla casella “salta due turni”, ma solo perché sono un buono. Sono convinto che chiunque altro non avrebbe avuto pietà. Non so perché sia finito a parlare di questo, visto che ero partito dal cibo. Forse perché cibo e gioco dell’oca danno lo stesso piacere? O forse perché sono un dissociato che inizia a parlare di un argomento e finisce col parlare di tutt’altro? Lascio a voi la risposta. Non cado in queste provocazioni che peraltro mi sono fatto da solo. Ho detto che parlerò di cibo, e gioco dell’oca sia! Cioè, e cibo sia.
La mia è una vera e propria malattia. Io con gli ingredienti ci parlo. Li coccolo. Quando vedo il guanciale solo e triste nel frigorifero, mi commuovo. Tutto solo, al freddo. Mi chiedo: “Ma non ce l’ho un cuore? Possibile che sia diventato così arido?”. A quel punto, sento il dovere di trasmettergli tutto il calore che merita. Sui fornelli. I vegani non me ne vogliano, ma c’è della poesia in tutto questo. Ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da guanciale e pecorino. Ed è subito amatriciana. Quasimodo approverebbe commosso. Mi sento un poeta. Ermetico come un vasetto di ciauscolo. Sensibile come un finocchio al cazzimperio. Cazzimperio come un finocchio sensibile.
E atletico.
Atletico come un capocollo di suino nero dei nebrodi.
Campione indiscusso di salto in padella. Ci sono voluti anni e anni di faticosi allenamenti, ma alla fine ce l’ho fatta. Il polso della mia mano destra, che prima era dedito esclusivamente a pratiche e movimenti condizionati dai precetti onanistici, si è evoluto. Avrei potuto perdere tranquillamente la vista, ed evitare di ricorrere all’amaurosi, se non fosse subentrata questa passione per la cucina. Tralascerei l’immagine di me associata agli ampi movimenti della mano nella pratica del salto in padella e ai micro movimenti relativi alla pratica onanistica: non ne uscirei vincente e trasmetterei false aspettative alle mie fans. Poi, c’è da dire che gli allenamenti di salto in padella non sono mai esenti da rischi. Prima di raggiungere un livello di dimestichezza simile a quello raggiunto nell’altra attività, peraltro praticata con soddisfazione per circa trent’anni, qualche piccolo inconveniente l’ho avuto. Sono talmente onesto da ammettere che degli incidenti sporadici si verificano tutt’ora, ma si tratta di casi isolati. Qualche goccia d’olio bollente che mi ustiona le mani, sugo sulle camicie, macchie di unto sulle Clarks. Robetta, insomma.
Purtroppo, come in tutto ciò che si fa nella vita, c’è una differenza sostanziale tra l’obbligo e la passione. Cucinare per qualcuno che si ama  è passione, è donargli un po’ d’amore, seppur sotto la forma di tonnarelli a cacio e pepe. Quando Daniela entra in casa e, per esempio, sente il profumo di ciambellone appena sfornato, cambia espressione. Si distende. Può esserle accaduta qualsiasi cosa, che so, una lite in ufficio terminata con una scarica di vaffanculi repressi, che non ha potuto spedire a destinazione perché con gli altri mantiene sempre un timido riserbo, ma appena varca la soglia di casa, si riconcilia col mondo. La sequenza è: fetta di ciambellone caldo, baci, letto, amore e lite furiosa. Perché al vaffanculo represso bisogna dare libero sfogo, non si può reprimere, e io sono il suo sfogatoio preferito. Con me il timido riserbo non funziona, siamo come il canestro e il pallone da basket. Col tempo, lei è diventata più precisa: potrei azzardare che è quasi una specie di Michael Jordan dell’insulto. Ormai mi centra anche a occhi chiusi. Anche quando sono innocente e del tutto estraneo ai fatti. Perché una donna trova sempre il motivo per insultare o sminuire il proprio uomo. E se non lo trova, ne inventa uno. Sarebbe capace di rinfacciarmi che a ottobre del ‘68 non ho cambiato la cinghia della tapparella”. Aivoglia a spiegarle che nel ‘68 non ero neanche nei pensieri dei miei genitori e che non ero nato. Aivoglia a spiegarle che, da quando stiamo insieme, ho preso 7 lauree, 4 master, scritto 95 libri, e letti almeno  2000, e inventato le tapparelle che si sollevano con la forza del pensiero. Per lei e per i suoi amici sarò sempre il coglione che nel ‘68 non ha cambiato la cinghia della tapparella. Amen.
E questo discorso quando salterà fuori? In un sabato qualsiasi, dopo l’annuncio del venerdì, annuncio che ormai conosco benissimo: “Amore, domani sera ho invitato a cena i nostri amici”.
Come? Stai dicendo che vuoi frantumarmi gli zebedei, con la storia della tapparella, senza concedermi nemmeno di appellarmi a un attacco di amaurosi tremends? Ho una dignità, io. E so fare l’analisi psicologica delle frasi che mi dici. Punto primo, se esordisci con la parola “amore”, qualsiasi cosa dirai dopo sarà senz’altro un padulo di dimensioni galattiche che viaggia con moto uniformemente accelerato verso le mie terga. Punto secondo, se inviti delle persone a cena e io devo passare una giornata davanti ai fornelli, nonostante l’amaurosi, c’è qualcosa che non funziona. Punto terzo, i nostri amici sono solo amici tuoi. A me stanno sulle palle a livelli stratosferici. Soltanto con la mia ex suocera ho raggiunto livelli simili di disgusto. Ma, si sa, l’uomo innamorato è per definizione cedevole e rincoglionito, e io non faccio eccezione. Quindi, di solito, rispondo con altrettanta tenerezza “Certo, amore, passeremo una bella serata”. Che tradotto significa “passerò una serata di merda insieme a qualche mignotta rifatta e a dei superuomini che non devono chiedere mai”. Anche perché, con quei prepuzi che si ritrovano al posto della testa, non saprebbero cosa chiedere e quali domande fare. In compenso, hanno le soluzioni per qualsiasi problema, purché il problema non riguardi loro. Ma su questo punto mi soffermerò tra poco, quando vi parlerò dell’alternativa alla cena fatta in casa. Quella più terrificante. Quella che, nella maggior parte dei casi, mi obbliga a soggiornare lunghe ore sulla tazza del cesso fin quando le mie chiappe non si siano fuse con la tavoletta. Sì, sto parlando del ristorante “in”, quello che conosce l’amico figo che sa vivere. Al contrario di me che non so vivere e sono ancora attaccato alle fettuccine fatte in casa da mia nonna, quelle alla nazzicaculo, per intenderci. Quelle col ragù fatto pippiare 7 ore sui fornelli, in cui affondare mezzo filone sciapo di Terni. Quelle che lasciano nel piatto un irresistibile richiamo alla scarpetta. I sentimentalismi non pagano, questo è evidente. Invece, quei posti del cazzo in cui si mangia bene, si spende poco e si può conversare per ore di argomenti interessantissimi fin quando i testicoli non chiedono asilo politico ai polmoni, quelli sì. Quelli sono da uomini di mondo. Funziona così, lei rientra in case e…

-  Amore?…
Eccolo. Sento il sibilo.
Colpito!
Ahi!, donna furba di dolore ostello,
che hai disprezzo imman per le mie terga,
dispensi più paduli di un bordello
Quando uno ha l’anima candida e poetica come me, non c’è nulla da fare. Sento odore di Nobel…
Sentiamo, cosa devo aspettarmi, dopo questo incipit vaselinato?
- Stasera ti porto a cena in un posto bellissimo. Andiamo insieme a Piero, Franca, Carlo…
- Davvero? Fantastico… di che posto si tratta?
Fantastico un cazzo. Voglio starmene a casa a sfondarmi di fettuccine e vino dei castelli.
Un posticino che conosce Piero. Dice che si mangia un sushi da dio e si spende pochissimo… lo sai, lui per queste cose è un fenomeno.
Come no. Un vero fenomeno. Ha un talento per sparare minchiate colossali, oltre alla sfacciata intenzione di portarti a letto, usando quei mezzi da Casanova fallito che funzionano bene su quelle bagasce delle tue amiche. Mi chiedo chi sei diventata, Dani. Non ti riconosco più. Non mi piaci più. Siamo lontanissimi. Te ne sei accorta? No, secondo me no. Non ti sei accorta che ci siamo persi. Ha ancora senso stare insieme? Ti ricordi chi sono e perché ci siamo scelti? Ricordi i tuoi slanci d’amore, i  tuoi gesti altruisti? Ricordi il mondo che avevamo costruito? Camminiamo sulle macerie, facendo finta di niente. Passando dagli impegni di lavoro alle cene di merda insieme ad amici che amici non sono. Rimpiango i primi tempi, quando vivevamo in simbiosi. Quando il tempo aveva senso solo se stavamo insieme, anche solo a guardare il soffitto. Quando ti addormentavi tra le mie braccia e  dicevi “ho tutto, sto bene così, non mi serve altro”. Adesso cos’hai? Adesso cosa ho? Niente. Mi manca tutto. Un’altra volta. Anzi manca tutto e faccio finta di niente.
-  “Maddai”… è una bella idea. Se non ti dispiace, invito anche Alberto e Cristiana. Sono mesi che non facciamo qualcosa insieme…
-   Sei sicuro? Non mi sembra una buona idea… Cristiana è veramente pesante e volgare. Temo che mi faccia fare una brutta figura…
C’è un momento preciso, in ogni coppia, in cui bisognerebbe parlare senza freni inibitori. Dire tutta la verità, fregandosene delle conseguenze. E’ un momento di confine, e si percepisce chiaramente. Sai benissimo che se parli la storia finisce e se non parli continuerai a strascinarla per un po’, con la stessa agonia. E’ questione di attimi. Un secondo, per prendere una decisione. Un secondo per decidere se ferire o non ferire, se restare o andarsene, se dare ancora una possibilità o non darla più, se essere te stesso o far finta di essere qualcun altro. Capite bene che si tratta di una responsabilità enorme. Una volta, quando ancora ci amavamo, è accaduto. Ho mostrato il mio disagio, il mio dolore e la mia sofferenza: ero io ed è stato drammatico. Danni incalcolabili. Ne siamo usciti in fin di vita. Perché il problema non era solo nelle mie parole, ma anche nei miei silenzi e nelle fragilità che ho rotto. Troppo rischioso, mandare in frantumi qualcuno che si ama. Ma adesso posso permettermelo. Ci vogliamo bene, non ci amiamo più, e siamo alla distanza giusta per non ferirci. Ci penso un momento. Prendo fiato. Rifletto ancora. Sto per dire “È finita, non ti amo più”, ma le parole si fermano. Sembrano incastrate nella gola come spine di pesce. Conficcate nella trachea. Dico la prima cosa che mi passa per la testa.
-   Ho voglia di vedere i miei amici, Dani. Della figura che “potrebbe” farti fare Cristiana non me ne può fregare di meno. D’altronde, anche Piero, con quelle sue uscite da psicodemente, non fa una bella figura ai miei occhi. Preferisco la volgarità di Cristiana, che almeno è sincera.
-   Come fai a difenderla, non lo so. Ti ha creato solo problemi, in agenzia. Stavate per chiudere i battenti, a causa del suo modo di essere. E non dire di no… troieggiava con chiunque. Non la sopportavi… non capisco come hai fatto a cambiare idea.
-   Sì, è vero, ha creato qualche problema. Ma ho imparato a conoscerla. Ha cercato di migliorarsi e ho capito che troieggia molto meno di quello che sembra. In ogni caso, molto meno di quelle baldracche delle tue amiche!
Ecco là, mi è scappato…
-   Non ti permetto di rivolgerti a loro con questi toni. Ognuna ha una storia che tu non conosci: non puoi esprimere giudizi.
-   Esattamente come non puoi farlo tu con Cristiana.
Discorso chiuso.
Muro contro muro.
In auto, silenzi, musi lunghi e anime annoiate. Distanza. Sembriamo come quei luoghi che qualche anno prima sembrano fantastici e dopo qualche anno li trovi completamente cambiati. Rivedi le foto e ti chiedi “com’è possibile?”. Prima c’era un campo di papaveri e margherite e adesso c’è il deserto.
Cazzo, mi sono intristito per voi al pensiero che in questo momento starete ricordando qualcosa di bello che non c’è più. Non ho inventato nulla, sia chiaro. Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria, diceva Francesca, per mano del sommo poeta.
Vabbè, parcheggio davanti al ristorante tra la BMW di Piero e la Porsche di Fabio, un altro superuomo dell’alta finanza, sempre abbronzato e col sorriso lupigno. Ho qualche perplessità… non vorrei che quei due cessi a pedali facessero sfigurare la mia Panda Hobby 1.100 Fire. Specifico “1.100 Fire” perché la mia non è quella col motore tradizionale ad aste e bilancieri. Altrimenti avreste ragione a non considerarla al pari della BMW e della Porsche. Ho anche il portapacchi sul tetto, se proprio vogliamo essere precisi. Optional di altissimo livello, che i fighetti non sanno nemmeno a cosa possa servire. Possibile che non abbiano mai avuto l’esigenza di trasportare, che so, un divano letto o un materasso a molle indipendenti, sfoderabile, che al minimo accenno di moto si impenna come il ciuffo di Little Tony? Io prevedo tutto, cari miei. E quando devo acquistare un’auto guardo agli aspetti pratici.
A dire la verità, sono un po’ preoccupato per la serata. Daniela non ha tutti i torti: Cristiana è una mina vagante. È anche vero che non la sopportavo… e parlo al passato perché le persone cambiano e lei negli ultimi anni si è comportata lealmente in diverse occasioni. L’ho apprezzato e si è guadagnata la mia fiducia, al punto da diventare una buona amica. È una donna ruvida e schietta, non c’è che dire. A volte se ne esce con delle espressioni gergali da carrettiere che, per quanto possano essere volgari, descrivono benissimo le situazioni, ma mi mettono terribilmente in imbarazzo. Per questo, ho cercato di metterla in guardia, cercando di contenere la sua esuberanza con un ammonimento imperativo:
-  Cristiana, mi raccomando, sii sobria…
-  In che senso?
-  Nel senso che ti troverai in mezzo a un gruppo di stronzi che non sono capaci nemmeno di stare a galla e Daniela non vuole fare brutta figura.
Mentre sono perso tra i miei pensieri, Alberto arriva con la sua Audi cabrio. Eccone un altro, penso. Valutate voi, tra tutta questa gente, chi è inadeguato: io o loro? La maggioranza vince, ma si contende premi di merda. Vogliamo competere veramente? Facciamo una gara di trasporto materassi e vediamo chi vince. Ecco là, parli di materassi e spunta Cristiana, vestita come un carretto siciliano e truccata come il cantante dei Cure, che mi tramortisce con un profumo agli olii essenziali di mango e caciocavallo. Meno male che le avevo chiesto di essere sobria. Avrei dovuto dirle “sii zoccola” e si sarebbe presentata sicuramente in tailleur e con un filo di trucco. Ha una personalissima visione della zoccolagine e non ha tutti i torti…
-   E me cojoni…
Esclama, guardandosi intorno.
-   Prego?
Risponde Daniela, fingendo di non aver capito. Io, invece, conoscendo Cristiana e interpretando bene l’intonazione data alla sua esclamazione di giubilo, ho capito tutto.
Il significato è chiaro:
E. Bel posto, non c’è che dire…
Me. Spenderemo una cifra spropositata per mangiare poco e male.
Cojoni… Mi annoierò talmente tanto che ringrazio dio di essere donna perché se avessi le palle resterebbero incollate alla sedia.
Che poi è quello che ho pensato anch’io. Solo che, essendo uomo, e avendo le palle, l’incollaggio istantaneo lo rischio realmente. Se fossimo andati da Peppe er matriciano, mi sarei sentito più a mio agio. Tovaglie di carta, boccali di birra e soffritto di sugna. Ah, quella sarebbe vita. Invece no. Entriamo in una sala elegantissima appestata di cristalli di Murano, sedie di Murano, camerieri di Murano, pane di Murano, pesce di Murano e facce da cazzo dei Parioli, che cercano di far finta di essere di Murano.
La tavolata è al completo: mancavamo solo noi. Presentazioni, convenevoli, parole di circostanza, e ovviamente, gli occhi sono tutti puntati su Cristiana. Risatine, segni di disgusto, apprezzamenti pesanti. Viene servito un prosecco accompagnato da alcune tartine, le distanze si riducono e iniziano le operazioni di incollaggio: discorsi inutili, su temi inutili fatti da persone inutili.
- Uè, Luchino, quando lo cambiamo quel catorcetto di macchina? Se vuoi, ti vendo la mia,,, io ho ordinato il nuovo modello.
Luchino ‘sto cazzo, penso. Chiama Luchino quella bagascia della tua compagna, se hai le palle. La mia Panda si inchiappetta il tuo Suv di merda quando vuole, ho il motore Fire, io. Con dieci euro di benzina faccio Roma- Magliano Sabina andata e ritorno. Ma non ti do la soddisfazione di proporti uno scambio, sono un signore e rispondo con più eleganza.
- Mi piacerebbe, Fabio, mi piacerebbe sul serio, ma la tua non auto non ha il portabagagli e io ne ho un bisogno vitale: trasporto spesso materassi sfoderabili a molle indipendenti.
- Materassi…?
- Lascia perdere, Fabio. Stasera Luca ha bevuto troppo prosecco… Spero che riesca ad arrivare lucido al dolce…
È incredibile come sia cambiato tutto. Qualche anno fa, la disputa Panda – SUV era con Alberto e Cristiana. Ricordate la vacanza sulla neve? Ricordate l’ultimo addio allo sportello? Ok, non ricordate un cazzo. Vabbè, facciamo finta che abbiate detto sì. In quell’occasione, ebbi modo di argomentare le distanze che si erano create tra noi: davamo un valore ai soldi troppo diverso. Adesso mi ritrovo a dover stringere alleanze con Cristiana, per poter sopravvivere alla serata. Purtroppo, però, non si possono mai prevedere le direzioni che prenderanno le conversazioni: da semplici questioni automobilfalliche si può passare tranquillamente alle coltellate, senza accorgersene. Per esempio, basta dire:
- Maddai, la Panda è una macchina da poveracci. Bisogna anche darsi un tono… Nemmeno gli zingari la usano più… L’abito fa il monaco, Luchino… capisci il mio ragionamento?
Ragionamento? Cioè, fammi capire, pensi veramente di aver sviluppato un ragionamento? Sicuro che non si tratti di un pensiero che potrebbe fare anche l’unghia incarnita di un galletto amburghese? Fattelo venire qualche dubbio, ogni tanto. Ti sei mai chiesto, per esempio, cosa accadrebbe se al posto del cervello avessi un casatiello? Te lo dico io: non accadrebbe niente. Produrresti gli stessi pensieri ad minchiam of levrier, cioè a cazzo di cane. Stai calmo, Luca, stai calmo. Conta fino a dieci, anzi, risolvi a mente la radice quadrata di settemilioniquatteocentocinquantottomilaventisette. Poi, ripeti un paio di canti a caso della divina commedia e ripassa a memoria la dimostrazione delle successioni di Cauchy. Infine, di’ una preghiera propiziatoria al creatore di tutti gli uomini, Galileo Galilei. Soltanto lui può fornirti un sistema inerziale da cui far partire un vaffanculo, che arrivi al destinatario con moto rettilineo uniforme e velocità costante. Mi ripropongo di farlo, ma vengo inaspettatamente interrotto. No, Cristiana non ha preso il vaffanculo al balzo per rispondere al posto mio. Men che mai l’ha fatto Daniela, che avrebbe dovuto mostrare un po’ di gratitudine per quella povera auto, l’unica ci ha regalato momenti di felicità irripetibili e non ha mai perso un colpo. Come il sottoscritto, aggiungo io. Su, Daniela, di’ qualcosa, su, non è difficile. Ti ricordi quella volta in cui ci scappava di fare l’amore e ci siamo fermati nel primo parcheggio che abbiamo trovato? Ti ricordi quanto eravamo felici? Faceva un caldo della Madonna, eravamo sudati, stretti come la testata e il monoblocco del motore fire, ci muovevamo pianissimo e tu eri bella come il sole di luglio. Indossavi un vestito nero e avevi negli occhi una luce che avrebbe fatto sfigurare persino i led della spia della riserva. Stavamo là, in un posto desolato, tra i rifiuti e la puzza degli scarichi, davanti a un fabbricato abbandonato, con le auto che ci passavano vicino e la paura di essere beccati da un momento all’altro. Eppure, nonostante tutto, il paradiso era in quella Panda, in uno spiazzo accanto all’autostrada Roma-Fiumicino. Via Riccardo Morandi, per l’esattezza. Il fratello di Gianni, quello conosciuto più per le opere di ingegneria e meno per la passione segreta per le canzoni. Gianni cantava “c’è un grande prato verde”, ricordate? E l’avevamo cercato, quel giorno, il prato verde in cui imboscarci… cioè, impratarci… ma niente. Abbiamo girato tutta la campagna intorno all’aeroporto, come cani da tartufo. Delusione. Il grande prato verde non esiste. Se esiste, o ci sono i cani pastore, o ci sono le case dei contadini o è pieno di rovi che ti bucano il culo appena ti siedi. Il bastardo di Monghidoro ha mentito. Ma per fortuna suo fratello Riccardo ha pensato anche a quelli come noi, quelli che, in un pomeriggio afoso d’estate, vogliono amarsi e non hanno tempo per tornare a casa. Non c’è il prato verde? Pazienza. “C’è un gran parcheggio grigio”, brano meno celebre ma sicuramente più realistico, dal momento che il parcheggio esiste e porta il nome del suo autore. Che coppia, Riccardo e Gianni Morandi. Il primo costruiva autostrade e il secondo scriveva canzoni per fare pubblicità alle opere del fratello, al suono di “Andavo a 100 all’ora…”. Insomma, in quel parcheggio deserto ci siamo amati, tra i tuoi sììììì e i miei silenzi. Bocche incollate e sudore. Ea talmente bello vedere il piacere disegnato sul tuo viso, che non riuscivo a dire niente, cercavo solo di trattenere quel momento più a lungo possibile. Perché sapevo che saremmo diventati diversi da quelli là e volevo avere qualcosa da ricordare quando sarebbe accaduto. In una sera qualsiasi, a cena con degli estranei, che di quella Panda non ne sanno un cazzo.
Ho tirato fuori questo momento poetico e felice della mia vita per due ragioni. La prima è per dimostrare scientificamente, qualora ce ne fosse bisogno, cosa di cui dubito, che non sono un coglione, almeno non interamente. So riconoscere la bellezza anch’io, cosa credete? La seconda è per dimostrare scientificamente, qualora ce ne fosse bisogno, cosa di cui dubito, che sono un coglione intero e non il mezzo coglione delle righe precedenti. Invece di attaccare quel deficiente alla giugulare come un mastino napoletano, cosa che avrei fatto senza problemi, se solo mi fossi trovato nelle condizioni per farlo, me ne esco con la frase che fa imbestialire Daniela perché è il mio modo per perculare un interlocutore che mi parli di cose di cui non me ne frega una cippa.
- Certo, certo. È chiaro…
Frase che può assumere forme diverse, ma egualmente efficaci. Basta mescolare l’ordine degli addendi e il risultato non cambia.
Certo, è chiaro è chiaro.
Certo, è chiaro, certo.
È chiaro, certo, è chiaro.
La duplicazione di “certo” ed “è chiaro” è essenziale per rafforzare il concetto. È come dire “Certo, non me ne frega un cazzo, un cazzo!” oppure “È chiaro, sei un coglione, un coglione!”. Duplica l’offesa e il disinteresse. Potreste obiettare che nella forma “certo, coglione, certo” o “è chiaro, non me ne frega un cazzo, è chiaro” la duplicazione dell’offesa non c’è. È vero, potrebbe sembrare così, ma la soddisfazione di dare apertamente del coglione a qualcuno fingendo di assecondarlo non ha prezzo. Sotto un innocuo e gratificane “è chiaro” si nasconde un coglione, dietro a “certo” si nasconde “fottiti!, tu i tuoi ragionamenti da minchione”. Se state pensando che uso le metafore meglio di Raymond Chandler, siete autorizzati a farlo. Vi autorizzo anche a usare le suddette metafore per scopi personali e non commerciali.
Insomma, questa storia del “Certo, certo. È chiaro” è uno dei tanti linguaggi in codice che Daniela conosce bene. Mi guarda compassionevole e distante, nemmeno incazzata, come per sottolineare la mia incapacità di mostrare le palle e scatenare una rissa. Una volta mi avrebbe guardato innamorata, pensando “sei un cazzo di genio”. Pensate che io sia un vigliacco? Scusate se mi permetto, ma, come al solito, non avete capito un cazzo. Mentre quel testicolo striminzito parlava di auto e 4×4, io sono stato attaccato violentemente da una nemica subdola che combatto da anni. No, non mi riferisco a Daniela, e nemmeno alla mia ex moglie. Mi riferisco a quella bagascia infame, che si palesa nei momenti meno opportuni. Di solito esordisce con delicatezza, mostrandosi quasi distaccata e accondiscendente. Mi dà una specie di sensazione di freddo in pancia anche se fuori ci sono 40 gradi e ho appena bevuto tè bollente. Conosco benissimo il significato di quella sensazione, ma ogni volta faccio finta di niente e cerco di ignorarla. Faccio il vago. Dissimulo. Dico “sarà lei o non sarà lei?”. Nella mia mente intono qualche canzone per distrarmi, brani tipo “Ancora tu? Ma non dovevamo vederci più? E come stai? Domanda inutile, stai come me e mi scappa…”. Oppure, “No non può essere leeeeeei… “. Insomma, c’è una canzone per tutte le situazioni della vita e in questo caso Battisti ci prende alla grande. Minuti sprecati per far credere all’ascoltatore che Non è Francesca e alla fine è proprio Francesca. La stessa situazione in cui mi sono trovato io: minuti sprecati per autoconvincermi che non fosse “costipazione ultraliquida improvvisa” e alla fine non solo era quella, si era trasformata nella più celebre delle sue sfumature, quella che più elegantemente viene chiamata cacarella e a cui vengono associate spesso altre parole delicate ed eloquenti tipo fischio, asfissia, braghe, aritrmia, sudarella.
Capirete bene che mentre quel coglione parlava di auto io ero troppo impegnato in altri ragionamenti e non potevo argomentare qualcosa di conflittuale. Avevo un conflitto interno da risolvere. Prove di indifferenza. Ma, si sa, l’indifferenza è il peggior disprezzo, e alla cacarella non piace essere ignorata. Cioè, tu puoi anche ignorarla, ma lei non ignorerà mai te. Strano modo di dimostrarti il suo affetto e la sua amicizia.
Mentre penso “no, non può essere leeeei”, sento nello stomaco il classico rimescolio, che dura qualche secondo, e alla fine la sciabolata. Quel dolore che ti squarcia lo stomaco. La stessa sensazione che avrebbe un’orata se solo potesse dire cosa prova quando la squartano in due per toglierle le interiora. Ecco, in questo caso l’orata sono io e la sciabolata mi toglie il fiato, strappandomi anche le branchie. Respiro a stento. Non so cosa fare. Avrei voglia di scappare e invece questi coglioni continuano a parlare di puttanata galattiche. Quando il nemico attacca bisogna studiare le contromosse, ma in questa guerra c’è solo un vincitore e quel vincitore non sono io: è la tazza del cesso su cui posare nel più breve tempo possibile le mie chiappe traditrici. Che faccio? Provo a resistere e arrivare alla fine della cena? Ci provo? Ok, l’avete voluto voi. Ma per resistere devo pur occupare il tempo. E lo faccio come mi riesce meglio, impiegandolo in due cose assolutamente inutili. Visto che non ricordavate le vacanze sulla neve, sicuramente non ricorderete nemmeno il mio sorriso da fontana luminosa, quello che sfoggiai quando un tabaccaio con la testa da prepuzio mi vendette un generatore di palle di fuoco incendiarie al posto di una fontana luminosa da mettere sulla torta di compleanno di Alberto. Insomma, parlo di quella volta in cui il mio regalo gli incendiò la casa, creò il caos, e io, mentre i lapilli incandescenti mi bucavano il cranio, continuavo a rassicurare gli ospiti con il mio sorriso forzato, ribattezzato “sorriso da fontana luminosa”. Situazione diversa, ma stessa impostazione. Dentro muoio, ma ai commensali sfoggio il mio sorriso da fontana luminosa. La prima cosa inutile è andata. Inutile perché alla gente del tuo dolore non gliene frega mai niente. Puoi soffrire ridendo o soffrire piangendo: gli altri non riusciranno mai a comprendere fino in fondo quello che senti realmente. Quindi, col mio bel sorriso da fontana luminosa stampato in faccia, che non permette nessuna considerazione sui miei dolori, passo alla seconda cosa inutile. Mi chiedo “Cosa mi avrà fatto male?”. Lo vedi che sei un deficiente, Luca? Ti stai torcendo dai dolori e pensi sia più importante risalire alla causa del malessere che trovare un cesso disposto a essere umiliato dalle tue terga? È importante sapere se è colpa delle tartine o del panino con cozze, melanzane, peperoni, fettina panata e caciocavallo che hai mangiato a pranzo? No, non è importante, solo che questo pensiero si palesa in ogni essere umano, in quel minuto di pausa in cui sembra che sia tutto un falso allarme. Il sudore freddo si attenua, il senso di sgomento passa e si intravede una possibilità di salvezza. Di solito, quella sensazione dura poco, un paio di minuti al massimo. Poi, arriva il colpo di scimitarra, che riporta tutto alla realtà. Non è un falso allarme, hai bisogno di un cesso. Subito.
Cosa fai, quindi?
Ti alzi, mantenendo il suddetto sorriso, e ti dirigi verso la toilette.
Mi scappa di lavarmi le mani, dici ai commensali, facendo ricorso all’ultimo briciolo di ironia che hai in corpo. Cammini, in travaglio, verso il bagno e trovi la sorpresa.
Guasto.
Nemmeno occupato, guasto. Rotto. Fuori uso.
Guastooooo?
Cosa cazzo state dicendo?
Volete farmi credere che in questo posto di merda, dove il coperto costa dieci euro a persona, non c’è un bagno funzionante? Giuro che, appena esco da questo incubo, scrivo una recensione negativa che farà passare la voglia a tutti i colitici del pianeta di venire a mangiare qua.
Ho capito, può salvarmi solo lei.
Panda.
1100 Hobby.
Con motore Fire.
Lei da sola non basta, però, mi serve anche quell’insalatiera di cristallo piena di frutta che ho visto all’ingresso. In meno di mezzo secondo, e in queste situazioni gli attimi possono essere fatali, elaboro il mio piano diabolico.
- Mi sa che ho dimenticato il cellulare in macchina. Vado a recuperarlo… aspetto un messaggio di un cliente importantissimo.
- Vacci dopo, Luchino, abbiamo ordinato la grigliata di pesce.
- Fabio… Fatti. I cazzi. Tuoi.
Temo di averlo detto con il tono e lo sguardo della bambina dell’Esorcista, perché quel demente replica mestamente.
- Ok, Luchino, ma stai calmo… Era solo per dirti che tra poco arriva la grigliata di pesce.
Sai dove puoi mettertela la grigliata di pesce? Vuoi che ti faccia un disegno o lo intuisci da solo? Con la spigola non dovresti avere problemi, semmai potresti avere delle incertezze con le rotelle di calamari… Potrei stupirti, se ti dicessi gli usi che puoi farne. Per fortuna, all’ingresso non c’è nessuno, posso agire indisturbato. Non mi pongo nemmeno il problema della pena relativa al furto con destrezza di un’insalatiera. Un anno? No, vostro onore, la frutta l’ho lasciata dov’era. Va bene, allora facciamo tre mesi e dieci cene forzate con gli amici di Daniela. Ok, come non detto, vada per l’annetto di vacanza a Regina Coeli. Esco dal ristorante come Furia cavallo del west e galoppo verso la Panda, ma a metà strada sento contemporaneamente l’ultima doglia e la voce di Piero che dice “Luchino, sbrigati, la grigliata è in tavola”. Ancora Luchino… Luchino ‘sto cazzo, ripenso un’altra volta. Lo so, sono monotono, ma non sopporto di essere chiamato così. Se ti avvicini alla Panda, giuro che ti spacco il parabrezza a testate. Con la tua, di testa. Apro lo sportello e in meno di due minuti quella che sembrava una tragedia annunciata si trasforma in un momento di enorme gratificazione. Giubilo. Sento gli angeli cantare Alleluia.
Ah! Come sto bene.
Mi sento un uomo nuovo.
Rigenerato.
Fischietto come un fringuellino. Fiù fiù fiù.
Finestrini aperti, cicale e l’odore della notte.
Cioè, non solo della notte, ma questo non conta ai fini del racconto.
Aria, aria fresca.
Panda.
1100 Hobby.
Motore Fire.
Amore.
Fedele compagna.
Solo tu mi conosci veramente.
Solo a te ho mostrato i miei lati nascosti.
Solo tu mi togli dagli impicci come nessun’altra.
Per un attimo, valuto attentamente cosa fare dell’insalatiera, promossa in un millisecondo a un ruolo ben più importante e impegnativo di quello che aveva sul bancone. Ho diverse possibilità: rimetterla al suo posto?, depositarla sul cofano della BMW di Piero?, creare un’edicola votiva in un angolo di casa?, trasformarla in un pratico portachiavi da usare alla bisogna? Alla fine, però, prendo una decisione drastica e dolorosa: l’abbandono lungo la strada senza guinzaglio. Mi vergogno troppo di essere umano. Qualche anima buona si prenderà cura di lei.
Rientro nel ristorante, con l’aria trionfante, simulando il passo sicuro di un garibaldino. Mi è venuta quasi fame, a dire il vero.
- Ce l’hai fatta? L’hai fabbricato questo cellulare?
- Fabio, vai a farti fottere tu e la tua Porsche. Col cazzo che la cambio la mia Panda!

Voli d’angelo e pelli di leone

Io e lo sport abbiamo sempre avuto un rapporto burrascoso, tipo Brooke e Ridge in Beautiful. Ormai non conto più le volte che ci siamo presi e lasciati… che nostalgia. Quante volte, dopo una prova impegnativa, ho detto, Ma chi cazzo me l’ha fatto fare?, più o meno come quando ripenso alle poche ma squilibrate donne che per fortuna sono lontane. Quanti commoventi vaffanculi di cuore ho indirizzato alle salite ripide percorse in bicicletta? Quanti mortacci, passando al setaccio diverse generazioni, ho evocato, mentre scendevo da qualche pista nera con gli sci? Lo so, le parole d’amore sono una cosa meravigliosa… Nonostante ormai siamo arrivati ai ferri corti, lo sport continua a tentarmi come una baldracca d’alto bordo: prima mi fa vedere la coscia tornita e poi mi presenta il conto. Ho provato di tutto: calcio, nuoto, pallavolo, basket, windsurf, sci, canoa, ciclismo, atletica… e in ogni disciplina ho primeggiato al contrario. Ho ultimeggiato. Fallendo, ovviamente. Daniela, la mia compagna fedele come un lupus eritematoso, invece, oltre ad avere una predisposizione naturale per qualsiasi sport che la diabolica mente dell’uomo abbia avuto la malvagità d’inventare, è anche campionessa di decathlon. No, non intendo quella specialità che prevede la pratica di dieci sport impossibili per le capacità di qualsiasi comune mortale. Sarei tentato di dire che è più portata per passare ore e ore dentro al negozio di sport dal nome omonimo, a rompere le balle ai commessi e a scegliere capi d’abbigliamento super scontati, dai colori improbabili, che non indosserebbe nemmeno Platinette, ma nemmeno questa è l’attività in cui spicca. Il suo è un decathlon psicologico contro di me, una specie di giochi senza frontiere distruttivo, che prevede:

- Frantumazione ripetuta delle sacche scrotali perpetrata con lamentele crescenti su temi casuali, sconnessi e inutili.
- Frattura scomposta dell’apparato riproduttivo, preceduta da scenata di gelosia isterica e simulazione di convulsioni
- Tre giorni di “niente’” a chiunque tenti di chiedere cosa c’è che non va
- Prova di velocità di bipolarismo, per battere il primato del mondo sul numero di cambi d’umore al minuto
- Distruzione di autostima a colpi di “non capisci”.
- Rievocazione e rinfaccio di parole dette anni prima, registrate nel master boot record dell’hard disk cerebrale, e pronte a essere vomitate al primo malfunzionamento del BIOS.
- Prova di imbruttimento multipla con testata a freddo in pieno petto, corredata dalla fatidica domanda “chi è quella troia?”
- Istigazione alla crisi d’identità, con tecniche di distruzione psicologica subliminali, e competizioni ad minchiam con qualsiasi donna abbia avuto la sventura di nominare.
- Sollevamento di problemi inesistenti e corsa alle insoddisfazioni
- Salto con l’ansia e scatto di nervi

Capirete che, con una donna simile accanto, gli sport estremi si sprecano. Il più pericoloso in assoluto è la contraddizione. Basta che io dica timidamente “forse stai sbagliando”, badate bene, “forse”, non “sono certo che”, per scatenare una prova di forza su chi ha ragione. Prova di forza che finisce solitamente in rissa e non termina alla fine della discussione. Nooo, termina quando è stata attuata, da parte sua, una vendetta lenta, progressiva e proporzionata, come suggerito dal codice barbaricino, libro che tiene sopra al comodino e consulta tutte le sere prima di addormentarsi. Termina in un momento qualsiasi, in un pomeriggio qualsiasi, in cui non si può far altro che tirar fuori il rancore. Quando la noia e la voglia di stare lontani superano di gran lunga la voglia di stare insieme. Questa è la vera differenza tra me e lei: io quel “forse” lo dimentico subito dopo la discussione, a lei resta marchiato a fuoco nelle sinapsi. E a volte le sue sinapsi si impallano come Windows. La differenza è che per risolvere la situazione non si possono spingere i tasti Ctrl-Alt-Canc e tantomeno riavviare il sistema operativo. Va in loop, come quei programmi che si scrivevano da ragazzini sul Commodore 64 per sentirsi dei programmatori navigati. Riga 1, print “Sei bello”. Riga 2 go to 1. Solo che nel caso di Daniela la riga 1 corrisponde a uno dei dieci punti elenco del decathlon decalogo. Su quel “forse”, lei costruisce un castello di riflessioni, di “forse intendeva dire che…”. Lo fa in piena autonomia e libertà. E quando una donna ragiona liberamente e autonomamente sulle parole dette da un uomo, di sicuro trae delle conclusioni sbagliate. Perché siamo diversi, non c’è niente da fare. L’uomo ragiona in maniera euclidea e la donna in modo naif. Per comprendersi, bisogna parlarsi e confrontarsi. Altrimenti si rischia di schiantarsi a volo d’angelo sulle incomprensioni e di atterrare a pelle di leone sui fallimenti sentimentali. Che poi è la mia specialità, anche negli sport. Sono un campione di volo a cazzo di cane e atterraggio scomposto. Ricordo quella volta in cui, per seguire lei e i suoi amici, dei pazzi esaltati con la fissazione dell’adrenalina e delle prestazioni da gara, mi sono imbattuto nella più fantozziana delle discese sugli sci: la Gran Risa. Già il nome avrebbe dovuto suggerirmi qualcosa, rispetto alla reazione che avrebbero avuto gli altri nei miei confronti.
- Hai visto quanto è ripida? Sembra un muro…
- Infatti, più che Gran Risa avrebbero dovuto chiamarla Muro del pianto…
- E dai, Luca, devi sempre rovinare tutto!
- Non voglio rovinare nulla, invece. Sai che a me piace scendere lentamente, facendo delle tappe, che prevedono strudel, cioccolata calda e bombardino con panna.
- Uffa! Non capisci proprio niente. Pensi sempre al cibo. Prendi esempio da Piero… lui scende come un razzo e ha uno stile perfetto.
Che vi avevo detto? Ecco il primo “Non capisci” della giornata. E, per non farsi mancare nulla, anche l’istigazione alla crisi d’identità. Piero, invece, capisce. Per essere precisi, Piero è un manager rampante, palestrato e con la fissazione del deltoide scolpito, della dieta proteica, e del Rolex Daytona stile macellaio arricchito. Tacchina Daniela da sempre. E lei si lascia tacchinare, peraltro. Il fatto è che non riesco a prendere esempio da un gorilla con due neuroni sconnessi, e questo sta diventando un problema. Io sono fiero del mio sognare, di questo eterno mio incespicare, direbbe Guccini. E rido in faccia a quello che cerchi e che mai avrai, direbbe sempre Guccini.
- Sì, Piero è il mio modello di riferimento. Se oltre a sciare come Alberto Tomba riuscisse a dire “se io avessi” e non “se io avrei”, sarebbe un uomo da sposare.
- Non essere polemico: non si vive di soli congiuntivi. Serve anche altro…
- Sì, è vero, per vivere servono anche i Rolex da otto chili. Di piste nere, invece, si può morire.
- Esagerato! Su, forza, vedrai che ti divertirai.
Come no…
Odio la mia accondiscendenza, specialmente quando la uso per mascherare il mio senso di inadeguatezza. Per non sentirmi diverso, dico sì. E mi pento. Dovrei fregarmene e dire dei no tondi tondi, ma non sono capace. Eppure, dovrei aver imparato che quando cerco di essere uguale agli altri le cose vanno a puttane. Qualsiasi cosa. Dal lavoro all’amore. Tranquilli, non vi deluderò: anche stavolta, per non sentirmi inadeguato rispetto a Piero e per non deludere Daniela, dirò di sì. Anche se ho paura. Anche se non so sciare. Anche se vorrei solo stare con lei, senza avere quest’ansia da prestazione e da competizione. Servirà a qualcosa? Chi può dirlo? Ah, già, posso dirlo io, che vi sto raccontando la storia…
Eravamo schierati in formazione d’assalto. Sembravamo i Sorci verdi, il temibile battaglione aereo della seconda guerra mondiale da cui deriva il celebre detto “te faccio vedé li sorci verdi”. Con la precisazione che, in quell’occasione, io ero il bersaglio e loro il battaglione. E i sorci verdi, in effetti, me li hanno fatti vedere. C’è da dire che la formazione d’assalto era molto disomogenea. In prima fila erano schierati Daniela e Piero, poi, a scalare, in ordine di ego ed esaltazione, gli altri componenti del gruppo. In coda, io e Rosario, un cinquantenne siciliano e imbranato che vedeva nella mia inadeguatezza l’unica sua ancora di salvezza, più o meno come io vedevo nella pratica professionale del suo nome l’unico sistema per uscire vivi da quella situazione.
- A Lù, non so te, ma, come dite a Roma?, io me sto a cacà sotto dalla paura…
- Tranquillo, Rosà, scendiamo piano piano a spazzaneve. A ogni curva tu dici un ora pro nobis, nella speranza che serva a qualcosa, e vedrai che ne usciamo vivi.
Che gruppo di merda!
Disomogeneo al massimo.
Mi chiedo perché, per far funzionare le cose in una coppia, si debba sempre scendere a compromessi. Non è possibile andare nella stessa direzione? No, pare di no. Uno ama il mare, l’altra la montagna. Una è pigra, l’altro iperattivo. Uno è simpatico, l’altra ha il senso dell’umorismo di un frigorifero. Uno è passionale, l’altra una lavastoviglie con le unghie. Uno ha amici anarchici e minimalisti, l’altra amici fighetti e superficiali. Fattele due domande, se le relazioni naufragano, no? Ogni volta che si fa un compromesso, si rinuncia a essere sé stessi. E ogni volta che si rinuncia a essere quello che si è, si scava la fossa alle relazioni. Perché se uno è costretto a essere qualcun altro significa che la persona che ha accanto ha bisogno di qualcun altro. Questa rincorsa a essere diverso da quello che sono mi ha un po’ rotto i coglioni. Soprattutto quando mi ritrovo in contesti in cui la diversità mi fa sentire profondamente inadeguato. Tipo quelle cene tra pariolini figli di papà in cui ognuno tenta di dimostrare, a colpi di successi lavorativi, scarpe in pelle di foca nana del Sahara e soluzioni capitalrazziste ai problemi del mondo, chi ce l’ha più lungo, senza rendersi conto di mettere sul tavolo una dotazione genitale che meriterebbe un microscopio di precisione, per essere osservata. Sappiatelo, io rubavo i pezzi dei motorini insieme a Giggetto, il tossico del quartiere. Quanta nobiltà c’era in quei gesti. Eravamo i Robin Hood delle due ruote. Rubavamo a chi aveva i pezzi di ricambio, per venderli a poco prezzo a chi non li aveva. A chi non aveva il motorino non rubavamo niente Più nobili di così credo che non si possa essere. Quella era un’azienda solida, altro che Amazon. Una vera Società a Responsabilità Limitata. Io mi limitavo a fare il palo e Giggetto a smontare i pezzi: eravamo d’accordo che se la polizia si fosse bevuta uno dei due l’altro avrebbe negato fino alla morte qualsiasi conoscenza. Più limitata di così… Non siamo mai andati in perdita, i conti sono sempre stati a posto. Il fatto che i miei soldi li abbia investiti in cazzate inutili dipende dal mio spiccato senso per gli affari, che si è palesato fin dall’adolescenza. Ricordo con commozione quel trittico, composto da sella, ruota e carburatore di una Vespa 150, che ha fruttato la somma esatta per comprare un Game Boy con cui sfidare gli amici a Tetris. E ricordo nettamente i ringraziamenti sinceri del ricettatore: erano mesi che la sua Vespa singhiozzava a causa di un carburatore malfunzionante. Con una spesa contenuta, gli consentimmo di sistemarla. Tutti contenti, insomma. Se state pensando che il derubato non sia rimasto proprio contento, vi dico che se uno può permettersi un carburatore funzionante, non si può provare pena. Sono problemi suoi, se viene derubato. A me interessa aiutare chi non può permetterselo…
Invece, sentire i discorsi dei manager rampanti mi fa venire il voltastomaco. Sì può essere schiavi di un padrone, che si arricchisce alle loro spalle e non gliene frega un cazzo dei dipendenti, credendo di vivere una vita appagante e sentendosi realizzati? Evidentemente sì, è possibile. Se è possibile questo, può anche verificarsi l’eventualità che un ladro libero faccia il suo sporco lavoro, che poi così sporco non è, se viene paragonato a quello di chi ruba in giacca e cravatta, e smonti nottetempo i paraurti delle auto per rivenderli ai bisognosi.
Insomma, mentre guardo le ricche facce da culo che mi circondano, ripenso ai primi tempi, a quanto eravamo spensierati io e Daniela quella volta in cui ci ritrovammo a sciare insieme ad Alberto, il mio migliore amico, e a quella baldracca della sua compagna, la donna che ci ha fatto allontanare. Sono mesi che non usciamo insieme. E mi manca un po’. Chissà come avrebbe reagito, in questa occasione. Sicuramente non mi avrebbe lasciato indietro… In certi momenti, bisognerebbe fare delle fotografie, per ricordarsi come siamo prima che tutto cambi. Sarebbero delle immagini da guardare con nostalgia, utili per trovare il punto esatto in cui qualcosa è andato storto e si è rotto, e servirebbero per capire come non sbagliare più. Invece, si dimentica, o si cambia, e si cede il fianco agli sbagli ancora, ancora e ancora.
- Scendiamo a cannone e l’ultimo paga da bere.
Ancora con queste scommesse da coglioni? Pago io e la finiamo qua, penso.
- Quanto mi sta sul cazzo quel Piero.
- Lo dici a me? È una vita che cerca di rimorchiare Daniela. Prima o poi ci riuscirà, ne sono certo.
- Minchia!, ieri sera eravamo seduti allo stesso tavolo: non ha fatto altro che parlare di SUV, bilanci, Costa Smeralda e investimenti.
- Che uomo modesto. Briatore in confronto a lui è don Gallo…
- Però sa sciare… Guarda come scende a razzo.
- Dai, scendiamo anche noi…
Come si traduce, in italiano, l’espressione romana “Mortaccisuaquantoèripidastadiscesa”?
Non mi viene in mente niente. “Accipicchiolina, la pendenza è elevata” non rende l’idea.
Ma chi me l’ha fatto fare? Non potevo restarmene in albergo, simulando un attacco di cervicale? Mi tocca far ricorso al coraggio che non ho. Mi faccio il segno della croce, nel nome di Daniela, di Piero e dell’anima di chi t’è muort. Scendo con una grazia che non dico Graziella un po’ per modestia e un po’ perché renderebbe di più l’idea la terza Grazia, quella più famosa…
Ogni metro è una scommessa con Newton per mantenere l’equilibrio. Ovviamente, nel mio caso, più delle leggi della fisica valgono le leggi della metafisica e, soprattutto, il ricorso alla religione. Non proprio alla religione… diciamo a quella branca della religione che prevede un sano raccoglimento spirituale al quale prima o poi ricorrono tutti. No, non parlo del catechismo e nemmeno della confessione. Parlo della bestemmia, per l’esattezza. Ci vuole talento a nominare invano il nome di dio e di tutti i suoi collaboratori, a mo’ di cantilena, come in una canzone degli Inti Illimani o, meglio, come in un coro gospel.
Mantenendo il tempo.
In ordine d’importanza.
Solista: Porco Giuda ciabattino.
Coro: Prega per noi.
Modestamente, io quel genere di talento ce l’ho. Forse, quando andrò all’inferno, avrò uno sconto di pena. Forse…
Mentre valuto con attenzione il girone infernale in cui potrei finire, esitando tra quello dei minchioni e quello degli assaggiatori professionisti di merendine, sento dire:
- Wow, la pista è ghiacciata! È fantastica…
Fantastica un cazzo, dico io.
Ma non faccio in tempo a concretizzare il mio dissenso perché, davanti a me, Rosario perde l’equilibrio, dando ragione più alla legge di Murphy che a quella di Newton, fa una spaccata, perde l’equilibrio e inizia a rotolare a valle come un cannolo siciliano.
- Luca, aiuto!, non riesco a fermarmi…
Capirai, ti stai rivolgendo alla persona giusta… Provo a vedere quello che riesco a fare. Ecco, ora giro a sinistra. No, questo sci di merda mi porta a destra. Cumulo di neve, ghiaccio e accelerazione improvvisa. Perdo l’equilibrio, cado, resto in piedi. Cazzo, sto andando sparato verso di lui. Lo prendo? Lo schivo? Lo ammazzo?
Per fortuna, Rosario si è fermato con naturalezza, schiantandosi contro un masso al lato della pista. Non dà segni di vita. Sarà morto? Se lo è, buon per lui: non dovrà fare i conti con la moglie,quando rientra in albergo. Lo vedo avvicinarsi; cioè, sono io ad avvicinarmi a lui a velocità folle, ed è sdraiato davanti a me, in posizione da briscola: a 4 di bastoni con gli zebedei a favore di sci. Rosario, arrivo, sono il tuo asso di bastoni e ti dimostrerò scientificamente che le bestemmie funzionano meglio delle preghiere. Per dimostrare che le parole che scrivo non mi tradirebbero mai, uno dei miei sci non tarda a centrarlo in pieno sulle palle prendendole anche come trampolino di lancio, prima di staccarsi dall’attacco. L’altro, più discreto ed elegante, prende una direzione sobria e, con le lamine affilate che si ritrova, trancia di netto il completo da sci nuovo di pacca e gli recide un’arteria secondaria del braccio, colorando la pista di sangue. A prima vista, potrebbe sembrare una tragedia, invece la buona notizia c’è: la mia manovra impeccabile è servita per farmi capire subito che Rosario è vivo. Il colpo del primo sci ha suscitato in lui una reazione positiva, manifestata attraverso una evidente espressione di giubilo, roba tipo “ma porca di quella M…”
Visto che le bestemmie servono? Se un uomo bestemmia significa che è vivo.
Nel frattempo, anche il secondo sci, dopo aver svolto egregiamente il suo lavoro, si stacca. E qui entro in scena io. Impatto violento, sci persi istantaneamente… e cosa resta, se non il volo dell’angelo imprecatore? Mi libbro in aria come un passerotto, e ricado violentemente a pelle di leone sulla pista che “Wow, è ghiacciata! È fantastica…”.
Aveva ragione Rosario: fermarsi su una pista nera ghiacciata è quasi impossibile. Bisogna avere culo. E io spero di averlo e di schiantarmi come lui contro un masso. Niente da fare, continuo a scivolare su quel muro di ghiaccio, come una saponetta imbevuta di sugna. A un certo punto, la fortuna sembra ricordarsi di me: un cumulo di neve improvviso mi fa uscire dalla pista. Dio, ti prego, fammi terminare la corsa addosso a un abete, uno di quegli abetoni montani che sembrano fatti apposta per stroncare la vita degli incapaci. Macché, sono incapace anche nel fuori pista e continuo la mia corsa nella direzione del laghetto. Complimenti! Bel posto dove mettere un laghetto. Ci voleva tanto a prevedere che un giorno qualche deficiente avrebbe potuto finirci dentro?
Quel giorno è arrivato.
Quel deficiente pure.
A nulla servono le preghiere, le bestemmie e i cespugli abbattuti con la faccia e con le mani messe in posizione di barra falciante Gaspardo modello F925: un tuffo dove l’acqua è più blu, niente di piùùù. Giusto un coglione come me può pensare all’Equipe ‘84, prima di morire assiderato in un laghetto montano. Per fortuna, una ragazza, evidentemente pratica di coglioni che si tuffano a valanga nei laghetti, vede la scena e si precipita a salvarmi dall’assideramento. Ricordo due cose, di quell’evento: la striscia di sangue che ho disegnato col mio naso rotto e il telefonino annegato al posto mio e morto per sempre. E con lui tutta la rubrica telefonica. Centinaia di contatti persi. Anche quello di Luisa, che si è sempre sottratta alle mie advances, ma sono sicuro che avrebbe ceduto, prima o poi, se solo avessi imparato a memoria il suo numero, invece di aver imparato quello di Aristide Squarcialupi, il meccanico a cui ho telefonato centinaia di volte per quella bagascia di Panda mai riparata completamente. L’acqua gelata del lago non è per niente male: ricordo lucidamente l’effetto istantaneo del congelamento scrotale. Mi cadrà tutto l’apparato, ho pensato.
In tutto ciò, invece di una parola compassionevole, che so, un “tesoro mio ho avuto il terrore di perderti”, Daniela non si è smentita. Quando l’angelo salvatore, ragazza peraltro dalle fattezze gradevolissime, mi ha accompagnato infreddolito e bagnato come un pulcino alla fine della pista, tra le espressioni di ilarità e disprezzo della comitiva si è levata la voce calda di Daniela, che ha sussurrato “chi sarebbe quella zoccola?”.

Gli amori difficili si rimpiangono

Gli amori difficili si rimpiangono

-          A che ora passi a prendermi?

-          Esco tra poco, finisco di controllare la bozza del terzo capitolo e sono da te.

-          Sei soddisfatto?

-          Mah, non so, c’è qualcosa che non mi convince…

-          Il solito pignolo… non vedo l’ora di leggerti.

-          Dai, mi sbrigo!, se resto al telefono con te va a finire che ceni con la pizza cartonata…

-          Per me va bene, basta che sia tu a consegnarmela…

Colpito e affondato. Rossella, con questo modo di fare, di dire e non dire, riesce a spiazzarmi sempre. Fa un passo avanti e si ritrae. Quello che non ha capito, e che provo costantemente a ricordarle, senza successo, è che io non ho proprio voglia di buttarmi dentro un’altra storia. Ho detto basta. Ne ho fatti troppi, di errori. Troppi. Sono l’esempio vivente di quanto siano fallimentari i sentimenti e la dimostrazione scientifica dell’inutilità dell’amore. O meglio, a qualcosa l’amore serve: a soffrire come bestie. Serve per deludere e disilludere gli esseri umani. E io, non solo non voglio più soffrire, non voglio nemmeno rischiare… proprio adesso che ho trovato un equilibrio interiore. Sto bene. Scrivo, leggo, ascolto musica e ogni tanto faccio qualche viaggetto solitario. Sto proprio bene. In armonia col creato e col creatore. Senza inutili complicazioni sentimentali. Le donne che ho avuto una cosa me l’hanno insegnata: a stare da solo. Insegnamento pagato a caro prezzo, dopo essermi illuso di compagnia. Quanto è bella la razionalità, eh? Mette al riparo da tutto. La razionalità protegge dalle fregature almeno quanto la diffidenza. E io sono diventato razionale e diffidente. Quella roba laccosa da adolescenti, amore amore, ciuppi ciuppi, mi fa venire la nausea. Sentimenti razionali ed emozioni controllate. Trovarmi di nuovo in una storia ingarbugliata e difficile è l’ultima cosa che mi passa per la testa. Lei non mi ha mai chiesto niente, è vero, ma si vede a distanza quanto è coinvolta. Mi stupisco che non se ne sia accorto anche Marco, suo marito. Ex marito. Pentito. Una donna innamorata diventa bellissima. E Rossella lo è. Ci penso, ci penso spesso: se mi lasciassi andare, finirei per soffrire di mancanze. Vuoti di presenza. Starei insieme a una donna che ci sarà e non ci sarà.Contemporaneamente. E questo mi farà a pezzi.
Però… cosa vuoi che sia mai una cena? Se mi comporto da amico, con un certo distacco, non succede nulla. Lo faccio da mesi e i risultati sono ottimi. Siamo vicini, ma non troppo. Eppoi, stasera non mi va di restare a casa. Mi è venuta una botta di tristezza e nostalgia che non saprei come frenare. Tristezza che non è mancanza di nessuno. E’ vuoto e basta. Solitudine. Altro che terzo capitolo… non ho fatto un cazzo tutto il giorno e sono rimasto a girare per casa in mutande. Quando non gira non gira, c’è poco da fare. Sono bloccato da mesi e non riesco ad andare avanti. Sarà un libro che verrà ricordato per la sua inconcludenza. Forse, tra cento anni, mi considereranno tutti un genio, per questo lavoro incompiuto, e invece sono solo un coglione nostalgico ripiegato sui ricordi. Ricordi di merda, peraltro. Penso di essere l’unico idiota sulla faccia della terra a voltarsi indietro e provare nostalgia, non per le gioie, per i torti subiti e i dolori vissuti. Nostalgia per quei barlumi di felicità intravista, sfiorata e mai raggiunta. Meglio di niente, penso. Se soffri, almeno significa che sei vivo. Se non provi niente, sei morto.

-          Ehi, sono proprio contenta di vederti…

-          Ciao Rossella, sei bellissima, stasera. Non dire che ti sei messa la prima cosa che ti è capitata, perché non ci credo.

-          No, infatti…

-          Prendiamo un antipasto? Io ti consiglio le alici fritte ripiene: qua le fanno buonissime.

-          Aggiudicato!

-          Aggiungerei anche un Vermentino di Gallura…

-          Non pensavo ti piacesse il vino…

-          Vado a fasi alterne, in accordo col mio umore: un giorno mi piace, l’altro lo detesto.

-          Ottimo! Un uomo bipolare è quello che ci vuole, per farmi felice… Coordiniamo la bipolarità, però, altrimenti non ne usciamo vivi…. E come procede il tuo libro?

-          Malissimo. Ti ho detto una cazzata, al telefono. Non ho revisionato il terzo capitolo, sono bloccato da mesi e non so come andare avanti.

-          Mancanza di ispirazione?

-          Forse. O forse, per scrivere, servono la storia giusta, lo stato d’animo giusto e il momento giusto.

-          Giusto!

-          Lo so, sono il ritratto di un uomo decadente e malinconico, quasi cinquantenne, col fascino del pensatore introverso, che nasconde le insicurezze di chi è fragile e tendente al depresso.

-          Sì, un po’ malinconico lo sei, ma non importa. Basta che stiamo insieme.
Ecco, questo mi preoccupa… basta che stiamo insieme è l’anticamera del pantano.

 

-          Dove eravamo rimasti, l’ultima volta che ci siamo visti?

-          Eravamo rimasti che io ti ho detto tutto di me e di te non so nulla.

-          Ma no, sai più o meno tutto…

-          So quello che tu vuoi far sapere: due figlie, un rapporto al capolinea e un po’ di insoddisfazione.

-          È esattamente così.

-          Ma io voglio sapere quello che tieni nascosto.

-          Per esempio?

-          Per esempio… Stai bene? Ridi? Fai l’amore? Ti senti amato?

-          Sì

-          …

-          No

-          …

-          Non lo so.

-          Che significa “non lo so”? Dai, non dissimulare: a domanda precisa risposta precisa!

-          Credo di sì.

-          Credo?

-          Sì, direi di sì.

-          Wow! Che fortuna. Tu vuoi farmi credere che stai bene, ridi, fai l’amore, ti senti amato e, nonostante questo, hai la faccia da cinquantenne depresso e malinconico?

-          Già…

-          Dai, Luca, non raccontare cazzate: si vede a un chilometro di distanza che ti porti dentro qualcosa di bello e terribile. Sbaglio?

-          …

-          Sbaglio?

-          No, non sbagli.

-          Guarda, sono pronta ad ascoltare qualsiasi confidenza: avanti, su, vuota il sacco.

-          Non c’è niente da vuotare: c’era una lei che ora non c’è più. Fine.

-          Oddio, anche tu con la sindrome dell’abbandono?

-          Nessuna sindrome, anche perché non sono stato abbandonato. Ci siamo lasciati consapevolmente. Senza strappi. Dopo mesi di sofferenza, ci mancavano solo quelli… Sai com’è, Francesca era sposata e non poteva durare a lungo…

-          E questo cosa c’entra?

-          C’entra, eccome se c’entra. Ha fatto delle scelte e io sono sempre stato la sua seconda scelta. La prima è stata sempre qualcos’altro: marito, lavoro, impegni… Penso di aver peccato di eccesso di fiducia, di averla sopravvalutata. Quando me ne sono reso conto, quando ho capito che mi ero ridotto a elemosinare le briciole, ho iniziato a guardarla in modo completamente diverso e ho realizzato che era finita. Irreversibilmente. Ma poi è passata, e ora sono l’uomo arido che hai davanti.

-          Le storie finiscono, e bisogna avere il coraggio di ammetterlo. Hai mai pensato che le barricate che ti sei costruito adesso ti impediscono di vivere? Cazzo, come fai a stare così? A vivere senza emozioni?

-          Emozioni? Non ricordo nemmeno cosa sia, un’emozione. Ho solo ricordi ammuffiti. E sono stufo di ricostruire un uomo diverso alla fine dell’ennesima relazione finita male. Tu, invece, dovresti preoccuparti più di Marco e meno di me. Io so cavarmela benissimo da solo. Vivo bene. Ho azzerato i rischi e di conseguenza anche le sofferenze.

-          Io ho azzerato i rischi, ma, con Marco, non sono riuscita ad azzerare le distanze. No, non è come dici tu: non si forma una coppia facendosi soltanto compagnia.

-          Dai, Rossella, cerca di essere onesta con te stessa. Hai un marito che ti ha lasciato per un’altra, che si è pentito, che hai perdonato e col quale vivi. Se non è amore questo, non so cosa lo sia. Non parlarmi di distanze, per favore, non ci credi nemmeno tu.

-          Non posso darti torto e non potrei negare l’evidenza. Dico solo che una coppia, per me, è un’altra cosa. Non basta vivere insieme.

-          No, non basta vivere insieme… Ma non serve nemmeno avere un amante per risolvere dei problemi che meritano tutt’altra soluzione.

-          Parli bene, tu… Sai quante volte, fuori dal cancello di casa, ho avuto la tentazione di non rientrare e scomparire?

-          No, ma so che sei sempre rientrata a casa. E che rientrerai sempre.

-          Perché?

-          Perché le donne come te non scappano. Restano.

-          La tua ex, invece, non è restata.

-          Non è esatto. La mia ex non ha saputo restare. Per restare, avrebbe dovuto avere cura. Tu, invece, ti prendi cura degli altri. È questo che ci frega. Quelli come noi dovrebbero mettere da parte l’altruismo, a volte.

-          Se ami qualcuno, puoi essere egoista?

-          Sì, puoi. A volte è necessario.

-          Secondo me l’egoismo, in un rapporto di coppia, non funziona…

-          È l’amore a non funzionare, Rossella. È un sentimento troppo difficile, assoluto, impegnativo, che ti porta in un attimo in paradiso e l’attimo dopo all’inferno. Ti fa soffrire e gioire per cose insignificanti, stupide, e quando ci finisci dentro non riesci a uscirne, se non dopo la devastazione.

-          È bellissimo.

-          Sì, come un infarto.

E dai, molla la presa. Non c’è trippa per gatti. No trip for cats!

-          Ottimismo a palla, eh?

-          Sono sincero. Tu mi hai fatto una domanda e io ti ho risposto. Non intendo avere storie complicate.

Distacco, questo è quello che ci vuole.

-          No, non mi hai risposto. E una risposta me la devi, dal momento che sono qui davanti a te e vorrei capire come comportarmi.

-          Cosa c’è da capire? Prova a capire meglio tuo marito, la persona che hai vicino e con cui fai progetti e condividi la vita, non me.

-          …

-          Scusa la brutalità, ma non ho intenzione di vivere storie di ordinaria sofferenza.
Voglio consumare la mia esistenza in pace.

Magari, se ognuno se ne sta per conto suo, forse riesco anche a finire il mio libro. E poi, una buona amicizia è sempre meglio di una relazione sentimentale pericolosa. L’amicizia non è portatrice di dolori, a volte.

-          Posso decidere liberamente a chi dedicarmi, o vuoi scegliere tu per me?

-          Sì, scusa….

-          Perché ti ha ridotto così?

-          Dai, si freddano le alici…

Frase a cazzo estemporanea.

-          Luca, non me ne frega niente delle alici! Voglio sapere perché mi tratti così. Voglio sapere cosa devo fare per avere con te una relazione normale. Possibile che devi assumere sempre questo atteggiamento distaccato da principino, ogni volta che mi avvicino un po’?

-          Principino io? Ma se sono nato in piena periferia…

-          Hai dei modi di fare che a volte mi mandano in bestia!

-          Vedi? Sono una persona da evitare. Ti conviene stare a distanza di sicurezza…

Altra frase ad minchiam: vediamo chi la spunta…

-          Vaffanculo!

Risposta esatta. Me lo sono meritato. Anzi, c’è andata anche leggera… Mi aspettavo di peggio…

-          Su, Rossella, mi imbarazza anche un po’ parlarne con te… ci conosciamo da così poco tempo e le parole “relazione normale”, nella tua… nostra… situazione sono quantomeno azzardate.

-          Davvero? Per me una relazione normale è quando ci sono due persone che si amano, pensa un po’ come sono scema.

-          Sì, forse nelle canzoni di De André è così, ma la vita reale è un’altra cosa. Ci sono equilibri da rispettare e sentimenti da non calpestare. Mariti vecchi e nuovi da accudire e rassicurare e figli da crescere. La vita quotidiana da condividere, le mutande da lavare, la cena da preparare e le vacanze da organizzare: quella è una relazione normale.

-          Per favore, Luca…

-          No, per favore tu…

-          Cosa deve fare una donna per farti innamorare, eh? Ti costa così tanto rispondere?

-          Prima di tutto, deve essere libera: non voglio donne che abbiano la sindrome della crocerossina e non voglio più confrontarmi con mariti, che siano moglie-mamma dipendenti e che suscitino tenerezza. So di essere perdente in partenza. Un marito che suscita tenerezza, anche se manchevole, è un avversario che non dà scampo. Vince su tutto, anche sull’amore più intenso che si possa immaginare.

-          Lo pensi davvero?

-          Sì. Il mondo è pieno di uomini e donne mancati. L’uomo è spesso un bambinone egoista e capriccioso, che non è mai riuscito a diventare adulto e sta con una donna non per amarla ma per essere accudito. Ebbene, io sono autonomo, indipendente, non ho la sindrome di Peter Pan e non ho bisogno di assistenza. So farcela da solo e ho risolto da tempo i miei conflitti esistenziali e le dipendenze infantili da mia madre.

-          Bravo! Però, non ho capito questa storia della crocerossina: credi che io lo sia?

-          Sì, lo sei e lo sarai. E se c’è una cosa di cui sono certo, è che non voglio più essere la seconda scelta, il “vorrei, ma non posso”, quello che “se fossi libera”…

-          Chi ti dice che sarà così?

-          Chi me lo dice? Resti a dormire da me, stanotte?

-          Così? Su due piedi? Dovrei organizzarmi…

-          Dovrei, ecco cosa me lo dice. Il condizionale. Dovrei, potrei, farei, andrei… me lo dicono tutte quelle condizioni che inevitabilmente ci saranno tra le parole “stare” e “insieme”. Me lo dicono i weekend di desolazione e i sensi di vuoto, dopo aver fatto l’amore. Quando ti senti dire “è tardi, devo andare a casa a preparare la cena”. Me lo dice la ragione, che tiene a me più di chiunque altro, e non vuole farmi restare solo, in una stanza vuota, come un coglione.

-          Conosci talmente bene il copione da poterlo recitare a memoria, giusto?

-          Giusto!

-          Sottovaluti un aspetto: io non sono come la tua ex.

-          Non ne dubito. Tu non sei come lei, sei una donna eccezionale, ma le condizioni al contorno sono identiche. Poi, perdonami, ma mi hai parlato così tanto di tuo marito, delle sue doti e dei suoi difetti, da non poter vedere accanto a te nessun’altra persona…

-          Forse ho sbagliato a farlo..

-          Non hai sbagliato. La storia della moglie trascurata e insoddisfatta, del marito poco presente e dell’altro, l’amore sfiorato da rimpiangere, è vecchia… Quel tipo di amore là finisce sempre con una lei che si accorge troppo tardi di aver perso qualcosa di importante e si ritrova a rimpiangere i fiori appassiti al sole di un aprile ormai lontano.

-          Perché riduci sempre tutto ai minimi termini? Il messaggio della canzone dell’amore perduto non è esattamente questo.

-          No, infatti. Il messaggio è ben più devastante: lui sceglie la prima donna che incontra per strada. Per avere l’illusione di un amore nuovo. Per tutto ciò che non è riuscito ad avere. La verità è che sono diventato cinico e realista. So con certezza che gli amori difficili si rimpiangono e quelli facili si scelgono. È matematico. E io non voglio una donna per una scopata veloce: ho bisogno della sua presenza quotidiana.

-          Beato te, che hai queste certezze. Ti invidio.

-          Sai quando ti vengono tutte queste certezze? Quando sei disilluso e soffri come una bestia. Quando qualsiasi cosa perde senso, anche la vita. Quando impieghi anni per ricostruire un equilibrio e riempire i vuoti. Quando ti fai pena per quanto ti senti solo.

-          Credi che io ti farò questo?

-           È probabile.

-          Sai cosa penso? Secondo me, dovresti imparare a conoscere meglio le persone, prima di sbilanciarti coi giudizi.

-          Il mio è uno sbilanciamento preventivo. Parto prevenuto.

-          Parti presuntuoso.

-          Parto dal presupposto che potrei avere solo ruolo, nella tua vita: essere la ruota di scorta. Mi sembra riduttivo, per come sono fatto… Io voglio vivere la donna che amo e voglio essere vissuto, non rimpianto.

-          Chi ti dice che sarà così?

-          Me lo dice l’intuito. Me lo dice l’esperienza. Me lo dice il mio desiderio di avere vicino un compagna vera, non un’amante. Non potrei mai viverti interamente, e questo non posso permettermelo.

-          Sei veramente uno stronzo! E io sono una cretina. Una cretina innamorata.
Clic.

-          Dai, spegni la luce che mi vergogno.

-          Rossella…

-          Ma che fai, piangi?

-          … è il fumo.

-          Cretino! Tu odi il fumo.

-          …

-          Cazzo!, sono le due passate. È tardissimo!

-          Rossella, non andartene, restiamo abbracciati ancora un po’.

-          Mi andrebbe, Luca, lo desidero tantissimo, ma è veramente tardi. Devo andare.

-          Aspetta…

-          La prossima volta ci organizziamo meglio, te lo prometto. Scappo! Ciao amore mio…

-          Ciao, Rossella.

Il faro

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Ci sono giorni in cui i ricordi e la malinconia hanno la meglio sulla mia ostinata razionalità. Non so se dipenda da questioni genetiche, ovvero da un dna difettoso ereditato dai miei genitori, o dalle circostanze che si accaniscono contro di me. In effetti, mia madre è sempre stata una donna euforica e piena di vita, mentre mio padre un uomo triste e malinconico: il risultato non poteva che essere un figlio bipolare, che passa dall’allegria al pianto senza motivo. Basta un alito di vento o una scena già vissuta e il respiro comincia a mancarmi. In un attimo cambio umore e vengo sopraffatto da pensieri angoscianti, riflessioni, rimpianti, nostalgie, sensazioni di vuoto e chi più ne ha più ne metta. Quando accade, non riesco a stare chiuso in casa, devo uscire. Esco e cammino per ore. Oltrepasso il porto e arrivo fino alla darsena dei pescatori. La sorpasso e raggiungo il faro. Secondo me è stato messo là apposta. Mi aspetta. Sta lì per dirmi “Dove cazzo sei stato tutto questo tempo? Vieni da me solo quando stai male, eh? Ma io sto sempre qua. Ti aspetto. Non ti mando via. Dai, racconta, che t’è successo? Ti servono risposte o domande?”. Tutti i fari sono così. Per raggiungerli, devi camminare parecchio e quando sei arrivato hai di fronte solo il mare. E dietro la strada che hai percorso. I fari sono una metafora dell’esistenza. Quando un marinaio è in mezzo alla tempesta, cerca un porto in cui mettersi al sicuro. E dove c’è un porto c’è un faro. Chi non ha mai provato cosa significhi entrare in uno specchio d’acqua piatta, dopo aver navigato in mezzo a una burrasca, non può capire cosa si provi. Il sale addosso, i nervi tesi, la paura e improvvisamente la tregua. Ci vuole qualche giorno per riprendersi da quello stato. Poi, piano piano, la burrasca perde la sua forza emotiva e diventa una storia da raccontare agli amici. Esagerando, anche. Facendo finta che sia stato un gioco. Fingendosi coraggiosi e spavaldi. Sminuendo. E quasi sempre, dopo lo scampato pericolo, torna la voglia di ripartire. Quasi sempre. Il faro è sempre là, soltanto che quando parti non segnala il posto sicuro in cui andare, ma il posto sicuro che stai lasciando e quello ignoto verso il quale sei diretto. Guardi dietro e vedi la strada che hai fatto per raggiungerlo, guardi in avanti e vedi un mare immenso, pieno di opportunità. Di insidie. Di bellezza. Un mare che promette tutto e mantiene le promesse: quiete e tempesta. Tu lo sai. Lo sai e parti lo stesso. E ogni volta, quando non sai come metterti al sicuro, ti trovi a dire “perché cazzo non sono rimasto in porto?”. Oggi non so cosa sia successo. Ho pensato per un attimo a lei, a quello che ne è stato di noi, a come ci siamo persi senza fare niente per restare, e quel pensiero, come un gomitolo di lana che cade improvvisamente a terra, ha srotolato un chilometro di altri pensieri indesiderati, alcuni belli e alcuni orrendi. Amore sprecato. Buttato via. Non apprezzato. Non custodito. Perso. Pensieri che si incastrano tra loro sempre in modo differente, per suscitare ogni volta emozioni e sentimenti diversi. Oggi il cielo è anche nuvoloso. Promette compagnia alle lacrime di qualche sfigato depresso che non vuole piangere da solo. E che posso perdermi una buona compagnia? Che poi, a dire la verità, non sono né sfigato e né depresso. Direi più che altro malinconico. Le cose non vanno così male. Sono un po’ come quella barca a vela che sta rientrando lentamente in porto col motore acceso e le vele arrotolate. Procedo con cautela e tengo le vele chiuse per non prendere più nemmeno un soffio di vento. Così non rischio di rimanere come un coglione quando il vento sparisce. Il suono del motore diesel è monotono e rassicurante. Mi ricorda mio padre e il suo gozzo. E io bambino. Sento la stessa puzza dei fumi di scarico: scommetto che quella barca monta un Renault RC18D. Gran motore, quello. Non si fermava mai, nemmeno davanti al mare incazzato. Non come me, che mi sono fermato non so quante volte e sono stato sempre impreparato a tutto. Tipo adesso, che non so dove andare e sto fermo. Perché se mi muovo son cazzi. Ho un nodo in gola e non so nemmeno perché. Forse è colpa di Guccini e della sua Canzone delle domande consuete. Le playlists casuali hanno un potere straordinario: nella mischia, scelgono sempre il brano più indicato a descrivere il momento che stai vivendo.
Tu lo sai, io lo so, quanto vanno disperse
trascinate dai giorni come piena di fiume
tante cose sembrate e credute diverse
come un prato coperto a bitume.
Rimanere cosi’ annaspare nel niente
custodire i ricordi, carezzare le eta’
e’ uno stallo o un rifiuto crudele e incosciente
del diritto alla felicità
Se ci sei, cosa sei? Cosa pensi e perché?
Non lo so, non lo sai; siamo qui o lontani?
Esser tutto, un momento, ma dentro di te.
Aver tutto, ma non il domani.
Non andare… vai. Non restare… stai.
Non parlare… parlami di te.

Faccio sempre così. Cammino, ascolto la musica fin quando non capita qualcosa che mi mette malinconia. Alla fine spengo la radio, mi incazzo con me stesso e mi dico che in certi posti bisogna stare in silenzio. Ma ormai il danno è fatto. Tanto vale ripensare alla canzone e riflettere un po’.
Sono impantanato tra un presente monotono e rassicurante, un passato deludente, che continua a influenzare le mie scelte e non la smette di violentare il mio desiderio di stare bene, e lei. Il soffio di vento. Quel tarlo che ha messo di nuovo tutto in discussione. Quella che vuole stare dentro a tutti i costi. Non importa come e nemmeno perché. Quella che si ostina a dire “issa queste cazzo di vele, che si parte insieme”. E io sto qua, fermo, senza sapere cosa fare. Come sempre. Senza sapere dove andare. Con la paura di sbagliare ancora. Prigioniero di una fine che non vuole finire e di un inizio che non so se e quando inizierà. Tristezza per ciò che è finito, perché lo so che non potrà essere più niente se non un ricordo dolce, ed emozione fuori controllo per qualcosa che sta nascendo, nonostante faccia di tutto per impedirlo. Sensazione di vita irrisolta e voglia di speranza soffocata dai rimpianti. Indeciso. In perenne equilibrio tra i voglio e i non voglio, tra i faccio e i non faccio.
Mi chiedo come ho fatto a ridurmi così, ad avere paura della bellezza.
Di due occhi disarmati più dei miei.
Non è giusto. Non è giusto.
Un lampo rosso. Un saluto.
Combinazioni a cui attribuisco dei significati completamente inventati. Coincidenze. Scommesse sceme tipo “se il faro si illumina quando quella barca passa vicino a quel pescatore faccio così, altrimenti faccio colà”. Tanto lo so che non faccio niente comunque. Mi fermo. Mi dico parole rassicuranti, rispondo alle mie domande, dopo aver valutato attentamente ogni singola possibilità. Risposte inutili a domande inutili. Dico qualcosa a voce alta, per rompere il silenzio. Il vento soffia forte e si porta via le parole sospese in aria, domande e risposte comprese. Respiro. Chiudo gli occhi. Ho così bisogno di una carezza, in questo momento. Ma non c’è nessuno. Come al solito. Lascio fare al vento e alla salsedine. Resto così, a occhi chiusi. E aspetto.
- Signore? Signore, si sente bene?
Un uomo sulla settantina mi si è avvicinato e non me ne sono nemmeno accorto.
Sì, sto bene, grazie.
Rispondo con tono cortese e distaccato, mentre penso “Questo è venuto a rompere il cazzo nel momento meno opportuno. Non ce l’ho scritto in faccia che voglio stare da solo?”.
Pausa.
Silenzio.
- Bello, vero?
- Sì, è molto bello.
Vengo qua spesso, specialmente col cattivo tempo. È una specie di droga…
Tra le infinite opportunità che potevano prospettarsi, si è verificata la peggiore: un vecchio nostalgico rompicoglioni che vuole avviare una conversazione sulle condizioni meteo marine e sulla faro dipendenza. Spero si tolga presto dalle palle e mi lasci da solo. Desiderio esaudito: si allontana di qualche metro, si siede su uno scoglio e inizia ad armeggiare col telefono. E ad ascoltare musica.
Un nonno tecnologico, penso.
Tendo l’orecchio per capire cosa stia ascoltando.
Lo faccio sempre. Desiderio irrefrenabile di non farmi gli affari miei.
Dimmi che musica ascolti e ti dirò chi sei.

Scinne cu ‘mme
nfonno o mare a truva’
chillo ca nun tenimmo acca’
vieni cu mme
e accumincia a capi’
comme e’ inutile sta’ a suffri’
guarda stu mare
ca ci infonne e paure
sta cercanne e ce mpara’

Murolo.
Roba retrò da nostalgici.

ah comme se fa’
a da’ turmiento all’anema
ca vo’ vula’

Mia Martini.
Lo vedo piangere coi singhiozzi. Senza ritegno. Come chi ha perso tutto e gli rimane solo un faro e una canzone. Lacrime che scendono da sole, senza nemmeno la compagnia di quella pioggia promessa qualche ora fa.
Mi sento una merda.
Io ho ancora tutte le opportunità, lui no.
Mi avvicino, timoroso.
Vinco la resistenza di interrompere la sua sofferenza.
Chi soffre vuole stare solo, penso.
- Andiamo via. Le offro un caffè. Con questo freddo, qualcosa di caldo ci vuole.

Il posto

tempesta

In una vita qualsiasi, anche nella peggiore e disgraziata, c’è sempre qualcosa da salvare. Luisa aveva salvato quel posto sulla banchina del porto. Quando aveva tempo, e se non ce l’aveva lo trovava, andava là, si sedeva con le gambe a penzoloni, e stava ore e ore a guardare. Cosa guardava? Guardava i ricordi, fissava lo sguardo verso punti lontani alla ricerca di qualche frammento del passato.
In tutti quegli anni, mentre la vita scorreva annoiata, la gente aveva continuato a passeggiare, i colori del cielo e del mare ad assumere milioni di tonalità diverse e i gozzi di legno a rientrare lentamente in porto, borbottando al ritmo dei pigri motori diesel. Ecco perché l’aveva salvato, quel posto, perché là si sentiva sicura. C’è da chiedersi cosa ci sia di rassicurante in una banchina con la vista su uno specchio d’acqua in cui i colori dell’arcobaleno si vedono soltanto grazie alle chiazze di nafta lasciate dai pescherecci e al posto dei pesci, a nuotare, ci sono solo rifiuti galleggianti che danzano rigurgitanti per via della risacca. Degli odori, poi, è meglio non parlarne: è la direzione del vento a decidere come profumare l’aria. Aria che a volte sa di frittura di pesce, a volte di piscio e alghe, altre volte di gasolio, e solo raramente, quando il mare è mosso, sa di sale. Eppure, in quel posto lei si sentiva protetta. Tutto era familiare e prevedibilmente rassicurante. Perfino le reti dei pescatori stese al sole, che si muovevano come le lenzuola colorate messe ad asciugare fuori dalle finestre.
- Tutti i ricordi sono malinconici – pensava – se sono belli perché sono belli, se sono brutti perché sono brutti.
E in quanto a orrori, Luisa non si era fatta mancare niente. Era stata violentata dal padre, quello stesso padre che amava come un dio, a 12 anni, in una sera come tante. Una di quelle sere in cui, rientrando ubriaco e imbottito di antidepressivi, aveva perso il controllo. Il mattino seguente, lui non ricordava niente e lei si era persa. Quella violenza senza senso, quale violenza ne ha?, era stata come un biglietto gratuito per un viaggio obbligatorio e non richiesto verso l’inferno. Aveva cominciato a drogarsi. Eroina, per l’esattezza, roba pesante, che una ragazza può comprare soltanto prostituendosi. Sono due cose che vanno a braccetto, la droga e la prostituzione. Sono in simbiosi. L’una serve all’altra, l’una si nutre dell’altra. Per chi si buca, non è vero che l’eroina fa male: anzi, serve a stare meno male. Perché non drogarsi significa pensare, e pensare significa soffrire. A morte. Una sofferenza talmente profonda e tagliente che gli altri non possono capire. E quando gli uomini non capiscono, non possono salvarsi e non possono salvare. Niente parole dolci, per lei. Niente amori sognati e principi azzurri. Luisa era una “drogata di merda”. Se l’era sentito dire decine di volte, dopo una scopata veloce in un vicolo buio, da uno dei tanti animali che andavano a cercarla soltanto per appagare una fame bestiale. Mai una carezza, mai un bacio vero. Però ne era uscita. Dopo tanti anni, era riuscita salvarsi. Da sola. E aveva perdonato. tutti, anche suo padre, che ormai era morto dopo una lunga e dolorosa malattia. Andava là anche per questo, per ritrovarlo e per ritrovarsi. Perché non voleva perdere gli unici ricordi belli della sua vita. Si riconosceva tra le bambine, che stringevano le mani ai loro papà. Vedeva nei loro occhi il suo stesso amore, e provava una piccola emozione al ricordo di quando lo aspettava la sera per andare a vedere “i navoni”, quei pescherecci che rientravano dalla pesca e le sembravano enormi.
Il cielo si era fatto nero, quel pomeriggio. C’erano delle nuvole minacciose, trafitte da.qualche raggio di sole che colorava il mare di verde e d’azzurro.
- Non voglio più sforzarmi a cercare un senso alla mia vita. E’ successo, questo è tutto.
Il vento aveva iniziato a soffiare più deciso, si incanalava tra due palazzi antichi, portando con sé il sapore del sale e il profumo del sapone di marsiglia dei panni stesi.
- Tra poco pioverà e io non potrò impedirlo, come non ho potuto impedire niente di tutto quello che mi è capitato.
All’improvviso, un grido. Una bambina aveva lasciato una mano sicura ed era corsa verso il mare.
- Aiuto! E’ caduta in acqua…
Urla disperate.
- Salvatela, vi prego.
Scene isteriche.
Curiosi.
- Non si vede più.
- E’ andata a fondo.
Luisa aveva visto. Se n’era accorta prima di tutti. Le sue braccia esili, che molti anni prima erano servite solo per iniettarsi l’eroina, la tenevano stretta. Ed entrambe risalivano dal buio.

 

 

 

Il congresso

congresso della famiglia

A quel congresso, a cui avrebbero partecipato tutti i suoi colleghi, Massimo non voleva andare. O quanto meno avrebbe voluto starsene nascosto tra gli invitati, invece di fare un discorso sui valori della famiglia tradizionale e di come quell’ipocrita normalità inventata fosse l’unica possibile. Non era la persona più indicata ad “affermare, celebrare e difendere la famiglia naturale come sola unità stabile e fondamentale della società”, come recitava il volantino del congresso. Proprio lui che si era sempre sentito sbagliato e inadeguato. Sempre in colpa, fin da bambino. Proprio a causa di una famiglia normale. Normale e ignorante. E bigotta. Sempre col dito puntato, sempre con quella strana vergogna che provano i cattolici quando entrano in chiesa, preoccupati più di non commettere quei peccati inventati da persone come loro che di non essere miseri. La differenza tra sembrare perfetti e mostrarsi veri, Massimo la conosceva bene. E preferiva essere vero. La sua normalità si chiamava Federico, il compagno con cui condivideva la vita da più di vent’anni. L’amore della sua vita. L’ omosessualità, dopo aver sperimentato sulla sua pelle la bestialità della cattiveria umana, se l’era tenuta per sé, insieme alla felicità di quella relazione. Nessuno avrebbe dovuto più entrare nella sua vita. Ne aveva subite troppe, di umiliazioni. Quelle rare volte in cui aveva provato a parlarne con qualcuno, genitori inclusi, si erano ripetute patetiche scene da film trash: risatine, compatimento, allontanamento, discriminazione… C’era stato un periodo in cui malediceva il giorno di essere nato. Non riusciva a convivere con la sua identità, a volte provava addirittura schifo per quello che era. Cercava di annientarsi, pur di non essere più lui. Pur di non essere. Aveva delle lunghe cicatrici sui polsi. Stavano là, da anni, a testimoniare una personale battaglia contro la vita. Battaglia vinta.

- Quanto potere di farmi del male ho dato alle persone… sono stato proprio uno scemo.

Un sorriso sulle labbra. Quelle parole che lo avevano ferito a morte, adesso lo facevano ridere. Per un lungo periodo, non era stato più Massimo. Era il gay, l’omosessuale, il malato. Questo agli occhi di quelli buoni. I cattivi, invece, lo chiamavano frocio, culattone, checca, depravato. E i pianti si sprecavano. E la voglia di morire pure. Poi era arrivato Federico, e la sua vita si era trasformata da condanna senza fine a un dono senza confine. Era riuscito a dare un senso anche al tempo perso a disperarsi.

- È stato un modo per ingannare l’attesa, ma ne è valsa la pena.

Poveracci, pensava adesso. Non capiranno mai cos’è l’amore. Sono tutti troppo impegnati a essere normali in una normalità che si sono creati da soli. E non vedono. Non vedono di essere imprigionati dentro a una gabbia che hanno costruito con le loro mani. Gli animali nati in gabbia non hanno idea di cosa sia libertà. Di quanto sia bello sentirsi liberi. Sentirsi liberi ed essere sé stessi. Ogni tanto qualcuno ci prova, a scappare, ma sono pochi. E, di quei pochi, la gente dice “È impazzito”, “È uscito di testa”. Sono quelli che restano là, a guardare la vita passargli davanti, aspettando che si consumi, convinti di essere al sicuro. Non avendo altro di meglio da fare che vivere attraverso le vite degli altri. O meglio, non proprio attraverso le vite, attraverso l’invidia e il giudizio nei confronti di quelle vite.

- Ci vado, al convegno. Ci vado.

Non sempre è possibile rifiutare di eseguire le disposizioni di un superiore, specialmente quando il lavoro è precario e traballante.

- Se non posso rifiutare, posso eseguire a modo mio…

E Massimo si era preparato un discorso a modo suo.

- Cos’è la famiglia?

Disse, quando venne il suo turno.

- Intendo la famiglia vera, quella cattolica, quella naturale di cui discutiamo in questo convegno. È amore o razionalità? È amore o convenienza? Da quando ho ricevuto l’invito a questo congresso, non smetto di domandarmelo. Che sia una conseguenza dell’amore, non c’è dubbio. Che sia l’unica conseguenza dell’amore, mi sembra una negazione della realtà. Tra gli invitati, ci sono molte persone che conosco da anni. Alcune hanno un’amante, altre l’hanno avuta. Alcuni consumano il tempo sui siti pornografici, altri sono iscritti ad associazioni di scambisti…

- Ma che cazzo dice?

- È impazzito?

- Questo coglione!, domani si becca una lettera di richiamo.

- … altre hanno una ex moglie, una ex famiglia, una nuova ex moglie e una nuova ex famiglia. Altre sono gay, ma si vergognano. Si vergognano di amare, capito? Si vergognano di provare dei sentimenti. Sono costrette a provare vergogna per una delle cose più belle che possa accadere nella vita. Eppure sono qua, a celebrare qualcosa in cui in fondo non credono, ad applaudire i loro carnefici, a esaltare una delle tante forme d’amore di cui l’uomo è capace, fingendo che sia l’unica possibile.  Quella che alcuni uomini hanno scelto come normalità. Quella che si può mostrare senza provare vergogna. Lo hanno deciso per tutti, anche per chi non lo pensa. E hanno chiamato “naturale” ciò che in natura non esiste, per dividere, per discriminare.Per farci sentire in colpa. Come se ci fosse un amore naturale e uno innaturale. Come se l’amore avesse delle regole da seguire. E le emozioni? E l’irrazionalità? E quello che scoppia dentro due persone che si amano? L’amore che non si vede, insomma. Quello vero. Facciamo finta che non esista? Ci fa comodo far finta che non esista? A me no. A me no.Oggi celebriamo ciò che si vede e che ci fa comodo: un funerale, più che una gioia. “L’unità stabile e fondamentale della società” è quella in cui le persone non siano costrette a vergognarsi di essere quello che sono. È quella in cui l’amore non è scritto su un contratto,ma può assumere tutte le sue sfumature in qualsiasi momento della vita. “L’unità stabile e fondamentale della società” è il rispetto della libertà altrui e io sono qui per celebrare la libertà.Come.Unità.Stabile.Della.Società.

 

 

 

 

 

 

 

Il biglietto

Non andare via, resta. Quel bigliettino, scritto da Flaminia molti anni prima, saltò fuori all’improvviso e lo trafisse senza pietà. Provò un senso di vuoto profondo che lasciò subito il posto alla malinconia. Com’era arrivato a quel punto? Non lo ricordava nemmeno più, i ricordi si erano sbiaditi come i sentimenti che aveva provato per la sua ex moglie. Si erano amati, ne era certo. Si erano anche odiati, umiliati e insultati, ma dopo tanto tempo aveva dimenticato il peggio di quella relazione e cominciava a rimpiangere il meglio. Come aveva potuto mandare a puttane il suo matrimonio per una ragazzina di vent’anni e per quell’illusione di sentirsi ancora giovane?
Quel biglietto, Flaminia l’aveva scritto, disperata, per trattenerlo. La sua ultima possibilità. Pensava che Marco, aprendo la valigia, avrebbe capito e sarebbe tornato da lei. E l’aveva aspettato, i primi giorni con speranza, i mesi successivi, smarrita, tra le lacrime e le sedute dall’analista. Aveva percorso tutte le tappe del dolore: la delusione, la disperazione, l’odio, il rancore, la voglia di fargliela pagare e di vederlo soffrire. Alla fine, aveva vinto la battaglia con quell’io irrazionale che ognuno si porta dentro: non l’amava più. Provava indifferenza. A volte anche pena per quell’uomo ormai invecchiato e lontano, che non faceva più male nemmeno ai suoi ricordi. Lui il biglietto l’aveva letto, ma non era tornato. Martina era la sua seconda occasione, un amore inaspettato che l’aveva risvegliato dalla noia del matrimonio. I giorni tutti uguali si erano trasformati in una nuova primavera, che voleva vivere fino in fondo. Le scenate, le parolacce e l’aggressività iniziale di Flaminia non avevano scalfito la sua voglia di vivere e la storia con Martina. Anzi, avevano rafforzato il desiderio di allontanarsi da quella prigione, un inferno che erano riusciti a creare giorno dopo giorno, maledicendo il giorno in cui si erano incontrati. A scalfire la voglia di vivere e la nuova storia d’amore erano stati, come accade spesso, i nuovi problemi e la nuova routine, che giorno dopo giorno avevano consumato tutto. In realtà, i problemi non erano nuovi, e lui avrebbe dovuto saperlo. Quando finisce la favola e si affievoliscono le illusioni, affiorano le insoddisfazioni e le incomprensioni.
- E adesso?
Si chiese, mentre preparava un’altra valigia, l’ultima, senza sapere cosa fare. L’amore con Martina era finito. Senza drammi e scenate, stavolta. Era finito e basta. Come tutti gli amori. Strade diverse. Lei verso le opportunità che si possono vedere solo attraverso la bellezza dei trent’anni, lui, con quei cinquant’anni suonati e alle spalle tanti fallimenti, verso una strada giorno dopo giorno sempre più corta. Il biglietto era comparso nel momento giusto.
- Sarà un segno del destino? Sì, lo è. È il mio biglietto di ritorno.
Una fiammella, una piccola speranza che gli si accendeva dentro mentre riempiva la valigia.
- Mi aspetterà ancora? E se avesse accanto un altro uomo? Non importa, non importa… C’ero prima io, ci sono sempre stato. Ci siamo amati, nessuno si è amato come noi, e abbiamo diritto a una seconda possibilità.
Passavano i minuti e quella fiammella cresceva dentro. Stava diventando un fuoco, che si alimentava a ogni pensiero.
- Aspetterò che esca dall’ufficio. E se non vorrà parlarmi, mi troverà tutti i giorni qui. Ho troppe cose da dirle. C’è voluto un po’ di tempo, ma alla fine ho capito…
Ho portato via le ultime cose, non tornerò più. Abbi cura di te. Un biglietto attaccato sul frigo e un’altra fine. Poi, di corsa in macchina, il traffico, i semafori, i passanti e la voglia di arrivare presto, di fermarsi ad aspettare sotto quel portone.
E lei da quel portone era uscita, alle 18.00 in punto. Come accadeva da anni, prima e dopo di lui. Batticuore. A Marco sembrò più bella di quando l’aveva conosciuta. Non gli sembrava possibile che si fossero persi.
- L’ho lasciata per rincorrere un’illusione, ma stavolta non ci lasceremo più.
Pensava all’eternità, mentre camminava verso di lei. Felice, si sentiva felice.
Si guardarono negli occhi. Un istante, un istante per dirsi tutto quello che c’era da dire. Vicinissimi, ma ormai distanti. Nessuno dei due si fermò. Entrambi proseguirono.
Ognuno col suo dolore.
Ognuno con la sua solitudine.

d'amore, di rabbia e altri racconti

d’amore, di rabbia e altri racconti

L’ombrello

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Uno spritz, il computer acceso e la sua solitudine. Da anni, Marta consumava le sere e la vita così, senza aspettarsi più nulla, senza aspettare più nessuno. Aveva imparato a convivere con sé stessa, accettando la solitudine di quei quarant’anni arrivati troppo presto e controllando insicurezze e fragilità, quintali di fragilità, grazie all’aiuto di un analista. A Riccardo, nonostante fosse in terapia da anni, mostrava sempre il suo lato ironico; non voleva fare la parte della femminuccia piagnucolosa. E lui stava al gioco, ma ogni tanto affondava il coltello in quelle ferite che ormai non facevano più nemmeno tanto male. In fin dei conti, non aveva niente di diverso rispetto a quei milioni di persone, che vanno avanti senza fare troppe storie: qualche amore finito tra urla e pianti, un lavoro poco soddisfacente, il fisico che cominciava a modificarsi, ma, soprattutto, l’incapacità di vivere pienamente la quotidianità e di apprezzare i brevi istanti di felicità. Quando capitano, non dopo. Il presente di Marta si era trasformato nel rimpianto continuo del passato. La felicità, diceva a Riccardo, non è qualcosa che accade, è il rimpianto di qualcosa accaduto che non si può più avere indietro.
- La felicità è una gran fregatura, te ne accorgi solo dopo che l’hai vissuta, e non puoi far altro che rimpiangerla. Per conoscerla, devi perderla, e non si può dire che il ricordo di essere stati felici sia una cosa allegra.
Lui articolava grandi teorie, citava Jung e la fioritura dell’anima come l’unica strada possibile per raggiungere la felicità. Lo faceva con distaccata professionalità, mentendo anche a sé stesso perché, in fondo, quella strada non l’aveva mai trovata nemmeno lui, nonostante avesse indicazioni precise. Le sedute ormai erano diventate un appuntamento fisso, un caffè con un amico, che spesso non chiedeva nemmeno la parcella. Marta era stata per lui contemporaneamente un successo e un fallimento professionale. Da una parte era riuscito a salvarla dal baratro della depressione, dall’altro non era riuscito a evitare che si ritrovasse spesso a camminare ancora sul bordo del baratro. Sei il perno e la buccia di banana della tua esistenza, gli diceva spesso.
E lei sorrideva, dissimulava, faceva qualche battuta fino a quando non riusciva a strappare una risata anche a lui.
- Dovrei farti pagare io, le sedute, con tutte le risate che ti faccio fare…
Alcune sere, sentiva un dolore sottile, famigliare, che l’accompagnava senza fare troppo male, come il mal di schiena che si prova a una certa età, ormai conosciuto e accettato con rassegnazione. Altre volte il dolore era lancinante, gli mancava l’aria, si sentiva oppressa, insoddisfatta, fallita. Le sembrava tutto inutile; mangiare, dormire, respirare, anche parlare e sfogarsi con le amiche, persone ormai distanti anni luce, che vivevano nella mediocrità rassicurante delle loro famiglie. Quella sera si era sentita così, perduta. Lo spritz era rimasto intatto nel bicchiere, il computer fisso su una pagina piena di numeri e lei era uscita.
Senza meta.
Vagabonda e disperata.
Faceva i conti, piangeva e rimpiangeva quella felicità che aveva toccato per pochi istanti. Un bacio, il sole primaverile, il profumo di caffè nella nuova casa, le carezze di un papà che non c’era più e a cui non aveva fatto in tempo a dire ti voglio bene. Perché se l’era tenuto dentro fino alla fine. Perché non voleva fargli vedere che insieme a lui stava morendo anche lei. Tutto era ormai lontano e irraggiungibile. Il mondo intorno era cambiato, lei era cambiata, anche se il caffè continuava ad avere sempre lo stesso profumo e il sole continuava a splendere. Marta non splendeva più, marciava a fari spenti.
Pioveva, quella sera.
Pioveva forte.
Scrosci d’acqua.
Diluvio di pensieri.
Niente ombrello, andava troppo di fretta.
Doveva uscire da quella prigione, sapendo bene che la vera prigione, quella da cui non sarebbe mai uscita, era dentro di lei.
Non mi abituerò mai alla pioggia, mi coglie sempre di sorpresa. So che pioverà, ma mi stupisco che venga a piovere. Come quando succede qualcosa di brutto che avevo previsto, ma che non riesco a evitare. E non ho mai l’ombrello.
Vuoto. Anima gelata.
Le strade deserte erano riempite soltanto dal rumore di qualche auto o da un televisore col volume troppo alto. Una sagoma in lontananza e un attimo di paura. A chi verrebbe in mente di uscire a far del male a qualcuno, con questo tempo?, pensò.
- Riccardo, che ci fai qui?
- Ti ho chiamato e non hai risposto…
- …
- Sei senza ombrello, e quando piove un ombrello ci vuole.

Il parco

racconti, racconti brevi, narrativa, libri, alessandro capezzuoli

Il parco è un posto in cui non aspettarsi nulla, a parte lo scorrere del tempo. Per chi, come Fulvio, provava quel dolore intenso e profondo che solo il male di vivere sa infliggere, il parco era una specie di rifugio. I piccoli gesti, le mamme che spingono le carrozzine, la gente che fa sport e i bambini che gridano e giocano a calcio, lo rassicuravano. Una vita tranquilla è possibile, pensava.
Contro il dolore fisico c’è sempre una soluzione, contro il mio dolore no.
A volte capita, nella vita, di sentirsi inadeguati all’esistenza, e Fulvio si sentiva profondamente inadeguato. Inadeguato a confrontarsi con gli altri, inadeguato alla superficialità, inadeguato al divertimento e alla morale del suo tempo e del suo paese. Inadeguato perfino all’amore. La sua situazione si era irrimediabilmente complicata a causa di Paola. Si erano conosciuti casualmente durante un viaggio di lavoro, avevano scambiato qualche messaggio, poi lunghe chiacchierate in un piccolo bar di provincia. Le chiacchiere, inizialmente professionali e distanti, erano diventate sempre più intime e confidenziali, e alla fine si erano innamorati. Tra loro funzionava tutto alla perfezione, una specie di armonia perfetta delle anime e dei corpi. Piccolo particolare: erano entrambi sposati. Lui con un’altra, lei con un altro. Avevano entrambi dei figli e non erano nemmeno più tanto giovani. Come fare? C’era una soluzione? Le avevano analizzate tutte, una per una, valutando le possibili conseguenze di questa o di quell’altra scelta. Compreso l’eventuale dolore dei rispettivi compagni a cui erano affezionati. L’amore no, avevano capito che amarsi significava altro. Ogni soluzione, ogni ragionamento, era una specie di partita a ping pong, una sfida, in cui la pallina rimbalzava tra l’amore e la morale. Non era possibile che le due cose stessero dalla stessa parte. E la morale, si sa, vince spesso sull’amore. Nella morale ci sono le responsabilità, i cosa dirà la gente, le sofferenze dei figli, i se e i ma delle famiglie, i sensi di colpa e tutte quelle cose che sono state create dall’uomo per rendersi infelice.Sentirsi in colpa per amore è la condanna peggiore che si possa infliggere a un uomo. Nella morale non c’è mai niente di vero e, soprattutto, non c’è mai niente di morale. È una strada senza uscita, è routine da dare in pasto ai robot. È la giustificazione degli inetti, di chi non pensa, di chi giustifica anche i peggiori fallimenti con quelle frasi rassegnate tipo “è sempre stato così”.
- Non capisco perché devo scegliere. Perché?, cazzo! Perché devo scegliere tra l’amore che provo per Paola, l’amore per i miei figli e l’affetto nei confronti di Laura? Perché a Laura voglio bene, questo è certo. Non l’amo, forse non l’ho mai amata, ma le voglio un gran bene e vederla soffrire mi fa stare male. Chi ha deciso che deve andare così? Io no di certo, semmai questa società di merda in cui sono costretto a vivere. Vorrei stare lontano, in un posto dove gli esseri umani non siano costretti ad amarsi uno per volta. Come se l’amore si potesse applicare alle persone, seguendo una regola precisa. Il teorema di pitagora. Due cateti e come risultato sempre la stessa ipotenusa. Soltanto che qua a 90° sono piegato solo io, con tutto ciò che ne consegue…

Un sorriso gli spuntò sulle labbra: magra consolazione di un’ironia che ormai aveva perso. Continuò il suo pensiero.

- Una regola, una stupida regola. Come se esistesse una sola forma d’amore e non miliardi di sfumature.
Basta!, ho deciso: stasera parlo con Laura.
Però, i bambini… che pena! E lei? Soffrirà, lo so…
Domani dico a Paola che è finita, che non possiamo andare avanti così. Lo faccio anche per lei, per non vederla più piangere. O forse è meglio aspettare, col tempo le cose cambieranno, ci saranno le i condizioni per…
Certo, aspettare, aspettare che I figli crescano, ma noi saremo più vecchi e stanchi. Lo siamo già adesso, figuriamoci tra vent’anni.

Il sole era tramontato da un po’.
Fulvio aveva passato l’intero pomeriggio immerso nei suoi pensieri.
Senza una soluzione.
Senza una speranza.
Si alzò e andò via.

La puttana

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Puttana è stata la prima parola che Amina ha imparato appena arrivata in Italia. All’inizio pensava fosse un complimento. Forse perché il suono somigliava a putera, che in Sudan significa principessa. Ciao principessa, così l’aveva salutata suo padre, prima che partisse per sempre dal suo paese. Aveva venduto i suoi terreni, e avrebbe venduto anche i suoi organi, per dare alla figlia la vita che lui non aveva avuto. In Italia starai al sicuro, le diceva. Là non c’è la guerra, potrai trovare un lavoro e avere una vita normale. Aveva sentito parlare di un paese in cui c’era posto. Il paese degli ultimi. Un posto in cui vivere senza rinunciare alla propria cultura, anzi, vivendo grazie a quella. Gli abitanti, povera gente del Sud, anziani che ormai avevano perso le speranze, li accoglievano. Si sentivano più giovani. Migliori. Il paese era tornato a vivere, era diventato di nuovo bello. Un posto in cui restare, non da cui partire. In ogni vicolo si sentiva una musica diversa, lontana, suoni nuovi che non erano italiani, ma erano belli, vivi. Ricordavano il mare e il deserto. Le donne indossavano vestiti colorati, forse per nascondere gli orrori vissuti; una pennellata di felicità sulla porta di un armadio pieno di dolori. Perché quella era la loro nuova vita e nessuno poteva più sporcarla. Per le strade si ballava. E si rideva.
Senza barriere.
Senza confini.
Senza paura.
Tutti insieme.
Ognuno aiutava come poteva. C’era chi sistemava le case abbandonate dai migranti calabresi affinché potessero accogliere altri disperati, più disperati di quelli che erano partiti, e chi aveva imparato a fare il caciocavallo. Chi raccoglieva i rifiuti, facendosi aiutare da un mulo, perché i i mezzi di raccolta erano troppo grandi per passare in quei vicoli stretti, e chi accudiva gli anziani abbandonati dai figli, ma non dai migranti. C’erano uomini, giovani e vecchi, che giocavano a carte nei bar e bevevano vino, e donne che si confidavano segreti come bambine. C’erano storie d’amore e di morte, ricordi lontani e qualcuno da rimpiangere. Era lì che Amina voleva andare. Era quella l’Italia che immaginava. Dolce e accogliente. E lei, con i suoi sedici anni, aveva avuto una fiducia infinita nei racconti del padre. Nella valigia aveva messo la pagella, perché non si sa mai, può sempre servire per dimostrare chi sei e quanto puoi essere utile agli altri, il libro Piccole donne e qualche vestito. Tranne quello buono, che aveva indossato prima di partire per fare bella figura e per nascondere la sua povertà. La prima violenza, cruda, bestiale, l’aveva subita prima di imbarcarsi. Era stata violentata da tre animali che avevano già incassato i soldi del viaggio, ma volevano prendersi gli interessi senza chiedere il permesso. Era rimasta a terra sanguinante e se non si fosse alzata per raggiungere il barcone sarebbe rimasta là. Nessuno si era intromesso, nessuno l’aveva aiutata. Erano tutti troppo impauriti, ognuno col suo carico di dolore a cui pensare, e non volevano avere altri problemi. Che l’indifferenza al dolore e la paura degli altri fossero un problema, invece, l’avrebbero imparato nel peggiore dei modi: subendo lo stesso trattamento da parte degli italiani. Indifferenza al loro dolore e paura della diversità. Da anni, le falsità raccontate dal Ministro dell’interno e dell’odio avevano dato i loro frutti malati: le persone si erano lasciata riempire di paure e di menzogne con la stessa inerzia di un tacchino a cui viene tagliata la testa per farlo ripieno. Ormai erano convinte che la causa della loro povertà fossero i più poveri e non i più ricchi. E che la soluzione alla povertà fosse una questione di egoismo e non di condivisione.Brutta cosa, la politica. D’altronde, ogni notiziario era diventato un manifesto della paura, venivano sbandierate invasioni inesistenti, numeri inventati di sana pianta, pericoli di ogni genere, furti di soldi e di identità nazionali: cos’altro può fare una persona, in preda al terrore e incapace a guardare la realtà, se non odiare con tutto il marcio che ha dentro chi in realtà sta peggio? Il prezzo di quella politica scellerata, che aveva distrutto la parte migliore degli italiani, il ministro l’avrebbe pagato caro qualche tempo dopo. Perché c’è sempre un preciso momento, nella storia, in cui l’odio avvelena chi l’ha seminato. Amina in quel paese non c’è mai arrivata: è stata comprata, venduta, stuprata, umiliata, rivenduta e ricomprata. Tante, troppe volte. Puttana, le diceva la gente. Puttana, le urlavano e quei clienti violenti che a volte la picchiavano; belve assetate di quell’amore che non sarà mai amore. E lei, tra le lacrime, pensava al suo paese e a suo padre, che da bambina le diceva che l’amore avrebbe salvato gli uomini. E pensava a quell’ultimo saluto: ciao putera, ciao principessa.

La pensione

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Ama il potere come te stesso, questo è stato per quarant’anni l’unico comandamento della religione di Fabio Duranti. Una religione che, a dire la verità, trova da sempre un ampio numero di fedeli. Il potere, non il lavoro: la differenza è sostanziale. Se si fosse dedicato anima e corpo a un lavoro appassionante, forse sarebbe riuscito a dare un senso alla sua vita. Invece, in quell’ultimo giorno di lavoro, non riusciva a vedersi in un altro posto che non fosse il suo ufficio all’ultimo piano del Ministero dell’Economia. Temporeggiava, metteva negli scatoloni ricordi inutili, che sarebbero rimasti chiusi là dentro per l’eternità e non avrebbero alleviato quell’angoscia che si impossessa immediatamente dei pensionati appena mettono il naso fuori dall’ufficio. L’attimo prima e quello dopo il pensionamento spezzano l’uomo in due. Dividono il suo senso di utilità dal disagio dell’inutilità, la partecipazione dall’isolamento, le aspettative dalla rassegnazione. Fino al momento dei saluti ti senti parte di un mondo, dopo diventi un estraneo. Ti ritrovi solo, con troppo tempo disponibile e pochi modi per riempirlo. Smarrito come Pollicino nel bosco, con una sensazione di vuoto simile a quella che si prova dopo aver scartato i regali di Natale, a causa della consapevolezza di aver consumato non la festa ma la sua attesa. Le parole di Fabio, che risuonavano come ordini perentori per i corridoi del ministero, sì erano sgonfiate negli ultimi mesi: ormai non incuteva più timore quasi a nessuno. Non pensava che sarebbe toccato anche a lui, rifiutava l’idea. Il potere è per sempre, pensava. Dare ordini, questa era la sua fissazione. Giusti o sbagliati che fossero. Anzi, più le sue decisioni erano ingiuste, più umilianti erano le conseguenze, e più si sentiva onnipotente. Come quella volta in cui riuscì a obbligare i dipendenti a prendere dei giorni di ferie forzate in prossimità delle feste comandate, facendo credere ai superiori che si trattasse di una misura necessaria per risparmiare. Il risparmio era quasi pari a zero, ma il piacere che provava in quell’esercizio di prepotenza era immenso. Il risultato fu duplice: da una parte la rivolta dei dipendenti e dall’altra le lodi dei superiori. Che tradotto nel suo linguaggio significava colmare i sensi di inferiorità di cui soffriva da sempre e mettere un altro mattoncino per arrivare a far parte della schiera dei superiori. Quel ricordo, per un momento, lo fece sentire soddisfatto di sé: lui era diventato un “superiore”. Di cosa e di chi non aveva importanza, la cosa importante era avercela fatta, aver scalato tutti i gradini della carriera. La ragione della sua esistenza era tutta in quel ruolo: direttore generale. Il senso del dovere l’aveva sostituito da subito col senso del potere e nessuno si era potuto sottrarre alla realtà che lui aveva deciso di raccontare agli altri. Rispetto di regole assurde, colpi bassi e meschinità varie erano entrate anche nelle vene anche dell’ultimo usciere. Costruendo una realtà distorta, aveva intossicato l’ambiente giorno dopo giorno, subdolamente, come chi avvelena l’acqua con l’obiettivo di avvelenare le persone. L’ultimo provvedimento che aveva firmato avrebbe preso forma l’indomani, attraverso la nomina del successore: l’unico che era rimasto fedele. Si sentiva orgoglioso di essere stato duro e spietato fino alla fine.
- È stato stronzo fino alla fine.
- La nomina di Marchetti se la poteva risparmiare. D’altronde, dopo anni di scelte a cazzo, non poteva che terminare in bellezza.
- Poi, proprio Marchetti, che ne ha dette sempre peste e corna. È arrivato perfino a dire che si scopava la moglie… lo chiamava l’impotente prepotente.
- Fatti loro, io so solo che non sono riuscito nemmeno a fare un misero passaggio di fascia e lui avrà una pensione coi fiocchi.
- Ci mancava pure la pagliacciata della festa di pensionamento: me la risparmierei volentieri.
- Dai, scendiamo, ci sarà anche Marchetti, che è più stronzo di lui: se non vede che ci siamo anche noi chissà che pensa.
In una sala enorme, tristemente addobbata con qualche decorazione, si era creato un viavai di persone che mangiavano un tramezzino, scambiavano qualche parola e salutavano, alcune timidamente, altre con rancore, il direttore uscente e, soprattutto, quello entrante.
Poi fu il momento del discorso.
- È con immenso dispiacere che…
Il dispiacere è solo suo, pensava la platea annoiata.
In meno di un’ora era tutto finito: il personale era tornato ad occupare le stanze e lui era uscito per sempre da quell’edificio, portando via due scatole di cartone e un senso di sconfitta che non aveva mai provato prima. Non aveva più nessuna scadenza, niente di urgente da firmare e nessuna questione essenziale da risolvere: tutto ciò che riteneva l’essenziale era alle sue spalle, nelle stanze anonime dell’edificio che, dopo aver girato l’angolo, non vedeva già più.
Non c’erano più scuse.
Non poteva più rimandare.
Non poteva più raccontare e raccontarsi false verità, come aveva fatto per anni, avvelenando gli altri e sé stesso, in cerca di una ragione o di una scusa che desse senso alla sua esistenza. Le scuse erano tutte in quelle scatole piene di vuoti. Doveva fare i conti con quello che non era mai stato e cominciare a essere. Ed era difficilissimo.

Alessandro Capezzuoli

La corsa

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Corri, corri come se non dovessi fermarti mai. Corri, corri come se non ci fosse un domani. Corri, qualsiasi cosa accada. E non rallentare, nemmeno se senti che ti scoppia il cuore. Un decimo di secondo perso è una gara persa, e tu non devi perdere. Tu sei nata per correre, ragazza. E per vincere.

Ogni volta che si fermava a guardare quei trofei, Emma pensava alle parole del suo allenatore. Aveva iniziato l’atletica leggera per dispetto, perché le sorelle erano iscritte entrambe a un corso di danza classica e a lei quei balletti sembravano ridicoli. Roba da femminucce, pensava. Gli allenamenti, invece, erano durissimi. Correva col sole e con la pioggia; quando i suoi compagni uscivano da scuola per consumare il pomeriggio davanti alla televisione, lei andava ad allenarsi. E le parole del suo allenatore, giorno dopo giorno, le erano entrate dentro. Le soddisfazioni se le era tolte a colpi di vittorie, complimenti e articoli di giornale. Nel frattempo, però, la vita le era corsa accanto. Quanto e più di lei. Senza che se ne accorgesse. Emma era nata per correre, o l’avevano convinta che fosse così. Le gare, quelle maledette gare, che un bambino dovrebbe vivere come un gioco, per lei erano diventate un’ossessione. La competizione con gli altri l’aveva estesa non solo all’atletica, ma a ogni aspetto della vita. I rapporti umani, i sentimenti, i piccoli traguardi di tutti i giorni: in ogni cosa c’era un obiettivo da raggiungere, un avversario da sconfiggere e una medaglia da vincere. Senza fermarsi. Corri, corri come se non dovessi fermarti mai. Corri sotto al diluvio e sotto al sole cocente. Era diventata forte, Emma. Forse troppo. Il suo carattere si era indurito come la pianta dei suoi piedi. Sacrificio. Impegno. Rabbia. Vittoria. E poi di nuovo a correre e ad allenarsi, per aggiungere una medaglia e un articolo di giornale alla carriera. Bulimica di successi. Ogni vittoria le creava un senso di vuoto profondo, un’insoddisfazione che riusciva a colmare soltanto correndo. Fame, nausea. E poi ancora fame e ancora nausea. Vomito.

Gli obiettivi, i grandi obiettivi che vedeva in lontananza, il matrimonio, la casa, la famiglia, li aveva rincorsi con la stessa rabbia e lo stesso spirito di sacrificio. Li aveva raggiunti, quegli obiettivi, ma aveva un marito che non amava, una casa acquistata per avere un posto qualsiasi in cui stare e una profonda insoddisfazione, che a sessant’anni non avrebbe più potuto colmare. Avrebbe dovuto fermarsi, altro che correre. La vita aveva regalato anche a lei attimi di felicità, attimi che non era riuscita ad assaporare e che non sarebbero più tornati. Aveva avuto carezze dolci da un uomo che ormai non c’era più. C’erano stati raggi di sole, panini in riva al mare e accenni di batticuore messi a tacere dalla razionalità. Nei ricordi, un diluvio di vita non vissuta. Persa. Lasciata scorrere in attesa di qualcosa che non sarebbe arrivato mai. Gli obiettivi, quei maledetti obiettivi da raggiungere, le avevano rovinato degli istanti di bellezza, che avrebbe dovuto sorseggiare lentamente come un cioccolato caldo durante un inverno gelido. Il viaggio, conta il viaggio, non la meta. Adesso l’aveva capito. Adesso era tardi. La gara più importante, quella che ognuno fa con sé stesso, l’aveva persa.

 

Il treno

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Il treno delle 7,27 arriva sempre in orario. È così preciso che potrebbe essere preso come riferimento per regolare gli orologi. Gli orari dei treni della tratta Roma- Orte ormai li conosco a memoria. Anche i volti dei passeggeri sono diventati familiari. Con qualcuno, a volte, scambio un cenno di saluto. Non un saluto vero e proprio, più una smorfia, un movimento del viso, che sta a significare “ciao, sono qua anche stamattina, buona giornata”. Dopo tanti anni, riesco a prevedere pure  i ritardi. L’unico treno che non ritarda mai è quello delle 7,27, quello che prende Elena per andare all’università. Se per qualche motivo non riesce a prenderlo, è la fine. Gli altri non rispettano la precisione che promettono negli opuscoli. D’altronde, chi è che rispetta quello che promette? In pochi. In pochi…
Oggi sono in anticipo di venti minuti. Pazienza, mi siedo qui e l’aspetto, tanto non ho fretta. Aspettare non costa niente. Certo, vedendo tutta questa gente che va di corsa, qualche dubbio mi viene… oggi avere tempo per aspettare qualcuno è un lusso. Chissà dove vanno, tutti. E perché corrono. Se avere tempo per aspettare è un lusso, non averlo cos’è? E’ la miseria, secondo me. La mancanza di tempo l’ho sempre associata alla mancanza di libertà. Se non posso decidere come spendere il mio tempo, non sono libero. E’ una ricchezza, il tempo. Forse per questo si dice “spendere il tempo”, perché averlo a disposizione è difficile e prezioso.
Io il tempo ce l’ho.
Sono ricco.
E aspetto.
E spendo il mio tempo qua, su una panchina fredda, solo per vederla scendere da quel treno. Quanto è bella. La riconosco subito, in mezzo alla folla. Ieri indossava un vestito a fiori che mi piace da morire. Ha detto che lo mette soltanto per me. Mentre camminava tra la gente, avevo paura che qualcuno vedesse la stessa bellezza che vedevo io e me la portasse via.
È stata il mio primo amore, Elena.
L’unico.
Oggi voglio portarla a pranzo fuori: al diavolo gli impegni.
Appena la vedo glielo dico: oggi ci prendiamo una giornata tutta per noi!
Dal treno delle 7,27 non è scesa.
Avrà fatto tardi.
Ma io aspetto. Sono un po’ stanco, ma l’aspetto.
Il tempo per aspettare io ce l’ho.
Ho dormito poco, mi sa che chiudo gli occhi per riposare dieci minuti.

- Amerigo! Amerigo, mi senti? Amerigo, rispondi! Rispondi, cazzo!

- Che è successo?

- Si è sentito male?

- Aria, fate aria. Chiamate un’ambulanza e lasciatelo respirare.

- Chi si è sentito male?

- Boh, forse un passeggero.

- Ma no, è Amerigo, un barbone.

- Non è un barbone, è il poeta della stazione Termini: da quarant’anni viene qua tutte le mattine e aspetta.

- Aspetta sempre lo stesso  treno e qualcuno che non è mai arrivato.

- Fate silenzio! Zitti! Amerigo sta morendo…

- Ma chi è quello che sbraita tanto?

- Forse è un amico.

- No, è il giornalaio.

- Si vede che lo conosceva…

- Perché i soccorsi non arrivano?

- Capirai, nell’ora di punta, arrivare qua è un’impresa…

- Largo, fate largo…

- È grave?

- Respira?

- Shhh, gli stanno facendo il massaggio cardiaco.

- Non si muove.

- È morto.

- I medici sono arrivati troppo tardi.

- In certi casi il tempo è fondamentale.

- Era malato di cuore e nessuno lo sapeva.

 Alessandro Capezzuoli

La dieta

Ho deciso di mettermi a dieta. Oggi è lunedì, e le diete si iniziano sempre quando comincia la settimana. Gli altri giorni non valgono. Una volta ho cominciato il mercoledì e non ha funzionato. Che poi, come al solito, inizio  in un giorno preciso e finisco in un giorno qualsiasi. All’improvviso e senza un vero motivo. Come tutte le cose che, nella mia vita, ho iniziato e sono finite senza un perché. Basta niente per romperla, la dieta. Com’è successo l’ultima volta? Ah, sì, una caramella. Una stramaledetta caramella. Avevo voglia di qualcosa di dolce. Carenza d’affetto, dicono. Cosa vuoi che sia una caramella? Ne ho mangiata una al caffè, ma mi aveva lasciato in bocca uno strano sapore. Così, ne ho mangiata un’altra. Poi un cioccolatino. E alla fine della giornata il patto di fedeltà era rotto. Divorzio. Mettersi a dieta, rinunciare al piacere del cibo, è come sposare un uomo per interesse e amarne un altro alla follia: è naturale, poi, ricorrere al tradimento.Io, invece, mio marito non l’ho mai tradito. Nonostante tutto. È per lui che voglio tornare a essere bella. La parola d’ordine è “rinuncia”. È una vita che rinuncio a tutto, mica solo al cibo, quindi non farò troppa fatica. Ho rinunciato al lavoro, ho rinunciato alla mia passione, la danza, ho rinunciato persino a essere donna, per quella gelosia che lo ha sempre ossessionato. Chissà come sarebbe stata, la mia vita, se avessi dato retta alla mia insegnante. Segui le tue passioni, mi diceva. Non smettere mai di ballare, qualsiasi cosa accada. Non bisognerebbe mai essere costretti a scegliere quale passione seguire. Alla fine, io ho scelto di seguire l’amore. Non mi pento, poco importa se sono ingrassata, mi vedo brutta e vecchia e non mi riconosco più allo specchio. Ho deciso di essere una buona moglie e lo sono stata. Non vedo l’ora che torni a casa, per dargli la notizia: tua moglie tornerà a essere bella!

- Hai bevuto ancora?

- Solo un bicchierino…

- Non ci credo! Puzzi di vino…

- Vuoi farmi la predica?

- Lo dico per il tuo bene.

- E che ne sai tu di cosa è bene per me, eh? Che cazzo ne sai?

- Avevo una cosa da dirti…

- Me la dici dopo. Adesso ho fame e non voglio sentire niente. Avrò pure il diritto a rilassarmi, dopo una giornata passata a spaccarmi la schiena per mantenerti, no?

La dieta inizia il lunedì e finisce senza un vero motivo. Non ho più voglia di essere bella, questo è il motivo. Lui mi ama, ne sono certa. Mi ama a modo suo, me l’ha detto tante volte. Gli schiaffi fanno parte del suo modo di amare. Stanotte è successo di nuovo. È stato fortissimo, così forte da farmi perdere i sensi. Non smettere mai di ballare, qualsiasi cosa accada. a questo pensavo, mentre mi picchiava.

Alessandro Capezzuoli

La discesa

Il 137 è un autobus che fa parte dell’arredo urbano. Ormai ha passato abbondantemente la trentina, come gli alberi striminziti che sono stati piantati nella piazzetta del capolinea e non sono mai cresciuti. Tommaso, invece, è cresciuto anche troppo. Ogni giorno che Cristo ha fatto, con la pioggia, la neve o il sole, alle 7:03, li trovi entrambi là, con una meta da raggiungere. Una meta di cui non frega più niente a nessuno dei due. Eppure non è stato sempre così: il 137 collega la periferia al centro e ha avuto un passato glorioso. Si sa come sono i romani: riescono a umanizzare sempre tutto, anche le cose. Er tutta callara, l’avevano soprannominato così. Qualunque fosse l’autista a guidarlo, la prima discesa, per tradizione, andava affrontata a tutta velocità. A tutta callara, per l’esattezza. Il passato di Tommaso, invece, non era stato così glorioso. Nonostante sia nato e cresciuto in quel quartiere, la gente lo riconosce tuttora a malapena e, soprattutto, non gli ha mai dato nessun soprannome. Certe volte è più facile affezionarsi alle cose che non alle persone. Aveva pochi amici, qualche flirt insignificante e si era ampiamente rassegnato a finire i suoi giorni così, consumando il tempo tra la casa, l’ufficio e le faccende da sbrigare. Come se quello fosse tutto. Come se niente fosse tutto. Facendo finta di essere uguale agli altri. Come Er tutta callara, un autobus tra i tanti, ma che almeno aveva un soprannome tutto suo.

Così, una mattina dopo l’altra, ruggine e rughe avevano fatto la loro comparsa. Il passo di Tommaso era diventato meno veloce e Er tutta callara arrancava ogni giorno di più sulla salita che era obbligato a percorrere per tornare al capolinea.

- Hai saputo la notizia? Lo mandano in pensione…
- Stai a scherzà? Er tutta callara nun se tocca!
- Nessuno scherzo: dal primo marzo la linea è soppressa. Hanno aperto la nuova fermata della metro e c’è bisogno di ottimizzare le corse.

Per fare la rivoluzione, basta togliere alla gente le abitudini. E visto che l’uomo riesce ad abituarsi a tutto, alla fine si abitua anche alle rivoluzioni. La prima cosa a cui pensò Tommaso, dopo aver ascoltato quella breve conversazione, fu di aver perso un amico. Un lutto. Da lì a poco avrebbe dovuto stravolgere le sue abitudini. Avrebbe smesso di sbuffare al ritmo dei colpi mancati dal motore a gasolio del 137. Certo, avrebbe preso la metro, ma non sarebbe stata la stessa cosa. Fu assalito da quella sensazione angosciante di chi ha capito di aver perso la battaglia contro il tempo, dopo aver creduto di poterlo fermare con la gioventù. E allora decise in quell’istante di fermarsi, pianificando con precisione come, dove e quando. Perché su quell’autobus, in un giorno come tanti, tra la gente che saliva e scendeva, lui il tempo era riuscito a fermarlo sulle labbra di Viola. Lei non c’era più, lui non c’era più, entrambi si erano persi. Ma quel bacio era ancora là, a fermare il tempo come tanti anni prima.

Alessandro Capezzuoli

Prima che tutto cambi

Luca Strano si ripropone come i peperoni in piena emergenza intestinale, questa è la cattiva notizia. La buona notizia è che stavolta sarà più inopportuno di una salsiccia durante il ramadan e più fastidioso dell’acqua in ebollizione, quando tracima dalla pentola e spegne il fornello. Non potendo prendersela con Darwin, importunerà nientepopodimeno che il creatore in carne, ossa, frattaglie e Spirito Santo, mettendo in discussione i comandamenti e i comandati. Essendo totalmente privo di risposte, formulerà a dio domande a caso col solo scopo di distruggere millenni di storia in poche sudicie pagine. Il papa, i vescovi e tutto l’ordine sacerdotale sono concordi nel considerarlo il demonio del nuovo millennio, anche se hanno riso come dannati di fronte all’ironia acuta delle sue storie. Ebbene sì, Luca Strano è un comunicatore scomunicato, pronto a cogliere la bellezza e le opportunità prima che le circostanze cambino le carte in tavola. Perché un attimo di bellezza non colto è sempre uno spreco imperdonabile.

 

E’ andata com’è andata

Se avevate nostalgia di Luca Strano o eravate in pensiero per lui, potete smettere di piagnucolare e di preoccuparvi: è vivo, lotta con sé stesso ed è tornato più in forma di uno squacquerone scaduto. Furbo come un piccione, scattante come una quaglia, vi condurrà per mano verso un viaggio fantastico che ha come unico obiettivo quello di ritornare prima di partire. Prodigo di consigli come non lo è mai stato, riuscirà a spazientire anche il lettore più saggio con quell’aria spavalda da controllore di treni. Treni che ha spesso sfiorato ma non è mai riuscito a prendere a causa dei suoi ritardi fisici e mentali. Invece di tagliarsi le vene con la limetta per le unghie dei criceti o di ubriacarsi con l’acqua ossigenata e il succo di rape nere per il rimpianto di non essere mai partito, canterà a gola “spietata” la gioia di essere restato. Perché chi resta ha sempre qualcuno da aspettare, qualcuno che prima o poi ritorna da chi lo attende.

Ci sono rimasto male

L’attesa è finita: Luca Strano e ricicciato. Inaspettato come un brufolo prima di una cena galante, gradito come una macchia di sugo su una camicia bianca prima di un colloquio di lavoro. Destreggiandosi con estrema labilità tra i lassativi e i mattarelli da viaggio, stavolta parlerà d’amore, dimostrando che la coppia è una macchina perfetta costruita incoscientemente per risolvere una montagna di problemi complessi che i single non hanno. Con la lucidità di un ornitorinco, farà un’analisi spietata dei suoi disastri sentimentali, traendo conclusioni affrettate, senza senso e prive di qualsiasi logica. Non si farà mancare quantità spropositate di decisioni sbagliate prese d’impulso e a caso per far fronte alle difficoltà che incontrerà nel suo percorso verso l’autodistruzione sentimentale a cui è geneticamente predisposto. Alcune volte si soffermerà a riflettere seriamente, così seriamente che sarà impossibile non fermarsi a sorridere e a pensare che i sorrisi, quelli veri, nascondono sempre profonde malinconie.

Sarò io che sono strano

Luca Strano torna a far parlare di sé. Dopo lo strepitoso successo della prima raccolta di racconti (ben 5 copie vendute, 4 delle quali acquistate dal protagonista), eccolo di nuovo alle prese con ciò che gli riesce meglio: creare dal nulla problemi inesistenti, per il solo gusto di risolverli a colpi di soluzioni sbagliate e trovarsi inevitabilmente coinvolto in situazioni improbabili e grottesche. Si vanta di essere riuscito a trasformare il suo talento naturale in un mestiere: fa “l’errorista” di professione e il pubblicitario per diletto. È un artista dell’imprevisto e un fine decisionista: quando si tratta di fare le scelte sbagliate al momento giusto o le scelte giuste al momento sbagliato non si tira indietro. Madre natura lo ha dotato di una filosofica ironia: l’unica arma che possiede per ridere di sé, delle convenzioni, dei fallimenti e di chi si prende troppo sul serio. Può parlare di fisica e di supplì con la stessa disinvoltura, confondendo abilmente l’una con l’altro. È l’uomo che ogni donna non vorrebbe mai avere a fianco, a parte Daniela.

Avrei potuto farcela – di Alessandro Capezzuoli

Luca Strano è un professionista della scelta sbagliata al momento sbagliato. Fa il pubblicitario a tempo perso e si complica la vita a tempo pieno. Incespica continuamente tra situazioni imbarazzanti, tempeste sentimentali e avvenimenti improbabili. Sfida spavaldamente gli eventi e le loro combinazioni, noncurante degli epiloghi spesso tragicomici che comportano le sue scelte. E’ un filosofo cialtrone che parla di sé, dell’ amore e dell’ amicizia con un linguaggio diretto e senza mezzi termini. Lo fa attraverso una serie di racconti che lo descrivono in tutta la sua geniale inadeguatezza.

Cronaca di un viaggio in Sicilia

Chi legge Camilleri, Pirandello, Sciascia, Verga, Quasimodo e Buttitta, nella maggior parte dei casi non si limita a leggere, ma fa un viaggio attraverso se stesso. Leggendo le storie delle persone, si riesce a capire meglio la propria storia. Prendendo in prestito gli occhi di qualcuno che guarda il mondo in modo diverso, si impara a guardare diversamente, a non giudicare, a vedere il bello dove sembra esserci il brutto e il brutto che spesso viene camuffato con una bellezza superficiale. Ho fatto il mio viaggio in Sicilia e sono tornato senza tornare. Dalla Sicilia non si torna (e lo dico da romano) mai completamente. I siciliani sono esattamente come li ha descritti Tommaso da Lampedusa : “…noi Siciliani siamo stati avvezzi da una lunghissima egemonia di governanti che non erano della nostra religione, che non parlavano la nostra lingua, a spaccare i capelli in quattro. Se non si faceva così non si sfuggiva agli esattori bizantini, agli emiri berberi, ai viceré spagnoli. Adesso la piega è presa, siamo fatti così. Avevo detto ‘adesione’ non ‘partecipazione’. In questi sei ultimi mesi, da quando il vostro Garibaldi ha posto piede a Marsala, troppe cose sono state fatte senza consultarci perché adesso si possa chiedere a un membro della vecchia classe dirigente di svilupparle e portarle a compimento; adesso non voglio discutere se ciò che si è fatto è stato male o bene; per conto mio credo che parecchio sia stato male; ma voglio dirle subito ciò che Lei capirà da solo quando sarà stato un anno fra noi. In Sicilia non importa far male o far bene; il peccato che noi Siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di ‘fare’. Siamo vecchi, Chevalley, vecchissimi. Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee, tutte venute da fuori già complete e perfezionate, nessuna germogliata da noi stessi, nessuna a cui abbiamo dato il ‘la’; noi siamo dei bianchi quanto lo è lei, Chevalley, e quanto la regina d’Inghilterra; eppure da duemila cinquecento anni siamo colonia. Non lo dico per lagnarmi: è in gran parte colpa nostra; ma siamo stanchi e svuotati lo stesso…Siamo troppi perché non vi siano delle eccezioni; ai nostri semi-desti, del resto avevo di già accennato. In quanto a questo giovane Crispi, non io certamente, ma Lei potrà forse vedere se da vecchio non ricadrà nel nostro voluttuoso vaneggiare: lo fanno tutti. D’altronde vedo che mi sono spiegato male: ho detto i Siciliani, avrei dovuto aggiungere la Sicilia, l’ambiente, il clima, il paesaggio. Queste sono le forze che insieme e forse più che le dominazioni estranee e gl’incongrui stupri hanno formato l’animo: questo paesaggio che ignora le vie di mezzo fra la mollezza lasciva e l’asprezza dannata; che non è mai meschino, terra terra, distensivo, umano, come dovrebbe essere un paese fatto per la dimora di esseri razionali; questo paese che a poche miglia di distanza ha l’inferno attorno a Randazzo e la bellezza della baia di Taormina, ambedue fuor di misura, quindi pericolosi; questo clima che c’infligge sei mesi di febbre a quaranta gradi; li conti, Chevalley, li conti: Maggio, Giugno, Luglio, Agosto, Settembre, Ottobre; sei volte trenta giorni di sole a strapiombo sulle teste; questa nostra estate lunga e tetra quanto l’inverno russo e contro la quale si lotta con minor successo; Lei non lo sa ancora, ma da noi si può dire che nevica fuoco, come sulle città maledette della Bibbia; in ognuno di quei mesi se un Siciliano lavorasse sul serio spenderebbe l’energia che dovrebbe essere sufficiente per tre; e poi l’acqua che non c’è o che bisogna trasportare da tanto lontano che ogni sua goccia è pagata da una goccia di sudore; e dopo ancora, le pioggie, sempre tempestose che fanno impazzire i torrenti asciutti, che annegano bestie e uomini proprio lì dove una settimana prima le une e gli altri crepavano di sete. Questa violenza del paesaggio, questa crudeltà del clima, questa tensione continua di ogni aspetto, questi monumenti, anche del passato, magnifici ma incomprensibili perché non edificati da noi e che ci stanno intorno come bellissimi fantasmi muti; tutti questi governi, sbarcati in armi da chissà dove, subito serviti, presto detestati e sempre incompresi, che si sono espressi soltanto con opere d’arte per noi enigmatiche e con concretissimi esattori d’imposte spese poi altrove; tutte queste cose hanno formato il carattere nostro che rimane così condizionato da fatalità esteriori oltre che da una terrificante insularità di animo”.
Come avevo accennato la settimana scorsa, sono partito alle 11:35 dell’8 ottobre con un volo Ryanair (tratta Roma-Comiso) acquistato per una cifra ridicola: 19 euro per l’andata e 19 euro per il ritorno. Ora posso dirvelo: ogni volta che prendo l’aereo ho una paura terribile. Avete presente quando Camilleri descrive la paura dell’aereo di cui soffriva il fisico delle alte atmosfera nel libro segnali di fumo? Sono fisico anch’io e come lui sono terrorizzato dall’aereo. Senza scendere nei dettagli, ogni volta che sto per salire quelle scalette, mi risuonano in testa le parole di Gigi Proietti nel famoso sketch della saùna: “Ma nun ciannà, ma lassa perde, ma chi t’ ‘o fa ffà, basta!”. Per fortuna il volo è tranquillo e l’aereo atterra alle 12:30 senza troppi problemi. Gli altri passeggeri fanno l’applauso al pilota, io gli scatto una foto e mi riprometto di accenderci sotto due candele per una settimana in segno di adorazione. L’aeroporto di Comiso è piccolissimo. Praticamente si scende sulla pista. All’uscita vedo un ragazzo (i quarantenni come me li chiamo ragazzi…) con un cartello sul quale c’è scritto Hertz, l’autonoleggio dal quale ho prenotato l’auto in affitto (il costo per quattro giorni, compresa l’assicurazione che copre tutti i danni e le varie franchigie, si aggira intorno ai 200 euro). Avevo già previsto di fare due chilometri a piedi e invece Carmelo è lì ad accogliermi, pronto ad accompagnarmi con la navetta nella sede dell’autonoleggio. Ha il viso simpatico e abbronzato Carmelo. Sorride e mi racconta dell’estate infernale appena finita, dei 40° di temperatura media, del flusso di turisti ‘da bagno’ e di quelli che scelgono la Sicilia perché amano Camilleri. Mi dice che un gruppo di Dublino ha prenotato tutte le auto; vanno lì solo per vedere la casa di Montalbano. Gli faccio osservare che io non appartengo a nessuna delle due categorie. Io sono un po’ siciliano. Ho letto e viaggiato talmente tanto tra le parole e le descrizioni dei siciliani e della Sicilia, che la cittadinanza debbono darmela ad honorem. Mi consegna la macchina, una Fiat Panda nuova di zecca, consigliandomi di percorrere la statale, per arrivare a Ragusa in un ‘virivirì’. Lì ho prenotato una stanza in un B&B. Mi sono fatto un programma preciso e dettagliato (che ho puntualmente disatteso in ogni sua parte) per vivere la Sicilia. L’arrivo a Ragusa, per esempio, l’ho previsto alle 13:30. Arrivo alle 14:30, dopo essermi perso per strade e stradine (tranquilli, non sono il PM Tommaseo e non mi sono scatafasciato da nessuna parte. Avevo il navigatore, ma nel corso della vita mi sono fatto pirsuaso che l’unico modo per capire fino in fondo un posto è perdersi tra la gente e i vicoli; quasi sempre a piedi, ma questa volta anche tra i sensi unici e i divieti di accesso…). Mi telefona Adele, la ragazza – anche lei quarantenne – che gestisce il B&B, la quale mi spiega esattamente come raggiungerla. Sapete il motivo per cui ho cambiato programma? Appena sceso dalla macchina ho sentito un profumo di melanzane fritte e di bucato appena fatto. Odore di buono. Ho deciso di seguire quei profumi. State pensando che sia un contrasto di odori stranissimo? Ho passato quattro giorni ad inseguire quel tipo di contrasti che ho ritrovato più o meno dappertutto (mi verrebbe da scrivere anche dentro di me, ma evito di farlo perché non basterebbero le pagine di un’antologia). Adele è di una gentilezza incredibile. Mentre scrivo questi appunti, mi viene in mente un’altra Adele(ina) e mi accorgo di non aver pensato alle coincidenze. Non voglio fare pubblicità al B&B, ma mi rendo conto che è una cosa talmente particolare da destare qualche perplessità…se siete curiosi guardate qui (http://www.tripadvisor.it/Hotel_Review-g194872-d1550753-Reviews-Le_Stanze_del_Sole-Ragusa_Province_of_Ragusa_Sicily.html), io mi sono trovato bene e Adele esiste realmente. Mi trattiene mezz’ora per parlarmi della sua esperienza nel settore alberghiero e mi consiglia i posti in cui mangiare i veri piatti siciliani. L’ascolto, ma non vedo l’ora di andare là fuori ad inseguire quegli odori. Sistemo i bagagli alla meno peggio, indosso le scarpe da ginnastica, mi armo di macchina fotografica e inizio a vagare: il mio viaggio inizia da qui. Io non mi sono quasi mai meravigliato di fronte alle città che ho visitato. E’ la condanna di chi vive immerso nell’arte e nel bello di Roma. Scendo quei pochi scalini che separano il bed e breakfast da Ibla e mi trovo davanti un panorama di una bellezza struggente. Un contrasto mozzafiato tra il cielo nuvoloso, i raggi di sole che infilzano le nuvole e quel barocco dolcemente malinconico che ti entra dentro. Vorrei avere la capacità di inchiodare tutto nella memoria. Stringo i pugni, chiudo gli occhi, ma so che quella sensazione è passata nello stesso attimo in cui è iniziata. Restano gli scatti della reflex da cui si capisce ben poco e queste poche parole scritte a caldo. Mi aggiro per i vicoli di Ibla con la stessa fame d’aria di chi è stato in apnea vent’anni. Respiro. Respiro quelle pietre e quell’aria in cui si mescolano le storie vere e di fantasia che raccontano dei siciliani e della Sicilia. Mi perdo tra il Duomo di San Giorgio e la piazza antistante (quella di Vigata per intenderci). Resto a tambasiare tra la piazza e il duomo fino a quando non mi imbatto nella gelateria consigliata da Adele, nella quale servono dei gelati particolarissimi all’olio di oliva, al nero d’avola e all’immancabile pistacchio. Cammino quattro ore senza fermarmi tra il saliscendi delle gradinate (alcune veramente molto suggestive), toccando le parole che ho letto e riletto, riconoscendomi nei vicoli e nei visi. Sono stanco, ma non riesco a rinunciare alla granita alle mandorle del Caffè Sicilia, un bar pasticceria che si trova sulla piazza antistante la cattedrale di San Giovanni battista (un altro gioiello da ammirare affatati). E’ quasi ora di cena. Rientro nella stanza, faccio una doccia veloce ed esco a caccia di sapori. Il gestore della Tana del Lupo è un signore cinquantino dai modi gentili. Mi spiega con dovizia di particolari come si prepara la pasta alla donnalucatese: alici fresche, capperi, pomodori pachino, olio extra vergine d’oliva e pangrattato. I pomodori si mettono sempre verso la fine della cottura perché altrimenti diventano delle pellacce sparse nel piatto. Mi è venuta una gana di pasta alla donnalucatese che non immaginate. Al primo boccone, come scriverebbe Camilleri, sento la marcia trionfale dell’Aida e il sciauro di mare che mi attraversa…Sono le 23:00 ed ho gli occhi a pampineddra. Vado a letto.
9.10.2014 Oggi il programma è chiaro. L’itinerario che ho fatto, studiandolo per giorni sulla carta, prevede una visita ad Agrigento e a Porto Empedocle. Faccio colazione verso le 8. Agrigento è molto distante da qui, per cui starò fuori tutta la giornata. Adele ha preparato delle brioche col tuppo, dei cornetti caldi ed altri dolci molto buoni. Oh no! Il latte a lunga conservazione lo odio…prenderò un paio di caffè. Esco e lascio volutamente il navigatore in stanza. Mi perderò di nuovo. Percorro la strada che porta fuori dal centro di Ragusa e mi fermo su un’altura a guardare Ibla per riempirmi nuovamente gli occhi di quella bellezza malinconica. Il motore della Panda fischietta allegramente ed è una bella giornata. Cerco il cartello stradale che indichi la direzione per Agrigento. Non lo trovo. Proseguo per un paio di chilometri e leggo ‘Santa Croce Camerina’. La tentazione è troppo forte, lo seguo. Da lì a poco trovo l’indicazione per Punta Secca. Guccini scrive in una famosa canzone ‘E’ difficile spiegare è difficile capire se non hai capito già’. Chi legge questo racconto ha sicuramente capito. C’è il sole, fa caldo e la verandina è lì, vicino alla bellissima Torre Scalambri appena restaurata. Non nego che ci sia molta autosuggestione in chi visita questo posto. Camilleri e Montalbano lo hanno reso unico. Probabilmente, se stessi passeggiando in un angolo del lungomare di Rimini, vivrei tutt’altre sensazioni. Ma sono qui, dove il mare sembra più mare che in altri posti. Sono qui dove sembra di toccare l’Africa e dove sembra di sentire le grida disperate dei migranti. Sono qui seduto in questa verandina che è stata protagonista di mille viaggi della mente. Sono qui mentre accarezzo questa sabbia dolcemente ruvida come i brividi sulla pelle. E’ già passata un’ora ed ho scattato decine di foto. Mi sono amminchiato con l’idea di immortalare ogni particolare, compreso un granchio che sta lì fermo a prendere la tintarella. Sarà uno di quelli con cui si è fermato a giocare Montalbano? Ma va! Alessandro sveglia! La parte razionale di me cerca di prendere il sopravvento. “Tu confondi realtà e fantasia”, mi dice senza pietà. Da bambino hai visto decine di granchi come quello, ci hai giocato anche tu e questo non ha nulla di diverso. Lo so, gli risponde l’altra metà, ma lasciami sognare in pace un altro po’. Guardo l’orologio. E’ passata un’altra “mezz’orata” ed io non ho voluto dare soddisfazione all’Alessandro razionale. Ora devo proprio andare, altrimenti non riesco a completare il programma della giornata. La macchina guida da sola, ormai comanda lei. Non c’è verso di farla arrivare sulla strada che porta ad Agrigento. Si ferma davanti al castello di Donnafugata: una visita a casa di Balduccio Sinagra è d’obbligo. La storia di questo castello la leggo nel suo giardino. Ci sono degli alberi centenari enormi lì. Chissà quante storie avrebbero da raccontare. Mi fermo a guardare meglio…non sono alberi, sono ficus. Ne esistono di così grandi? Nel salone di casa mia ne ho uno che sarà grande quanto una foglia di queste qui. Mi chiedo se siano più antichi i ficus o il castello e mi viene in mente la storia della fontana dei quattro fiumi di piazza Navona e della statua che rappresenta il Rio de la Plata. Secondo la leggenda, questa statua venne scolpita dal Bernini con la mano alzata per proteggersi dalla caduta imminente della chiesa di sant’Agnese in Agone di Borromini. Nella realtà, la fontana fu realizzata prima della chiesa e la mano alzata è un omaggio ad un angelo della cappella Sistina dipinto da Michelangelo. E le stanze di questo castello quante storie avranno da raccontare? Sono le 12: 30 ed è arrivato veramente il momento di andare, ci penserò mentre guido..ehm, cioè, mentre guida la Panda. Stavolta sembra che ci abbia inzertato: la strada è quella giusta ed Agrigento dista 100 chilometri. Le strade di campagna che passano per Vittoria interrompono la continuità delle caratteristiche recinzioni in pietra, che delimitano centinaia di serre curatissime: gli ortaggi che trovo sui banchi del mio mercato rionale provengono da qui. Provengono da qui anche le recenti storie di violenza sulle donne immigrate che lavorano nei campi: il contrasto tra il buonumore della verandina e il pensiero nivuro mi ha messo malinconia. Nel frattempo arrivo a Gela. L’umore nivuro peggiora. Una città distrutta dalla faccia peggiore della chimica. L’attraverso, cercando di guardare soltanto la strada, per non rovinarmi la giornata. Si sono fatte quasi le due, ma per fortuna sono quasi arrivato ad Agrigento. Stavolta ho le idee chiarissime. No, la prima tappa non è la valle dei templi e nemmeno la casa natale di Pirandello. Vista l’ora, direi che si tratta di un posto ben più importante: il gran caffè Concordia. E’ qui che fanno i migliori cannoli siciliani che si possano mangiare. Poiché sono curioso come una scimmia, ho chiesto ad un’anziana signora di Agrigento, fermata con la scusa (neanche troppo scusa) di essermi perso, quale fosse il segreto per prepararli. Vi riporto quasi integralmente la sua teoria: “per arrotolare il cannolo non si utilizzano mai le canne di acciaio, ma delle canne di fiume vere e proprie: il nome cannolo deriva dalle canne con cui viene preparato. Se non si utilizzano le canne di fiume, si ottiene un’altra cosa simile al cannolo. La canna di fiume, essendo di legno, quindi permeabile, permette all’impasto di cuocersi perfettamente durante la frittura. La ricotta deve essere esclusivamente di pecora. Il vero cannolo ha una scorza croccante e dorata che non si ammorbidisce quando si riempie con l’impasto. Il segreto è una seconda frittura veloce di tutte le cialde sfumata con un po’ di vino rosso. Nel ripieno ci vanno l’arancia candita, la zucca candita e il cioccolato.
Vi do una ricetta che vale oro…
Impasto:
400 g farina
40 g strutto
40 g zucchero
Marsala secco
Ripieno:
1 kg di ricotta
600 g di zucchero
cioccolato fondente
30 g di aroma ai fiori d’arancio
buccia di arancia candita
Zucca candita dadini
Ciliegine candite per la decorazione (ma va bene anche l’arancia)
Zucchero a velo.
Strutto per friggere i cannoli
L’anziana signora impasta a mano, su un ripiano in legno, la farina, lo strutto e lo zucchero, facendo amalgamare gli ingredienti e aggiungendo il marsala fino a quando l’impasto non risulti morbido. Dopodiché lascia riposare l’impasto coperto per un paio di orate .Successivamente, stende l’impasto col mattarello (scrodatevi la macchina per la pasta) stando attenta a non fare la sfoglia troppo sottile, altrimenti la cialda si rompe quando i cannoli vengono riempiti. Dopo aver steso la sfoglia, taglia dei quadrati che debbono avere la diagonale uguale alla lunghezza della canna. Posiziona il rullo all’interno della sfoglia e piega un lembo verso l’interno, facendo combaciare l’altro lembo spennellato precedentemente con dell’ acqua in modo che faccia da collante e impedisca l’apertura della sfoglia durante la frittura. Attenzione, la sfoglia si cuoce in fretta…le prime volte è meglio friggerne uno per volta. I cannoli si devono riempire nel momento in cui vengono consumati, altrimenti la sfoglia diventa molliccia. La farcitura è semplice: setaccia la ricotta e con il mestolo e amalgama delicatamente gli ingredienti. Questo è quello che ho imparato dalla signora siciliana. Il risultato è quello che vedete nella foto, o meglio, nella foto c’è il cannolo del Caffè Concordia. Se devo essere sincero, cannoli a parte, Agrigento me l’aspettavo diversa. Ma è anche giusto che sia così. Il sogno di Zosimo e il sogno rivoluzionario dei contadini del ‘700 fanno parte di un’epoca troppo lontana. Fuggo dal traffico, facendo lo slalom tra i palazzoni di cemento, sperando di prendere aria ad Akragas, nella valle dei templi, la vera Agrigento. Qui c’è tutta la Grecia di Camilleri. Immagino quegli stessi contadini nascosti tra le colonne del tempio della Concordia che cercano di fronteggiare il gioco delle alleanze dei potenti. Accanto a me una guida turistica illustra le differenze tra le varie tipologie di templi greci. Mi fermo ad ascoltare, se fossi un turista ‘standard’, sarei già appagato da questo, ma io non sono venuto in Sicilia per ascoltare una guida. La storia del tempio l’ho già letta su Wikipedia ed ho appagato la curiosità del turista da esportazione. Adesso mi metto a cercare la moneta di Akragas e sparisco come Cosimo Cammarota. Chi non ha mai pensato di sparire e di ricominciare? A pochi passi da qui c’è la casa di Pirandello. Il sole, ancora caldissimo, proietta la mia ombra lunga sul viale e non posso fare a meno di pensare ad Adriano Meis e chiedermi se sono più ombra io o lei. Meglio di no. Meglio pensare al caldo afoso e borbottare qualche imprecazione, pensando al dottor Pasquano. La visita ad Akragas costa circa 10 euro, 8 euro l’ingresso e 2 euro il parcheggio, ma ne vale la pena. Sono talmente stanco che la tentazione di tornarmene a Ragusa e farmi una doccia sta prendendo il sopravvento. Non posso. Devo passare per forza a Porto Empedocle e a Realmonte. Arriverò a notte inoltrata. Il contrasto tra la miniera di sale di Realmonte e Akragas è impressionante. Mi fermo per assaggiare quel sale, avendo la netta impressione di averlo già assaporato. Mi viene in mente la capretta del sonaglio…ha fatto una brutta fine, meglio proseguire per la scala dei Turchi. Non so se riesco a descrivere con le parole cosa significhi trovarsi al centro dei colori. Mentre mi arrampico sulla gradinata naturale della falesia, ho la sensazione di essere un intruso tra l’azzurro del mare, il bianco accecante della marna, il marrone della valle dei templi , il verde dei cactus e l’arancione dei fichi d’india. Dio, se esiste, è passato qui. Ormai è tardissimo e il mal di testa è sicuramente venuto anche alla Panda. Faccio in tempo a passare per Porto Empedocle, guardare la casa di Camilleri e scattare una foto ad un cartello che dà il benvenuto a Vigata. Le ciminiere che vedo in lontananza parlano più delle mie parole. Della Vigata che immaginavo, lì c’è ben poco. Ormai è notte fonda, ma Gela mi regala ancora un picco di umore nivuro: quasi un’ora per uscire dalla via che attraversa il paese. A letto, finalmente.
10.11.2014 Il mio programma è completamente saltato. Chili e chili di fogli e di itinerari stampati, il tablet a portata di mano e un gps infallibile sono diventati un complemento d’arredo della stanza. Sono in vacanza e faccio quello che mi pare e piace, non voglio più farmi guidare da quelle scatolette invadenti che decidono per me. Faccio colazione con le ottime brioche di Adele, bevo una cicaronata di caffè e mi metto alla guida. Alt! Sosta al caffè Italia. Altra colazione a base di brioche col tuppo e granita alle mandorle. Ora posso ripartire. Percorro una strada a caso e vedo l’indicazione per Donnalucata. Decido di andare lì, sul lungomare di Vigata. La prima cosa che mi colpisce di questo borgo di pescatori è la luce che si riflette sulle pietre bianche delle case. Entro in un negozio che vende le tipiche ceramiche siciliane, attirato dalla bellezza del fabbricato decorato all’esterno con vari oggetti colorati. Poi, un piede leva e l’altro metti, mi dirigo verso la spiaggia. Senza accorgermene, comincio a canticchiare “Ciuri Ciuri Ciuriddi tutto l’annu…”. Sto lì un’ora, sdraiato sulla sabbia a prendermi tutto il sole e il vento che posso. Sono solo. Le onde del mare cullano i miei pensieri. Il vento ascolta tutte le parole che non ho detto. Un dialogo, o forse un ballo, la danza del gabbiano. Mi ritrovo in uno stato di dormiveglia strano. Non so se ho dormito o no. So soltanto che si sono fatte le 11 e devo proseguire il mio pellegrinaggio verso Modica. Anche qui, come ad Agrigento, la prima cosa che mi viene in mente è mangiare. Voglio due arancini veri. Il parente dell’arancino a Roma è il supplì. Questa parola deriva dal francese surprise, che è stato italianizzato in supplì e non in sorpresa. La sorpresa è la mozzarella che si trova al suo interno. Il supplì al telefono prende il nome da un’evidenza innegabile: se si apre in due, la mozzarella deve filare e collegare le due metà. Al contrario di Montalbano, penso modestamente di saper cucinare bene e i supplì sono una mia specialità. Fare dei buoni supplì è difficile come fare dei buoni arancini. La difficoltà principale è la cottura al punto giusto: se sono poco cotti la mozzarella non fila, se sono troppo cotti, si scuriscono e si induriscono. Si comincia dal ragù, che preparo con un trito di sedano, carote e cipolla, soffritto in olio extra vergine d’oliva, a cui si aggiunge la carne di manzo e di maiale in parti uguali. Ovviamente il ragù deve ‘pippiare’ almeno 4 ore per raggiungere il giusto livello di consistenza. La carne di maiale e la carne di manzo si debbono fondere insieme al soffritto e al pomodoro, per creare un unico sapore che si riconosce dal profumo che invade la cucina. Il riso per preparare i supplì deve essere a chicchi grandi e si deve mantecare insieme al ragù e ad un ricco brodo vegetale preparato ad hoc: il dado serve solo per il gioco dell’oca. Regola aurea: non uso mai il mestolo per mantecare il riso, lo salto in padella affinché tutto il ragù, anche quello che si trova sul fondo, venga assorbito dai chicci. A tre quarti di cottura, aggiungo un bel po’ di pepe e lo lascio raffreddare in un apposito recipiente abbastanza capiente (va bene anche un piatto molto grande), avendo cura di stenderlo uniformemente per garantire un raffreddamento omogeneo. Il più è fatto. Quando il riso si è completamente freddato, formo delle polpette al cui centro inserisco la mozzarella, le passo nell’uovo e nel pangrattato e le friggo a 180°. Ah, dimenticavo, non aggiungo mai il sale sull’impanatura, altrimenti il supplì si sbriciola durante la cottura. Il supplì ha un sapore deciso, il pepe nella cucina romana è utilizzato spesso, e si accompagna bene con una birra fresca. Racconto questo perché ho camminato un’ora per Modica alla ricerca di una friggitoria (lì ce ne sono tante) che mi piacesse. Quella no, è troppo moderna. Quell’altra è poco pulita. Quegli arancini sono stati fritti nel ’77 e gli sono cresciute le basette a forza di stare lì. Signora sa consigliarmi un posto dove mangiare degli arancini buoni? Sì, forse, ma, svolta a destra, dietro l’angolo…insomma, ho girato a vuoto per molto tempo, prima di trovare quella che mi piacesse. Alla fine ho deciso di entrare in una friggitoria che esponeva il cartello “Arancini di Montalbano”. Anche in questa entro malvolentieri perché non mi piacciono queste trovatine pubblicitarie attira turisti, ma, vista l’ora e la fame, direi che è arrivato il momento di fermarsi. Al banco c’è una ragazza mora a cui chiedo due arancini. Mi risponde cortesemente: “Attenda un attimo che glieli faccio preparare”. E’ quella giusta. Passano cinque minuti e torna con due sacchetti bollenti. Le chiedo il conto e una birra fresca. Mi risponde, sempre garbatamente, che con gli arancini non si beve la birra, ma la spuma. Mi chiedo tra me e me: ”Ancora la fanno?”. Lei sembra che mi abbia letto nel pensiero e aggiunge: ”A Modica, oltre alla cioccolata, facciamo un’ottima spuma”. Ne prendo due bottigliette. La spesa è consistente…3,40€. Mi siedo sulla scalinata della chiesa di Santa Maria del Gesù…dopo dieci minuti gli arancini e la spuma non ci sono più! Non ho una meta precisa. Leggo un’indicazione che segnala la casa natale di Quasimodo. Per raggiungerla, passo attraverso una lunga scalinata che sembra scavata nel ventre della città. Incontro alcuni turisti tedeschi che scattano foto a mitraglia. Fa caldo, d’altronde sono le 3 del pomeriggio, cosa pensavo di trovare qui, la neve? Anche qui c’è una luce accecante che rende belli pure i palazzi più decadenti. Difficile trovare una chiave di lettura per Modica. E’ di una bellezza particolare. Ricordate Michela Pardo (Pia Lanciotti) nella Luna di Carta? Ecco, la descriverei così, quel tipo di bellezza malinconica e disperatamente ai margini. Sono davanti alla porta della casa di Quasimodo. Mi sento banale, ma sembra l’uscio di una casa qualsiasi. Giro l’angolo e leggo la targa posta accanto alla finestra: “ Ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole. Ed è subito sera – Salvatore Quasimodo”. Quante volte l’ho letta sui banchi di scuola. Eppure mi fa piangere. Per la prima volta. Chi l’ha detto che gli uomini non devono piangere? Modica è così, come Michela Pardo, come me, come i siciliani e i romani, come tutti quelli che non sanno di esserlo: soli sul cuore della terra trafitti da un raggio di sole. Giro per i vicoli con questa idea fissa. Modica è bellissima. Mi fermo in un negozio a comprare la cioccolata. Chiedo al negoziante se il caldo la scioglie. Seconda gaffe. La cioccolata di Modica è fatta soltanto con cacao e zucchero lavorati a basse temperature. Non ci sono olii, grassi e burro di cacao, non si scioglie. Dolce e amaro. Ed è subito sera… Ho ancora il tempo per fare un giro a Scicli, dove c’è il famoso commissariato e la stanza del ‘signori e quistori’. Parcheggio appena posso e mi incammino ancora una volta. Non nascondo che trovarsi tra Palazzo Iacono e piazza Mormino Penna sia emozionante, ma la cosa che mi ha colpito di più è stata la conversazione con la ragazza che mi ha fatto visitare la stanza del sindaco. Lei è innamorata di Roma, il suo sogno è trasferirsi nella mia città ed aprire un PUB. Le chiedo il motivo, visto che vive in una terra a parer mio bellissima. Mi dice serenamente: “Tu la vedi da turista ed hai ragione. Il PUB qui ho provato ad aprirlo col mio ragazzo…. i gestori dei ristoranti vicini ci hanno fatto i peggiori sfregi e siamo stati costretti a chiuderlo”. Alla faccia del bicarbonato di Sodio, direbbe Totò. Continuo a passeggiare con una certa amarezza, è meglio che me ne torni nella mia stanza. Faccio un attimo mente locale, e mi dico ” Alessà hai fatto ‘na cazzata”. Non mi ricordo più dove ho parcheggiato la macchina. Ma si può essere più coglioni? Va bene che Scicli non è Roma, ma adesso vai a trovarla. Giro a vuoto per mezz’ora abbondante. Non so proprio come tornare a casa. E adesso che faccio? Sono un idiota. Ma come mi salta in mente di parcheggiare in una città che non conosco senza guardare nemmeno il nome della via? Lampo di genio. Cammino per le strade, pigio il tastino per l’apertura delle portiere e, mi dico, prima o poi la trovo. Faccio trecento metri e vedo le quattro fecce della Panda lampeggiare. Fantozzi me fa ‘n baffo! Dopo questa bravata è meglio che me ne torni a Ragusa. Stasera voglio vedere Ibla illuminata.
11.10.2014 Mi sveglio malinconico. Oggi è l’ultimo giorno. Domani dovrò essere all’aeroporto alle 7 e non farò in tempo nemmeno a fare colazione. Saldo il conto della stanza (170€ per 4 notti), bevo un’altra cicaronata di caffè, mangio un paio di brioche col tuppo e mi fermo a parlare con Adele. Mi consiglia di tornare in primavera, per vedere le rappresentazioni delle tragedie greche a Siracusa. Prometto di non mancare. Un gruppo di turisti del nord benestanti mi consiglia un ristorante per la cena. Mi fido o no? Deciderò stasera…Come al solito, non ho nessun programma per la giornata. Un amico mi ha consigliato di visitare Marzamemi. Ma sì, vado lì. Lungo la strada trovo l’indicazione per Noto. Visto che è qui vicino, ci faccio un salto. Stavolta non ci casco: la macchina è parcheggiata sulla via Giovanni Aurispa! Il fascino del barocco di Noto è tristemente offuscato dalla dimensione turistica che hanno dato al centro storico. Decine di negozi che vendono souvenir made in China…troppo fuori dalle mie corde. Faccio un giro di cortesia, prendo una granita al gelso nero al Caffè Sicilia e mi dirigo verso la riserva di Vendìcari. La radio passa “Amore che vieni amore che vai”. L’impatto con l’ingresso nel paese è terribile. Quattro costruzioni degli anni ’70 semidiroccate. E’ dove sto? All’idroscalo di Ostia? Mai fidarsi dei consigli…proseguo verso il borgo e arrivo davanti alla tonnara abbandonata. Parcheggio. Giro l’angolo e resto senza parole. I malavoglia e Verga. Un borgo di casuzze in pietra che il sole fa brillare. Le porte e le finestre sono di tutti i colori: rosso , celeste, giallo e verde. Una goccia di splendore. Cerco accuratamente un posto dove mangiare. Dopo una breve ispezione sulla banchina frangiflutti, scelgo il posto che ha la terrazza sul mare più bella. Entro e mi siedo al tavolo all’angolo da cui si vede Capo Passero, un’acqua cristallina e, con un po’ d’immaginazione, l’Africa. Oddio che ho combinato. Che errore. Il peggiore della vacanza. Un cameriere gentilissimo ed educato mi porta un menù in pelle ‘appestato’ di brillanti. E’ un posto elegante e non me n’ero proprio accorto. Le pietanze sono incomprensibili. Prendo un antipasto a base di sarde e un primo piatto a base di bottarga. In pochi minuti mi viene servito l’antipasto: tre sardine minuscole con una sputazza trasparente accanto (ecco cos’era la nuvola di menta che riportava il menù) e due gocce di pomodoro. Confido molto nel primo piatto. Finisco di mangiare l’antipasto e il cameriere poco dopo mi serve il primo piatto: 11,23 grammi di linguine con bottarga e limone. Mi viene da dirgli: “Stai babbiando? Questa di solito è la quantità che assaggio per sentire se la pasta è cotta”. Finisco di mangiare. La fame supera la tristezza. Il cameriere gentile torna e mi chiede: “Tutto a posto?”. La mia anima romana non può fare a meno di dire:” Sì, l’assaggio è stato buono, ora puoi anche portare la porzione intera”. Mi sorride, facendomi intendere che lui è un povero Cristo che sta lì a guadagnarsi da vivere. 38€ per sostare un’ora su una veranda non è poco. Poiché la tonnara dove comprare le alici è ancora chiusa, decido di fare un’altra passeggiata. Mi incammino per le vie del paese nuovo e vedo due tavolini fuori ad una specie di alimentari che espone un cartello con sopra scritto “Pane Cunzato”. Avete presente il filone di pane tagliato a metà e condito con olio, sale, origano, pomodoro a fette, scaglie di formaggio e acciughe? E la provvidenza che lo manda. Mi siedo. Pane cunzato a tinchitè e birra costano cinque euro e cinquanta centesimi: pago con dieci euro senza chiedere il resto. Ora sto meglio. Si è fatto tardi. Percorro velocemente la strada che passa per Capo Passero, Capo Spartivento e Pachino. Tante serre come qui non le avevo mai viste. Ho voglia di farmi un bagno. Mi fermo sul lungomare di Donnalucata, prendo l’asciugamano e mi avvio verso la spiaggia. L’asciugamano è rosso, celeste, giallo e verde…curioso no? La spiaggia è deserta, il mare è tutto mio. Nel frattempo, ho deciso di andare a mangiare nel ristorante consigliatomi la mattina; anche Adele mi ha assicurato che si mangia bene. Faccio una doccia veloce, quasi dispiaciuto di lavare via il sale di Donnalucata, ed esco nuovamente. Due errori nello stesso giorno sono imperdonabili. Posto elegante, cameriere gentile, questa volta anche una bella porzione di pasta alla Siracusana con alici, capperi e uvetta, ma ho ancora il sapore del pane cunzato in bocca e non riesco proprio a gustarmela. Purtroppo, io non sono abituato a viaggiare. Quando sono fuori di casa ho uno stravolgimento del metabolismo e dello stomaco. Non mi sembra elegante scrivere dove e come ho passato l’ultima sera a Ragusa…
12.10.2014 Sveglia alle 6. Riconsegna dell’auto alle 7. Carmelo controlla che non ci siano danni. E’ tutto a posto, mi accompagna in aeroporto. Gesti apotropaici prima del decollo. Vedo in lontananza l’Etna. Il volo procede bene…oh cavolo, i motori dell’aereo non ronzano più. Ecco, cadrà e non potrò raccontare le mie impressioni a nessuno. Lo sapevo. Proietti aveva ragione…Ah, no, è solo iniziata la discesa. Sono arrivato a Roma sano e salvo.
Questo è il diario strampalato e sgrammaticato del mio viaggio in Sicilia. Non vuole essere una guida o una raccolta di consigli, anche perché ho visto tutto con i miei occhi, che sono abituati a guardare il mondo a testa in giù. Qualcuno si ritroverà nelle mie descrizioni, qualcun’altro rimarrà deluso. Fa parte di quella capacità di vedere il mondo da diverse angolazioni, che inseguo da una vita. Buon viaggio.

14/07/2014

Oggi, tra i messaggi, le emails, le telefonate, gli abbracci, i sorrisi, i lacrimoni, gli auguri cantati in diretta radiofonica, gli auguri inaspettati in stile Crozza/Razzi che mi hanno fatto ridere mezz’ora, le dediche musicali, Artemio, le lanterne cinesi, le torte fatte in casa e i regali a sorpresa, ci siete stati proprio tutti (anche quelli che non sono su facebook). Gli anni passano ed io ho la consapevolezza di cambiare ogni giorno. Non sempre il cambiamento è sinonimo di miglioramento, probabilmente cambio in peggio, ma nonostante questo molti di voi continuano ad esserci. Ed esserci per me vuol dire essere presenti sempre, per brindare insieme con un vino novello o in quei momenti di disperazione in cui non si vede via d’uscita. Quest’anno è stato molto complesso e intenso come lo è probabilmente quello di molti uomini che oltrepassano gli ‘anta. Un bilancio di cosa è, cosa è stato e cosa dovrebbe essere. Un miscuglio di consapevolezza, aspettative, rimpianti, malinconie, paure, incertezze, progetti e voglia di cambiare.
Col tempo ho capito molte cose che a vent’anni, come direbbe mia cugina, “intuivo ma non mettevo bene a fuoco”.
Ho capito che si può amare qualcuno per quello che è, con le sue scelte, i suoi errori e le sue cicatrici, e non per quello che vorremmo che fosse.
Ho capito che non esiste una madre migliore di quella che riesce a farlo.
Ho capito che la vita è sporcarsi, cadere e rialzarsi, sbagliare, correre a perdifiato, amare fino a spezzarsi l’anima, cantare a squarciagola, urlare, ridere a crepapelle, chiedersi ogni giorno perché, piangere con i singhiozzi, sbattere i pugni, rannicchiarsi nel letto come un bambino, stare a braccia aperte contro il vento, ballare in una piazza affollata, per sentirsi vivi, senza vergognarsi di farlo.
Ho capito che un uomo non può dire di aver vissuto se non si è mai sporcato, se non è caduto e si è rialzato, se non ha sbagliato, se non ha corso a perdifiato, se non ha cantato a squarciagola, se non ha amato fino a spezzarsi l’anima, se non ha riso a crepapelle, se non si è chiesto continuamente perché, se non ha pianto con i singhiozzi, se non si è rannicchiato nel letto come un bambino, se non è stato con le braccia aperte contro il vento e se non ha ballato in una piazza affollata senza vergognarsi.
Ho capito che l’unica vergogna è provare vergogna.
Ho capito che nessun libro può insegnare la vita.
Ho capito che i libri bisogna saperli leggere.
Ho capito che so leggere.
Ho capito che De André e Camilleri si somigliano perché i genovesi e i siciliani si somigliano.
Ho capito che posso imparare molto da un uomo che abbia una storia da raccontare.
Ho capito che le parole sono belle, ma i fatti lo sono di più.
Ho capito la differenza tra idea e azione.
Ho capito che una persona indifferente vive bene, ma fa vivere male gli altri
Ho capito che i buoni consigli non esistono.
Ho capito che posso girare per negozi giorni e giorni, per cercare un regalo da fare ad una persona che amo, provando una gioia infinita pensando alla faccia che farà.
Ho capito che un abbraccio fa bene.
Ho capito di essere un professionista dell’errore.
Ho capito che ci sono persone che pensano di aver capito quando in realtà non hanno capito niente.
Ho capito che le parole sempre e mai le usano soltanto gli idioti e i poeti.
Ho capito che puoi stare anni senza vedere qualcuno, per poi incontrarlo casualmente e accorgerti che il tempo non è mai passato.
Ho capito che non so viaggiare, ma a Genova mi sento a casa.
Ho capito che alcune persone, poche, morirebbero per rispettare la parola data.
Ho capito che sono un uomo di parola.
Ho capito che per me è sempre una questione di principio.
Ho capito che per capire non basta ascoltare, ma che ascoltare è importante per capire.
Ho capito che ciò di cui ho realmente bisogno si può riassumere in una parola.
Ho capito che ogni giorno è primavera.
Ho capito che sono sempre in ritardo.
Ho capito che, se devo giustificare un ritardo, dire “Non puoi capì che m’è successo” funziona sempre.
Ho capito che si può dire no e sì nei momenti sbagliati.
Ho capito che amo mia madre perché fa continuamente scelte sbagliate, si sporca, cade, si rialza, canta a squarciagola, urla, ride, piange, mostra fiera le sue cicatrici e non si vergogna dei suoi errori.
Ho capito che mia madre non è un uomo.
Ho capito che la cicoria è buona, ma le patatine fritte lo sono di più.
Ho capito che un bambino a volte capisce più di un adulto.
Ho capito che ci sono alcuni viaggi che si fanno per non tornare più.
Ho capito che si può scappare dagli altri, ma non da se stessi.
Ho capito che tutti hanno cinque sensi, ma non tutti li sanno usare.
Ho capito che nessuno ha il sesto senso, nemmeno io.
Ho capito che potrei vivere di sola pizza.
Ho capito che non puoi dare agli altri i tuoi occhi per vedere la vita, ognuno ha i suoi, ma prima o poi capita di incontrare qualcuno che ha i tuoi stessi occhi.
Ho capito che il profumo dei biscotti appena sfornati fa sentire meno soli.
Ho capito che le persone che ti amano darebbero la vita per non ferirti.
Ho capito che le persone ti feriscono.
Ho capito la mia colite e la rispetto anche se lei non rispetta me.
Ho capito che…potete togliermi tutto, ma non il caffellatte la mattina appena alzato (lo ha capito anche la mia colite).
Ho capito che un conto è dire ‘Aiuto! Non vedo’ e un conto è dire ‘Aiuto! Oggi è primavera e io non posso vederla’.
Ho capito che anche Gauss, Newton, Dante, Caravaggio e Proust almeno una volta nella vita si sono chiesti il perché di quello strano batuffoletto nell’ombelico.
Ho capito che se conosci fino in fondo te stesso, prima o poi riesci ad uscire da qualsiasi situazione.
Ho capito che se non ti conosci non ne uscirai mai.
Ho capito cosa è la fiducia e cosa è la delusione.
Ho capito che ho il pollice verde con le piante e con le persone.
Ho capito che di qualcuno bisogna pur fidarsi…ma si finisce sempre col fidarsi delle persone sbagliate.
Ho capito che…ecco…adesso prendo e parto…così poi vedi…ma ‘ndo vado…
Ho capito che la musica non si ascolta con le orecchie.
Ho capito che non potrò mai prendere sul serio chi si prende troppo sul serio.
Ho capito che potrei uccidere per un piatto di pasta scotta.
Ho capito che ci sono sorrisi e SORRISI, lacrime e LACRIME.
Ho capito che si può avere tutto senza avere niente.
Ho capito che so far ridere.
Ho capito che in costume faccio ridere di più.
Ho capito che, quando le circostanze sembrano negarlo, c’è sempre qualcuno che se ne frega delle circostanze e mi regala un sorriso: dio lo benedica!
Ho capito che la vita graffia.
Ho capito che l’unico modo per non avere sensi di colpa è non avere sensi di colpa.
Ho capito che potrei anche diventare vegetariano se la pizza con la mortadella non fosse così buona.
Ho capito che non sono in gara con nessuno: faccio una gran fatica a star dietro alle mie idee, figuriamoci a quelle degli altri.
Ho capito che, per quanto possiamo correre, arriviamo tutti nello stesso posto.
Ho capito che non sopporto le persone stupide.
Ho capito che gli stupidi non mi sopportano.
Ho capito che non importa dove sei, ma con chi sei.
Ho capito che chi non aveva capito è condannato a non capire mai.
Ho capito che una birra allunga la vita.
Ho capito che la vita è troppo corta per perdere tempo con gli imbecilli.
Ho capito che cambiare è una continua dimostrazione di intelligenza e di coraggio.
Ho capito che pisciare controvento può essere pericoloso, ma non pisciare è peggio.
Ho capito che 40 è un bel numero, ma 39 è meglio.
Ho capito che tutto sommato rughe e cicatrici non mi stanno affatto male.
Ho capito che è inutile tentare di far capire qualcosa a chi non capisce.
Ho capito che si può piangere insieme ad un violinista sconosciuto.
Ho capito che so armare un casino per esserci.
Ho capito che non so inventare scuse per non esserci.
Ho capito quanto è prezioso incontrare qualcuno che capisce.
Ho capito che capisco subito quando qualcuno non capisce.
Ho capito che chi non fa di tutto per dimostrare di esserci, in fin dei conti non ci tiene poi così tanto a te.
Ho capito che il silenzio uccide, ma le parole…
Ho capito che so cucinare meglio di Adelina perché so far saltare i cibi in padella.
Ho capito che capire è difficile e che non capirò mai abbastanza proprio perché cambio e mi interrogo ogni giorno. Oggi ho avuto tante manifestazioni di affetto da persone che c’erano anche ieri e, di questo ne sono certo, ci saranno anche domani. Ho capito che è una fortuna, nonostante il mio caratteraccio e le mie spigolosità, avere ancora vicino, come tanti anni fa, molte persone che mi vogliono bene e alle quali voglio bene. In fine dei conti, viaggiare da soli non è poi così divertente e se l’avessi fatto non sarei arrivato fin qui…

Un libro ci salverà?

Alcuni li usano come fermaporte, altri per non far traballare un tavolino, altri ancora per accendere il barbecue. Ma c’è anche chi li usa per volare, per sapere, per sognare o per essere protagonista di una storia che gli appartiene anche se è stata scritta da altri. Il libro è tutto questo. L’origine della parola libro è liber che significa corteccia, un materiale sul quale anticamente si scriveva.

Francamente, credo che il libro sia sempre esistito, almeno da quando l’uomo ha avvertito la necessita di scolpire i propri pensieri, di raccontarsi e di rispondere alla madre di tutte le domande: perché? Inizialmente lo faceva sulla pietra, poi sulla carta ed ora sul web: la sostanza non cambia. Nonostante siano stati versati fiumi d’inchiostro per descrivere la bellezza e la pochezza della razza umana, non è cambiato gran ché da quell’inizio: si continua ad odiare, ad amare e a farsi del bene o del male più o meno nello stesso modo.

Mi è capitato spesso di regalare dei libri, tanti libri. A volte l’ho fatto superficialmente, altre volte col cuore e i risultati sono stati molto diversi. Un libro regalato con superficialità certamente finisce sotto la zampa di un tavolino. Quando vado in libreria per fare un regalo “pensato”, mentre sono assalito dall’eterno dubbio (piacerà?), mi guardo nei tanti specchi appesi e rivedo in me Giacomo nel film “Tre uomini e una gamba”: passeggia con le mani dietro la schiena schifando i best sellers (troppo commerciali per lui), afferra un mattone polacco minimalista di scrittore morto suicida giovanissimo (copie vendute: 2) e per fare colpo su una ragazza, improvvisa lì per lì una recensione. Per fortuna Aldo riporta tutto alla realtà, avvicinandosi e fingendo che a Giacomo cada in terra una rivista pornografica…la ragazza ovviamente se ne va stizzita (ma questo nel film, nella realtà…). La vita è più prosa che poesia e nel 90% dei casi la scelta del “libro” giusto da regalare è quella di Aldo.

Poche volte mi è capitato di regalare un mio libro, già letto, già vissuto, un po’ perché sono geloso della mia biblioteca, un po’ perché se regalassi un mattone minimalista polacco, in pochi lo apprezzerebbero. Eppure, quelle poche volte sono rimasto sorpreso dalla responsabilità con cui il destinatario del regalo ha accettato di custodire e condividere con me una storia, un segreto o un pensiero, sapendo che in quel libro erano sì contenute le parole dell’autore ma c’era anche una parte della mia storia, delle mie emozioni, delle mie riflessioni e dei miei stati d’animo. Donare un libro, significa donare una parte di noi stessi, accettarlo consapevolmente è un atto di coraggio che ci rende depositari di qualcosa di unico e prezioso, qualcosa da condividere e da non tradire. Accade anche questo, raramente, ma accade, ed è uno dei pochi casi in cui la gioia nel dare e nel ricevere si equivalgono.

Altre volte mi sono pentito di aver regalato (ma sarebbe più corretto dire “suggerito”) un libro interpretato male, che ha causato un impoverimento del lettore piuttosto che un arricchimento. Mi è anche capitato frequentemente di aver mal riposto le mie aspettative; l’episodio più eclatante si è verificato quando ho consigliato di leggere “Le affinità elettive” di Johann Wolfgang von Goethe ad un amico che stava vivendo un momento particolare della sua vita; la risposta trasecolata che ho ricevuto è stata: ” Affinità de chi? Ma che robbba è!”.

Spesso, troppo spesso, ho fatto lo sforzo di pensare ad un libro e alla persona a cui regalarlo, ripetendomi le parole di Proust: “Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso”. Ecco, forse la scelta di un libro è vincolata a quel “leggere se stessi”; donare un libro che permetta di leggere se stessi, vuol dire conoscere molto bene (e questo è rarissimo) la persona alla quale si pensa davanti allo scaffale di una libreria. Poco importa che si tratti di un “mattone minimalista” o di un romanzo Harmony, l’importante è dare agli altri questa possibilità. Sarò un illuso, ma, nonostante tutto, sono ancora convinto che un libro ci salverà!

Secondo me Facebook…

Quando è nato Facebook, ho avuto un atteggiamento scettico-intellettualoide ed ho pensato che le persone lo aspettassero come aspettano un infarto. Scherzando con un amico, paragonai la sua utilità a quella del mixer per fare la cremina al caffè. Mi sono sbagliato, in parte.
Dopo molto tempo, mi sono iscritto anch’io, ne ho fatto un modesto uso e mi sono fatto anche una personale idea sul ruolo sociale che ha questo social network nel nostro paese. Partirei da un dato di fatto: ad oggi conta circa un miliardo di utenti nel mondo e 21 milioni in Italia. Un osservatore superficiale potrebbe sostenere che facebook abbia colmato un atavico bisogno dell’essere umano: comunicare. Chi si sia occupato di comunicazione o copywriting sa benissimo che la prima regola da seguire per scrivere qualcosa di interessante è quella anglosassone delle 5 W: Who, Why, Wath, When, Where.
Ho provato a fare uno sforzo e ad applicare questa regola a Facebook…

Who (Chi)
A chi comunichiamo quando scriviamo qualcosa? Agli amici, questo è chiaro. E chi sono gli amici? Ecco, rispetto a questo ho una visione personale e diversa dalla massa. Da quando mi sono iscritto, ho schivato tantissime richieste di amicizia da parte di persone che considero tutt’altro che amiche. Le ho cordialmente ignorate, dandomi una giustificazione, per non sentirmi troppo in colpa: “ Perché dovrei condividere pensieri e riflessioni con persone alle quali nella realtà non importa gran che di me?”. Ma soprattutto, perché dovrei passare il tempo a cancellare dalle notizie i vari “Pincopallo ha cliccato Mi piace sulla supercazzola prematurata”? Al contrario, i profili di molti conoscenti “vantano” centinaia di altre amicizie. Mi chiedo: “Ma chi è che nella vita reale ha 1000 amici?” I miei amici, quelli con cui condivido veramente il viaggio della vita e con i quali non mi vergogno di parlare dei vizi e delle debolezze (tante) che ho, saranno sì e no 5-6 e la metà di questi non è su facebook. La risposta a questa domanda penso sia contenuta nel Why.

Why (Perchè)
Il perchè facebook abbia conquistato un miliardo di utenti non credo sia da ricercarsi principalmente nel bisogno di comunicare ma nel bisogno di apparire. La società moderna ci vuole belli, sportivi, ricchi, pieni di gloria e di successo…in una parola vincenti; molti di noi passano metà della vita per cercare di rientrare in questi canoni e l’altra metà per dimostrare agli altri di avercela fatta: per me sarebbe un vero inferno. Ecco spiegato, almeno in parte e senza generalizzare, l’arcano delle migliaia di amici. Un vincente ha anche una vita sociale ricca; è apprezzato e stimato dagli altri, ha una rete di contatti che deve essere ostentata, proprio come si fa con il Suv o l’Audemars Piguet. Insomma, il contenuto può anche essere scarso ma il contenitore deve essere perfetto e questa perfezione deve essere mostrata a tutti. Ma non è tutto. O almeno, non può essere soltanto per questo motivo. Ci sono tantissime persone che stimo e si trovano in questa condizione, pur non rincorrendo avidamente il successo e la sua esibizione. Ho provato a fare un esercizio mentale che faccio spesso: cercare un sostantivo per descrivere una situazione. Purtroppo è uscito fuori “superficialità”. I rapporti e i sentimenti sono diventati superficiali, veloci e incredibilmente vulnerabili. E’ facilissimo aggiungere un Pinco Pallino tra le amicizie ed è ancor più semplice cancellarlo dalla lista. La cosa veramente difficile è ascoltare, capire, sostenere e condividere, gioire per la gioia e soffrire per la sofferenza degli altri… e questo francamente su facebook è complicato.

Wath (Che cosa)
Beh, questa è la parte che mi diverte e mi preoccupa di più. Che l’Italia non fosse più un paese di Santi e di navigatori me n’ero accorto da un pezzo. Però, non sapevo di vivere in un paese di finti poeti e improbabili filosofi. Quando lessi per la prima volta la Divina Commedia, ebbi un sussulto nell’anima, una specie di subbuglio delle emozioni per via di quello sconquasso che provoca in un cor gentile una cosa indescrivibilmente bella. E da quel libro ho avvertito una fame insaziabile di leggere, leggere e leggere. Perchè? Perchè Dante fa innamorare Paolo e Francesca grazie ad un libro. Ma non un libro qualsiasi, un libro che toglie il fiato e fa impallidire i protagonisti. Un libro che racconta la storia di un altro amore e di un disiato riso, quello di Ginevra, baciato da cotanto amante, Lancillotto, che dà il coraggio a Paolo di baciare Francesca. Detto così, sarebbe quasi banale, se Dante non avesse scolpito quel momento con dei celebri versi: “Quando leggemmo il disïato riso esser basciato da cotanto amante, questi, che mai da me non fia diviso, la bocca mi basciò tutto tremante.” La forza delle parole fa tremare e impallidire anche chi legge la storia, anche Dante che non ce la fa a proseguire e sviene. Chi ha avuto la fortuna di leggere la Divina Commedia, ha avuto anche un altro privilegio: essere egli stesso il protagonista del libro e viverlo in prima persona. Quel “ Mi ritrovai per una selva oscura” sembra più la riflessione fatta dal lettore che non dall’autore. Voi direte: “Ma questo che minchia c’entra con facebook?”. A parte il fatto che potreste usare termini più consoni per fare delle domande, proverò a dare la mia personale e opinabile connessione tra le due cose. Un concetto, una storia, un pensiero non si possono ridurre ad un vuoto copia e incolla e la cultura moderna è diventata esattamente questo. La maggior parte dei “facebookkari” dispensa perle scientifico-filosofico-letterarie non perché abbia una cultura vasta o una personalità particolarmente sensibile, ma perché ha cercato su internet “Kant aforismi”, “Leopardi poesie”, “Einstein citazioni”; ne ha copiati un po’ a caso e li ha condivisi su quella maledetta bacheca! Tutto si consuma velocemente, anche la cultura, e il motivo è sempre da ricercarsi in parte nel “Why”: l’importante è dimostrare agli altri di essere perfetti, suscitare ammirazione, il resto non conta. Ebbene, almeno io voglio rassicuravi: non sono perfetto e sono anche abbondantemente contento di non esserlo! Sono lunatico e orgoglioso, a volte irascibile e intrattabile, spesso sono taciturno e faccio pensieri tinti, ho la pancetta e zero capelli, da anni combatto col batuffolino nell’ombelico e sono sufficientemente ignorante perché molte cose non le so e molte altre le ho semplicemente dimenticate a dispetto di una bella Laurea in fisica appesa al muro, ma questo non mi pesa e non tento di colmare la mia ignoranza cercando in rete l’aforisma che faccia pensare agli altri :“Ammazza che fico!”. Cerco di dare un senso alla mia esistenza, tentando di conquistare un briciolo di conoscenza, per capire meglio il mondo, le persone e per migliorare la mia capacità di guardare le cose da diverse angolazioni. Purtroppo, ogni conquista non riesce a migliorarmi e mi fa finire nello sconforto per la triste condizione dell’esistenza umana (e soprattutto della mia). Insomma sono uno da cui tenersi alla larga! Chi ve lo fa fare a chiedere l’amicizia?

When e Where (Dove e Quando)
Li metto insieme perché rappresentano il lato più psciotico di facebook. In mezzo al traffico, nel cesso, mentre si cucina, durante una riunione…ogni momento e ogni posto sono buoni per condividere qualcosa di idiota con qualcuno o impicciarsi di cose altrettanto sceme scritte dagli altri: al 20° Lelletto ha vinto con Ciccetto a Ruzzle scatta il grande capo Estiquatzi che è in me. Ma questo non sarebbe neanche un male se per molti non fosse diventato un bisogno compulsivo che rovina anche una passeggiata in mezzo ad un bosco o il tempo (che già è poco) trascorso con i figli.

Dal quadro che ho fatto non ne esce una bella immagine, invece penso che facebook, usato cum grano salis, sia una bella cosa. I pochi ristretti amici che ho, e non lo dico per piaggeria, scrivono poche cose intelligenti, spesso ironiche, mai banali e frequentemente interessanti; alcuni lo fanno apertamente e altri tra le righe, sta a chi legge capirne gli stati d’animo e alzare il telefono per dire: “Come stai?”, “Ci vediamo?” o semplicemente “Ti voglio bene!”.

Secondo me l’Italia…

Ho sempre pensato che il voto fosse l’unico strumento in mio possesso per rivendicare il diritto alla democrazia. Democrazia che, lo scrivo per non dimenticarlo, etimologicamente deriva dal greco δῆμος (démos) e popolo e κράτος (cràtos) e significa governo del popolo. Come si può chiamare un uomo che, nell’epoca della globalizzazione, ritenga la propria felicità subordinata alla felicità degli altri? Illuso? Ingenuo? Nostalgico? Non so come definirmi, so soltanto che nel 461 a.c Pericle fece questo discorso agli Ateniesi:

Qui ad Atene noi facciamo così.
Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.
Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.
Qui ad Atene noi facciamo così.
La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.
Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.
Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.
E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.
Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.
Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.
Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versalità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.
Qui ad Atene noi facciamo così.

E qui in Italia noi come facciamo?

Qui in Italia noi facciamo così.
Qui il nostro governo favorisce i pochi invece dei molti e per questo viene chiamato “Governo Ladro”, un governo che continua a pesare il sale quando piove.
Qui in Italia noi facciamo così.
Le leggi qui assicurano una giustizia diversa in base alla ricchezza e alla posizione occupata nella società, ma noi ignoriamo sempre i meriti dell’eccellenza.
Se un cittadino si distingue, allora egli sarà punito e, a differenza di altri disonesti, ladri e faccendieri, sarà allontanato da qualsiasi compito statale che possa consentirgli di contribuire a creare una società migliore. Qui in Italia il merito non viene mai ricompensato ed è facilissimo far diventare un raccomandato direttore di un centro di ricerca; ben più complicato è dare ad un ricercatore la possibilità di fare ricerca.
Qui in Italia noi facciamo così.
Nella vita quotidiana abbiamo una libertà molto limitata perché non conosciamo più il significato della parola solidarietà; siamo sospettosi l’uno dell’altro e impediamo al nostro prossimo di vivere a modo suo perché siamo invidiosi della sua felicità. Non siamo liberi di vivere come ci piace e siamo sempre pronti a ignorare qualsiasi pericolo che non ci colpisca direttamente. Un cittadino Italiano mischia sempre gli affari pubblici con quelli privati e soprattutto si occupa degli affari pubblici per risolvere le sue questioni private.
Qui in Italia noi facciamo così.
Ci è stato insegnato a non rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche a non rispettare le leggi e a non dimenticare mai che non dobbiamo proteggere i deboli.
E ci è stato anche insegnato a non rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento perché, a poco a poco, ci hanno privato dei sentimenti fino a non farci più distinguere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.
Qui in Italia noi facciamo così.
Un uomo che non si interessa allo Stato noi lo consideriamo prezioso perché non può intralciare gli affari loschi della politica; benché in molti siano in grado di dare vita ad una politica, in pochi qui in Italia sono in grado di giudicarla.
Noi consideriamo la discussione uno strumento per raccontare false verità al fine di raccogliere voti, per governare i cittadini come fossero dei burattini attraverso una dittatura mascherata da democrazia.
Noi non crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma che la libertà sia solo il frutto dell’arroganza, della prepotenza e della furbizia.
Insomma, io proclamo che l’Italia sia schiava di un’Europa in cui credo sempre meno e che ogni Italiano cresca con la speranza di avere un lavoro gratificante, speranza che si trasformerà presto nella sfiducia in se stesso, in un licenziamento a 50 anni e nell’incapacità di guardare in faccia il proprio figlio quando non saprà come sfamarlo o farlo studiare. Ed è per questo che la nostra Nazione è schiava della globalizzazione ed ha paura degli stranieri che emigrano dal loro paese come hanno fatto i nostri bisnonni molti anni fa.
Qui in Italia noi facciamo così.

Perdonate la mia satira velata di polemica, ma soltanto confrontando irriverentemente il passato col presente sono riuscito a darmi una risposta e a capire il punto in cui siamo arrivati. La democrazia è nata con un obiettivo ben preciso: creare uno Stato che avesse come scopo principale il raggiungimento della libertà e della felicità dell’individuo. Felicità e libertà che non potevano ignorare quella del prossimo e che si realizzavano condividendo lo Stato insieme a tutti i cittadini. E in cosa si è trasformata questa democrazia? In una cosa sporca che favorisce la cultura del profitto a tutti i costi; un profitto a favore dei furbi, degli speculatori e di un modello economico malato e fallimentare attraverso il quale si perpetrano le peggiori ingiustizie sociali.
La colpa di tutto questo è sicuramente dello Stato (cioè nostra) perché non abbiamo fatto nulla per impedirci di diventare quello che siamo: un popolo con molti furbi, ignoranti e arroganti che approfittano dei deboli, togliendogli ogni speranza; quei deboli che vengono privati di qualsiasi potere decisionale e, a volte, anche della dignità. Il voto, quello strumento meraviglioso attraverso cui dovremmo decidere come raggiungere la nostra felicità, è diventato una semplice nota di colore elettorale priva di significato che serve soltanto a rendere la mediocrità di questo paese un po’ meno mediocre. L’inno della nostra nazione inizia con delle parole molto belle che purtroppo non ci rappresentano più: fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta. Ci sentiamo ancora fratelli? L’Italia s’è desta o è addormentata da mezzo secolo? Rileggendo quello che ho scritto, ripenso ad un monologo dell’indimenticabile Giorgio Gaber: ” Secondo me un italiano quando incontra qualcuno che la pensa come lui fa un partito. In due è già maggioranza.”

Ecco qual è il nostro problema: non riusciamo più a condividere nulla, neanche le idee. E questa disaggregazione è la forza del potere che gestisce le nostre vite. La storia, il corso delle cose non li cambia una persona sola. Andrea Camilleri, uno scrittore che adoro per la lucidità con cui descrive la nostra triste realtà, in un romanzo (per l’esattezza il giro di boa) scrive :

E s’arricordò che una volta aveva veduto, in un paese toscano, i cardini del portone di una chiesa distorti da una pressione accussì potente che li aveva fatti girare nel senso opposto a quello per cui erano stati fabbricati. Aveva domandato spiegazioni a uno del posto. E quello gli aveva contato che, al tempo della guerra, i nazisti avevano inserrato gli òmini del paese dintra alla chiesa, avevano chiuso il portone, e avevano cominciato a gettare bombe a mano dall’alto. Allora le pirsone, per la disperazione, avevano forzato la porta a raprirsi in senso contrario e molti erano arrinisciuti a scappare.Ecco: quella gente che arrivava da tutte le parti più povere e devastate del mondo aveva in sé tanta forza, tanta disperazione da far girare i cardini della storia in senso contrario.

Insieme possiamo cambiare le cose, da soli NO!

Io sono un fisico e mi indigno quando sento parlare di modelli economici basati sulla crescita, che impoveriscono la terra e gli uomini. In natura non esiste un sistema in grado di crescere all’infinito. Le risorse sono finite, come probabilmente lo sarà la permanenza dell’uomo su questo pianeta; qualcuno, prima o poi, dovrà preoccuparsi di trovare una valida alternativa al presente. Lo dovrà fare per se stesso e per i propri figli, sperando non sia troppo tardi! Perché quel qualcuno non dovremmo essere noi?

Alessandro Capezzuoli

Discorso di Kurt Vonnegut

“Se dovessi darvi un solo consiglio per il vostro futuro, allora vi direi: mettete gli occhiali da sole! Perché i benefici dell’impiego a lungo termine degli occhiali da sole sono stati provati scientificamente, mentre tutti gli altri consigli che ho da darvi sono basati, nulla più, sulla mia vagolante esperienza. Comunque eccoli.Godetevi la bellezza e la forza della vostra giovinezza. Fregatevene del resto.
Non capirete quella bellezza e quella forza se non quando se ne saranno andate.
Ma credetemi quando, fra vent’anni, guarderete le vostre vecchie foto, allora vi ricorderete, in un modo che adesso non potete nemmeno immaginare, quante possibilità c’erano dietro a voi e che fantastico aspetto avevate. Perché, sapete, non siete grassi come credete!

Non preoccupatevi del futuro. Oppure, preoccupatevene, ma sapendo che tanto è un gesto inutile. Non vi aiuterà più di quanto masticare un chewing gum vi possa aiutare a risolvere un problema di algebra.

I veri problemi della vita tendono ad essere cose che mai prima hanno incrociato le vostre preoccupazioni. Quel tipo di cosa che ti fulmina verso le quattro di un martedì qualunque.

Fate, ogni giorno, una cosa che vi spaventi.

Cantate.

Non siate avventati con i cuori degli altri, ma non tollerate chi è avventato con il vostro cuore.

E non perdete il vostro tempo con la gelosia.

Vi accadrà di essere in testa, altre volte indietro. È una corsa lunga, ma alla fine è una corsa solo con voi stessi però.

Ricordatevi dei complimenti che riceverete e dimenticate gli insulti.

Conservate le vecchie lettere d’amore.

Gettate via i vecchi estratti conto.

Stiratevi spesso!

Non sentitevi in colpa se non sapete cosa volete fare della vostra vita. Le persone più interessanti che conosco non sapevano cosa fare della loro vita quando avevano 22 anni. E alcuni dei più interessanti quarantenni che oggi io conosco non lo sanno ancora adesso. Prendete molto calcio. Siate gentili con le vostre ginocchia, quando cederanno vi mancheranno!

Forse vi sposerete, forse no. Forse avrete dei bambini, forse no. Forse divorzierete a 40 anni, forse ballerete sul tavolo al party per le vostre nozze d’oro.

In ogni caso, non congratulatevi troppo con voi stessi e nemmeno state troppo a borbottare contro voi stessi.

Le vostre scelte saranno per metà frutto del caso, è così per tutti.

Godetevi il vostro corpo. Usatelo in tutti i modi che potete. Non abbiate paura di lui o di cosa la gente pensa di lui. È il più grande strumento che mai avrete.

Danzate, anche se non avete altro posto per farlo che la vostra camera.

Leggete le istruzioni per l’uso, anche se non le seguirete.

Non leggete le riviste di moda, vi faranno solo incazzare!

Sforzatevi di conoscere i vostri genitori, non potete mai sapere quando se ne andranno.

Siate gentili con i vostri fratelli e fratellastri. Sono il miglior legame che avete con il vostro passato e quelli che, più probabilmente, vi rimarranno attaccati nel futuro.

Cercate di capire che gli amici vanno e vengono, ma alcuni, pochi, è bene tenerli stretti.

Lavorate duro per costruire ponti sulla terra e nella vita, poiché più vecchi sarete più avrete bisogno di gente che vi conosceva quando eravate giovani.

Vivete a New York almeno una volta, ma andatevene via prima di diventare troppo duri.

Vivete in California almeno una volta, ma andatevene via prima di diventare troppo molli.

Accettate alcuni inevitabili verità, tipo: i prezzi saliranno, i politici avranno delle amanti e voi diventerete vecchi. Quando lo diventerete, vi verrà da fantasticare che ai vostri tempi i prezzi erano ragionevoli, i politici persone nobili e i figli rispettavano i genitori.

Ah! Rispettate i vostri genitori.

Non aspettatevi aiuto da nessuno. Magari avete investito in azione sicure, magari avete una moglie sanissima ma non potete mai sapere quando tutto decide di andare storto.

Non sprecate troppo tempo con i vostri capelli! O quando avrete 40 anni vi sembrerà di averne 85!

E infine, guardatevi da quelli che vi danno consigli. Ma anche siate pazienti con loro. Dare consigli è un modo di avere nostalgia. È un modo di ripescare il proprio passato dall’oblio e di liberarsene. Riverniciando le pareti brutte e dandogli un valore che prima non aveva. E comunque alla fine, fidatevi di me, mettete sti occhiali da sole!

Kurt Vonnegut