Cervelli in fuga dalla caverna

L’Italia è una repubblica fondata sul potere delle caste. I cervelli non fuggono dall’Italia, come spesso si sente dire erroneamente, fuggono dagli italiani. Fuggono da una classe dirigente inadeguata, che esercita il potere con arroganza e incompetenza su una sudditanza addormentata. Fuggono dalla mediocrità di un Paese in cui la cultura e la conoscenza sono considerati disvalori e l’approssimazione, l’arrivismo, l’arroganza e le opinioni personali vengono considerati un valore. Se vogliamo trattenerli, e dare una speranza alle generazioni che verranno, c’è poco da fare, bisogna cambiare radicalmente la cultura massonica, clientelare e baronale in cui siamo immersi. Il potere uccide l’iniziativa e la creatività delle menti brillanti. Le spegne. Spegne le idee, l’entusiasmo e la buona volontà. Livella tutto e tutti verso il basso, affinché la mediocrità si vesta di eccellenza. Un lavoratore ha due alternative: adeguarsi o andarsene. Calvino, nel libro Le città invisibili, sosteneva che l’inferno è qualcosa che viviamo ogni giorno stando insieme: possiamo scegliere di farne parte fino al punto di non vederlo più o, scelta ben più difficile, cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. Che tradotto in termini lavorativi significa restare o andarsene. Ma come siamo arrivati a questo punto? A dire il vero, l’attuale condizione l’aveva prevista con largo anticipo Platone, descrivendo il mito della caverna. Ricordate la storia dei prigionieri nati incatenati in una caverna e costretti a guardare le ombre della vita vera, che scorre alle loro spalle, proiettata su una parete da un enorme fuoco? La pubblica amministrazione è esattamente così, un posto in cui la percezione distorta della realtà viene rappresentata come l’unica verità possibile. E quali sono le ombre “parlanti” proiettate nella caverna della PA dal fuoco, che in questo caso simboleggia il potere? Sono le carriere dei mediocri costruite ad arte da altri mediocri a colpi di meriti immeritati e titoli inverosimili. Sono i vincoli burocratici di ogni tipo e le regole assurde che penalizzano il merito e favoriscono il demerito. Sono le dinamiche dell’Ufficio favori, quello che esisteva una volta nei ministeri e che è cambiato soltanto nel nome e non nella sostanza. Sono i concorsi truccati da un apparente rigore a cui non crede più nessuno. Sono le guerre tra poveri, che si contendono miserie di ogni tipo. Sono i diritti che vengono proiettati nella caverna sotto forma di privilegi, tra il malcontento e l’invidia di chi non può usufruirne e la malafede di chi ne approfitta. Sono gli interessi personali, che prevalgono sugli interessi collettivi. Sono le decisioni immobili, quelle che farebbero bene alla collettivita e invece restano là, appese, sospese e mai prese perché chi è pagato per decidere, nella pubblica amministrazione, fa tutto tranne prendere decisioni importanti che non abbiano altro obiettivo se non il profitto personale. Sono gli obiettivi miseri ingigantiti come le ombre della caverna e le logiche “make or buy”, che sarebbe meglio chiamare “buy or buy”, perché non serve più studiare un problema e trovare le soluzioni adeguate, se si possono acquistare soluzioni costosissime che fanno “quasi” tutto quello che serve e a volte vengono acquistate preventivamente senza nemmeno avere un problema da risolvere. Sono i giorni persi non per lavorare, ma per creare le condizioni affinché si possa lavorare. Sono i fallimenti di chi resta sempre impunito, perché chi sbaglia, nel pubblico, non paga mai, semmai riceve un premio. Capita, però, che un prigioniero riesca a rompere le catene, esca dalla caverna e si accorga che esiste il sole. Inizialmente resta accecato, ma poi riesce a vedere posti nei quali la cultura è un valore e il merito non è una menzogna rimpallata tra la dirigenza e i sindacalisti. Vede posti in cui le idee, le buone idee, da sole bastano per avere “i mezzi e le chiavi del laboratorio”, senza dover aspettare le concessioni da parte di qualcuno che prima o poi chiederà qualcosa in cambio, fosse anche l’attribuzione indegna di meriti che non gli appartengono. Vede i giganti su cui Newton si è appoggiato per guardare più lontano e il rispetto il pensiero e la condivisione dei benefici. Il cervello fugge perché si rende conto di poter essere libero, libero da un sistema malato e illusorio che prosciuga gli animi e riduce a zero le aspettative. A volte capita anche che il cervello libero torni nella caverna per raccontare cosa c’è fuori e dare la stessa opportunità di libertà agli altri prigionieri, quelli che non hanno catene reali, ma sono schiavi della narrazione distorta frutto di quell’unica realtà che vedono e nella quale credono ciecamente. Le ombre sono l’unica verità che conoscono e rappresentano le vere catene da cui non si può scappare. Uscire dalla caverna e guardare il sole richiede uno sforzo troppo grande per gli occhi abituati al buio. Significa rischiare e affrontare il cambiamento. Significa contaminarsi, accettare le diversità degli altri, esporsi a rischi e delusioni. Si dice che i canarini nati in gabbia non sappiano cosa significhi volare, e per le persone è più o meno così: un cervello nato in gabbia non sa cosa significhi pensare. Restare nella caverna significa rinunciare al pensiero e alla ragione: alcuni (per fortuna) non resistono. E sono tanti i cervelli che non ce l’hanno fatta a resistere e hanno lasciato la caverna: più di 800.000 in dieci anni, secondo l’Istat. Ognuno porta via qualcosa, poco importa se sia un brevetto rivoluzionario o la ricetta della pizza napoletana: ogni italiano emigrato è una piccola parte del Paese persa per sempre. È una sconfitta che non può essere giustificata in nessun modo, se non attraverso l’amara consolazione che quel pezzo “buono” d’Italia non viene perso, ma contamina altre culture e in qualche modo rende giustizia ai volenterosi che restano: agli eroi malpagati che fanno turni massacranti nelle corsie degli ospedali, agli idealisti ostinati che passano la vita nei laboratori, ai rassegnati nei corridoi dei ministeri e agli ingenui che pensano di cambiare le cose, illudendosi di far volare i canarini nati in gabbia.

Lo Smart Working e il mito della Fata Morgana

Avete presente il mito della Fata Morgana, quello da cui prende nome il fenomeno fisico visibile da Reggio Calabria? Si tratta di una specie di miraggio, che ingrandisce Messina e la proietta talmente vicina alla Calabria da illudere i calabresi di poterla toccare, allungando una mano. Si chiama “effetto Fata Morgana” perché la leggenda vuole che la sorellastra di re Artù, Morgana, arrivata insieme a lui in Sicilia su una barca che aveva il simbolo celtico della triscele, andò a vivere in un castello sott’acqua al centro dello stretto di Messina per proteggere il fratello rimasto sull’isola. In un leggendario mese d’agosto, un re barbaro arrivò a Reggio per conquistare la Sicilia. Morgana, per proteggere il fratello, fece apparire la Sicilia talmente vicina alla Calabria che il re si illuse di poterla raggiungere a nuoto. Mentre nuotava, però, l’incantesimo si interruppe e il re barbaro morì affogato. 

Vi starete chiedendo se avete sbagliato articolo, perché vi parli di miti e leggende e cosa c’entri lo smart working con la Fata Morgana. Mi verrebbe da rispondere che la triscele è sì un simbolo celtico, ma è anche il simbolo della Regione Siciliana, probabilmente ha origini orientali e rappresenta il moto del sole rotante attraverso un essere con tre gambe che si inseguono, ma effettivamente porterei i lettori fuori tema. Il paragone, comunque, è quanto mai pertinente: la Fata Morgana è la protettrice del sistema melmoso che governa la pubblica amministrazione. Per vedere l’effetto Fata Morgana, non c’è bisogno di un particolare indice di rifrazione della luce del sole nei diversi strati d’aria, come nel caso del fenomeno fisico, basta pronunciare la parola smart working e miracolosamente appare il miraggio di una società moderna, che rispetta il lavoro e i lavoratori, che risparmia le risorse, che non inquina, che restituisce agli individui la cosa più preziosa che un essere umano possa avere, il tempo, e che restituisce anche il piacere di lavorare con gli altri e di incontrarsi quando serve, evitando di convivere come polli in piccole stanze e sedi sempre più costose e inutili. È grazie alla Fata Morgana se il miraggio appare, sparisce e i lavoratori affogano illusi e disillusi. Ma chi è la Fata Morgana, nella Pubblica Amministrazione? La Fata Morgana è una commistione tra dirigenza e sindacati, tra spartizione dei poteri e conservazione dei privilegi, tra finte prove di forza e meschine dimostrazioni di debolezza, è una palude melmosa fatta di burocrazia, di accordi siglati sottobanco, di riunioni massoniche, di graduatorie poco trasparenti e di regole impopolari che creano disuguaglianze, malcontenti e mettono i lavoratori l’uno contro l’altro. La Fata Morgana è la menzogna che illude i lavoratori, li demotiva, li svuota da ogni entusiasmo, li fa scappare all’estero, li porta a odiare il lavoro, i colleghi, le dinamiche lavorative e causa ansia, depressione e sfiducia. La Fata Morgana è una narrazione del lavoro che confonde i diritti con i privilegi, il potere con il dovere, che divide i lavoratori e crea obiettivi miserabili, premi ridicoli e guerre tra poveri disastrose. La Fata Morgana riesce a tirare fuori il peggio dai lavoratori, li abitua al brutto affinché la promessa di qualcosa non dico di bello ma di meno brutto venga vista come un traguardo. La Fata Morgana è il sistema di un Paese vecchio e stanco in cui la Pubblica Amministrazione resta sempre 20 anni indietro perché è vittima di sé stessa. La Fata Morgana non muore mai, perché è un personaggio reale che nasce dal mito e continuerà a illudere coi suoi miraggi i cittadini e i lavoratori onesti, continuerà a spegnere gli entusiasmi e a far fuggire i propri figli in Paesi in cui i miraggi non esistono. Chiarito questo aspetto, cerchiamo di capire come si possa far fallire qualcosa che comincia con la parola “smart”. Eppure, l’auto che porta quel nome, a parte gli improperi di chi è convinto di trovare un parcheggio libero e invece si accorge che è occupato da una Smart, ha avuto un ottimo successo… 

Qualsiasi iniziativa, anche la migliore, può diventare un fallimento, se viene raccontata nel modo sbagliato. E per raccontare qualcosa nel modo sbagliato, basta cambiare il significato alle parole, mascherarle, stravolgerle. Con lo smart working lo stravolgimento delle parole è stato abbastanza semplice da attuare: in Italia, soprattutto nella  pubblica amministrazione, è stato tradotto in “lavoro agile”, col benestare nientepopodimeno che dell’Accademia della Crusca. Però, il significato di smart non è esattamente agile e l’uso di questa parola è stata un’inconsapevole captatio malevolentiae perché da subito ha fatto sì che la sua accezione fosse associata quasi unicamente al concetto di conciliazione vita e lavoro, ideato negli Stati Uniti negli anni ‘70 e arrivato in Italia con 40 anni di ritardo. E passare dalla conciliazione vita e lavoro all’assistenza e ai casi umani, nella pubblica amministrazione, ci vuole veramente poco. Di conseguenza, la parola smart working (di cui fa parte anche il telelavoro, con buona pace di chi sostiene il contrario) ha permesso di creare uno strumento assistenziale che solleva le amministrazioni dall’obbligo sociale e morale di usare altri strumenti per assistere il personale con situazioni di disagio.

Purtroppo per noi, la parola agile lascia fuori altri aspetti legati allo smart working, altrettanto importanti, che rappresentano il vero cambio culturale in cui si trova immersa la società : i modelli comunicativi smart,  le dinamiche e i processi smart dell’Industria 4.0, il lavoro smart attraverso il cloud, le piattaforme virtuali e i sistemi interconnessi. Se il problema fosse solo la traduzione letteraria, non ci sarebbe bisogno di sottolinearlo, ma lasciare fuori gli aspetti centrali della trasformazione digitale non è solo una questione di traduzione, è una questione di fallimento. Di solito, le ragioni che conducono verso un fallimento sono sempre molteplici, ma hanno una madre comune: l’ignoranza. Nel caso specifico, ci sono anche ragioni minori; l’esercizio del potere, il bisogno di controllo, l’incapacità di pianificare e lavorare per obiettivi, la prerogativa di creare disuguaglianza, la burocrazia, la paura e altre virtù che la Fata Morgana non disdegna. Il problema è che l’ignoranza della Fata Morgana non riguarda soltanto il lavoro agile perché se non riesce ad attuare lo smart working, significa che non riesce a pianificare le attività, non riesce ad analizzare i costi e a ottimizzare le spese, non riesce a lavorare a far lavorare per obiettivi, non riesce a gestire i processi lavorativi e non ha idea di cosa sia il benessere organizzativo. In rete si può leggere un working paper molto interessante (Il lavoro agile tra legge e contrattazione collettiva: la tortuosa vita italiana verso la modernizzazione del diritto del lavoro, Tiraboschi, in WP CSDLE “Massimo D’Antona 335/2017), che fornisce un quadro chiaro della situazione italiana; quella che per i non addetti ai lavori è solo una sensazione, per gli esperti di diritto del lavoro è una certezza confermata dai fatti: gli ostacoli all’applicazione dello smart working non sono contenuti nella normativa, ma nella testa di chi dovrebbe attuarla. Se da una parte, la normativa c’è e lascia ampia libertà, dall’altra, la Fata Morgana, che non ha dimestichezza con la libertà, è resistente ad attuarla e ha bisogno delle imposizioni. Non dimentichiamo che l’Italia è quel Paese in cui, per obbligare i motociclisti a salvarsi la vita, è stato necessario fare una legge che imponesse l’obbligo di indossare il casco. La Fata Morgana non altererebbe mai gli equilibri melmosi di convenienze e connivenze, quando lo fa è perché c’è una rivoluzione in corso o un’imposizione dall’alto. Quando arriva l’imposizione da un provvedimento governativo o da un dirigente illuminato, la Fata Morgana agisce come è abituata a fare: in modo scomposto, cercando di tamponare l’emergenza. Il primo passo riguarda la costruzione del miraggio, il bando. E il lavoratore lo vede quel miraggio, ci crede. Dà fiducia alla Fata Morgana.  Vede la possibilità di crescere i figli serenamente senza correre di qua e di là, ma anche di non restare imbottigliato ore nel traffico. Vede la possibilità di lavorare dalle 21 alle 2 di notte perché col silenzio si concentra meglio. Vede la possibilità di vendere l’auto, perché una in famiglia è più che sufficiente, e di lasciar perdere colf e baby sitter, scoprendo che lo stipendio può bastare anche senza fare gli straordinari. Vede la possibilità di consumare meno risorse, per lasciarne un po’ anche agli altri, e di mangiare qualcosa di più sano dei pasti della mensa aziendale. Di solito, però, questo miraggio inizia a dissolversi quando al bando viene associato un regolamento più o meno fantasioso. I regolamenti, si sa, sono fatti apposta per creare disuguaglianze e malcontenti. Dai regolamenti di telelavoro/smart working, e negli anni ne ho visti tanti, si percepisce subito il disegno della Fata Morgana: il lavoro agile deve sembrare un privilegio che il datore di lavoro “concede” al lavoratore. E in questo caso le parole “privilegio” e “concessione” sono fondamentali. La Fata Morgana è contemporaneamente buona e cattiva perché concede qualcosa riservata a pochi figli prediletti. E come si fa a individuare i figli prediletti? Con una gara a cui si può partecipare elencando una serie di disgrazie che vengono chiamate requisiti. E la Fata Morgana non si vergogna a proclamare vincitori persone che, per un motivo o per un altro, il premio della disgrazia non avrebbero mai voluto vincerlo. Per fortuna, non sempre i vincitori hanno problemi reali. Poiché si tratta di una gara, esistono anche partecipanti sleali che producono false disgrazie, ingannano la Fata Morgana, e vincono non il lavoro agile, ma un consistente numero di giorni di ferie di cui nessuno chiederà mai conto. Perché la nostra dea, diciamo la verità, crea le condizioni per indurre i partecipanti a comportarsi meschinamente e a ingannarla.

Il miraggio scompare quasi del tutto quando una qualche commissione è chiamata a fare delle valutazioni oggettive per assegnare i premi. Se fosse un esperimento fisico, si potrebbe ricorrere alla teoria di propagazione degli errori, per dare dei risultati attendibili, ma nella pubblica amministrazione non serve né il rigore scientifico né tantomeno la trasparenza: le commissioni sono lo strumento con cui si somministrano ai lavoratori le ingiustizie mascherate da verità. È normale, secondo voi, che, per ottenere il lavoro agile, un lavoratore debba arrivare a chiedersi quanti punti vale essere in terapia oncologica? Perché la Fata Morgana ci tiene tanto a umiliare coloro i quali la tengono in vita? Questo sarebbe l’approccio “smart” al lavoro?

Sembra impossibile che la Fata Morgana non si chieda, quale sia il costo di un lavoratore in ufficio e di un lavoratore “smart”, che non si chieda se sia il caso di cominciare a controllare  i risultati e non gli obiettivi, che non si chieda quanto sia ingiusto creare inutili competizioni e disuguaglianze, che non si chieda quanto sia inutile misurare il tempo e non i risultati. Se si ponesse queste domande, però, sarebbe un altro mito, e la Fata Morgana è nata per far apparire i miraggi e farli scomparire.

Trasformazione Digitale, istruzioni per l’uso

In principio era il papiro. Per quasi quattromila anni è stato l’unico materiale attraverso il quale scrivere e tramandare la storia dell’umanità. Nell’anno 105 d.c., in Cina, Ts’ai Lun trovò il modo per fabbricare, «con vecchi stracci, reti da pesca e scorza d’albero », un nuovo materiale scrittorio agevole da produrre e da utilizzare, di basso costo e alla portata di tutti: la carta, chiamata in cinese «Tche ». Si trattava di un’invenzione eccezionale e rivoluzionaria che, come spesso capita, non venne compresa immediatamente. Nonostante gli evidenti limiti del papiro (la difficoltà di produzione, la fragilità, la deperibilità, l’impossibilità di realizzare libri), la carta impiegò oltre mille anni, anche grazie all’invenzione della stampa a caratteri mobili, per diventare il materiale principale attraverso cui è stato possibile condividere la cultura e renderla disponibile a tutti. I detrattori della carta furono molti e la resistenza al cambiamento si protrasse nei secoli. La paura di passare al nuovo materiale venne supportata da affermazioni prive di fondamento: la carta è più fragile del papiro, è difficile da produrre, è più deperibile, è sensibile all’umidità… e così via fino ad arrivare alla peggiore delle chiusure mentali: “Si è sempre fatto così, funziona e non c’è motivo di cambiare”. 

Questo meccanismo di protezione è sempre efficace, dà sicurezza, trova spesso un’ampia schiera di sostenitori e frena inevitabilmente il miglioramento delle condizioni umane. Se la carta non avesse avuto il sopravvento, i Philosophiae Naturalis Principia Mathematica di Newton li avrebbero letti in pochi e la teoria della gravitazione universale sarebbe rimasta nascosta chissà per quanto tempo. Del resto, lo stesso ragionamento fu fatto negli anni ‘70 da chi sosteneva che i floppy disk erano meno sicuri della carta, inadatti a conservare le informazioni, poco pratici, inutilizzabili senza un personal computer a portata di mano, etc. Il papiro e il floppy disk, oggi, sono accomunati da un elemento nostalgico: resistono simbolicamente attraverso ciò che hanno rappresentato per l’uomo. In inglese la carta si chiama ancora “paper”, in francese ‘papier’, e per salvare un documento si fa clic su un’icona che rappresenta un floppy disk. Internet e il web sono l’equivalente moderno della carta e del floppy: negli ultimi anni sono stati i principali attori di una rivoluzione epocale, che ha avviato un cambiamento culturale talmente radicale da rivoluzionare il modo di agire e di pensare dell’umanità. Il cambiamento culturale ha obbligato la tecnologia ad adeguarsi, non il viceversa. In poco tempo, si è passati dai personal computer per pochi addetti ai lavori agli smartphone per tutti. La cultura digitale, ben diversa dalle competenze digitali necessarie per utilizzare le tecnologie, è ormai ampiamente diffusa tra la popolazione. Gli acquisti si fanno con un clic e i prodotti si ricevono a casa entro 24 ore, le operazioni bancarie e i pagamenti si fanno con un’app, le indicazioni stradali si chiedono a un assistente dicendo semplicemente “Okay Google, Ehi Siri”.  Il fenomeno che chiamiamo “Trasformazione digitale” non è un prodotto della tecnologia, ma un modello culturale che è stato costruito nel corso degli anni attraverso un percorso di crescita collettiva, passato per la condivisione, il benessere e il miglioramento delle condizioni di vita. Proprio come nel caso della carta e del floppy disk. 

Se questa considerazione è valida nella vita di tutti i giorni, quando si parla di Pubblica Amministrazione il punto di vista cambia completamente. In primo luogo perché la trasformazione digitale nella PA viene ancora confusa troppo spesso con la tecnologia. Si parla di digital trasformation, facendo riferimento ai servizi in cloud, alla virtualizzazione, ai sistemi iperconvergenti, e si sottovaluta l’aspetto essenziale: la tecnologia è solo il mezzo attraverso cui è possibile attuare il cambiamento. Gli individui, sono loro la componente essenziale della digitalizzazione. Lo sono nella duplice veste di parte attiva e fruitori: da una parte creano gli strumenti e le politiche digitali, dall’altra usufruiscono dei benefici indotti dal cambiamento.  I dirigenti della PA, pur essendo nella vita privata i primi fruitori di app, social, Amazon e “Okay Google”, quando si tratta di dare forma a una “cultura digitale aziendale” sono ancora impreparati e resistenti al cambiamento. Hanno paura. Paura di perdere il controllo sugli altri, paura di perdere potere, paura di essere attaccati dai sindacalisti: per questo restano ancorati ai modelli organizzativi militari, che hanno alla base la filosofia del “divide et impera”. Attuano una finta digitalizzazione attraverso l’acquisto di qualche soluzione tecnologica accompagnata da regole spesso inutili, vincoli e paletti burocratici di ogni genere, che rappresentano sempre un mezzo efficace per creare disuguaglianza, ambiguità, competizione tra i lavoratori e malcontenti di ogni genere. La trasformazione digitale non è nient’altro che una trasformazione culturale la cui parola chiave è “condivisione”. Condivisione della cultura, della tecnologia, del benessere, della conoscenza e dei dati. Internet e il web sono nati per questo, per condividere informazioni, e il cambiamento culturale è stato indotto dalla condivisione capillare di conoscenza e servizi attraverso la tecnologia. La condivisione ha portato un livello di benessere elevato e una potenziale consapevolezza mai sperimentata nella storia dell’umanità. Il termine potenziale, quando si parla di consapevolezza, è d’obbligo perché, paradossalmente, l’eccesso di informazioni abbinato a una riduzione del livello culturale si è rivelato molto pericoloso. Il primo problema che dovrebbe affrontare un manager moderno riguarda sicuramente la cultura e la “narrazione” del lavoro a cui i dipendenti pubblici sono da sempre abituati. Sarebbe utile elencare un insieme di comandamenti, per demolire le convinzioni e le convenzioni attuali, ma per ovvi motivi di spazio è sufficiente fermarsi ai primi dieci, anche per non infastidire chi lo ha fatto più di duemila anni fa.

  1. Perché soffrire al lavoro quando si soffre già abbastanza nella vita?
  2. Un lavoratore, quando entra in ufficio, ha gli stessi bisogni di quando non lavora
  3. Ogni lavoratore ha una vocazione, fosse anche mettere lo smalto alle unghie delle formiche
  4. Controllare il tempo di permanenza in ufficio per dimostrare di aver raggiunto degli obiettivi è utile come pulire le serrande dal polline per risolvere un’equazione differenziale.
  5. Nella PA il sinonimo di graduatoria è quasi sempre fregatura
  6. I lavoratori sono contemporaneamente uguali e diversi
  7. Il senso del dovere non deve essere mai confuso col senso del potere
  8. Per fare delle scelte bisogna essere consapevoli, per fare degli errori anche.
  9. Il migliore amico non è mai il miglior dirigente e prima o poi farà pentire il suo protettore di averlo scelto.
  10. Quando un dipendente pubblico si sveglia, è già nel migliore dei luoghi di lavoro possibili: a casa.

Non è chiaro perché il lavoro, da che mondo è mondo, debba essere accostato alla sofferenza. Il lavoratore pubblico deve soffrire e deve essere punito, non c’è niente da fare, se non altro per essere dato in pasto ai media come simbolo del sacrificio e del riscatto della giustizia sociale. Gli schiavi sulle galee non venivano frustrati e terrorizzati? Sì, lo erano, ma ampi studi hanno dimostrato che la cultura del terrore è controproducente prima di tutto per il datore di lavoro. Dà effetti a breve termine e crea disastri nel lungo periodo che non si possono più riparare. C’è da dire che il datore di lavoro, di solito, si aspetta che un lavoratore smetta di essere un individuo e indossi la maschera disumana di un automa asessuato, senza bisogni, problemi e debolezze; ma quale luogo, se non il posto di lavoro, si presta meglio per manifestare i bisogni, le debolezze, le frustrazioni, le meschinità, le aspirazioni e tutte quegli aspetti che rendono la vita impossibile a chiunque? Si può chiedere a una madre o a un padre di far finta di non avere figli e di dedicarsi al lavoro senza il pensiero degli orari, della spesa, della scuola e della cena da preparare? Ed è possibile che vengano effettuate ancora scelte inique e clientelari, basate esclusivamente sulle simpatie personali, ignorando completamente i dati? Sì, è possibile perché i manager pubblici continuano a essere inadeguati, poco  formati e senza una visione chiara di cosa fare e come farlo: Ignoranti quem portum petat nullus suus ventus est (Per chi non sa in quale porto dirigersi, nessun vento va bene – Seneca). Si va avanti ciecamente a colpi di regole insensate e autoritarie, di burocrazia e di regolamenti privi di logica, che non tutelano né il lavoro, né il lavoratore e nemmeno il datore di lavoro. Gli unici a essere tutelati da questo modo incosciente di gestire il lavoro moderno sono proprio i dirigenti, classe inattaccabile, irremovibile e incontestabile per definizione. Si continua a parlare di modelli lavorativi ampiamente superati in ambito privato, di orari di lavoro improbabili partoriti da menti stanche e inadeguate, che ragionano come se la comunicazione tra lavoratori avvenisse ancora attraverso la corrispondenza portata dal “camminatore” da una stanza all’altra. È esattamente questo modello di subcultura che bisogna sovvertire, per cambiare le cose. Lo si può fare soltanto sostituendo la subcultura con la cultura digitale. E attraverso i dati. Quei dati che le pubbliche amministrazioni usano in percentuali molto basse (si stima che i dati “visibili” siano il 15% del totale) e che sarebbero preziosi per prendere decisioni consapevoli.

Un esempio immediato di “logica data driven” da applicare alla Pubblica Amministrazione riguarda senza dubbio i dipendenti. Se è vero che gli individui sono il cuore della trasformazione digitale, è anche vero che in ogni amministrazione pubblica è possibile integrare diverse fonti dati che comprendano le competenze, la professione svolta, il curriculum vitae, le attitudini, i processi lavorativi, gli obiettivi e i risultati, i percorsi di carriera e le situazioni di disagio dei lavoratori. 

Basterebbe partire dall’insieme di queste informazioni, analizzare i dati e avere una visione chiara del personale per pianificare la formazione, i piani di fabbisogno, la mobilità, gli avanzamenti di carriera e le procedure concorsuali. È altresì vero che i maggiori ostacoli alla trasformazione digitale sono riconducibili alla scarsa conoscenza dei processi lavorativi e alla disorganizzazione, che spesso costringono i dipendenti pubblici a fronteggiare le emergenze piuttosto che a rispettare una precisa pianificazione a cui siano collegati degli obiettivi da raggiungere.  Non è un caso se le principali competenze richieste alla dirigenza siano relative all’intelligenza emotiva, ovvero alla capacità di riconoscere, utilizzare, comprendere e gestire in modo consapevole le proprie emozioni e quelle degli altri. Questa caratteristica è essenziale per favorire il benessere personale e aziendale, per migliorare i processi di comunicazione, la gestione dei problemi e dei conflitti, e la capacità di prendere decisioni ai vari livelli di responsabilità.

Tra le principali competenze richieste alla dirigenza della PA, molte delle quali riconducibili all’intelligenza emotiva, ci sono:

  1. Mettere al centro gli individui nelle strategie aziendali
  2. Sperimentare ed esporsi a eventuali fallimenti
  3. Creare le condizioni organizzative per ridurre i conflitti e motivare il personale
  4. Investire in cultura e formazione digitale
  5. Avere una visione di medio/lungo periodo
  6. Individuare e risolvere le criticità nei processi lavorativi
  7. Pianificare le attività e gli obiettivi
  8. Individuare gli strumenti migliori per attuare i cambiamenti
  9. Favorire il benessere organizzativo
  10. Monitorare i processi, misurando il raggiungimento degli obiettivi

Le competenze digitali diventano fondamentali quando il cambiamento culturale è stato avviato. A quel punto si può parlare di DNA digitale, di soft skills e di hard skills. Ma questa è un’altra storia.

Alessandro Capezzuoli

Io e te, aborigeno… I dati statistici e la narrativa

Io e te aborigneo

Ho 40 anni, mi chiamo Crista e sto cercando di smettere. Di essere Crista, intendo. Prima che me lo chiediate, vi dico subito che Crista non è né il diminutivo di Cristina né tantomeno quello di Cristiana: è Crista e basta. Mio padre ha voluto farmi questo regalo. Risparmiatevi pure le varie frasette scontate, tipo “Povera Crista”, “Crista in croce” e “Crista è morta di freddo”: sono anni che me le sento dire e ormai e quando qualcuno pensa di fare lo spiritoso lo guardo talmente inacidita da farlo sentire un deficiente retrattile a mo’ di lumaca nel suo guscio. Vi dico la verità, chiamarmi come un profeta rivoluzionario e comunista non mi dispiace per niente. Non so come sia saltato fuori questo nome, dal momento che mio padre bestemmiava in terzine dantesche tutti i santi giorni. La leggenda narra che lui avesse in mente di chiamarmi Bianca, come la figlia di Berlinguer, e mia madre Cristiana, in omaggio alla sua discutibile fede religiosa. Quando è stato il momento di scrivere il nome, forse perché era rincoglionito dalla gioia o più probabilmente per fare dispetto a mia madre, ha sbagliato: gnà fatta, diciamo a Roma. Fatto sta che nel momento stesso in cui sono venuta al mondo, il 5 agosto del 1980, ho iniziato a scontare tutti i peccati dell’umanità, come e più dell’omologo che mi ha preceduto. Praticamente siamo due gemelli nati in epoche diverse, soltanto che io, a differenza sua, non mi rassegno a portare la croce e a farmi carico del peso dei peccati. Anche perché questa minchiata del peccato non può essere vera: via pare che un Messia possa mettere in giro voci simili, per rovinare volutamente l’esistenza della gente. A dire il vero, io non sono nata per opera dello Spirito Santo: si è trattato di una comunissima trombata, senza nemmeno troppo amore tra i partecipanti. Non capisco come mio padre, l’unico vero dio in cui ho creduto finché ho avuto la fortuna di averlo con me, abbia potuto sposare una come mia madre. So solo che, da piccola, quando mi portavano a messa e il prete pronunciava solennemente la frase “mistero della fede”, io pensavo a loro due e a come cazzo facessero a stare insieme. Mah, mistero della fede…
Lui ateo, comunista e fuori dagli schemi, lei credente, circondata da Santi e Madonne e dentro tutti gli schemi possibili e immaginabili. Il fatto che io mi chiami Crista, comunque, è il segno evidente che tra un donna credente e un uomo comunista non c’è storia: vince sempre la donna credente. Se pensate che mi sia andata male, sappiate che a mia sorella è toccata una sorte peggiore e, in questo caso, non c’è stato nessun tipo di errore. Crocifissa è nata due anni dopo di me ed è la prova evidente che mia madre, dopo averla spuntata col mio nome, seppure a metà, si sia fatta prendere un po’ troppo la mano. Ogni volta che litigavamo e ci chiamavano, da piccole, era come vivere la Pasqua: “Crista, Crocifissa cosa avete da piangere?”. A parte il nome, che a prima vista potrebbe far pensare a una qualche vicinanza, io e lei siamo diverse e lontane. La stessa distanza che c’è tra i miei genitori c’è tra me e mia sorella. Lei è inutilmente spensierata, entusiasta e gaia, io sono inutilmente, riflessiva, cupa e pensierosa. L’avverbio “inutilmente” ci avvicina, ma la sostanza ci allontana.
Crocifissa è il clone di mia madre, si somigliano in modo impressionante. Su questo devo ammettere che la natura ha giocato a suo favore: lei è una strafiga io sono una stracessa. Stracessa… insomma… diciamo che sono passabile. Moderatamente trombabile. Lei, invece, è una specie di bambola di porcellana dalle misure esagerate e dalle chiappe sode. Se camminiamo vicine, per strada, tutti si girano a guardarla e io divento istantaneamente trasparente. Questo è il motivo per cui ho dovuto puntare tutto sui lati che non si vedono: su quelli penso di aver fatto un ottimo lavoro. La cosa che mi preoccupa è che Crocifissa non ha soltanto l’aspetto di mia madre ma ne ha ereditato anche il modo di pensare: entrambe sono credenti, praticanti, apostoliche e romane. E anche sufficientemente ipocrite e bigotte. Per carità, sono sempre mia madre e mia sorella, ma un conto è l’affetto che provo nei loro confronti e un altro conto è l’analisi oggettiva della realtà.
Di contro, c’è da dire che io ho preso tutto da mio padre: un uomo che sopportava a stento la sua immagine riflessa nello specchio. Il nostro mantra è “Odia il prossimo tuo come te stesso”, e devo dire che funziona benone. D’altronde, piuttosto che citare le utopie di qualcun altro, preferisco citare le mie distopie personali.
Da lui ho ereditato, nell’ordine:
a) una casa abusiva a Ponzano Romano
b) un albero di Natale con quella neve artificiale tremenda che negli anni aumenta invece di diminuire
c) l’intolleranza alle persone, alla banalità e alla stupidità
d) la capacità di apprezzare le cose semplici
e) il culo a forma di insalatiera
f) la curiosità
Sono curiosa. Più curiosa di tutti. Le scimmie mi spicciano casa… Non smetto di farmi domande e di darmi risposte. E nei numeri trovo sempre la risposta a qualsiasi domanda. A differenza di Gesù Cristo, io ho una laurea in matematica e, se proprio devo interrogarmi sull’esistenza di dio, preferisco affidarmi alla prova ontologica di Gödel piuttosto che a un Fracazzo da Velletri qualsiasi. Basta che osservi qualcosa, qualsiasi cosa, anche la più idiota, e i neuroni mi si attivano automaticamente come formiche. Sto in mezzo al traffico e mentre penso “dove minchia andate, tutti, a quest’ora?”, penso anche ai moti caotici, a quanti incidenti ci sono stati in quell’incrocio e quanti sono i marocchini che rompono i coglioni al semaforo. Datemi un dato, qualcosa di cui parlare, un boccale di birra Messina coi sali di Sicilia, e sono pronta ad argomentare qualsiasi teoria, per affermare tutto e il contrario di tutto. Perché, chi mi conosce lo sa, io coi dati ci parlo e loro mi rispondono. Questa fissazione ce l’ho da sempre, almeno da quando ho iniziato a maturare la convinzione di avere la ragione dalla mia parte e di conseguenza di stare dalla parte della ragione. Durante le feste di Natale, sarà per il rincoglionimento generale dovuto alla banalità dei regali forzati, alla finzione dei pranzi e delle cene interminabili coi parenti e all’allegria a comando, il piatto che mi riesce meglio è la rissa con contorno di insulti. Non è Natale se non litigo con mia sorella. Ormai i parenti se l’aspettano: non possiamo deluderli. Privarli della lite sarebbe come privarli di vedere, che so, Mamma ho perso l’aereo o Il piccolo Lord: praticamente impossibile. E come si fa a litigare di cuore e a far rimpiangere il momento di aver detto “al cenone ci sarò anch’io”? Semplice, basta parlare di politica. Giuro che ogni anno mi riprometto di evitare l’argomento, ma non c’è Crista… Cristo che tenga: non riesco a resistere alle provocazioni. Ci casco tutti gli anni e quella stronza di Crocifissa fa di tutto per provocarmi. La litigata del secolo, quella terminata con il vaffanculo perfetto, è stata qualche anno fa: non ci siamo più rivolte la parola fino al Natale dell’anno dopo.
– Un’invasione, è proprio un’invasione…
– …
Crista, stai zitta. Lo sai come andrà a finire, no? Litigherete di brutto, tuo cognato comincerà a sbuffare come un mantice, papà starà in silenzio sulla poltrona e si limiterà a dire “Bòni, state bòni”, mamma si schiererà spudoratamente dalla parte di tua sorella e tu t’incazzerai a livelli assurdi. Ecco, brava, tagliati un pezzo di torrone e mettiti a guardare Sette spose per sette fratelli, che in totale fanno 49 scambi di coppia.
– Questi bangladeshiani di merda stanno in tutti gli angoli: aprono un negozio di frutta e verdura, non pagano le tasse e poi tornano al loro paese ricchi sfondati.
– Parli proprio tu che non fai una fattura nemmeno se ti minacciano di morte…
Ecco, ho fatto la minchiata di rispondere: adesso è rissa. Prendete pop corn e Coca Cola e mettetevi comodi, insieme a tutti gli altri parenti. Vi avviso, scorrerà sangue a fiumi!
– Che c’entro io? Questo è il mio paese…
Cogliona! Paese si pronuncia con la P maiuscola. Per fortuna interviene mia madre a smorzare i toni e a placare gli animi.
– Non basta la delinquenza che abbiamo noi? Ci serve pure quella degli altri?
E ti pareva… ci fosse una volta che mia madre non dia ragione alla figlia. Mi sento come Rigosi sulla Locomotiva: passo al contrattacco al grido di “Trionfi la giustizia proletaria!”.
– Ma che state dicendo? Sapete quanti sono i bangladeshiani o avete tirato a indovinare come fate quando vedete la ghigliottina su Rai 1? Per non parlare ad minchiam di certi argomenti, bisogna prima consultare i dati.
– I dati? A cosa servono i dati? Io vedo coi miei occhi come vanno le cose, mica ho bisogno dei dati. Tutti i miei clienti bangladeshiani sono così: vengono da me per un parere legale sulle cartelle esattoriali che ricevono, e io non posso far altro che consigliargli di non pagare. Tanto che gli fanno, se non hanno nemmeno il conto in banca?
– E secondo te dieci clienti sono un campione statistico attendibile? Quindi, un avvocato tedesco a cui si rivolgono dieci clienti del clan dei casalesi è legittimato a pensare che tutti gli italiani siano camorristi, giusto?
– Noi siamo diversi. D I V E R S I! Questi vengono qua con l’intenzione di vivere alle nostre spalle! E come si fa a vivere da parassiti? Si ruba, si spaccia e si delinque! Noi emigriamo per lavorare onestamente! Ma li guardi i telegiornali? Non si parla d’altro…
– Diversi? Diversi da chi? Siamo un paese di furbi, evasori e mafiosi. La ‘ndrangheta è ovunque, nei ministeri e nel traffico internazionale di droga. Ci spariamo in mezzo alla strada, abbiamo il primato mondiale della corruzione e il tuo problema è lo scontrino da 50 centesimi del bangladeshiano? Se siamo diversi, lo siamo sicuramente in peggio.
– Vedi? Lo dici pure tu: con tutti i problemi che abbiamo noi, ci mancano pure quelli degli altri… Aveva ragione Guzzanti: Io e te, aborigeno bangladeshiano, che se dovemo dì?
– Guzzanti ironizzava, non razzizzava come fai tu. In ogni caso, se le mie figlie non avessero da mangiare e vivessi in un Paese in guerra, m’imbarcherei anch’io sul primo gommone e andrei in un posto dove almeno non si muore di fame.
– Tutti in guerra stanno? Che guerra c’è in Bangladesh? Ma fammi il piacere… Sembra che vivi in un altro mondo, o forse ti piace recitare la parte di quella contraria a tutti i costi?
Affermazione sulla quale soprassiedo, ma che ha un fondo di verità…
– In Bangladesh c’è una crisi politica pazzesca, violenza, privazione della libertà, oppressione… Ma stai serena: nel 2019 sono sbarcati meno di 600 bangladeshiani, segno evidente che le loro dinamiche migratorie non seguono il percorso che hai in testa tu. Se avessi letto i dati sugli sbarchi diffusi dal Ministero dell’Interno, lo sapresti…
– Tu li hai letti?
– Certo che li ho letti e ti assicuro che sono un po’ pochi, per parlare di invasione… considerando, poi, che oltre la metà sono stati redistribuiti tra i Paesi europei.
– E tu ti fidi dei dati? Io lo so come vanno le cose, basta guardarsi intorno: le strade sono piene di immigrati, li trovi fuori dai supermercati, a fare i parcheggiatori abusivi e…
– … a chiedere consulenze su come non pagare le tasse agli avvocati che secondo me non sanno nemmeno qual è la capitale del Bangladesh…
– C’è bisogno di conoscere la capitale del Bangladesh, per accorgersi di essere invasi e di rischiare di perdere l’identità nazionale? Siamo in pericolo, lo capisci o no?
– Sì, in effetti la famiglia di egiziani che abita al quinto piano è pericolosissima, lui è un pizzaiolo… Che vuoi, gli italiani la pizza non la vogliono più fare e Abdul riesce perfino a fare il bordo alto e croccante senza imbottirlo di tritolo. E il fioraio pakistano all’angolo, che passa le notti sveglio a leggere libri o forse a studiare? Non so te, ma a me terrorizza: c’è da avere paura di chi legge. Per non parlare del gambiano che vende i calzini di spugna all’uscita del supermercato: minacciosissimo. Non immagini quanti attentati si facciano, nascondendo le mozzarelle di bufala nei calzini e facendole esplodere. Regolari, parliamo di immigrati “regolari”, che hanno lo stesso diritto di risiedere nel “tuo” paese quanto te, pensa un po’. Pagano le tasse, vivono serenamente, pregano chi vogliono pregare e possono usufruire dei servizi pubblici, fattene una ragione.
– Troppi, sono troppi.
– Sai quanti sono gli stranieri “regolari” iscritti all’anagrafe?
– Qualsiasi numero tu dica, è sempre troppo .
– Il tuo troppo equivale a cinque milioni? Allora hai ragione, peccato che quei cinque milioni, rispetto ai cinquantacinque milioni di italiani, si traduca nel dieci percento della popolazione. Un po’ poco per avere paura e parlare di invasione…
– Cinque milioni sono un’enormità…
– E gli italiani che emigrano all’estero? Sai quanti sono? Sorpresa! Sono poco più di cinque milioni. Eppure nessun paese grida all’invasione di italiani…
– Quei dati che dici tu ti fanno vedere cose che non esistono: chissà da dove vengono fuori…
– Dagli archivi e dalle indagini.
– Capirai… tutte fonti discutibili… taroccate e taroccabili…
– Discutibili? Taroccate? Suppongo che tu abbia fatto attente ricerche, per affermare una cosa simile. Da quando sei un’esperta di statistiche? Mi sono persa qualcosa? Forse sono state le letture dei sondaggi di Chi e Gente ad aver contribuito alla tua formazione? Se i dati anagrafici ti sembrano falsi e taroccabili, figurati quanto possa essere vera la tua percezione personale. Nel tuo caso, quale sarebbe la fonte? Il campione di clienti che si rivolgono a te? È interessante questa teoria: se funzionasse, significherebbe che per un ortopedico tutta la popolazione ha problemi articolari, per un cardiologo hanno tutti problemi al cuore, per un penalista sono tutti assassini e per una mignotta tutti gli uomini sono puttanieri.
– Tu pensi di essere una dispensatrice di verità per il solo fatto di chiamarti Crista: guarda che il nome non basta per essere onnisciente.
– Se è per questo, non basta nemmeno chiamarsi Crocifissa per fare la parte della vittima. Io non ho nessuna verità. Mi faccio due domande e vado a leggermi quanti sono i migranti, da dove provengono, perché vengono qua e perché se ne vanno dal Paese in cui sono nati, affrontando un viaggio rischiosissimo. Questo, possibilmente, prima di sparare cazzate.
– Non capisci che tutti quei numeri, quelle ricerche e quei concetti confondono le idee ai comuni mortali? Un giro nel quartiere rende l’idea più di qualsiasi numero.
– Forse sono io ad avere una troppa fiducia nell’umanità, ma non penso che serva una scienza per leggere una tabella e accorgersi che i romeni residenti sono dieci volte più numerosi dei bangladeshiani e tre volte più numerosi degli albanesi. E non serve una scienza per capire che senza le badanti romene i nostri anziani non avrebbero assistenza. Quindi tocca stare zitti e accoglierle…
– Sono tanti… troppi. Lo capisci che sono troppi? E poi le romene si sa che sono tutte mignotte! Entrano nelle case, iniziano col fare le badanti e va a finire che si scopano i mariti e rovinano le famiglie.
– Le tue amiche parioline, invece, fischiano… e non fanno nemmeno le badanti. Pensa che nella mia personale statistica, quella supportata dalla tua teoria, ho conosciuto più mignotte parioline che romene. Sarà un caso? Poi, devi spiegarmi cosa significa per te “tanti” e “troppi”, perché la mia mente limitata non riesce a comprenderlo? Dire tanto o poco non significa niente, se non specifichi rispetto a chi e rispetto a cosa? Hai mai sentito parlare di incidenza percentuale?
– Rispetto a noi. A noi italiani.
– Gli immigrati sono gente tali e quali come no. Noi normali…
– Non fare la deficiente…
– Sono serissima: il problema è che per te non sono tali e quali, sono diversi.
– Hai la mente chiusa, non è possibile parlare con te…
– Ah, questa è bella. Io avrei la mente chiusa? È strano che tu non abbia detto ancora che sono buonista e radical chic. Ti rendi conto che le parole hanno un peso? In quei troppi, che dici tu, ci sono minchie, wurstel e salsicce. Ci stanno le acquisizioni di cittadinanza, le richieste di permesso di soggiorno, le immigrazioni regolari e gli sbarchi. Ognuno rappresenta un aspetto diverso delle migrazioni.
– Ma che differenza fa? È tutto troppo!
– Sai perché fanno vedere gli sbarchi in televisione e non parlano di altro? Perché gli sbarchi degli stranieri mettono paura. L’archetipo dell’invasore e del nemico che con la sua diversità mette in crisi le certezze e le convenzioni. Far leva sulla paura di ciò che non si conosce, sulla diversità e sui nemici da combattere è una tattica vecchia quanto il mondo… tu dici “atomo” e subito pensi alla bomba di Hiroshima che uccide migliaia di persone e non alla TAC che ti salva la vita. Dici straniero e pensi a proteggerti da qualcosa o qualcuno che reputi estraneo, diverso e pericoloso, mica pensi ai numeri arabi o alla cultura greca…
– Si, vabbè… quando avranno spazzato via tutte le nostre tradizioni, ti vorrò vedere…
– Perché invece di arroccarti sui luoghi comuni e sulle banalità non provi a fare un ragionamento più ampio? Cosa sono le tradizioni?
– Le usanze che ci hanno tramandato i nostri nonni. Usanze che io non voglio perdere.
– Ma chi te le tocca? Pensi veramente che qualcuno verrà qua a proibirti di cucinare la carbonara, che tra l’altro sembra sia un’invenzione americana, o di piangere il miracolo di San Gennaro?
– Secondo me tu vivi su Marte: è sicuro che prima o poi accadrà. Li vedi tutti quei musulmani che pregano verso la Mecca col culo per aria o fai finta di non vederli?
– Che i musulmani non mangino maiale è un dato di fatto: però non ho mai sentito dire che qualcuno si sia fatto esplodere per protestare contro il guanciale. Invece, non riesco a vedere il male in qualcuno che prega per il suo dio. Ti senti minacciata perché qualcuno crede in un dio diverso dal tuo? È una paura che i romani avevano risolto, a suo tempo, importando gli dei dei popoli che conquistavano e creando un tempio in cui andare a pregarli. Mi sembra si chiamasse Pantheon…
– Vuoi imporre le tue idee e non sei aperta al confronto: questa è la verità. Tu resta della tua opinione e io resto della mia.
– Il problema è proprio questo: il relativismo assoluto. È tutto un’opinione. Non esiste più il rigore scientifico, lo studio, i valori umani, il pensiero, la filosofia: è diventato tutto un’opinione. Potremmo anche chiuderla qua e restare ognuno della propria opinione, ma non posso fare a meno di farti osservare che se ti dico che questo tavolo è una barca a vela, perché questa è la mia opinione, tu mi rispondi che la mia opinione è una cazzata perché un tavolo è oggettivamente un tavolo.
– Fai dei paragoni assurdi. Non stiamo parlando di tavoli e di barche a vela, ma di sbarchi incontrollati e di persone che non possiamo accogliere perché siamo già tanti e abbiamo i nostri problemi.
– Non sono per niente paragoni assurdi. Se le opinioni non sono supportate dai fatti, non valgono niente. I migranti non sono solo quelli che pensi tu, quelli che fanno il viaggio della speranza. Tra loro ci sono i rifugiati, i richiedenti asilo politico, quelli che si ricongiungono coi familiari, quelli che vengono qua a lavorare, quelli che studiano… E poi ci sono quelli che son qua per motivi umanitari. Queste cose non me le invento io, basta guardare i dati sui permessi di soggiorno, per accorgersene.
– Ancora con questa storia dei dati? E basta, non se ne può più…
– Si, perché in mezzo a quei dati ci sono anche dei numeri che parlano dei ragazzi minorenni. I minori non accompagnati, quelli che vengono mandati qua, soli, dalle famiglie che cercano in tutti i modi di dare ai figli un futuro decente. Il fatto che tra quei minori ci siano bambine dell’età di tua figlia, che nella migliore delle ipotesi vengono violentate e nella peggiore finiscono in fondo al mare, non è un dato oggettivo? Non dovrebbe smuovere le coscienze? Non riusciamo più a indignarci di niente, nemmeno di un bambino che affoga in mezzo al mediterraneo. Come la chiami questa deriva? Menefreghismo?, Indifferenza?, Ignoranza?
– La chiamo saturazione: non ce la facciamo più ad accogliere. Non ce la facciamo più. Invece di rischiare la vita per venire qua, potrebbero starsene nel loro paese…
– …e rischiarla là, giusto?
– Perché vengono qui se sanno che rischiano la vita?
– Perché sono D I S P E R A T I. Sai cosa significa la parola disperazione? È la forza della disperazione a cambiare la storia, non le chiacchiere. E io starò sempre dalla parte dei disperati.
– E noi italiani non siamo disperati? Prima veniamo noi, o no?
– Questa storia del “Paese nostro” e del “Paese loro” ha veramente rotto i coglioni. I primi a non starsene nel proprio Paese siamo noi, il clan della NATO, e tutti quei figli di mignotta che sfruttano le risorse degli altri senza dare nulla in cambio. E il meccanismo è sempre lo stesso: mettono paura alla gente e la gente chiede di essere protetta da pericoli inesistenti. E giù bombe…
– Noi non bombardiamo nessuno: ti sei scordata che nella Costituzione c’è scritto chiaramente che l’Italia ripudia la guerra?
– L’Italia “ripudierebbe” la guerra, se non fosse uno dei maggiori produttori mondiali di armi e se non ci fosse l’ENI a sfruttare i giacimenti petroliferi pure in Culistan al mondo. La domanda è: a chi le vendiamo le armi che produciamo, se non ci sono in giro le guerre e i paesi amici che le fanno scoppiare?
– Sembra che nel mondo ci sia solo l’ENI a sfruttare le risorse e solo la nostra industria bellica
– No, no, è un piatto ricco… ma a me le parole “sfruttamento” e “industria bellica” fanno schifo a prescindere. Tu, piuttosto, sei pronta a rinunciare al tuo benessere? Sei pronta a rinunciare all’auto, al telefono nuovo ogni sei mesi, ai gioielli, eccetera eccetera eccetera?
– …
– Bene, se non vuoi rinunciare a nulla, non puoi lamentarti di chi viene in Italia per avere un millesimo del tuo benessere. Benessere di cui io, te, e qualche milione di connazionali, usufruiamo a discapito degli altri.
– Non sono io ad andare a bombardare o a produrre armi. E sono padrona di incazzarmi se nel mio paese ci siano anziani costretti a vivere con 400 euro di pensione mentre i migranti sono serviti e riveriti!
– Certo che siete bravissimi a spostare l’attenzione sulla supercazzola dei problemi, pur di non guardare in faccia la realtà. Possibile che non siate in grado di capire che il problema sono i ricchi e non i poveri? La colpa della povertà non è di quelli più poveri ma di quelli più ricchi. Se te e quelli come te se la prendessero coi ricchi, così come odiano i poveracci, si risolverebbero i problemi del mondo. Odi gli oppressi e non gli oppressori: sei dalla parte sbagliata. Ci sei sempre stata, da quando sei nata. Eri talmente stronza che ti schieravi dalla parte della maestra e mai dalla parte di chi prendeva le note.
– Non c’entrano un cazzo gli schieramenti. Il problema è evidente: abbiamo i nostri, di poveri, non possiamo preoccuparci anche degli altri…
– Ma cosa significa “nostri”? I confini sono solo nella tua testa: hai mai visto la terra dall’alto? Mi dispiace deluderti, ma i confini non esistono. Non ci sono gli italiani e “gli altri”: siamo tutti nello stesso condominio.
– Ma la smetti di fare la maestrina? Di qualunque nazionalità siano, sono delinquenti e basta. Io lo vedo cosa succede nei tribunali: i reati sono commessi soltanto dagli stranieri.
– Ancora con questa storia delle percezioni personali. E a te cosa hanno fatto, esattamente? No, perché a me i problemi più grandi li creano gli italiani. Il mio capoufficio in giacca e cravatta, per esempio, che è l’espressione vivente dell’arroganza, della prepotenza e dell’ignoranza: uno che esercita il potere nella maniera più violenta possibile. Sappi che è nato a Poggio Moiano… e potrebbe anche essere considerato uno straniero, visto che sta fuori dal Raccordo Anulare.
– A me non hanno fatto niente, ma basta sentire in televisione quello che succede… tu hai delle figlie femmine, ti auguro che i migranti non gli facciano mai del male. Ma se dovesse accadere, non venire a lamentarti…
– Io mi auguro che siano gli italiani a non farle del male, dal momento che la maggior parte degli episodi di violenza sulle donne avviene tra le mura domestiche, da parte di mariti, compagni e fidanzati…
– Ma non hai visto quel negro di merda che ha picchiato una ragazza alla fermata della metro senza nessun motivo? Mi ha fatto imbestialire: l’avrei ucciso con le mie mani.
– Cristo!, è un caso su diecimila! Possibile che tu non riesca a non farti manipolare dai telegiornali quella testa da circoncidere che ti ritrovi? Perché, invece di sparare luoghi comuni, non dai un’occhiata alle denunce di violenza?
– Io a quel negro lo appenderei al muro, altro che denunce. Nel mio quartiere è pieno di negri: ho paura ad andare in giro da sola.
Niente, non se ne esce. Pur essendo munita di tabelle e grafici, non riesco a far capire a quell’analfabeta funzionale di mia sorella che la sua percezione non corrisponde alla realtà. Eppure i dati servono proprio a questo: a condividere la conoscenza e a dare una descrizione della realtà sufficientemente veritiera, per rendere le persone consapevoli. Cosa dovrei fare, adesso, secondo voi? Tacere? Scappare? Isolarmi? Rinchiudermi in casa ed evitare qualsiasi tipo di confronto? È la sera di Natale e i veri stranieri sono nella mia famiglia. Forse ha ragione Concetta: Io e te, aborigeno, che cazzo se dovemo dì? Il problema è che nel mio caso l’aborigeno è lei. Lei e tutte le persone che sono distanti e che mi fanno sentire sola.
– È mezzanotte! È nato Gesù. Mettiamo il bambinello nella culla. Almeno questo me lo concedi? Sono libera di rispettare le mie tradizioni o no?
– Il bambinello è un migrante, rifugiato, senza permesso di soggiorno, povero come la minestrina senza olio… lo hanno dipinto come uno strafigo con gli occhi azzurri, ma nella ricostruzione vera del suo volto somiglia a Lello Arena con la pelle olivastra.
– Che c’entra? Gesù è il figlio di dio e fa parte della nostra cultura. Solo i buonisti radical chic possono pensare di togliere il crocifisso dai luoghi pubblici.
– Oh, l’aspettavo e alla fine l’hai detto. Ti rispondo con un bel הִסתַלֵק ?
– E cosa significa?
– Vaffanculo. In ebraico antico. Sai com’è, bisogna rispettare le tradizioni e non c’è niente di meglio che parlare in ebraico la notte di Natale.

I dati non hanno schieramenti politici e ideologici. Non si schierano dalla parte di Crista o di Crocifissa. Cercano di rappresentare la verità, nel modo più obiettivo possibile. Ammettendo l’errore, scusandosi con parole contrite dai nomi impronunciabili: “ Semidispersione massima”, “Deviazione standard”, “Scarto quadratico medio”. I dati non servono per fare scelte giuste o sbagliate, ma per fare scelte consapevoli. Consultare le previsioni meteo e sapere che pioverà non significa uscire obbligatoriamente con l’ombrello: è possibile baciarsi sotto la pioggia ed essere consapevoli che si tratta della scelta giusta. I dati sulle migrazioni non risolvono il problema dei migranti, ma servono per affrontarlo in modo consapevole. Per produrli e interpretarli serve un pensiero indipendente, ma per prevenire l’odio e il razzismo i dati non bastano. Leggerli, però, può contribuire a farsi un’idea precisa del mondo e dei comportamenti sociali, senza lasciarsi andare ai pregiudizi e alle sensazioni personali. I dati che seguono sono solo una sintesi di quelli che l’Istat, il Ministero dell’Interno e l’ISMU mettono a disposizione. Sicuramente sono sufficienti per dirimere le discussioni tra Crista e Crocifissa, ma per approfondire l’argomento è sempre meglio far riferimento ai siti web delle istituzioni, che forniscono periodicamente dati aggiornati.
Ringrazio la dottoressa Francesca Licari per i preziosi consigli.

 

 

Rilevazione della popolazione residente comunale straniera per sesso e anno di nascita: La Popolazione residente comunale straniera per sesso e anno di nascita viene calcolata al 31 dicembre di ogni anno e diffusa al 1° gennaio dell’anno successivo.

 

POPOLAZIONE STRANIERA RESIDENTE AL 1° GENNAIO 2019

Sesso

maschi

femmine

totale

Paese
di cittadinanza

 

 

 

 

           Romania

 

513289

693649

1206938

           Albania

 

225316

215711

441027

           Marocco

 

225305

197675

422980

           Cina

 

150789

149034

299823

           Ucraina

 

53566

185858

239424

           Filippine

 

72946

95346

168292

           India

 

92404

65561

157965

           Bangladesh

 

101367

38586

139953

           Moldova

 

43548

85431

128979

           Egitto

 

84215

42518

126733

           Pakistan

 

85159

37149

122308

           Nigeria

 

69759

47599

117358

           Sri Lanka

 

58848

52208

111056

           Senegal

 

82023

28219

110242

           Perù

 

40834

56294

97128

           Tunisia

 

58785

36286

95071

           Polonia

 

24640

69560

94200

           Ecuador

 

34242

45007

79249

Altri Paesi

519295

576660

1095955


Totale

 

2536330

2718351

5254681

Fonte Dati: Istat

  * Nella tabella sono indicate le nazionalità più numerose

 

 

 

Permessi di soggiorno dei cittadini stranieri:
L’elaborazione consente di quantificare gli stranieri regolarmente presenti in Italia secondo le loro caratteristiche socio-demografiche.

 

Ingressi nell’anno di cittadini non comunitari – 2018

Motivo del permesso

lavoro

famiglia

studio

asilo, richiesta asilo e motivi umanitari

residenza elettiva, religione, salute

tutte le voci

Principali
Paesi di cittadinanza

 

 

 

 

 

 

 


Albania

 

1692

15817

531

621

4818

23479


Marocco

 

1060

16857

295

1423

761

20396


Nigeria

 

38

2952

206

11616

720

15532


India

 

2725

7937

1884

477

598

13621


Pakistan

 

135

5099

317

7511

293

13355


Bangladesh

 

50

6214

32

6629

264

13189


Cina

 

564

5640

4553

249

361

11367


Stati Uniti

 

3172

3200

2220

2

541

9135


Egitto

 

368

7215

297

541

386

8807


Ucraina

 

350

4064

226

2425

886

7951

 Altri Paesi

 

4451

47817

11483

33325

8101

105177

   Fonte Dati: Istat

  * * Nella tabella sono indicate le dieci nazionalità che hanno la numerosità più elevata rispetto a tutte le voci

 

Iscrizioni e cancellazioni all’anagrafe per trasferimento di residenza: L’indagine si occupa dei dati relativi alle iscrizioni e cancellazioni anagrafiche per trasferimento di residenza effettuate dai Comuni. Tali dati si ottengono dalla rilevazione effettuata tramite il modello APR/4: viene utilizzata una copia dalla pratica migratoria compilata dal comune di iscrizione per i trasferimenti di residenza da altro comune o dall’estero e dal comune di cancellazione per i trasferimenti all’estero.

 

Iscrizioni e cancellazioni all’anagrafe
per trasferimento di residenza – 2018

Sesso

maschi

femmine

totale

Paese di cittadinanza

 

 

 

 

  Romania

 

16643

23415

40058

  Brasile

 

8992

9035

18027

  Albania

 

8590

9404

17994

  Nigeria

 

12030

5836

17866

  Marocco

 

7563

9378

16941

  Bangladesh

 

9958

3442

13400

  Pakistan

 

10096

3149

13245

  India

 

5433

5637

11070

  Cina

 

4838

5187

10025

  Senegal

 

7194

1631

8825

  Ucraina

 

2336

5353

7689

  Egitto

 

4170

3189

7359

  Gambia

 

6099

136

6235

  Mali

 

5117

125

5242

  Costa d’Avorio

 

3886

844

4730

  Ghana

 

3670

887

4557

  Guinea

 

3576

162

3738

  Tunisia

 

1953

1708

3661

  Sri Lanka (ex Ceylon)

 

1483

1882

3365

  Russia

 

644

1975

2619

  Filippine

 

1204

1341

2545

  Bulgaria

 

1044

1471

2515

  Perù

 

1085

1327

2412

  Venezuela

 

968

1441

2409

  Kosovo

 

1284

978

2262

  Argentina

 

1122

1119

2241

  Moldova

 

720

1353

2073

  Regno unito

 

1090

971

2061

  Dominicana, Repubblica

 

875

1175

2050

  Spagna

 

833

1101

1934

  Macedonia, Ex Repubblica Jugoslava

 

865

1039

1904

Altri Paesi

49580

41692

91272

  Totale

 

184941

147383

332324

Fonte Dati: Istat

* Nella tabella sono indicate le nazionalità più numerose

 

 

Dati sugli sbarchi riferiti agli eventi di sbarco rilevati entro le ore 8:00 del giorno di riferimento

 

Nazionalità dichiarate al momento dello sbarco

Aggiornato al 13 dicembre 2019

 

 

Nazionalità

 

 


Tunisia

 

2654


Pakistan

 

1180

 Costa
d’Avorio

 

1135


India

 

1005


Iraq

 

871


Bangladesh

 

581


Sudan

 

444


Iran

 

434


Guinea

 

281


Marocco

 

253


Altre

 

2259

 TOTALE

 

11097

  Fonte: Dipartimento della pubblica sicurezza

*  il dati potrebbero comprendere immigrati per i quali sono ancora in corso le attività di identificazione

 

 

Vittime e autori di omicidio volontario
Anni 2014-2016, valori medi annui del triennio

 

Vittime e autori di omicidio volontario

Maschi

Femmine

Italiani

Stranieri

Totale

Età media


VITTIME

 

308 (68,4%)

142 (31,6%)

357 (79,3%)

93 (20,7%)

450 (100%)

46,5


AUTORI

 

979 (92,6%)

78 (7,4%)

828 (78,3%)

229 (21,7%)

1057 (100%)

37,7

  Fonte: Elaborazioni Istat e  Ministero dell’interno

 

 

Graduatoria delle principali nazionalità dei minori stranieri accompagnati  e non accompagnati (MSNA)  sbarcati in Italia nel 2018

 

 

Nazionalità

MSNA

Distribuzione %
MSNA x nazionalità

Minori
accompagnati

% MSNA su tot
minori

% Minori
accompagnati su tot minori

Tunisia

940

26,6

54

94,6

5,4

Eritrea

633

17,9

148

81,0

19,0

Guinea

251

7,1

35

87,8

12,2

Iraq

192

5,4

208

48,0

52,0

Pakistan

184

5,2

5

97,4

2,6

Totale

3.536

100,0

742

82,7

17,3

 

 

Rapporto italiani residenti all’estero


http://ucs.interno.gov.it/FILES/AllegatiPag/1263/Int_00041_ANAGRAFE_DEGLI_ITALIANI_RESIDENTI_ALL_ESTERO_-AIRE-_2018.pdf

 

Rapporto ISMU sulle migrazioni

 

https://www.ismu.org/wp-content/uploads/2018/10/Comunicato-Stampa-XXIV-Rapporto-Ismu-sulle-Migrazioni.pdf

Le non regole funzionano meglio delle regole.

 

La legge è uguale per tutti ma per qualcuno è più uguale

Non starò a spiegarvi il motivo per il quale mi ritrovo immobile, da venti giorni, in questo letto di ospedale: può capitare a chiunque di avere un piccolo incidente in bicicletta. È meno probabile che l’incidente accada a un ciclista incauto, distratto dalle chiappe tondeggianti di una passante. È ancor più improbabile che la distrazione dovuta alle suddette chiappe abbia come conseguenza immediata un urto anelastico contro un palo della luce, con conseguente volo da libellula e atterraggio a pelle di leone sull’asfalto. Di culo, con frattura scomposta del bacino, dei due acetaboli e di quello che una volta veniva chiamato osso sacro. Dico “una volta”, perché, dopo essermelo, fratturato ho tirato giù talmente tante bestemmie da farlo diventare un osso profano e profanato. Non ricordo bene la dinamica dell’incidente, ricordo soltanto che in un attimo sono passato dalla visione del paradiso alle tenebre dell’inferno. Insomma, mi hanno trasportato d’urgenza all’ospedale e mi hanno proibito di fare qualsiasi movimento. Proibizione superflua, dal momento che a farmi restare immobile ha pensato fin da subito il dolore, quel bel dolore acuto che si è impossessato di me per farmi assumere, a ogni micro movimento, le sembianze della bambina dell’esorcista, al solo scopo di darmi la possibilità di sperimentare tutte le possibili tonalità armoniche raggiungibili dalla mia voce attraverso grida, imprecazioni e bestemmie in macedone antico. A parte questo piccolo disagio, dopo le prime settimane in cui la Madonna e i santi si sono palesati sulle pareti bianche del reparto “cazzoni infasciati” dell’ospedale Madre Santissima Illuminata dei Guardachiappe incalliti, la degenza è piacevole. Sono accudito da infermiere bellissime, che provvedono anche a pulire e rinfrescare accuratamente le mie parti intime: pratica che sarebbe piacevolissima, se le suddette parti non si fossero finte morte e non dessero l’impressione di essersi trasformate in un ammasso di ciccia esanime. Cosa dire, poi, dei pasti faraonici che vengono serviti a pranzo e a cena? Minestrine a volontà, petti di pollo cotti a vapore, rigorosamente senza olio e sale, insalata scondita e mela cotta. Il massimo della goduria capita quando, al posto della mela, a qualche paziente tocca la pera: in quel caso, scatta la caccia a chi nasconde le stecche di cioccolata negli armadietti. Trattandosi di un reparto ortopedico, chi riesce ad avere un minimo di mobilità viene considerato prezioso come il centravanti della Juventus: in pochi possono permettersi di andare in giro per le stanze a rubare negli armadietti le scorte alimentari che i parenti introducono incautamente, senza sapere a cosa può arrivare un povero Cristo ricoverato in regime alimentare carcerario. Un pezzo di cioccolata può arrivare a costare anche 80 fialette di antidolorifico… E ovviamente c’è chi ne approfitta e mette in piedi un vero e proprio traffico illecito.
– Quanto stanno i Ferrero Rocher, oggi?
– Dipende se stai in colica o no…
A parte questi piccoli disagi, la vera ricchezza dei ricoveri in ospedale è la varietà umana con cui si deve convivere, forzatamente, condividendo storie di vita, speranze e sofferenze. Benedetto Crocifisso è stato il mio compagno di stanza per parecchio tempo, nella clinica di lunga degenza in cui sono stato lasciato marcire in attesa della terapia riabilitativa. Avete capito bene: il nome è tutto un programma, oltra a essere la sintesi della sua vita. La ricchezza del suo curriculum e del suo lessico si è palesata subito, al momento delle presentazioni.
– Sò ‘n pregiudicato e me stanno tutti sur cazzo.
Sento odor di intellettuale, ho pensato istantaneamente. E in effetti tutti i torti non li avevo. Sarà che nella vita non ho nessuna certezza, ma ogni volta che mi confronto con mondi e punti di vista diversi dai miei finisce che entro in crisi d’identità fino a non avere più un mio punto di vista. Ma iniziamo dal motivo per cui l’insigne Crocifisso, uno dei pochi falsi invalidi ad aver trasformato le dichiarazioni false e mendaci rese all’INPS in verità, è finito nel letto accanto al mio. Un banale problema all’anca, che doveva essere trattato da un chirurgo di fama internazionale accalappiato non so come, si è trasformato in un dramma. I chirurghi di fama internazionale, si sa, sono noti per la generosità con cui esercitano la propria professione nelle cliniche private. Quindi, quando il professor Borrelli ha appreso che il dottor Crocifisso era un poveraccio, ha ceduto alle lusinghe di una giovane praticante del suo staff. Così, oltre alla pratica sessuale, praticata peraltro con scrupolo e precisione, la giovinastra ha giocato, senza scrupolo e men che meno precisione, all’allegro chirurgo con quel disgraziato di Benedetto. Il risultato è stato eccellente: infezione diffusa a entrambe le gambe e rischio di amputazione.
– Je devo rompe er culo a quer fijo de ‘na mignotta!
Pur non essendo pratico di metafore, ho capito che questa storia il Crocifisso non l’ha presa bene. Passava giornate intere a costruire la vendetta che avrebbe consumato appena ne avrebbe avuto la possibilità. Si sentiva una specie di Conte di Montecristo, ma estremamente più figo, in continua lotta contro i soprusi e le ingiustizie che secondo lui aveva subito nella vita. Il problema è che, anca a parte, aveva una visione molto discutibile del concetto di ingiustizia e soprattutto della rivalsa nei confronti degli ingiusti. La sua sete di vendetta è cominciata in tenera età, quando ha maturato una personalissima visione della vita sintetizzata da un’altra perla di saggezza:
– Co ‘a gente se gioca affà ‘ncularella: bisogna èsse bravi a schivà le ‘nculate e a ‘inchiappettasse er prossimo senza pietà.
Ora, a parte la ricchezza lessicale, questa visione non vi sembra molto simile a quel famoso detto “Ama il prossimo tuo come te stesso” citato da Frate Indovino in corrispondenza del 25 giugno, la festa internazionale degli onanisti? Okay, non è proprio uguale uguale, ma il senso è più o meno quello. Certo, a 15 anni, quando era ricchissimo e viveva nell’agiatezza, non la pensava in questo modo. Ma, si sa, le strade che si prendono nel corso della vita sono condizionate non dalla quotidianità ma da pochi accadimenti fondamentali. C’è chi ha culo e becca gli accadimenti giusti che portano verso la scelta delle strade migliori, e chi invece è costretto a fare i conti con gli abissi e le meschinità umane e, invece di incamminarsi per la strada, resta fermo a difendersi e a prendere le contromisure agli uomini e agli eventi. Come ha fatto la famiglia Crocifisso, che, da proprietaria di immobili di ogni tipo e titolare di una catena di prestigiosi negozi di scarpe, è andata a finire in una casa popolare di Cinecittà. Com’è potuto accadere? La risposta è semplice: quando qualcuno pensa di essere il più furbo di tutti, sottovaluta gli avversari e va a finire che prima o poi incontra un altro più furbo che se lo “‘nchiappetta senza pietà”… tanto per usare citazioni dotte. Insomma, il padre di Benedetto aveva accumulato una fortuna, evadendo le tasse per anni e investendo in immobili. Tutto è filato liscio fin quando la finanza non gli ha messo gli occhi addosso.
– Cor cazzo che je pago le tasse! Li sordi so mia e ce faccio quello che me pare.
Disse una sera, a cena, insegnando al figlio, con poche parole, il senso civico e il rispetto per il prossimo. Così, in quattro e quattr’otto, mise in vendita tutti gli immobili e accantonò un cifretta niente male, che trasferì abilmente in una banca Svizzera. Avrebbe potuto tranquillamente accontentarsi della rendita del conto bancario e vivere sereno, ma perché accontentarsi quando si può avere di più? E il dipiù gli venne offerto dall’avvocato che lo aveva guidato nel trasferimento illecito di denaro: investimenti in affari loschi che avrebbero garantito una rendita del 20%. Il furbo coglione, quindi, delegò all’avvocato la gestione del patrimonio, che venne investito nell’acquisto di un villaggio turistico in Africa. Intestato all’avvocato, ovviamente, che scappò col malloppo da un giorno all’altro, senza lasciargli nemmeno la paghetta per comprare un pacchetto di figurine Panini, nel quale, per come si erano messe le cose, avrebbe trovato sicuramente il doppione di Cuccureddu. Quel permaloso del padre di Benedetto, subodorando il padulo radente che stava abusando delle sue terga, armò un casino e partì per l’Africa per riprendersi tutto. La conversazione tra i due durò pochissimo, anche perché l’avvocato era una bravissima persona che sapeva come trattare il prossimo.
– Per ora ti ho tolto i soldi. Se non te ne vai, ti tolgo anche la vita.
Amen.
Il padre di Benedetto tornò a casa con la coda tra le gambe e la vita che gli restava da spendere nella miseria più completa.
– Hai capito ‘sto pezzo de merda? Cià ‘nculato 10 mijardi…
– Ho capito, ma pure tuo padre, oltre a essere un coglione, mica è stato uno stinco di santo. Ha evaso le tasse ed è stato derubato: la famosa legge del contrappasso…
– No, no, mi padre era un brav’omo: perché avrebbe dovuto pagà ‘e tasse se lo stato non j’ha dato mai gnente in cambio?
– Per far curare gratis quelli che, come te, non hanno soldi, per esempio?
Niente da fare, da queste conversazioni non se ne esce. Benedetto era convintissimo che il padre fosse un benefattore a cui spettava una sorta di giustizia divina. E lui si sentiva il giustiziere prescelto di questa e di altre centinaia di cause come questa. Passava ore a studiare il modo per ottenere il massimo da ogni situazione, facendo il minimo sforzo. Per esempio, il giorno in cui è stato ricoverato, ha chiesto subito un colloquio col nutrizionista, per avere un regime alimentare diverso dagli altri. Un suo amico gli aveva detto che il cibo là era pessimo e lui si è inventato una minchiata sulla necessità di essere nutrito adeguatamente per riprendere le forze e combattere l’infezione. A supporto di questa richiesta, aveva snocciolato diverse teorie supportate da cartelle cliniche e analisi fatte in precedenza. Inutile dire che molte analisi erano false e le aveva rubate agli sventurati compagni di letto che mi avevano preceduto. Fatto sta che la mattina, al posto del tè senza zucchero con due fette biscottate, a lui veniva servita una colazione in stile Montalbano, che divorava avidamente senza offrire nemmeno un cannoletto siciliano. Benedetto era solo, non aveva parenti, ma in compenso usava i miei congiunti come se fossero suoi.
– Ahò, se rivenghi qua nun te presentà senza pizza e mortazza, eh?
Con questa frase, un po’ scherzosa e un po’ minacciosa, accumulava quintalate di pizza bianca e mortadella con cui faceva merende faraoniche a dispetto del mio yogurt magro senza grassi, che mi sorbivo puntualmente e diligentemente senza fiatare. A questo punto, vi starete chiedendo: “Ma questo Cristo come campa?”.
Prima di tutto ha una consistente pensione di invalidità: percepisce da anni una somma di tutto rispetto. Quando dico da anni, significa da molto prima che si manifestasse il problema che lo tiene inchiodato a letto. Era invalido? Assolutamente no, ma conosceva Cesare Scorticoni, un impiegato dell’INPS.
– Segnate ‘sto numero de telefono: 338.54…
– Cosa ci dovrei fare?
– È de ‘n’amico mio, te pò servì… Quello riesce a fa pijà la pensione d’invalidità pure a Gesù Cristo risorto.
– Ma io non voglio la pensione, voglio uscire da qui.
– Co quello che ciai, ‘a pensione la becchi de sicuro. E te danno pure l’accompagno…
Ma vi pare normale? L’invalidità a me… anche se sull’accompagno un pensierino ce lo farei. Dipende dall’accompagnatrice, ovviamente. Io, comunque, il numero di telefono l’ho memorizzato… non è per me, l’ho fatto solo per qualche amico che potrebbe averne bisogno: ‘n se sa mai.
– Che lavoro facevi, prima di ammalarti?
Gli ho chiesto un giorno, ingenuamente.
– Modestamente, nun ho mai lavorato un giorno in vita mia.
Avevate dubbi? Benedetto Crocifisso ha speso la vita per cercare il modo di fare soldi senza lavorare e alla fine ha lavorato più di un minatore vietnamita.
– De finti lavori n’ho fatti tanti, ma quello che m’è riuscito mejio è er capotreno.
– Eh?
– Er finto capotreno…
– Ah, ecco…
– Avevo trovato er modo de stampà li bijetti farsi. Salivo sur treno e quanno beccavo ‘no straniero senza bijetto, je ne mollavo uno falso, a metà prezzo, senza faje pagà ‘a multa…
Si ferma un attimo a fissare il vuoto, come se dovesse tirar fuori chissà quale aforisma, e poi riprende il discorso.
– Sai qual è ‘a cosa importante, se vòi fregà ‘o Stato?‘
– No, non mi sono mai posto il problema…
– Nun èsse mai uno de loro.
– Beh, per fingerti capotreno, dovevi per forza essere come uno di loro.
– ‘A divisa. Er segreto è ‘a divisa.
– Cioè?
– A differenza tra “èsse” uno de loro e “sembrà” uno de loro è ‘a divisa. Se ciai ‘a divisa co sopra scritto “Ferrovie dello Stato” te fanno ‘n culo come lo sterzo de ‘n’autobus. È come se ciavessi ‘n proprietario… Se,come me, ciai un completo de ‘a Navigare, che sembra, ma non è, uguale a quello der capotreno, sei ‘n’omo libero. Uno che indossa ‘na divisa nun è mai libero veramente.
– Ma che minchia dici? Tu vendevi biglietti falsi: si chiama truffa!
– Nun è esatto. Li turisti cor bijetto mio viaggiavano lo stesso, solo a ‘n prezzo più basso. Se chiama giustizia sociale…
– È truffa ai danni dello Stato.
– Perché pagà 18 euro pe annà cor treno all’aeroporto nun è truffa ai danni der cittadino?
Come dargli torto? Chi decide cosa è giusto e cosa non lo è? Forse sarò io troppo influenzabile, ma il suo punto di vista mi è sembrato tremendamente equilibrato e lucido. Io, come la maggioranza degli uomini, sono troppo abituato a rispettare regole e a prendere ordini da uno dei tanti capotreni appartenenti alla famosa piramide del potere, che esegue gli ordini in nome di un regolamento, che è stato scritto da qualcuno che ha ricevuto ordini da un superiore, che a sua volta ha ricevuto ordini da un altro superiore, che ha ricevuto ordini da qualcuno, che a sua volta agisce in nome di dio. Certo. Ecco perché le maggioranze mi stanno sul cazzo, perché, trovandosi dalla parte sbagliata, non possono mai essere lucide e avere ragione. Dove c’è maggioranza c’è fregatura; farne parte significa rendersi volontariamente schiavi.
Certo, si potrebbe obiettare che le Ferrovie dello Stato hanno dei costi da sostenere e il Crocifisso no, ma questo è un dettaglio.
– Comunque, fare il capotreno, vero o falso che sia, è un lavoro.
– No, fà er capotreno vero è ‘n lavoro, fà er capotreno falso è ‘na missione.
Ecco, è esattamente quello che sostenevo prima che intervenisse Benedetto: a me l’appartenenza ha sempre spaventato. I “noi” e i “loro” sono pericolosissimi. Se proprio si deve fare una distinzione, la farei tra quelli che per essere devono appartenere e quelli che riescono a essere senza l’appartenere a qualcuno o a qualcosa.
– Ma chi è che può permettersi di non indossare divise? Tutti ne hanno una: preti, poliziotti, ministri, portieri, impiegati, calciatori, medici… Ognuno ha la sua.
– Appunto! Loro sò schiavi, io no. Quelli come me, che nun cianno ‘a pretesa de fa parte der sistema e de indossà ‘na divisa, sò liberi. E se sarvano sempre. Pensa, ciavevo pure ‘n fischietto, fregato a ‘n bagnino, che usavo quanno invece de stà sur treno restavo alla stazione. Se vedevo ‘un turista incerto, je fischiavo, je chiedevo se ciaveva er bijetto e se nun ce l’aveva je ne rifilavo uno farso. Sai quanti me ne so ‘’nchiappettati, co sto trucchetto?
– E perché hai smesso?
– M’hanno fatto smette. Un giorno m’ha beccato ‘a polizia e m’hanno dato 4 anni de gabbio. Pensa che se ciavevo ‘a divisa vera sarebbero stati almeno 9…
Ecco, giustizia sociale è fatta. Non vi racconto l’esperienza da detenuto del Crocifisso, sarebbe troppo anche per voi…
– Er carcere è ‘n posto come ‘n’artro: ce stanno i boni e i cattivi…
Scusate, ha preso di nuovo la parola e mi tocca lasciarlo finire.
– Per esempio ho conosciuto er capo dei Casamonica.
– Ah, lui è buono?
– ‘Na gran brava persona, ‘n gran signore. Educato, salutava sempre. Oh, se dovessi finì in carcere, ricordate che devi sempre salutà, pe evità guai. Li cattivi se scannano tra de loro, ma se té saluti tutti educatamente te lasciano stà. Saluta e fatte li cazzi tua: questo è er segreto pe sopravvive… pure fori dar carcere.
– Minchia!, che consiglio prezioso: lo terrò presente insieme al finale de Le città invisibili… Certo che, però, quattro anni sono lunghi… come hai fatto a resistere?
– I primi tempi facevo finta de èsse matto. Strilavo in piena notte, davo le capocciate sulla porta fino a spaccamme er cranio, me menavo da solo… pe quarche mese ha funzionato. Er guaio è che dopo un po’ ‘a polizia nun cià più creduto e ‘na vorta m’hanno pistato come l’uva.
– Decisione saggia…
– Pensa che ho tentato pure ‘n finto suicidio.
– Ma va’?
– M’avevano portato in infermeria insieme a ‘n paralitico. Me so legato ‘na corda ar collo, so salito su ‘n banchetto e ho fatto finta de ‘mpiccamme. Però, porca de quella troia, quanno le cose devono annà male nun ce so cazzi: so scivolato sur banchetto e stavo pe morì veramente.
– E come ti sei salvato?
– M’ha sarvato er paralitico. S’è buttato per tera dalla sedia a rotelle e m’ha messo ‘no sgabello sotto li piedi. Solo che ero svenuto… ero diventato tutto viola… Pe fortuna se n’è accorto e ha chiamato l’infermieri.
– Sei vivo per miracolo…
– Me so fatto sei mesi d’infermeria, grazie a quer giochetto. Servito e riverito!
– Capirai, ci stavi per stirare le cuoia.
– Eh, ma quanno m’hanno rimesso in cella ho trovato ‘n’antro trucchetto.
– Cioè?
– Ciavevo ‘na piccola ernia ‘nguinale che m’ero ‘mparato a fa uscì a comando. Me buttavo per tera e cominciavo a strillà come ‘n matto dar dolore. Così me portavano in infermeria e stavo là un par de mesi. Servito e riverito!
– E non se ne sono accorti che ci marciavi?
– Mica ce marciavo, l’ernia ce l’avevo sur serio… Solo che a ‘n certo punto se sò rotti er cazzo e m’hanno operato.
– Che culo!
– Ma, de 4 anni, in cella me ne sarò fatti si e no 2.
– So a cosa state pensando: quest’uomo è un cazzo di genio!
– Beh, almeno ti avranno fatto passare la voglia di truffare il prossimo.
– Manco pe gnente. Eppoi io nun truffo nessuno: faccio affari.
– Sì, affari…
– Quanno esci dar carcere, è come resuscità. Esci dar portone, vedi ‘a luce der sole e te sembra strano. Prova a chiede a chiunque sia stato ar gabbio, te diranno tutti ‘a stessa cosa: “Quanno sò uscito dar portone, ho chiuso l’occhi, er sole m’ha accecato”.
– A occhio non mi sembra una cosa brutta.
– È ‘na sensazione che nun se pò descrive: sembra de vedè er monno pe ‘a prima vorta.
– Vabbè, dopo questa sensazione di rinascita, ti sei messo a lavorare onestamente, giusto?
– No, sò annato a trovà ‘n’amico mio, che ciaveva un negozio de coppe e medajie. E là ciò avuto l’idea geniale.
– La madre di tutte le inculate, suppongo…
– Se uno riesce a conià ‘e medajie, riesce pure a fà ‘e monete da 1 e 2 euro, giusto?
– Giusto!
– E ‘nfatti im poco tempo avemo fatto ‘n sacco de sòrdi. Ciavevamo una marea de clienti. Un euro lo mettevamo 40 centesimi e 2 euro 80 centesimi: me sembra un prezzo onesto.
– Onestissimo. Però…?
– Però l’amico mio ha voluto fà er gargarozzone: ‘a gente usciva dar negozio co le buste piene de monete. Alla fine l’hanno beccato e se lo sò bevuto…
– Ecco.
– Io invece me sò sarvato. Questa come quella vorta che avemo stampato, co ‘n’antro amico mio tipografo, li bijietti da 10, 50, 100 e 500 euro.
– Maddai, come La banda degli onesti…
– Nun te dico che stress: ogni mattina me facevo er giro de li tabaccai pe comprà ‘n pacchetto de sigarette coi 10 euro farsi. Me piavo er resto e le sigarette le rivendevo a metà prezzo: era diventato ‘n lavoro…
– Pensa che stress alzarsi tutte le mattine per spendere soldi. Non lo auguro a nessuno…
– Er contrabbando de sigarette è reato, pe quello me sò stressato. Allo Stato se je tocchi li sordi sò cazzi. Se io ammazzo quarcheduno nun jene frega ‘n cazzo, ma se je metto le mano nelle saccocce me se bevono…
– E “te se sò bevuto”?
– M’ha detto culo. Hanno beccato prima er tipografo, che come ‘n cojone spacciava li 500 euro. Poi hanno beccato quello che spacciava i 100 euro, che ha fatto ‘nculà pure quello che spacciava i 50.
– E tu?
– Quanno l’hanno messi dentro, se so accorti che fino a tre cojoni che se mettono insieme pe fà affari nun è associazione a delinquere. Sopra i 3 cojoni scatta l’associazione e ‘a pena se triplica…
– Ah…
– Quindi hanno fatto finta de nun conosceme. E io me sò sarvato…
– Ma non sei stanco di vivere così, rischiando, sempre sul filo del rasoio? Io non ci riuscirei…
– È quello che dico io: tu nun sei stanco de vive così, come ‘n sordatino, schiavo de tutti? Io nun ce riuscirei: regole, tasse, dichiarazioni dei redditi… Te controllano tutti… È libertà questa, eh? È libertà?
– Almeno così non rischio il carcere…
– Nun rischi er carcere? Ma che cazzo dici? In galera ce stai tutti i giorni, possibile che nun te ne accorgi? Le non regole funzionano mejo delle regole, fidate!
– …
– Comunque, prima de finì inchiodato dentro a ‘sto letto, facevo ‘n lavoro onesto.
– Oh, finalmente! Che tipo di lavoro?
– Er tassista abusivo.
– E te pareva…
– Oh, facevo le cose in regola, che te credi? Annavo a Fiumicino e m’attaccavo ar collo ‘n cartello co sopra scritto: “Costo treno = 18 €, costo biglietto autobus= 1,50 €, Totale, 19,50€. Io con la stessa cifra vi accompagno in albergo.”
– Uh, chissà com’erano contenti i tassisti veri…
– ‘Sti cojoni! Rubano 40 euro a persona… chi è ladro, io o loro?
– Tu! Non paghi le tasse, per forza puoi permetterti di chiedere la metà.
– E loro pensi che le pagano? Ah ah ah…
– Vabbè, e adesso che non puoi muoverti, cosa fai?
– Intanto ciò la pensione d’invalidità… a proposito: hai memorizzato er numero de telefono che t’ho dato?
– Sì, sì…
– Ottimo! ? ‘N se sa mai…
– Ma io faccio il pubblicitario, mica il tassista abusivo. E non ho bisogno di pensioni false.
– Ingenuo. Er vitalizio dei politici nun è ‘na pensione falsa? Se ce n’hanno bisogno loro, ce n’hai bisogno pure te…
– …
– Io ho deciso: me ritiro dall’affari, ho lavorato troppo. Sto a cercà ‘n posto dove riposamme, finarmente. ‘Na casa de riposo de quelle bone. Je lascio la pensione, nun penso più a niente e te saluto.
– Non ci credo: dai un taglio alle fregature?
– Sì, vojo morì così: servito e riverito.

Anche questo Natale…

anche questo Natale
Il Natale serve a ricordare a chi è solo che è solo, a chi non ha niente che non ha niente e a chi ha una famiglia di merda che ha una famiglia di merda. Questa citazione, che a prima vista potrebbe sembrare di Proust o di Neruda, in realtà è attribuita a un anonimo genio del web. Un cazzo di genio, al cui confronto sfigurerei anche io. In un’unica frase è riuscito a concentrare il dono della sintesi, le riflessioni filosofiche profonde sulla solitudine cosmica e attenti studi sociologici e comportamentali. Ma analizziamo meglio il saggio aforisma e cominciamo col dire che non necessariamente quelle tre condizioni sono isolate e indipendenti. C’è chi è solo perché ha una famiglia di merda, chi è povero perché ha una famiglia di merda e chi è solo, povero e ha una famiglia di merda. Escludendo chi è solo, povero e senza famiglia, direi che la “famiglia di merda” è la condizione necessaria e sufficiente per ricordarsi che a Natale è meglio starsene per i cazzi propri invece di prestarsi al rito del cenone, del pranzone e della litigata con cui chiudere in bellezza l’anno appena trascorso. Avete capito bene, mi riferisco proprio a lei, quella litigata che inizia in modo subdolo, con qualche battutina, quando si iniziano a sbucciare i mandarini prima di giocare a tombola, e termina la sera del 25, quando le famiglie decidono di non rivolgersi più la parola fino al prossimo Natale.
Di solito, le cose vanno così. C’è sempre qualcuno che, intorno al 20 dicembre, dimentica la guerra dell’anno precedente, guerra in cui il nonno comunista ha spaccato una bottiglia di vino Cacchione di Nettuno in testa al consuocero fascista, e telefona al parente che gli sta meno sul cazzo. La domanda di rito è: “ Che fate a Natale?”. La risposta è contenuta nell’introduzione di questo racconto, che poi è una rivisitazione moderna dell’incipit del libro Anna Karenina: “Tutte le famiglie sono di merda, ma a Natale lo sono un po’ di più”. Non vorrei sembrare dissacrante, ma è risaputo che il Natale è la festa più ridicola e ipocrita che ci sia. Se Gesù è nato il 25 dicembre, io sono San Giuseppe. Secondo voi, è un caso che i Saturnali, le famose feste religiose romane dedicate al dio saturno, si celebravano dal 17 al 23 dicembre? Secondo me no. Che poi, In quell’occasione, si banchettava, si celebrava l’uguaglianza e la fratellanza, gli schiavi diventavano uomini liberi e ci si scambiavano dei regali proprio come a Natale. Ah, dimenticavo, si facevano anche delle fantastiche orge. Diciamo che, nella sostanza, le due feste sono più o meno uguali, soltanto che il Natale è un po’ meno serio dei Saturnali. Si banchetta e ci si scambiano delle strenne, è vero, ma non si fanno orge e questo, già da solo, sarebbe un buon motivo per cancellare la festa dal calendario. D’altronde, Gesù, se avesse potuto scegliere, sarebbe nato sicuramente il 14 luglio, giorno della presa della Bastiglia e del trionfo della libertà, dell’eguaglianza e della fratellanza tra gli uomini. Invece no, per dare continuità alle feste pagane, si sono inventati questa storia del 25 dicembre, con tanto di presepe e celebrazione liturgica di mezzanotte. Generazioni di bambini educate a mettere il bambinello nel presepe a mezzanotte precisa, non un minuto prima o un minuto dopo, perché altrimenti porta jella. Così, invece dell’eguaglianza e della fratellanza, si festeggia l’ipocrisia di una religione menzoniera e scaramantica. Vabbè, non mi sembra il caso di farmi scomunicare dal Vaticano, anche se credo che sarebbe stato meglio dar seguito al rito pagano delle orge, non fosse altro perché in questo modo le famiglie avrebbero avuto dei buoni motivi per non scannarsi durante il cenone. Oddio, c’è da dire che scambiare una moglie giovane e strafiga con la moglie sessantenne dello zio, cessa, chiattona, pelosa e con la fiatella, sarebbe ugualmente motivo di scontri, ma almeno il morto sul campo avrebbe un senso. Come dire, la coltellata a freddo avrebbe il suo fascino… Invece, a differenza dei Saturnali, il Natale è una festa in cui l’uomo potrebbe essere libero e invece diventa schiavo. Schiavo dei regali, della spese, degli “auguri anche a te e famiglia”, del cenone e di quel “che fate a Natale?”, che in poco tempo crea una movimento massonico per ricucire i rapporti rovinati l’anno prima, trama e inciucia fino al punto di convincere gli altri a sedersi di nuovo intorno a quella stramaledetta tavola imbandita. Da dove volete che inizi, dunque? Dalla descrizione della spesa o da come mi ero lasciato coi parenti un anno fa? Inizio dalla fine: da quei bei vaffanculi incartati regalati lo scorso anno, che, pur non avendo sortito l’effetto sorpresa, mi hanno dato una grossa soddisfazione. Prima di tutto, ho fatto fuori una zia squilibrata, grazie a un lavoro meticoloso durato anni. Avete presente quelle dementi che pensano di essere le uniche madri presenti sulla faccia della terra e che i loro figli siano belli, geniali, simpatici e col fisico di Angelina Jolie? Ecco, più volte ho manifestato il mio disappunto, rispetto al comportamento di quella chiattona della figlia sedicenne di zia Franca, che aveva il culo più grosso di uno pneumatico degli autobus. Alla fine, dopo anni di rimostranze fatte con discrezione, ho ritenuto opportuno sottolineare che la lardella accumulata sulle sue chiappe non fosse dovuta a una disfunzione ormonale, storia che veniva tirata in ballo spesso, ma al fatto che la figlia si strafogasse ogni anno tutta la frittura preparata per il cenone, compresi gli avanzi dei Natali precedenti. Voi non ci crederete, ma se l’è presa. Ha giurato su San Mc Donald, il santo protettore della cellulite, che non avrebbe più preso parte a un pranzo in cui fossi stato presente io. Notizia talmente drammatica da farmi scoppiare in un pianto commosso, che al posto dei singhiozzi era intervallato da un pratico “esticazzi”. Me ne sono fatto una ragione. Peccato, quest’anno zia Franca non ci sarà. Riusciremo mai a farne a meno?
Il parente che non sono riuscito a eliminare, invece, è zio Maic. Badate bene, non Mike, ma Maic. L’ho soprannominato così, per quella sua naturale propensione a usare la lingua italiana in modo spericolato. Nel suo dialetto, un misto tra pugliese, abruzzese e napoletano, la lettera a non ha ragione di esistere e deve necessariamente essere sostituita dalla e. Il troncamento dell’ultima lettera è essenziale per poter comunicare con lui e comporre una frase di senso compiuto: pranzo diventa prenz, mamma diventa memm, stocazzo diventa stochezz… Insomma, avete capito: sostenere un dialogo con lui richiede una base culturale che non tutti possono permettersi. D’altronde, zio Maic è famoso per il suo approccio filosofico alla vita e per le citazioni colte che dispensa generosamente ai comuni mortali. La sua citazione più celebre, che ho avuto modo di approfondire in altre occasioni, è questa: “Luche, lesc stere le denne, quelle mengien, ti fenn spendr tutt li sord e tu ti ritrov col cule per terr e nen ti rielz più!”. Che tradotto siginfica “Luca, lascia stare le donne, quelle mangiano, ti fanno spendere tutti i soldi e tu ti ritrovi col culo per terra e non ti rialzi più”. Sì, lo so, non ha tutti i torti… Come non ha tutti i torti quando afferma: “Luche, se seremm tutt ricch non foss meglie?”. Ovvero, Luca, se saremmo tutti ricchi non fosse meglio? Avete notato anche voi l’utilizzo sapiente della consecutio temporum? Se state pensando che le citazioni di zio Maic siano rivolte esclusivamente ai soldi, vi dico subito che siete in malafede: perché dubitare della generosità di un uomo che chiude le tasche dei pantaloni con le spille da balia, per evitare che durante le feste qualcuno ci infili inavvertitamente una mano e sottragga il prezioso tesoretto che porta in dono? Il tesoretto, per l’esattezza, è sempre lo stesso da quando lo conosco: una somma di denaro appena sufficiente per comprare due cremini. La valuta utilizzata è degli anni ‘20 e la congrua somma viene elargita con un rito più scenografico e sontuoso della messa di mezzanotte. Rito accompagnato dal terzo consiglio, quello più saggio: “Mi reccmend, nen spendrl tutt, mettl da pert”.
Sì, lo so, la comprensione del testo si complica… A volte, alcune lettere vengono eliminate sulla base di una qualche regola che ancora fatico a comprendere. Comunque, il senso della frase è “Mi raccomando, non spenderli tutti, mettili da parte”. Certo, zio Maic, lo farei volentieri, se non avessi più di quarant’anni e se quella cifra mi consentisse di acquistare almeno due pacchetti di gomme da masticare e un rotolo di liquirizia…
Eppure, nonostante la sua evidente generosità, Zio Maic non è uno scapolone. È sposato con zia Crocifissa. Giuro, si chiama così… e non è casuale. Porta una croce con sopra scritto MAIC al posto di INRI. Nel suo caso, il titulus crucis non è Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum, è un più pratico MAquelgiornonunmepotevofàICazzimiei? Si tratta di un’espressione pasoliniana usata spesso per sottolineare la combinazione di eventi che portano a incontri indesiderati e che condannano a rapporti infelici da cui ci si sarebbe potuti sottrarre semplicemente standosene per conto proprio.
Zia Crocifissa è la mia preferita. Un donnone d’altri tempi di una generosità uguale e contraria alla tirchieria di zio Maic. Lui risparmia e lei spende. Fingendo di risparmiare, ovviamente. Lui è “tre pinze e una tenaglia”, lei ha le mani bucate come uno scolapasta. Il cenone di Natale non avrebbe senso, se non ci fosse zia Crocifissa, che inizia a cucinare a ottobre e finisce a febbraio. I fumi provenienti dalla sua cucina sono più tossici delle ciminiere di Porto Marghera. La friggitrice e l’olio con cui frigge hanno gli stessi chilometri della FIAT 128 di zio Maic. Si rifiuta di fare il tagliando a entrambe, il generosone. Se non le riesce la pericolosissima manovra di sostituire l’olio prima delle festività, ovviamente di nascosto dal marito, si corre un rischio altissimo: mangiare dei fiori di zucca che hanno il sapore dei totani, delle patate, delle cipolle, delle triglie e di tutti i defunti del mondo animale e vegetale che sono transitati da là. Lei è sempre stata il mio idolo, fin da quando ero bambino. I furti con destrezza  che praticava per sottrarre i soldi dalle tasche di zio Maic e regalarli a me erano degni del miglior Totò nel film I soliti ignoti. Insomma, Maic e Crocifissa sono due personaggi che vale la pena invitare, non fosse altro per conoscere le nuove tendenze degli Ipodiscount, quelli che vendono i prodotti tossici fatti con i peggiori ingredienti presenti sul mercato. Dove volete che faccia la spesa, zio Maic? Mica penserete che contribuisca in termini qualitativi, vero? In compenso, sulla quantità ci siamo… ogni anno si presenta con decine di prodotti che nessuno ha mai sentito nominare..
Il panettone Bau Lì, per esempio, ovvero la rivisitazione cinese del suo omonimo italiano, solo con un colorito più fashion tendente all’arancione, che viene venduto alla considerevole cifra di 49 centesimi al pezzo. Peccato per il packaging, che non riporta la dicitura “Nuoce gravemente alla salute”, e per quel logo raffigurante un pastore tedesco che si lecca i baffi, esplicita rappresentazione del consumatore ideale. Quando si apre la confezioni, si sente un odore di trementina terribile, che porterebbe erroneamente a pensare a un potente veleno per le derattizzazioni. Sciocchini, è per le deumanizzazioni, mica per eliminare i topi. Bau Lì, elimina zii, cugini, nipoti e qualsiasi parente al primo morso.
Poi c’è il torrone Spirlari. Il nome del produttore dovrebbe già dire tutto, ma forse avrebbe bisogno di essere accompagnato da uno slogan efficace tipo “Spirlari, il torrone del pirla”. La confezione giallo colica basta da sola per disincentivare dall’acquisto, ma l’immagine sgranata e sfocata del torrone è una vera opera d’arte da utilizzare come dissuasore per i piccioni. Non so se avete mai avuto l’occasione e la fortuna di assaggiarlo… la cioccolata ha il classico sapore del copertone bruciato, ma questo sarebbe il male minore. La vera chicca da intenditore è rappresentata da quelle prelibate pallette di naftalina che vengono spacciate spudoratamente per mandorle.
Diciamo che, per quanto riguarda la spesa, zio Maic non è il riferimento giusto come non lo è il supermercato Conat, luogo che induce a vomitare già dal nome. Alla spesa pensa mia cugina Adele insieme al marito Franco. I fotomodelli della famiglia: entrambi hanno la forma fisica dei coglioni di mulo, quei salumi oblunghi che si vendono a coppia come i coglioni classici e durante le feste vanno per la maggiore. So a cosa state pensando: il 24 è la vigilia di Natale e non si mangia carne, men che mai coglioni di mulo, che corrispondono a un doppio peccato capitale: gola e lussuria. Okay, parliamone. Supponiamo che io non abbia fatto tutto quel discorso sui Saturnali e sulle orge e voglia rispettare il precetto cristiano dell’astensione, cosa che peraltro mi riesce bene in quasi tutti i campi, soprattutto in quello sessuale. Supponiamo che creda in Dio, negli angeli e in Satana. Ecco, la vigilia di Natale è il giorno in cui Satana si palesa, sotto forma di soppressata, per far violare il più meschino dei precetti cristiani e riempire l’umanità di inutili sensi di colpa. La sequenza è questa: sei sovrappensiero, è l’ora di pranzo e cerchi di digiunare in vista del cenone, pensi “mangio giusto qualcosina per fermare la fame”, apri il frigorifero, ti distrai un attimo, addenti una fettina di salamella e non fai in tempo a deglutire e a benedire il creatore per aver inventato il maiale che ti ritrovi a maledire entrambi e a pensare “Porca di quella troia, ho mandato a puttane l’astensione”. E adesso che mi succederà? Il mio futuro sarà inevitabilmente compromesso? Patirò le pene dell’inferno e sarò costretto a mangiare salamella a quintali per tutti i giorni della mia vita? Ragioniamo al ribasso e cerchiamo di essere razionali e ottimisti. La mia lucidità mi porta a pensare che la condanna non può essere per l’eternità. In fin dei conti, si tratta di una misera fettina di salamella, che non ho neanche avuto il tempo di assaporare fino in fondo. Se avessi leccato i coglioni di mulo, sarebbe stato peggio… Pur facendo ricorso a tutto l’ottimismo che ho dentro, credo che come minimo mi tocchino i canonici 7 anni di guai, che aggiunti ai 40 passati fanno 47 anni di guai. Non ricordo bene se nelle Sacre Fritture c’è scritto che i 7 anni di guai si sommano o si moltiplicano. Se si moltiplicano, sono fottuto: 280 anni di guai, che si tradurranno inevitabilmente in 280 Natali di merda. No, un attimo, forse sono salvo: i 7 anni di guai li porta lo specchio rotto, io invece ho solo rotto il digiuno. Non è colpa mia, vostro onore. Quella zoccola tentatrice di salamella mi ha guardato languidamente appena ho aperto il frigorifero. Non mi ha nemmeno sedotto, come potrebbe?, se indossa quella calza color carne come una mignotta di 80 anni. Che si fa in questi casi? Dico una preghiera? Un Atto di dolore, ecco cosa ci vuole. Mi devo pentire come nessun cristiano si è mai pentito prima. Lassù devo apparire come un uomo distrutto e disperato, pentito per essere caduto nella peggiore delle tentazioni. Quella carnale che più carnale non si può. Un rapporto gastroduodenale con una fetta di salamella. L’Atto di dolore non basta, è evidente. Ci vuole qualcosa di forte, che rappresenti la mia contrizione.
Ecco, ho trovato la preghiera adeguata:

uocchio, maluocchio e funecelle all’uocchio
aglio, fravaglio, fattura ca nun quaglia,
corne e bicorne, cape’e alice e cape d’aglio
diavulillo diavulillo, jesce a dint’o pertusillo
sciò sciò ciucciuvè
jatevenne, sciò sciò!!!

Mi sento già meglio. Al sicuro. Non ricordo esattamente in quale passo dei Vangeli sia riportata questa preghiera, forse nel Vangelo secondo Eduardo de Filippo, nella parabola intitolata “Non è vero, ma ci credo”. Sì, dev’essere proprio così. Comunque, adesso che ho violato l’astinenza, non posso stare con le mani in mano. Devo fare qualcosa. Sono in preda a un attacco di invidia assurdo nei confronti di quelli che hanno la coscienza a posto e non si trovano nella mia peccaminosa condizione. Io ho il marchio dell’infamia tatuato addosso e loro hanno l’anima candida e pulita. Posso restare il solo peccatore dell’intera famiglia? E quei bocconcini di prosciutto e mozzarella a cosa servono, allora, se non a portare tutti nel baratro? Devo indurli in tentazione, è ovvio. D’altronde, se non ci fossero quelli come me, che inducono gli altri in tentazione, a cosa servirebbe il Padre Nostro?
Approfittando di un attimo di stanchezza di zia Crocifissa, prendo il comando della friggitrice, come se fossi Capitan Findus.
– Chi vuole dei bocconcini di mozzarella fritta caldi caldi?
Dico, con la voce di Cicciolina che tenta di sedurre un prete novizio. E chi potrebbe rifiutarli, alle 6 di pomeriggio, quando si manifesta il languore pre cenone a causa del digiuno fatto a pranzo?
– Me c’è enche il presciutte?
Dice zio Maic, dopo averne mangiati almeno una decina.
– Sì, perché?
– Cheme prch? Ogge è le vigilie… non si mengie cherne!
– Oh, cazzo! Me ne sono completamente dimenticato…
Fanculo, così il viaggio all’inferno non lo faccio da solo. Certo, quando Minosse si troverà a dover decidere in quale girone spedire zio Maic, avrà qualche problema. Dove lo manderà? Tra gli avari, tra i golosi o tra gli intellettuali anarchici? Bah, problemi suoi…
A parte la mia avventatezza ai fornelli, il cenone di Natale è l’occasione per ricordare, semmai ce ne fosse bisogno, la differenza tra uomini e donne. Le donne fanno tremila cose contemporaneamente e gli uomini non fanno un cazzo. Le vedi cariche come traslocatori, che portano buste strapiene da cui spunta di tutto: dal broccolo ai tergicristalli della FIAT 128 da regalare a uno zio qualunque. Gli uomini camminano al loro fianco rassegnati e scocciati. Ieri, mentre girovagavo per le strade del centro a ubriacarmi di nostalgia, ho assistito a una scena che mi ha dato un briciolo di speranza. Ero su via Nazionale, nel punto in cui la pendenza in salita è simile a una pista nera. Una signora, della stazza di Ave Ninchi, piena di regali, buste, bustine, pacchi e pacchetti, dice al marito, che camminava frettolosamente davanti a lei libero dalle buste come un fringuelletto, “Ahó, va’ piano che sò piena de pacchi e gnà faccio. Te sei scordato che sò cardiopatica?”. Lui si ferma, si gira, la guarda e dice lapidario: “Pe spenne li sòrdi nun sei cardiopatica, però!”. Socrate non avrebbe avuto il coraggio di rivolgersi in questo modo a Santippe e, semmai lo avesse avuto, non sarebbe stato così saggio nella formulazione della risposta. A supporto dei poveri uomini, c’è da dire che, nonostante gli acquisti sfrenati e il menù definito fin da ferragosto, qualche ingrediente manca sempre. E le donne, che pensano quasi a tutto, se ne ricordano in un momento ben preciso: alle 17,57 del pomeriggio del 24, quando i negozi stanno per chiudere e in salotto i maschietti hanno avviato dei fantastici campionati di playstation in attesa che sia pronta la cena. Di solito, la più intrepida e spericolata irrompe inaspettatamente nella sala e se ne esce con la domanda:
– Chi è, tra voi, che esce e va a comprare il lievito di birra per fare la pastella?
Il lievito di birra? Minchia, quanti anni sono che a Natale si friggono le verdure? Da che ricordo, la prima a dare inizio a questa tradizione è stata la Madonna. Friggeva nella grotta, dalle 4 del pomeriggio. Tutto puzzava di fritto. Il bue, l’asinello, san Giuseppe, i pastori… Betlemme era come una padella a cielo aperto: fritto ovunque. Perfino il bambinello, che in alcuni presepi è incollato alla culla, segno evidente e prova scientifica che alla mezzanotte del 24 era già nato da sette otto mesi, puzzava di fritto. Eppure, nonostante questa tradizione millenaria, le dieci donne della casa dimenticano sempre l’ingrediente principale e si permettono di interrompere il miglior campionato di formula 1 della storia. È normale che alla domanda non segua nessuna risposta…
– Siete sordi? Ho detto: “Chi è, tra voi, che esce e va a comprare il lievito di birra per fare la pastella?”
A questo punto, invece di intonare un coro da stadio, gli uomini si guardano tra loro, scambiandosi con lo sguardo la risposta più ovvia a una domanda così spericolata. “Stocazzo” aleggia sospeso in aria. Se ne percepisce la presenza, ma nessuno osa arrivare a tanto.
Per non far scoppiare la rissa prima del dovuto, e rovinare così la tradizione delle coltellate a tavola, esco io. Apro la porta e vengo investito da una nube tossica oleosa. Tutto puzza di fritto. Le scale puzzano di fritto, le strade puzzano di fritto, le ascelle della cicciona che incontro in ascensore puzzano di fritto, i profumi di Fendi puzzano di fritto, perfino i tubi di scappamento delle auto puzzano di fritto e costringono i pedoni a rimpiangere quelle belle boccate di biossido di azoto che si inspirano a pieni polmoni nelle ore di punta. Entro nel supermercato, che ovviamente puzza di fritto, e lo trovo inaspettatamente pieno: o c’è una riunione del comitato di quartiere oppure decine, ma che dico decine, centinaia di coglioni come me sono là per lo stesso motivo.
Lievito.
Di.
Birra.
Per.
Pastella.
E ovviamente l’ultimo cubetto disponibile se lo sono giocato a duello la signora Buttafava e suo cognato. Figuriamoci, la Buttafava è unta tutti i giorni che Cristo ha fatto, figuriamoci la sera della vigilia. Chi le fa una carezza, rischia di finire a toccargli il culo, non a causa di strane deviazioni sessuali, peraltro ingiustificate, ma per via dello strato di sugna che porta sulle guance. Le tocchi la guancia e la mano scivola come una saponetta sulle chiappe. Non mi resta che ricorrere al più abietto dei trucchetti: comprare i cubetti di dado Star, sperando che passino inosservati, toglierli dalla confezione e spacciarli per lievitini. Mi avvio verso casa in preda ai sensi di colpa. Queste feste mi mettono addosso una tristezza indescrivibile e una specie di rimescolio intestinale tipico delle interrogazioni scolastiche. Non proprio le farfalle nello stomaco, diciamo più la sensazione di aver assunto una supposta effervescente, quella che andrebbe servita a fine pasto. Tipo Eva Qu. Dio, che mi sono ricordato: le supposte effervescenti. Ricordate lo spot pubblicitario degli anni ‘90? Si vedeva una donna visibilmente intoppata, non fosse altro per quel vestito marroncino (sarà un caso?) che indossava, e una specie di angelo vestito di bianco. Angelo… sarebbe più appropriato dire una strafiga mora, che al posto dell’Annunciazione rilasciava bollicine effervescenti nell’atmosfera e si presentava dicendo “Mi chiamo Qu, Eva Qu, perché mi affidano le missioni più difficili”: praticamente era una specie di James Bond del cacarone, soltanto molto ma molto più bella di Sean Connery. Chiaramente, Eva Qu era sinonimo di Eva Quazione, ma capisco che far presentare in questo modo una donna di siffatta bellezza, benché con una faccia da maiala dichiarata, non sarebbe stato elegante. Immaginate lo spot? Mi chiamo Quazione, Eva Quazione, perché mi affidano le missioni più difficili. È vero che noi uomini, quando siamo davanti a una donna, perdiamo il lume della ragione e saremmo disposti anche a perdonare un errore anagrafico di questo tipo, ma il fotogramma successivo non lasciava spazio a nessun dubbio. Si vedeva un culo disegnato (lo giuro, potete verificare, cercando su internet) ed Eva Qu, “la supposta effervescente che risveglia l’intestino”, che abusava delle sventurate chiappe con “la delicatezza delle bollicine”. Il payoff, poi, era tutto un programma.”Eva Qu, effervescente, pratica e senza controindicazioni”. Capisco che i miei lettori non siano pubblicitari smaliziati, ma credo che l’inganno di questa pubblicità sia evidente. Ammetto che l’associazione donna-supposta è quanto di più geniale possa partorire la mente di un creativo, ma con lo slogan proprio non ci siamo. Che una donna, per un uomo, sia assimilabile a un suppostone delle dimensioni di un missile a lunga gittata è un’evidenza scientifica. Che sia effervescente ci può anche stare, ma che sia pratica e, soprattutto, senza controindicazioni, è un’affermazione talmente spericolata e bugiarda da competere con la scena della finta pazzia che ho fatto durante i tre giorni delle visite di leva, per evitare il servizio militare. Le controindicazioni in una donna ci sono eccome. Servirebbe il bugiardino, per capirle tutte. Dovrebbero fare delle campagne informative, per mettere in guardia la popolazione maschile. Roba tipo “Nuoce gravemente alla salute”, “Può causare infarto e perdita dei sensi, dissanguamento finanziario e scompenso cardiaco”, “Si contraddice facilmente, assumerla in piccole dosi e non rivolgerle la parola durante il ciclo”. Insomma, la stangona come testimonial di una supposta effervescente che stimola la diarrea non era appropriata, secondo me. Se avessero preso, che so, una cicciona butterata con le calze color carne sbrindellate che si chiude nel cesso e si lascia andare ai fuochi d’artificio della festa di San Gennaro, sarebbe stato tutto più credibile. Se poi, dopo il rumore dei tric e trac al posto del tappetino musicale, fosse uscita dal bagno con aria soddisfatta e avesse detto “È stata dura, ma ce l’ho fatta”, sarebbe stata perfetta. Okay, con l’immagine di Eva Qu ho guadagnato sicuramente degli attestati di stima: posso rientrare a casa tranquillo, pensando che tutto sommato le supposte Eva Qu potrebbero dare un senso al cenone. La casa, nel frattempo, si è riempita di parenti.Tutte persone che fino a dieci minuti prima si odiavano per qualcosa accaduto l’anno prima, che non ricordavano, ma che doveva essere sicuramente grave e importante. Che bel clima del cazzo. Nonostante i termosifoni roventi, si percepisce il freddo delle distanze. Io sono il più distante di tutti e mi sento terribilmente solo, anche se sono in mezzo a decine di persone. Se c’è un giorno in cui vorrei morire, quel giorno è oggi. Il giorno in cui è tutto finto e ipocrita, anche la vita. Finta allegria, finta bontà, finti legami, finto amore, finti propositi, finte preghiere e finto lievito di birra, che, in realtà, è uno schifosissimo dado Star.
Le pietanze si susseguono senza pietà. Zia Crocifissa si è fatta prendere un po’ la mano e ha fritto, non solo tutta la carne che ha trovato in frigorifero, anche i mandarini, le noci, i torroni e una copia di Pastorale Americana che gli è capitata inavvertitamente tra le mani. Ormai l’astensione è un ricordo per tutti.
Gli unici puri, che hanno qualcosa in cui credere, sono i bambini. Loro sì che aspettano il solo personaggio veramente esistente, che in qualche modo arriverà a mezzanotte. In ogni famiglia c’è un Babbo Natale che si presta alla recita.  Nella nostra di solito lo fa zio Maic, che viene puntualmente beccato appena dice “È errevet Bebbe Netele”.  Avete appena conosciuto l’unica famiglia al mondo in cui i bambini, ormai da diverse generazioni, sono fermamente convinti che Babbo Natale sia per metà abruzzese e per metà pugliese. Che poi proprio sbagliato non è, visto che Santa Claus deriva da Sinterklaas, che in olandese significa San Nicola. Solo che San Nicola non aveva le tasche dei pantaloni chiuse con le spille da balia e non diceva “Porca puttena” come Lino Banfi. O forse aveva entrambe le cose, ma nessuno lo sapeva… Fatto sta che ogni anno c’è qualche ragazzino imprudente e scaltro che osa dire “Tu non sei Babbo Natale, sei zio Maic!”. Ora, dico io, ti hanno beccato? Fai finta di niente, esci dalla stanza con noscialanz e lascia intorno a te un alone di mistero. Macché, niente da fare, si sente in dovere di rispondere.
– Cheme nen sene Bebbe Netele? Nen me vede? Ci è le berbe bienche, le penze e le reghele…
Così, una situazione che poteva essere risolta con un saggio silenzio viene aggravata in maniera irreversibile. Che poi è la stessa cosa che accade a me, quando cerco invano di giustificarmi con qualcuno e di dare spiegazioni. È vero che, non indossando la divisa da Babbo Natale, sono meno credibile e le scuse sono meno efficaci, ma io, al contrario di zio Maic, cerco di essere onesto. Insomma, quando è l’ora di Babbo Natale, ci tocca assistere per forza alla scena dell’apertura della spilla da balia e alla conseguente equa distribuzione della povertà. Il nostro è un Babbo Natale realista, che insegna fin da piccoli un principio sociale fondamentale: poiché distribuire equamente la ricchezza è impossibile, da migliaia di anni si distribuisce equamente la povertà. Però, tu sei Babbo Natale, cazzo!, non puoi permetterti di essere tirchio, altrimenti diventi un ossimoro vivente. Non ti viene in mente di aver sbagliato mestiere? Hai pensato a darti allo strozzinaggio? Là si che avresti successo…
Per onestà, c’è da dire che la colpa della povertà non è tutta del Babbo Natale nostrano, anche i parenti fanno la loro parte. Tanto per cominciare, il vecchio luogo comune del “basta il pensiero” non è vero: il pensiero non basta manco per il cazzo. Quando arriva il momento di scambiarsi i regali, la prima cosa a cui si pensa è “Quanto avrà speso?”. La seconda cosa è “Quanto ho speso io per il suo regalo?”. La terza è “Quanto c’ho rimesso?”. Non fate i santarellini, tanto lo so che siete tutti coinvolti. L’unico a uscire vivo da questo busillis è Zio Maic, il distributore automatico di fregature. A Natale dà il meglio di sé e mette a frutto la sua passione per gli studi economici, che lo ha portato a elaborare una teoria molto complessa su come scambiarsi regali senza perdere soldi. Prima di tutto, bisogna conservare la serie storica dei regali ricevuti dai diversi parenti, altrimenti non è possibile fare una valutazione corretta delle azioni da intraprendere. I meno esperti con la tecnologia possono annotarli su un’agenda, ma io mi sento di consigliare caldamente un pratico foglio Excel, che all’occorrenza permette di calcolare anche la media e l’andamento nel tempo della spesa. Poi, è fondamentale adottare un sistema di unità di misura a cui far riferimento. Il più diffuso, anche a livello internazionale, è la ciabatta De Fonseca a quadrettoni imbottita di pelo sintetico e con la suola in gomma giallognola. Qualsiasi regalo deve essere rapportato a lei. Questo perché la ciabatta De Fonseca è il “pensiero” più scambiato durante le feste. Quando non si sa cosa cazzo regalare, si prendono un paio di ciabatte imbottite dallo stand solitario di un supermercato e passa la paura. Ne ho una collezione personale, di quelle ciabatte di merda. Quando conosco una donna, la invito a vedere la mia collezione di ciabatte. Me le regalano a rotazione: ogni anno un parente diverso. E io, per non fare la figura del cafone, sono anche costretto a dire “Wow, che belle! Non me l’aspettavo…grazie!” .
Lo so, con le metafore vado forte. La traduzione esatta del mio pensiero è: “Me cojoni, un altro paio di quelle ciabatte che fanno cagare anche gli stitici più ostinati! Cos’altro potevo aspettarmi, da uno come te? Sono anni che ti attesti su una spesa media di 5 euro e 22 centesimi. Ti sei laureato alla Maic University, secondo me…”
Capisco che quel “wow” detto a coglionella possa dar luogo a qualche interpretazione errata, ma è mai possibile che la controparte non se ne renda conto e risponda compiaciuta.
Sapevo che ti sarebbero piaciute, sono contento. Non devi ringraziarmi, è solo un pensiero.
Un pensiero che avrebbe potuto avere anche un escherichia coli, dico io. Non è il caso di rispondere, tanto ci sarà modo di litigare più tardi.
Tanto per concludere il discorso, diciamo che per regolarsi esattamente su cosa regalare, è necessario ragionare in termini di ciabatte De Fonseca ricevute nel corso degli anni. Certo, poi è necessario fare delle previsioni, un minimo di calcolo sul dare/avere e qualche saggia considerazione sul futuro. Roba tipo, A mio cugino che lavora alla posta gli faccio un regalo leggermente più costoso, così si sente in obbligo e mi fa saltare la fila. Cose disinteressate, insomma.
Altro aspetto da non sottovalutare è il rapporto spesa/figura. Se è vero che spendendo 5 euro per un paio di ciabatte De Fonseca ci si espone a una figura di merda pressoché certa, è altrettanto vero che con la stessa cifra si può acquistare una candela o, peggio, uno di quei saponi fuffosi da mignotta che vanno tanto di moda adesso. In questo caso, si confondono le idee all’avversario, ma bisogna essere coraggiosi ed esporsi al rischio di sottoporsi alla prova sapone. Una volta ci sono cascato anch’io e vi assicuro che non è stato per niente piacevole: mi è capitato uno di quei commessi che il giorno prima faceva la drag queen alla Mucca assassina, il noto locale gay. Mi ha guardato languidamente, con gli occhi a cuoricino tipo il cagnolino Spank, e ha cominciato a spalmarmi il sapone sulle mani con una voluttuosità da pornostar. Nonostante il mio imbarazzo, oltre al timore che entrasse nel negozio qualcuno e mi beccasse in flagranza di checcagine, la baldracca ha continuato a insaponarmi, per poi passare al risciacquo. Metterà la mano sotto al rubinetto, ho pensato. Ottimista che altro non sono… Ha usato una tecnica tutta sua, prelevando l’acqua goccia a goccia con la mano e disinsaponandomi come se mi accarezzasse l’inguine al ritmo di Je t’aime. Insomma, fare i regali di Natale non è uno svago, è un vero e proprio lavoro, che non viene per niente apprezzato. Anche perché, il parente che regala la ciabatta pelosa è lo stesso che regala alla moglie il telefono cellulare da milioni di euro, quello che fa anche la permanente e i colpi di sole ai peli del culo. E questo mi fa incazzare più di tutto. L’equità sociale dove la mettiamo? Vogliamo fare una distribuzione equa delle strenne natalizie e io farò una equa distribuzione delle supposte effervescenti? Niente da fare, ogni anno c’è qualcuno che si espone a questo triste siparietto. Che poi, potenza dell’ipocrisia, chi riceve le ciabatte deve fingersi contento e, nella maggior parte dei casi, chi riceve il telefono costoso quanto un attico con vista su Via Frattina ha da ridire. Fa il sostenuto. Avrei preferito il modello Plus, dice. E me cojoni, risponderei io, per il modello plus non sarebbe bastata nemmeno la liquidazione. L’unico a essere coerente con sé stesso è zio Maic: regala 5 euro anche alla moglie e lo fa con la stessa solennità con cui lo fa con gli altri. Certo, non è facile raggiungere i livelli del Natale 1998, quando le regalò un rubinetto per la cucina in sostituzione del vecchio, che era durato appena 27 anni 7 mesi e quattro giorni. In quell’occasione, spese la cifra stratosferica di 50 mila lire: un vero e proprio investimento, che non ha ancora ammortizzato e che rinfaccia alla moglie ogni santo Natale che il padre di Cristo ha fatto.
Vabbè, ammetto di aver commesso qualche peccatuccio anch’io, nel corso degli anni: alcuni regali costosi li ho fatti, ma almeno ho avuto la decenza di non consegnarli platealmente in pubblico. D’altronde, non sarebbe stato facilissimo consegnare un piatto doccia 120×80 cm alla mia ex moglie, dopo che aveva rotto il vecchio…
Sarò io che sono strano, ma in queste dinamiche non ci vedo nulla di sacro. Ammesso e non concesso che la sera della Vigilia voglia starmene in silenzio ad adorare il mio dio, non ne avrei la possibilità: sottrarsi al rito dei regali è impossibile. Come è impossibile sottrarsi al rito dei giochi natalizi. Se è vero che dopo un giro di tombola i coglioni di un uomo normale restano incollati alla sedia, quando si passa alle carte si dà il là per la lite, che terrà le famigliole distanti per il resto dell’anno. Ditemi voi se in un clima pericoloso come può essere un raduno simile, si può giocare a giochi dai nomi che istigano all’incazzatura.
– Ci facciamo un paio di giri a Bestia?
Bestia, per chi non lo sapesse, è una specie di briscola d’azzardo con cui si rischia di perdere la tredicesima. I partecipanti s’incazzano come bestie, per l’appunto. Proporre di giocare a Bestia è come dire “Forza Lazio” nella curva sud, quella dei romanisti. Eppure, tutti gli anni c’è qualcuno che ci casca; zio Maic in primis, che pensa di essere un grande giocatore. Di solito, è il primo che comincia a perdere cifre astronomiche, e, quando accade, lo si capisce dal colore delle sue orecchie: inizialmente sono di un pallido rosa color culo di neonato e, piano piano, assumono tutte le gradazioni di rosso fino a diventare infuocate come due bistecche di contro vitellone. La sequenza ormai è chiara come un in film visto e rivisto: il meno fortunato è costretto a calare un asso, quello che vale 11 punti. A questo punto, interviene, con un sorriso incerto, chi possiede il Re di briscola. Poi, zio Maic, con un sorriso mefistofelico da gatto che mangia il topo, cala il tre di briscola.
– E quest me le piglie ie…
Già si vede incoronato imperatore della serata, quando la mano autorevole di Peppe, il cugino che gli è sempre stato sul cazzo, cala l’asso.
– E no, Maic, quest me le piglie ie.
Dice Peppe, prendendo le carte in tavola e prendendo pure per il culo Maic.  Il quale Maic, non avendo fatto nemmeno un punto, “va in bestia” sia nel senso del gioco che nel vero senso della parola. Il piatto da 50 euro è una cifra che non può sostenere:l’equivalente di un rubinetto Grohe ottonato. Rischia il collasso e il fallimento. Strilla, sbraita, comincia ad accampare scuse, dice che siamo una famiglia di disonesti e che abbiamo barato, che lo derubiamo tutti gli anni, che questo è l’ultimo anno che passa il Natale insieme a noi… e poi tira fuori la frase che, lo sa con certezza scientifica, metterà tutti contro tutti come Montecchi e Capuleti, distrarrà la folla, confonderà le idee e annullerà il suo debito di gioco.
Le colp è di quel negre del chezz, che guerd le chert e fe le spie.
Ovvero, La colpa è di quel negro del cazzo, che guarda le carte fa la spia. Il Negro del cazzo sarebbe il fidanzato di Annunziata, la figlia di Peppe. La pelle olivastra e le origini siciliane sono più che sufficienti per fare di lui un “negre del chezz”. Maic ce l’ha con tutti i meridionali, che emigrano per rubargli il lavoro. E si sa che un meridionale aspira a vendere i bottoni e le mutande alle tardone che girano per il mercato dove lui ha il banco. Potrebbe, che so, fare l’ingegnere alla Fincantieri, come Carmelo, ma il richiamo delle mutande è più forte di qualsiasi altro mestiere. Fortunatamente, Carmelo, che è una persona intelligente, non raccoglie le provocazioni. A raccoglierle ci pensa Aida, la moglie di Peppe, che non sopporta né i razzisti né Maic.
– Razzista di merda…
Adesso sì che ci divertiamo. Il conflitto è quello che tiene vive le feste di Natale, altro che il bambinello. A questo punto, infatti, tra Aida e Maic si scatenano delle risse verbali che non potete immaginare. Le giaculatorie creative che tirano fuori potrebbero tranquillamente ricevere il primo premio alla Sagra della Bestemmia di Borgo Grappa. Bestemmiano in rima, coinvolgendo alternativamente Dio, la Madonna, Gesù Cristo e tutti gli invitati alla cena del Signore. Per fortuna, conoscendo le bestie, ho acquistato un bambinello con la faccia sconvolta e gli occhi sbarrati come un’emoticon di Whatsapp. Sembra che dica “ E che cazzo, manco sono nato e già mi date del porco! Concedetemi almeno qualche anno di tempo per sperimentare i peccati terreni, no?”. Niente, il livello di incazzatura sale talmente velocemente che nemmeno Cristo riesce a mettere pace. Si insultano sugli argomenti più disparati, spaziando dalla politica alle dubbie virtù di Annunziata. Non c’è un argomento sul quale la pensino allo stesso modo. Lui è leghista, lei è comunista. Lui è cristiano bigotto, lei è atea mgnotta. L’unico aspetto che li accomuna è la tirchieria: uno regala 5 euro, l’altra quelle ciabatte De Fonseca di merda. Nella discussione, che aumenta in crescendo come l’Allegro con brio di Beethoven, ciascuno cerca delle alleanze tra i parenti, per supportare le proprie tesi. La faida è servita. Si tirano fuori rancori e fatti avvenuti decenni prima, frasi mai digerite, affronti mai superati. Io, che modestamente mi trovo in mezzo, cerco di aizzare l’uno contro l’altro: specialità in cui sono un vero professionista. Lo faccio con un rigore scientifico che nemmeno Tina Cipollari in Uomini e Donne si sognerebbe. Sono il tronista della litigata. Quando le cose sembrano calmarsi, butto là l’aneddoto incendiario che fa ardere di nuovo il sacro fuoco della rissa. La partita a Bestia si trasforma nel derby Rottweiler contro Dobermann. Per farli smettere, andrebbero immersi nella vasca dei piranhas dopo essere stati unti con lo strutto. La sala da pranzo è diventata una specie di arena infuocata dai termosifoni, dalle parole roventi e, soprattutto, dalle orecchie di Maic, che irradiano calore più di un termocamino. A questo punto, dopo nemmeno un’ora dalla nascita, il bambinello comincia già a sentire puzza di fregatura: la terra è un posto di merda, pieno di gente litigiosa, dove è stato mandato per scontare chissà quale peccato. So benissimo cosa gli passa per la testa, durante il cenone:

  • Tra tutte quelle cazzo di ciabatte De Fonseca, ce ne sarà anche un paio per me, ne sono certo. Per carità, sono bellissime, ma io, per camminare sulle acque, ho in dotazione delle pratiche scarpette da scoglio.
  • Siamo proprio sicuri che devo farmi crocifiggere per salvare ‘sta gente qua?
  • Sono nato da un’ora e apprendo che mio padre è un porco, mia madre una porca e comincio ad avere il dubbio che questo non sia un presepe ma il set di un film porno.
  • Che minchia di lingua si parla in questa casa? Io quello con le orecchie color bistecca di vitellone e le spille da balia sulle tasche dei pantaloni non lo capisco… Una cosa la so, però: da grande voglio essere come lui e andare in giro per il mondo a diffondere il verbo. Quel “Lescie stere le denne…”, anche se non so cosa voglia dire, mi sembra un consiglio saggio…

Insomma, in meno di un’ora, il bambinello di casa Strano ha il bagaglio culturale e l’esperienza di vita di Matusalemme, Renzo Montagnani e dei 40 ladroni messi insieme. E casa Strano è proprio così, piena di diversità e di solitudini. C’è chi argomenta, chi urla, chi, nella foga, per sostenere la propria tesi, straparla e sputacchia sui pezzi di torrone Spirlari che nessuno ha avuto il coraggio intestinale di assaggiare. C’è chi sgranocchia noci e chi sbuccia mandarini. C’è chi, pur di non sentire le liti, si è messo a rassettare la cucina e chi chatta con l’amante perché la moglie è diventata come la decorazione natalizia di un albero di Natale in plastica. Ci sono i bambini, che giocano, già annoiati dai regali appena ricevuti e i nonni che “Ai miei tempi questi giochi me li sognavo, si giocava a Nizza, Nisconnarella e Tre-tre-giù-giù”. Ci sono i padri e le madri, contenti di stare essere riusciti a riunire tutti almeno per un giorno, che fanno finta di non vedere quanto la famiglia si sia sfasciata . Alla fine, le discussioni si smorzano e ognuno resta solo con la noia. Si accende la televisione e si va a colpo sicuro, senza nemmeno consultare la guida televisiva: sulle reti Mediaset trasmettono Il piccolo Lord, Sette spose per sette fratelli e lo speciale di Barbara d’Urso. Sulle reti RAI Mary Poppins e la serie dedicata alle storie d’amore indiane. Ci fosse un cazzo di anno in cui, per sbaglio, si concedano una trasgressione: non dico di trasmettere Le calde notti di Moana, ma almeno, che so, La liceale seduce i villeggianti. Niente, da quarant’anni la programmazione è sempre la stessa. Cosa fare, allora, se non tornare a pensare alla mediocrità quotidiana? Matrimoni falliti, problemi sul lavoro, insoddisfazioni, incomprensioni, paura di invecchiare e voglia di rinascere di nuovo, come quel bambinello, e ricominciare da zero. Magari da un’altra parte, in un’altra famiglia, diversa e uguale a tutte le altre. Li guardo da fuori, i miei parenti, e per un attimo mi sembrano tutti belli: genitori, figli, nonni, nipoti, zie, zii, giovani, vecchi, calmi, incazzati, sorridenti e malinconici. Ognuno porta con sé un mondo fantastico e unico, che, nel bene e nel male, è costretto a condividere con gli altri. Mi affaccio alla finestre e mi chiedo cosa sono diventato io. Ho i capelli bianchi. In questa casa, da bambino, ho visto passare babbo Natale diverse volte. Ho visto nuvole di fumo sul tavolo da gioco e ho passato nottate a veder giocare gli adulti. Ho vissuto giornate grigie, stravaccato sul divano, annoiato, in attesa di un messaggio di auguri che non è mai arrivato. Avrei un sacco di domande da fare a quel ragazzino appena nato. Era proprio necessario tutto quel dolore che ho vissuto? Avrei potuto farne a meno ed essere ugualmente quello che sono? E le delusioni? Quelle belle delusioni, che non deludono mai perché ci sono sempre e non mi hanno mai lasciato solo, non potevi risparmiarmele? Sorridi, eh? Per forza, sei appena nato. Che ne sai tu di com’è l’umanità. Che ne sai di cosa sono capaci quelli là fuori? Ti batterai per la libertà degli altri e a te la toglieranno. Lotterai per far capire alla gente che per vivere serve solo l’amore e ti ritroverai, per duemila anni, a nascere in mezzo a una, mille, milioni di famiglie in cui ci si scambiano soltanto regali che non servono a un cazzo. Andrai a dire in giro che siamo tutti uguali, proprio tu che ti proclami figlio di dio, e quando finalmente ti sentirai umano, prenderai il posto di Barabba sulla croce. Ma sarai un umano speciale, uno che perdonerà e avrà pietà di tutti, persino chi lo uccide. E allora poco importa se sei il figlio di dio o no. Poco importa se sei risorto o se gli apostoli si sono inventati tutto. Poco importa se a messa ci vanno quelli che non hanno capito un cazzo dei tuoi insegnamenti. Proverò anch’io ad avere pietà di chi mi ha fatto e mi farà del male, pure se non sono il figlio di dio e ho uno zio come Maic, che andrebbe crocifisso insieme a Barabba. Ci proverò, ma l’anno prossimo: adesso stanno ricominciando a giocare a Bestia e non voglio perdermi lo spettacolo.

Dentro ogni uomo innamorato si nasconde un coglione che prima o poi esce fuori

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Come finisce una storia d’amore? Semplice, lei dice “Io non ti amo più”, lui dice “Io non ti amo più”, entrambi dicono “È finita”, e finisce. Facile no? Tre frasette confezionate, ognuno se ne va per conto proprio e passa la paura. Magari fosse così… Ci sarebbero sicuramente meno morti sul campo. Invece, di solito, uno dei due muore dentro. A volte entrambi. La parola d’ordine è soffrire. Ma non una sofferenza leggera, quelle da due soldi, che passa con una birretta e due patatine. Per lasciarsi serve una sofferenza pesante, talmente pesante che, dopo sei mesi, sei dimagrito come se avessi seguito alla lettera la dieta del dottor Sobrino. Dio, quanto mi stava sul cazzo, il dottor Sobrino. Ricordate il payoff? “Centri dimagranti Sobrino, magri come un grissino!”.
Ora, facendo il pubblicitario di mestiere, posso dirlo: una roba simile avrebbe potuto scriverla anche una medusa spiaggiata. Però funzionava, è questa la cosa che mi fa incazzare di più. Uno si spreme le meningi per trovare l’idea creativa del secolo e poi arriva l’idea gelatinosa e urticante di una medusa che ti umilia in questo modo. Anche perché, diciamoci la verità, l’idea funzionò, nonostante il dottor Sobrino fosse un ginecologo con un master in dietologia. E io avrei avuto una gran voglia di chiedergli su quali basi avesse costruito la sua carriera da nutrizionista. Signora, divarichi le gambe… Ahi, ahi, ahi, ha una forte infiammazione!, le consiglio una crema al pesto e l’applicazione di due fette di soppressata quattro volte al giorno. Mi raccomando, il pesto deve essere fatto nel mortaio e con molto aglio. Oppure, ha il ciclo irregolare, per regolarizzarlo dovrebbe fare degli impacchi di maionese e zuppa di lenticchie tutti i giorni alle 8,18 e alle 17,22. Mi raccomando, rispetti gli orari ed eviti il sale e l’olio. Questo la pubblicità non può dirlo, ma secondo me la deviazione nutrizionistica è andata più o meno così, altrimenti non si spiega… In ogni caso, se i centri Sobrino hanno chiuso, un motivo ci sarà…
Il nostro ginecologo nutrizionista dovrebbe provare a fare il pubblicitario, in quel mestiere era forte. Ricordo con nostalgia degli spot televisivi efficacissimi nei quali si vedeva una topona mora, credo la signora Sobrino, che intervistava personaggi improbabili, che nella realtà non potevano esistere. Nemmeno Carlo Verdone nel film 7 chili in 7 giorni era riuscito ad arrivare a un livello simile di creatività. Forse, l’unico personaggio che poteva in qualche modo avvicinarsi ai testimonials del dottor Sobrino era un certo Paolone, un ragazzino con le fattezze di un monsignore, che nascondeva salami e insaccati ovunque e al termine della dieta ingrassava invece di dimagrire.
Una farsa.
Il film e la dieta.
E l’amore.
Non è una farsa, la fine di un amore? Su, non fate gli ipocriti, se non fosse per la tragedia, che ognuno vive e consuma a modo suo, ci sarebbe da scompisciarsi dalle risate a vedere due deficienti che si disperano per aver perso qualcuno che li ha fatti stare male. Perché se lasci qualcuno significa che non ti ha fatto stare bene, no? Altrimenti te lo terresti stretto. Invece c’è la strana tendenza ad associare l’amore alla sofferenza… strano modo di interpretare le parole. Infatti, quando si guarda indietro, dopo che è passata la tempesta, la frase più ricorrente che si dice è “Che coglione sono stato”. Ed è vero. Potrebbe essere il titolo di una canzone. Dopo La canzone dell’amore perduto, signore e signori, ecco a voi La canzone del coglione smarrito. Porca pupazza, quanti pianti mi faccio quando ascolto La canzone dell’amore perduto. Ogni volta, da almeno trent’anni, parte l’assolo della tromba di Telemann e le lacrime scendono da sole, come se venisse aperta la chiusa di una diga. Quando accade all’improvviso, che so, mentre smanetto con le playlist e sento le prime note, mi prende alla gola e mi soffoca. L’amore bisogna saperlo perdere, e io, modestamente, sono sempre stato molto bravo in questo. L’ho perso in modo scomposto e drammatico: De Andrè sarebbe stato fiero di me, se avesse visto ai disastri sentimentali che ho accumulato dai 15 ai 45 anni. Ho dato un senso a quei maledetti “fiori appassiti al sole di un aprile ormai lontano”, che ho spesso rimpianto. Spesso, eh, non sempre. A volte, si è trattato solo di finte primavere. Un po’ come quei tepori di marzo che mi ostino a chiamare primavera quando so benissimo che arriverà la gelata che brucerà tutto.
Ma per il coglione smarrito è diverso, quello fa parte della presa di coscienza che prima o poi prevale sulla presa di incoscienza.
Quando arrivi a guardarti con un occhio critico e a guardare con lucidità la storia in cui ti eri infilato e tutte le cose che non andavano, quando arrivi a non rimpiangere nulla della persona che avevi accanto e a sentirti libero e leggero, quando arrivi a vedere chiaramente che, non è vero che non c’era una via d’uscita, la via d’uscita c’era eccome e corrispondeva alla parola “fine”, quando arrivi a sostituire il pensiero “come faccio senza di lei” con “meno male che è finita e lei non c’è più”, significa che hai fatto i conti con il coglione che era in te. Ogni uomo innamorato nasconde dentro di sé un coglione che presto o tardi uscirà fuori, dice il saggio, cioè io. È solo questione di tempo, questo l’ho capito. Prendete una storia d’amore qualsiasi, aspettate la fine, e vedrete zompettare per la città un minchioncello nuovo, mesto e piangente, che romperà le balle ad amici e parenti per farsi consolare, pronto a uscire nuovamente allo scoperto alla prossima illusione d’amore. Osservatelo bene per almeno sei mesi e vi accorgerete che assumerà le fattezze di don Lurio anche se prima somigliava a Bud Spencer. Solo allora capirete che la dieta migliore consiste nella perdita di qualcuno a cui volete bene. E funziona. Cazzo se funziona..
A questo punto, la domanda che vi faccio è: “Quando finisce una storia?”. In un momento preciso, ovvero quando si mette la parola fine? Dai, non prendiamoci per il culo, quando arriva quel momento, spesso, è finita da tempo, ma si rimanda lo strappo per una serie di motivi. Vigliaccheria, consuetudine, abitudini, paura di restare soli, paura di avere nuove relazioni o speranza di un ritorno a un passato felice che sai benissimo che non tornerà più. Passata l’ubriacatura dell’innamoramento, restano le delusioni della realtà. E bisogna fare i conti col disinnamoramento, il peggiore degli stati d’animo. Quando ti rendi conto che la persona con cui vivi non riesci più a vederla come prima. A volte, addirittura, ti disgusta. Ti disgustano il suo odore, il suo sapore e come si muove. Non sopporti più il tono della voce, il modo in cui ride, che ti sembrava così dolce e invece è terribilmente volgare, e non la desideri più. L’idea di farci l’amore ti fa ribrezzo. Com’è possibile, se solo un anno prima bastava vedere la spallina del suo reggiseno per finire a far l’amore in qualsiasi posto? Non si capisce, non l’ho mai capito. Bisognerebbe fare dei corsi di disinnamoramento, altro che centri dimagranti Sobrino. Teoria e pratica per non amare più. Cuore infranto senza pianto. Questo è un bel payoff. Ne ho anche uno un po’ più d’effetto: Se hai tanto amato, resti inculato. Rende meglio l’idea, ma forse è troppo d’impatto… Meglio qualcosa di più religioso, tipo “Amati e fa’ ciò che vuoi”. Purtroppo, non avendo avuto la possibilità di frequentare corsi di questo tipo, anche se nel secondo che vi ho citato sarei sempre stato promosso a pieni voti, ho fatto tutto da solo, ma non sono mai riuscito a spiegare le tappe del dolore in modo razionale. Sono sempre partito da un punto e arrivato in un altro, senza un percorso chiaro e senza tempistiche precise. Perché se c’è una cosa su cui posso giocarmi gli zebedei è che da una storia d’amore importante se ne esce, ammesso che se ne esca, profondamente cambiati, in un modo completamente inaspettato e in un momento della vita totalmente imprevisto. L’altro resta incollato addosso per sempre, ma senza più il potere di fare male, questo è un dogma. E le donne che ho amato, tutte, fanno ancora parte della mia vita. Nella musica, nei libri, nei posti che ho vissuto insieme a loro, nelle piccole manie che ognuna più o meno aveva e che erano diventate anche le mie. E ne ho viste, di ipocondrie, di paure, di fissazioni, di stranezze, di fragilità e chi più ne ha più ne metta. Si chiamano “storie d’amore” perché quando uno è innamorato vive dentro una narrazione personale dall’inizio alla fine. E se gli amori sono tutti uguali, le storie d’amore sono tutte diverse. Per questo i libri che ne parlano hanno spesso successo. Io mi sono accorto di non amare più, quando meno me l’aspettavo, in un mercoledì qualsiasi, quando, guardando una vecchia foto, non ho sentito più niente. È stato terribile. Una sensazione di vuoto e di solitudine indescrivibili, più dolorosa della perdita. Ma di questo vi parlerò nei prossimi racconti, se ci saranno.
Come è finita tra me e Daniela? Nel più semplice dei modi: l’ho beccata insieme a un altro. Insieme al suo ex, che mi è sempre stato sul cazzo. E se qualcuno mi sta sul cazzo a prima vista, senza un motivo apparente, in realtà un motivo c’è sempre. Prima o poi farà qualcosa per farmi dire “ecco perché mi stava sui coglioni”. Gli scricchiolii, nella nostra storia, li sentivo da tempo. Da quando Daniela ha cambiato lavoro e ha iniziato a frequentare gente nuova. All’improvviso, è diventata una donna diversa, fissata con gli abiti firmati, gli Spritz, i profumi, i locali alla moda e tutte quelle cose che aveva sempre schifato. Ha iniziato a essere intollerante alla periferia, ad ambire a un ruolo di rilievo e a una casa “che potesse chiamarsi tale”, per dirla con parole sue. Non un appartamento anonimo in un posto anonimo, ma una casa che rappresenti quello che sei riuscito a costruire. A dire la verità, il cambiamento consumistico e le nuove amicizie, nuove nella forma ma non nella sostanza, me li sarei dovuti aspettare, non sono stati casuali. Il suo ex era un borghesotto sgangherato proveniente da una famiglia decadentemente benestante. Uno di quelli che cercano di ostentare tutto, anche quello che non hanno. Il cambiamento è stato una specie di ritorno al passato che avrei dovuto prevedere. Ma che volete? L’amore è così, prima ti benda e poi t’incula senza sconti. La benda serve per non vedere tutte quelle cose che non faresti passare lisce nemmeno alla Madonna. Ti fa valutare superficialmente cose di una gravità inaudita con cui ti ritrovi a fare i conti dopo la sbornia dei sentimenti. Ti fa sottovalutare aspetti caratteriali del partner che starebbero sul cazzo anche Madre Teresa di Calcutta e ti fa sopravvalutare la tua sopportazione come se fossi Madre Teresa di Calcutta. Sbornia, benda, rincoglionimento e inchiappettamento: la sintesi di una relazione di coppia è più o meno questa. All’inizio, Daniela mi vedeva come un dio, le piacevano le mie idee, la mia semplicità, il mio mondo, la gente “vera” che frequentavo. Dal dio è passata alla bestemmia, senza che ce me ne accorgessi. E passare dalla gente vera alle affermazioni che mettono in dubbio chi sei è un’operazione azzardata. Si rischia di farsi male sul serio. E a quelli come me, che costruiscono sempre sulle macerie delle relazioni passate, fa male sul serio.
– Devi dimostrare quello che sei, Luca.
Sosteneva Daniela.
– A me non interessa dimostrare di essere quello che appaio, Dani…
– No, Luca, essere e apparire spesso vanno di pari passo. Voglio anch’io una casa che faccia provare invidia alle mie amiche. Che non mi faccia sentire una donna di serie B.
– Serie B? Invidia? Ma tu sei una donna fantastica: sei bella, colta, intelligente… Non hai bisogno di una casa o dei gioielli per dimostrare agli altri quanto vali.
– Le mie amiche sono belle, colte e intelligenti, e si concedono anche qualche piccolo lusso. Non mi sembra un delitto. Tu non hai qualche ambizione? Non hai il desiderio di dimostrare chi sei realmente?
– Lo faccio già. Io sono quello nato e cresciuto in periferia, che gira con un’auto sgangherata e odia la superficialità. Ti sei innamorata di quell’uomo, ricordi? So benissimo chi sono, ma non so più chi sei tu…
– Si cambia, Luca, nella vita si cambia…
– E su questo non c’è dubbio. Solo che, nel tuo caso, i cambiamenti sono peggiorativi e indotti da quegli stronzi che frequenti.
– Sei un cafone, ecco cosa sei: io non ho mai etichettato così Alberto e Tiziana… e ne avrei avuto quintali di buoni motivi.
– Avresti potuto farlo, non me la sarei presa.
– Io sono una signora, non scendo a quel livello. Ricordi quando Tiziana c’ha provato con te? Cosa avrei dovuto dire?
– Niente. Non le ho dato spazio e lei l’ha capito subito.
– Senti, tagliamo corto: vuoi cambiare casa o no? Vuoi cambiare vita o no?
– No. No.
Il tenore delle nostre discussioni era diventato più o meno questo. Cambiava soltanto l’oggetto del contendere. Una volta era la casa, un’altra volta l’auto, poi le vacanze, poi il mio modo di vestire o di pensare…
Ora, capisco che mangiare un Calippo sul lungomare di Ladispoli, come è capitato spesso, non sia il massimo della goduria, ma hai dimenticato quella settimana da sogno a Terracina? E i nostri weekend a Tagliacozzo? Ragazzi, che giorni… Non vedevamo la luce del sole: io, lei e il nostro ammore. Il cielo in una stanza. Tutto è andato, ormai. La verità è che l’amore basta fino a un certo punto, e quel certo punto è quando inizi a dare per scontato il cielo in una stanza umida di Tagliacozzo, dove fai l’amore senza risparmiarti. È quello l’errore, l’unica cosa che non puoi permetterti di perdere, dandola per scontata. Invece, non si capisce perché, si perde quello e subentrano altre esigenze, che ovviamente non compensano una beneamata cippa. Chiamatemi arido, chiamatemi malfidato, ma ho imparato a diffidare dell’amore. È terribile, lo so, ma quando mi senti dire “ti amo” penso “Signore, perdona loro perché non sanno ciò che dicono”. È troppo definitivo e assoluto, e nella vita non c’è nulla che sia così, tantomeno l’amore. Servirebbe il famoso centro di gravità permanente di Battiato, per far durare l’amore. Dopo i primi mesi, i sentimenti si consumano, diventano altro, si fanno largo paure, insicurezze e insidie nascoste totalmente sottovalutate. E inizia il declino.
Ma veniamo a noi. A quel tempo, il coglione, che sono io, era a casa. Così mi descriverebbero nelle Profane Scritture. Insomma, ero a casa a pensare a cosa fare della mia vita, passando dal divano al pianoforte, dal pianoforte alla chitarra e dalla chitarra alle 101 ricette a base di pesce, e mi viene l’idea geniale, quelle cose da uomo ingenuo che mi fanno contemporaneamente sentire vivo e mi fanno prendere enormi sòle: le preparo una cena a sorpresa e le regalo una borsa nuova.
Ricominciamo da zero.
Voglio che torni tutto come prima.
Voglio azzerare la bruttura di questi mesi e dimostrarle quanto la amo. Sentite l’odore di coglioncello che comincia a palesarsi e che scalpita per uscire allo scoperto? Eccolo, il coglioncello c’est moi.
Nonostante la catastrofe sia vicina, e me lo sento dentro, avverto un pizzico di euforia. Torneremo a essere noi. Venderò casa, se sarà necessario, e la farò contenta. Andremo a vivere in centro, gliene parlerò oggi stesso. Posso anche fare a meno della signora Wanda che mi cucina gli struffoli a Natale e del mercato rionale. Posso anche adeguarmi alle cene di merda e agli amici stronzi. Per amore si fa, no? No, per amore questo non si deve fare. Bisogna scegliere partner convergenti, non divergenti. Questo lo so, ma cerco di convincermi che l’importante sia stare insieme, e che sia questo ciò che voglio.
È questo ciò che voglio? No, dentro di me lo so, ma cerco di autoconvincermene.
Lo vedi, Luca, che sei un coglione? E te lo dice l’autore, uno che ti conosce bene, non fosse altro perché ti fa dire cose che poi ti costringerà a smentire. Vuoi piantarla con questa storia che quando sei innamorato devi rinunciare a essere quello che sei? Non ti è bastato tutto quello che ti è successo nelle storie precedenti? Tira fuori i coglioni, Luca. Abbi il coraggio di dire apertamente quello che non ti fa stare bene. Se Daniela ti vuole, deve volere te, non una persona che non esiste e che stai cercando di costruire con la forza. Prima o poi ti stuferai di essere qualcun altro e andrà tutto a rotoli lo stesso. Non ti rendi conto che ti stai violentando?
– Va bene, autore de ‘sta minchia, farò così la prossima volta. Adesso lasciami sbagliare in pace. Ho detto che mi sacrificherò e la farò contenta. Mi arrendo su tutto. Voglio stare insieme a Daniela e il resto non conta.
Anzi, sai cosa ti dico? Esco e vado a fare la spesa al centro commerciale. Una botta di vita. I centri commerciali sembrano fatti apposta per deprimersi meglio. Uno va là, pieno di pensieri, gira a vuoto tra luci e vetrine senza un obiettivo preciso, e torna a casa pieno di vuoti. È vero, di solito i vuoti te li porti da casa, però il centro commerciale li amplifica.
Ma che m’importa? Io sono oltre, non ho tempo per deprimermi. Ho una missione e non ho nessun vuoto, mica sono come quei deficienti che aspettano la domenica per comprare la libreria Billy da Ikea. Vado diretto verso il negozio preferito di Daniela: Loius Vouittion, Vuoitton, Vuitton… non so nemmeno come cazzo si scrive.
Voglio quella!
Dico alla commessa, indicando una borsa che costa quanto una settimana bianca a Ovindoli, skypass e arrosticini inclusi.
– Ottima scelta. È un regalo?
Che domanda del cazzo è? Pensa che la stia comprando per me? Con quella cifra, comprerei una chitarra Ramirez da concerto, se proprio volessi spendere dei soldi a vanvera.
– Sì, è un regalo…
Esco dal negozio, assumendo l’atteggiamento spavaldo di un addetto alla sicurezza. Con una borsa simile, serve almeno un blindato portavalori. Sapete cosa faccio? Entro da Intimissimi e le prendo anche un completino “sechis”, quelli di pizzo in stile Giovannona coscialunga. Già me la vedo, con le sue gambe slanciate, in biancheria intima, che mi dice “consumami tutta”.
Oh, cazzo!
Tuffo al cuore.
Battiti.
Quella seminuda nel camerino è lei.
C’è un uomo.
Gabriele.
Troia.
Zoccola.
Mignotta.
Puttana.
Scappo?
Resto?
Sono una pietra.
Si baciano.
Lei ride.
Mi sgretolo.
Muoio.
Se non fosse una tragedia, ci sarebbe da ridere.
Dall’alto, si vedrebbero due innamorati e un coglione, con una borsa da tremila euro in una mano e un reggiseno nell’altra, che li guarda e piange.
Un uomo che piange deve fare molta tenerezza, ne sono certo.
– Signore? Tutto bene?
– Quella è… era… la mia compagna…
Dico, indicando i due bastardi figli di puttana avvinghiati come due polpi nel camerino.
Stronzi, potevate almeno chiudere la tenda.
Imbarazzo.
Cerco di trattenere i singhiozzi, mentre mi nascondo dietro i vestiti estivi per le taglie forti. Fisso per due minuti la fotografia di una cicciona sorridente e penso che sarebbe perfetta come testimonial dei centri Sobrino.
Daniela e Gabriele escono abbracciati e sorridenti come due fidanzatini.
– Signore, non vale la pena piangere per una donna così.
Ecco, bel pensiero a belino di bassotto. Vabbè che sei una ragazza giovane, ma questa è proprio la classica frase che direbbe Maria De Filippi a “Supposta per te”. E, in effetti, la supposta me la sono beccata tutta intera.
– … guardi il lato positivo: almeno ha risparmiato i soldi del completo.
Ecco, ora sì che mi hai consolato. Ripenso alla borsa, ai tremila euro e alla Ramirez persa per sempre. Che ci faccio, adesso, con la borsa? La riporto al negoziante? La regalo lo stesso a Daniela e le do uno schiaffo morale?
– Tenga, gliela regalo!
Dico alla ragazza, che mi guarda perplessa.
Apre la confezione e la richiude.
– Grazie, non posso accettarla.
– La prenda, è una borsa molto costosa…
– Non posso accettarla, non avrebbe senso. Deve regalarla a una donna che la merita.
Ci risiamo.
Ci risiamo.
Io sono quello che si ritrova sempre con un regalo in mano davanti a qualcuno che non sa cosa farsene. Cosa faccio, adesso?
Cammino.
Camminare serve per chiarirsi le idee. O per confondersele. O forse no, serve soltanto per stancarsi, tornare a casa distrutti e buttarsi sul letto senza avere la forza di pensare.
Rientro a casa tardissimo.
– Ma che fine hai fatto? Mi sono preoccupata! Potevi almeno mandarmi un messaggio…
– Troia!
Riesco solo a dire questo. Mi ero preparato un discorso definitivo, a tratti struggente e malinconico, ma la birra artigianali bevuta prima di tornare a casa deve avermi confuso le idee. Io l’alcol non lo reggo, questo è risaputo. Mi basta una birretta per diventare allegrotto. Alla terza, vedo la Madonna vestita da Lady Gaga. Non so nemmeno come ci sono finito, in quel posto pieno di ubriaconi. Ho visto un cartello con due frecce, che indicavano direzioni opposte, una con sopra scritto “Mondo crudele” e l’altra, puntata verso il locale, che indicava “Birra”. Non è un’idea originale, ho pensato. Su internet avevo già visto qualcosa di simile. Non avrei mai immaginato che qualcuno scrivesse realmente un cartello del genere e mi trovassi a dover scegliere, in una situazione di questo tipo. Ho aperto la porta e sono entrato. Mi sono seduto a un tavolo qualsiasi, in compagnia di due sconosciuti. Sono entrambi brilli, si vede. Uno dei due, con un accento napoletano, mi dice:
– Guagliò, tu si ‘n’amico mio. Piglia chillo ca vuoie ca pago io.
– Grazie, ma posso pagare da me…
– I’ sò ‘o nipote ‘e Schiavone, ‘u ssaie?
– Schiavone…?
– Sandokan, ‘o boss camorrista. Ciò nu core accussì, ma tengo pure ‘a mente criminale. Te vojo bene, ‘o vedo ca sì ‘ntelligente… Ma chisto ccà, o vedì?
E mi indica il compagno di bevute, che fino a quel momento era rimasto nella penombra.
– Chisto è ‘o nummero uno. È nu pezzo gruosso. Basta a ‘na parola soja e sò cazzi!
Mi presento, confuso. Non ho tempo per pensare al mio dramma, in quella situazione surreale.
– Piacere, Luca Strano.
Dico, mentre mi portano il un boccale di birra grande quanto la pentola con cui mia nonna faceva il ragù la domenica.
– Cesare Bevilacqua, Presidente della corte d’appello di Verona.
Il mio interlocutore triste è un pezzo grosso veramente. Un infelice pezzo grosso. Un infelice pezzo grosso che soffre di solitudine. Gliel’ho letta negli occhi, la tristezza. Una tristezza malinconica, che mi ha fatto pena. Che si è aggiunta alla mia voglia di morire. Si fa presto a dire alcolizzati, quando non si è scesi all’inferno. Strascinava le parole, il pezzo grosso, e mi parlava di Dostoevskij e di menti criminali. Il delirio di Raskolnikov e il suo delirio.
– Ho imparato a ragionare come i criminali, perché per combattere la criminalità bisogna pensare come loro. Bisogna fare pensieri disumani. A volte, mi faccio paura. Disprezzo i miei pensieri e me stesso.
Per un attimo, ho pensato che avrei voluto avere la mente criminale anch’io, per trovare una soluzione definitiva al dolore che provavo. Ma no, i problemi non si risolvono con la violenza e nemmeno con l’alcol, si risolvono tirando fuori le palle al momento giusto.
– Troia!
Sembro Nino Taranto quando fa il siciliano in Tototruffa ’62. Ci manca che dica “e tu cosa fetusa pottatti il disonore in casa mia”, e siamo a posto.
– Non permetterti di rivolgerti a me con questi toni!
– Zoccola. Mignotta. Puttana. Vattene via.
– Ma che ti prende, si può sapere?
– Vi ho visti, tu e quello stronzo…
– …
– Non dici niente, vero?
– Cosa devo dire? Sono ancora innamorata di lui, mi prendo tutte le colpe. Te l’avrei detto… Cercavo soltanto il modo migliore per non farti soffrire.
– Beh, l’hai trovato!
– Ti prego, Luca, non fare così… Non riesco a vederti in questo stato. Piangi, sei ubriaco…
– Ah, non riesci a vedermi così? Cosa ti aspettavi? Che ti dicessi “Sono contento per voi”?
– No, pensavo che ti accorgessi da solo che la nostra storia era arrivata al capolinea.
– Vattene via, Daniela, non farti vedere mai più.
È finita più o meno così. Io mi sono chiuso al cesso e ho aspettato che prendesse tutte le sue cose. Come un bambino, per non vedere e non sentire. Sono state le due ore peggiori della mia vita. Sentivo e vedevo tutto lo stesso, me la immaginavo mentre metteva le sue cose nelle valigie, e ho vomitato sul pavimento. E io ero là, l’ultraquarantenne, seduto sulla tazza del cesso, col viso pieno di lacrime e il pavimento pieno di vomito: tutto questo per un amore finito male. Sentivo il rumore dei cassetti, degli sportelli degli armadi, rumore di buste, conversazioni al telefono sottovoce. Era tutto amplificato. Mi sembrava di essere a un concerto orribile, davanti alle casse, senza la possibilità di muovermi. Poi ho sentito chiudere piano la porta.
L’agonia era finita.
Mi sono guardato allo specchio e mi sono fatto pena.
– Dani…?
Nessuna risposta.
Avete fatto caso all’importanza dei diminutivi e dei nomignoli usati dalle coppie? No? Allora vi spiego brevemente la dinamica del loro utilizzo e di come possano far scoppiare una lite furibonda o far riappacificare due persone.
Regola numero uno: il nome intero si usa soltanto quando si è incazzati, per prendere le distanze. E le lettere devono essere scandite.
D A N I E L A.
Usare il nome di battesimo in occasioni diverse può essere mortale.
Regola numero due: mai usare il diminutivo ufficiale. Se tutti la chiamano Danny, per te quel soprannome è off-limits: non vorrai mica omologarti alla massa, vero? Usare il diminutivo dato in pasto alle masse equivale a dire “sono uno dei tanti, sei una delle tante”, praticamente una dichiarazione di guerra. Bisogna chiamarsi in modo unico e speciale, perché ogni coppia è unica e speciale finché non diventa normale. Daniela per me è sempre stata Dani. Non è originale, lo so, ma ogni volta lo pronunciavo col tono sorpreso e ingenuo di chi scopre la bellezza delle parole per la prima volta. Per questo era speciale.
– Dani…?
Silenzio.
La casa era rimasta vuota, e penso che non ci sia niente di più vuoto di una casa da cui è appena andata via una donna.
– Dani…?
Lo ripeto ancora, forse è l’ultima volta che lo dirò con questo tono.
Silenzio.
Ho bisogno di non sentirmi solo.
Accendo la tv e chi ti becco? Roberto Carlino e la sua pubblicità di merda: “Immobildream non vende sogni ma solide realtà”. Roberto Carlino, il lampadato col riporto, quello col sorriso da Berlusconi e l’accento ndinghete ndonghete. Dio, che finale del cazzo. Non posso far finire la storia tra me e Daniela con quest’immagine: io, in mutande, col viso rigato dalle lacrime, ancora impregnato di puzza di vomito, birra e sudore, stravaccato sul divano, mentre guardo Roberto Carlino in televisione. Almeno, se avessi beccato la stangona della pubblicità del silicone Saratoga, quello sigillante, vi avrei lasciato con un’immagine positiva di me. Che poi, il silicone sigillante…Ma perché ci sono dei siliconi che non sigillano? Vabbè, alla stangona non farei notare che il payoff della pubblicità è una minchiata simile a quella dei centri dimagranti Sobrino. A proposito, da oggi inizierà la mia dieta dell’amor perduto. Ecco il nome giusto per una dieta efficace. Dieta non voluta, peraltro.
Va bene, mi alzo dal divano.
Apro le finestre.
Pulisco il bagno.
Metto sul fuoco la moka.
Mi faccio una doccia.
Mi guardo nello specchio.
Ho mille anni.
Sono sgualcito.
Guardo le mie rughe ed è come se le vedessi per la prima volta. Sono veramente tante. E profonde.
Eppure, nonostante l’età, quelle rughe intorno allo sguardo allegro e malinconico mi stanno proprio bene. Abbozzo un mezzo sorriso.
Ci sarà qualcuna a cui piaceranno le mie rughe, penso? Non importa, in questo momento devono piacere a me. Comincio a intravedere qualcosa che somiglia alla libertà. Libertà di pensare, libertà di vivere in periferia, libertà di non andare più a cene squallide con gente mediocre. Come ho fatto ad accettare tutto questo? Inizio ad avere consapevolezza della distanza che si era creata tra me e Daniela.
È finita, sì, ma cosa è finito, esattamente?
L’amore? No, quello era finito da tempo, da quando ho rinunciato a essere me stesso e ho indossato dei vestiti che non mi appartenevano. È finito quando Daniela ha cominciato a non essere più la donna unica e speciale che credevo fosse. In fin dei conti, era una donna normalissima, nemmeno troppo bella, diciamo piacevole, e con tantissime fobie che avevo imparato ad accettare. Ho sopravvalutato la sua sensibilità e la sua capacità di vedere il mondo: la verità è che il suo modo di pensare mi andava stretto. Non era una donna libera, aveva mille prigioni. La paura del giudizio degli altri, la corsa verso le futilità, la vita consumata tra aperitivi e apericena, i tranquillanti, l’ossessione sempre crescente per lo shopping. Non riusciva a capirmi, non ci capivamo più, e lei ha cercato di abbassare tutto al suo livello. Come è sempre accaduto con le mie donne, del resto: è più facile tirare giù chi è salito in alto, piuttosto che arrampicarsi.
E adesso che rimane di tutto il tempo insieme? No, porca troia, pure Massimo Ranieri no. Non dirò mai “un uomo troppo solo che ancora ti vuol bene”, se l’avete letto è perché l’ha scritto quel mentecatto dell’autore. Cosa ho fatto di male, per meritare pure questo? Andrebbe ricoverato, quel deficiente. Guarda tu in che situazione mi ha infilato… Ora tocca a me uscire da questo pantano musicale. Voglio qualcosa di più intenso, di più passionale. Come? La solitudine di Laura Pausini? E che cazzo, una migliore non c’è?
Ok, scelgo io: Giugno ‘73.

E tu aspetta un amore più fidato
il tuo accendino sai io l’ho già regalato…
Poi il resto viene sempre da sé
i tuoi “aiuto” saranno ancora salvati
io mi dico è stato meglio lasciarsi
che non esserci mai incontrati.

Ecco, va già meglio.
Io mi dico è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati. Per tornare a Massimo Ranieri, sapete cosa rimane, di tutto il tempo insieme? Rimane una borsa di merda da tremila euro, ecco cosa rimane.
Una.
Fottutissima.
Borsa.

L’ombrello

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Uno spritz, il computer acceso e la sua solitudine. Da anni, Marta consumava le sere e la vita così, senza aspettarsi più nulla, senza aspettare più nessuno. Aveva imparato a convivere con sé stessa, accettando la solitudine di quei quarant’anni arrivati troppo presto e controllando insicurezze e fragilità, quintali di fragilità, grazie all’aiuto di un analista. A Riccardo, nonostante fosse in terapia da anni, mostrava sempre il suo lato ironico; non voleva fare la parte della femminuccia piagnucolosa. E lui stava al gioco, ma ogni tanto affondava il coltello in quelle ferite che ormai non facevano più nemmeno tanto male. In fin dei conti, non aveva niente di diverso rispetto a quei milioni di persone, che vanno avanti senza fare troppe storie: qualche amore finito tra urla e pianti, un lavoro poco soddisfacente, il fisico che cominciava a modificarsi, ma, soprattutto, l’incapacità di vivere pienamente la quotidianità e di apprezzare i brevi istanti di felicità. Quando capitano, non dopo. Il presente di Marta si era trasformato nel rimpianto continuo del passato. La felicità, diceva a Riccardo, non è qualcosa che accade, è il rimpianto di qualcosa accaduto che non si può più avere indietro.
– La felicità è una gran fregatura, te ne accorgi solo dopo che l’hai vissuta, e non puoi far altro che rimpiangerla. Per conoscerla, devi perderla, e non si può dire che il ricordo di essere stati felici sia una cosa allegra.
Lui articolava grandi teorie, citava Jung e la fioritura dell’anima come l’unica strada possibile per raggiungere la felicità. Lo faceva con distaccata professionalità, mentendo anche a sé stesso perché, in fondo, quella strada non l’aveva mai trovata nemmeno lui, nonostante avesse indicazioni precise. Le sedute ormai erano diventate un appuntamento fisso, un caffè con un amico, che spesso non chiedeva nemmeno la parcella. Marta era stata per lui contemporaneamente un successo e un fallimento professionale. Da una parte era riuscito a salvarla dal baratro della depressione, dall’altro non era riuscito a evitare che si ritrovasse spesso a camminare ancora sul bordo del baratro. Sei il perno e la buccia di banana della tua esistenza, gli diceva spesso.
E lei sorrideva, dissimulava, faceva qualche battuta fino a quando non riusciva a strappare una risata anche a lui.
– Dovrei farti pagare io, le sedute, con tutte le risate che ti faccio fare…
Alcune sere, sentiva un dolore sottile, famigliare, che l’accompagnava senza fare troppo male, come il mal di schiena che si prova a una certa età, ormai conosciuto e accettato con rassegnazione. Altre volte il dolore era lancinante, gli mancava l’aria, si sentiva oppressa, insoddisfatta, fallita. Le sembrava tutto inutile; mangiare, dormire, respirare, anche parlare e sfogarsi con le amiche, persone ormai distanti anni luce, che vivevano nella mediocrità rassicurante delle loro famiglie. Quella sera si era sentita così, perduta. Lo spritz era rimasto intatto nel bicchiere, il computer fisso su una pagina piena di numeri e lei era uscita.
Senza meta.
Vagabonda e disperata.
Faceva i conti, piangeva e rimpiangeva quella felicità che aveva toccato per pochi istanti. Un bacio, il sole primaverile, il profumo di caffè nella nuova casa, le carezze di un papà che non c’era più e a cui non aveva fatto in tempo a dire ti voglio bene. Perché se l’era tenuto dentro fino alla fine. Perché non voleva fargli vedere che insieme a lui stava morendo anche lei. Tutto era ormai lontano e irraggiungibile. Il mondo intorno era cambiato, lei era cambiata, anche se il caffè continuava ad avere sempre lo stesso profumo e il sole continuava a splendere. Marta non splendeva più, marciava a fari spenti.
Pioveva, quella sera.
Pioveva forte.
Scrosci d’acqua.
Diluvio di pensieri.
Niente ombrello, andava troppo di fretta.
Doveva uscire da quella prigione, sapendo bene che la vera prigione, quella da cui non sarebbe mai uscita, era dentro di lei.
Non mi abituerò mai alla pioggia, mi coglie sempre di sorpresa. So che pioverà, ma mi stupisco che venga a piovere. Come quando succede qualcosa di brutto che avevo previsto, ma che non riesco a evitare. E non ho mai l’ombrello.
Vuoto. Anima gelata.
Le strade deserte erano riempite soltanto dal rumore di qualche auto o da un televisore col volume troppo alto. Una sagoma in lontananza e un attimo di paura. A chi verrebbe in mente di uscire a far del male a qualcuno, con questo tempo?, pensò.
– Riccardo, che ci fai qui?
– Ti ho chiamato e non hai risposto…
– …
– Sei senza ombrello, e quando piove un ombrello ci vuole.

Il treno

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Il treno delle 7,27 arriva sempre in orario. È così preciso che potrebbe essere preso come riferimento per regolare gli orologi. Gli orari dei treni della tratta Roma- Orte ormai li conosco a memoria. Anche i volti dei passeggeri sono diventati familiari. Con qualcuno, a volte, scambio un cenno di saluto. Non un saluto vero e proprio, più una smorfia, un movimento del viso, che sta a significare “ciao, sono qua anche stamattina, buona giornata”. Dopo tanti anni, riesco a prevedere pure  i ritardi. L’unico treno che non ritarda mai è quello delle 7,27, quello che prende Elena per andare all’università. Se per qualche motivo non riesce a prenderlo, è la fine. Gli altri non rispettano la precisione che promettono negli opuscoli. D’altronde, chi è che rispetta quello che promette? In pochi. In pochi…
Oggi sono in anticipo di venti minuti. Pazienza, mi siedo qui e l’aspetto, tanto non ho fretta. Aspettare non costa niente. Certo, vedendo tutta questa gente che va di corsa, qualche dubbio mi viene… oggi avere tempo per aspettare qualcuno è un lusso. Chissà dove vanno, tutti. E perché corrono. Se avere tempo per aspettare è un lusso, non averlo cos’è? E’ la miseria, secondo me. La mancanza di tempo l’ho sempre associata alla mancanza di libertà. Se non posso decidere come spendere il mio tempo, non sono libero. E’ una ricchezza, il tempo. Forse per questo si dice “spendere il tempo”, perché averlo a disposizione è difficile e prezioso.
Io il tempo ce l’ho.
Sono ricco.
E aspetto.
E spendo il mio tempo qua, su una panchina fredda, solo per vederla scendere da quel treno. Quanto è bella. La riconosco subito, in mezzo alla folla. Ieri indossava un vestito a fiori che mi piace da morire. Ha detto che lo mette soltanto per me. Mentre camminava tra la gente, avevo paura che qualcuno vedesse la stessa bellezza che vedevo io e me la portasse via.
È stata il mio primo amore, Elena.
L’unico.
Oggi voglio portarla a pranzo fuori: al diavolo gli impegni.
Appena la vedo glielo dico: oggi ci prendiamo una giornata tutta per noi!
Dal treno delle 7,27 non è scesa.
Avrà fatto tardi.
Ma io aspetto. Sono un po’ stanco, ma l’aspetto.
Il tempo per aspettare io ce l’ho.
Ho dormito poco, mi sa che chiudo gli occhi per riposare dieci minuti.

– Amerigo! Amerigo, mi senti? Amerigo, rispondi! Rispondi, cazzo!

– Che è successo?

– Si è sentito male?

– Aria, fate aria. Chiamate un’ambulanza e lasciatelo respirare.

– Chi si è sentito male?

– Boh, forse un passeggero.

– Ma no, è Amerigo, un barbone.

– Non è un barbone, è il poeta della stazione Termini: da quarant’anni viene qua tutte le mattine e aspetta.

– Aspetta sempre lo stesso  treno e qualcuno che non è mai arrivato.

– Fate silenzio! Zitti! Amerigo sta morendo…

– Ma chi è quello che sbraita tanto?

– Forse è un amico.

– No, è il giornalaio.

– Si vede che lo conosceva…

– Perché i soccorsi non arrivano?

– Capirai, nell’ora di punta, arrivare qua è un’impresa…

– Largo, fate largo…

– È grave?

– Respira?

– Shhh, gli stanno facendo il massaggio cardiaco.

– Non si muove.

– È morto.

– I medici sono arrivati troppo tardi.

– In certi casi il tempo è fondamentale.

– Era malato di cuore e nessuno lo sapeva.

 Alessandro Capezzuoli

Prima che tutto cambi

Luca Strano si ripropone come i peperoni in piena emergenza intestinale, questa è la cattiva notizia. La buona notizia è che stavolta sarà più inopportuno di una salsiccia durante il ramadan e più fastidioso dell’acqua in ebollizione, quando tracima dalla pentola e spegne il fornello. Non potendo prendersela con Darwin, importunerà nientepopodimeno che il creatore in carne, ossa, frattaglie e Spirito Santo, mettendo in discussione i comandamenti e i comandati. Essendo totalmente privo di risposte, formulerà a dio domande a caso col solo scopo di distruggere millenni di storia in poche sudicie pagine. Il papa, i vescovi e tutto l’ordine sacerdotale sono concordi nel considerarlo il demonio del nuovo millennio, anche se hanno riso come dannati di fronte all’ironia acuta delle sue storie. Ebbene sì, Luca Strano è un comunicatore scomunicato, pronto a cogliere la bellezza e le opportunità prima che le circostanze cambino le carte in tavola. Perché un attimo di bellezza non colto è sempre uno spreco imperdonabile.

 

E’ andata com’è andata

Se avevate nostalgia di Luca Strano o eravate in pensiero per lui, potete smettere di piagnucolare e di preoccuparvi: è vivo, lotta con sé stesso ed è tornato più in forma di uno squacquerone scaduto. Furbo come un piccione, scattante come una quaglia, vi condurrà per mano verso un viaggio fantastico che ha come unico obiettivo quello di ritornare prima di partire. Prodigo di consigli come non lo è mai stato, riuscirà a spazientire anche il lettore più saggio con quell’aria spavalda da controllore di treni. Treni che ha spesso sfiorato ma non è mai riuscito a prendere a causa dei suoi ritardi fisici e mentali. Invece di tagliarsi le vene con la limetta per le unghie dei criceti o di ubriacarsi con l’acqua ossigenata e il succo di rape nere per il rimpianto di non essere mai partito, canterà a gola “spietata” la gioia di essere restato. Perché chi resta ha sempre qualcuno da aspettare, qualcuno che prima o poi ritorna da chi lo attende.

Ci sono rimasto male

L’attesa è finita: Luca Strano e ricicciato. Inaspettato come un brufolo prima di una cena galante, gradito come una macchia di sugo su una camicia bianca prima di un colloquio di lavoro. Destreggiandosi con estrema labilità tra i lassativi e i mattarelli da viaggio, stavolta parlerà d’amore, dimostrando che la coppia è una macchina perfetta costruita incoscientemente per risolvere una montagna di problemi complessi che i single non hanno. Con la lucidità di un ornitorinco, farà un’analisi spietata dei suoi disastri sentimentali, traendo conclusioni affrettate, senza senso e prive di qualsiasi logica. Non si farà mancare quantità spropositate di decisioni sbagliate prese d’impulso e a caso per far fronte alle difficoltà che incontrerà nel suo percorso verso l’autodistruzione sentimentale a cui è geneticamente predisposto. Alcune volte si soffermerà a riflettere seriamente, così seriamente che sarà impossibile non fermarsi a sorridere e a pensare che i sorrisi, quelli veri, nascondono sempre profonde malinconie.

Sarò io che sono strano

Luca Strano torna a far parlare di sé. Dopo lo strepitoso successo della prima raccolta di racconti (ben 5 copie vendute, 4 delle quali acquistate dal protagonista), eccolo di nuovo alle prese con ciò che gli riesce meglio: creare dal nulla problemi inesistenti, per il solo gusto di risolverli a colpi di soluzioni sbagliate e trovarsi inevitabilmente coinvolto in situazioni improbabili e grottesche. Si vanta di essere riuscito a trasformare il suo talento naturale in un mestiere: fa “l’errorista” di professione e il pubblicitario per diletto. È un artista dell’imprevisto e un fine decisionista: quando si tratta di fare le scelte sbagliate al momento giusto o le scelte giuste al momento sbagliato non si tira indietro. Madre natura lo ha dotato di una filosofica ironia: l’unica arma che possiede per ridere di sé, delle convenzioni, dei fallimenti e di chi si prende troppo sul serio. Può parlare di fisica e di supplì con la stessa disinvoltura, confondendo abilmente l’una con l’altro. È l’uomo che ogni donna non vorrebbe mai avere a fianco, a parte Daniela.

Avrei potuto farcela – di Alessandro Capezzuoli

Luca Strano è un professionista della scelta sbagliata al momento sbagliato. Fa il pubblicitario a tempo perso e si complica la vita a tempo pieno. Incespica continuamente tra situazioni imbarazzanti, tempeste sentimentali e avvenimenti improbabili. Sfida spavaldamente gli eventi e le loro combinazioni, noncurante degli epiloghi spesso tragicomici che comportano le sue scelte. E’ un filosofo cialtrone che parla di sé, dell’ amore e dell’ amicizia con un linguaggio diretto e senza mezzi termini. Lo fa attraverso una serie di racconti che lo descrivono in tutta la sua geniale inadeguatezza.

Il mercato del lavoro e i big data

Prima di scrivere questo articolo, che sintetizza il lavoro pubblicato sulla piattaforma www.iolavoro.info, mi sono chiesto a lungo se fosse o meno opportuno utilizzare le parole big data, per trattare un fenomeno che, per essere descritto, necessita di una grande quantità di dati. Poiché in questo momento si parla di big data anche quando si tratta di scrivere una lista della spesa un po’ più lunga del solito, ho deciso di fare una captatio benevolentiae, ben sapendo che i big data “veri” sono un’altra cosa rispetto al fenomeno di cui parlerò. La parola grande, o piccolo, e in questo la mia formazione da fisico non aiuta a prendere la questione alla leggera, non ha nessun significato se non viene specificato “rispetto a cosa”. Una formica è piccola rispetto a un elefante, ma è grande rispetto a un virus. Per questo, la notazione scientifica contempla gli ordini di grandezza, che consentono di avere un’idea esatta della “grandezza” fisica in esame. Così, se si parla di un oggetto che ha le dimensioni di 10^-9 metri si può fare un paragone con la grandezza di un atomo, mentre se si trattano distanze dell’ordine di 10¹¹ metri si può immaginare lo spazio che separa la terra dal sole. Per i dati non esiste un vero e proprio ordine di grandezza, che consenta di sapere quando “rientrano nella normalità” e quando sono “big”. In poche parole, non esiste un “rispetto a cosa”, o un riferimento certo e duraturo con cui effettuare dei confronti. Per questo, troppo spesso le parole big data, che hanno sicuramente un certo appeal sulle masse, si usano impropriamente e capziosamente (come nell’articolo che state leggendo). La mia idea è che i dati diventano big quando la loro raccolta e la loro elaborazione richiede risorse molto onerose, rispetto a quelle disponibili in un preciso momento storico, in termini di infrastrutture, strumenti, metodi e capacità di calcolo, per gestirne la quantità e la velocità di aggiornamento. Di conseguenza, le risorse richieste si possono considerare con buona approssimazione dei buoni indicatori di quanto i dati siano big. Negli anni ’80, raccogliere ed elaborare un dataset giornaliero contenente 100.000 record che occupasse uno spazio di 50 Mb era un’attività onerosa e in effetti, per le conoscenze e la tecnologia di quegli anni (i primi hard disk avevano una capienza di 5Mb), la parola big avrebbe potuto avere un senso. In un periodo in cui la quantità di dati è impressionante, penso all’IOT, alla telefonia, alle preferenze degli utenti raccolte dai colossi del web, il mercato del lavoro è interessato da un cambiamento, che, a dire la verità, è iniziato quando sono state introdotte le comunicazioni obbligatorie (CO), ovvero le comunicazioni telematiche attraverso le quali i datori di lavoro (pubblici e privati) segnalano le attivazioni, le cessazioni e le trasformazioni contrattuali al Ministero del Lavoro e alle regioni.

Si tratta di flussi di dati continui e consistenti che vengono raccolti attraverso un’infrastruttura costruita ormai più di dieci anni fa, quando le CO rientravano a pieno titolo tra i big data. Nel frattempo, il mondo si è trasformato: sono nati i servizi in cloud, i social network, Google e Amazon hanno cambiato l’economia e il modo di relazionarsi attraverso l’analisi di quantità di dati talmente consistenti e mutevoli da renderne difficile la quantificazione. Usare i big data per produrre statistiche ufficiali non è semplice: occorrono metodologie robuste, che non contemplino l’approccio classico di conduzione delle indagini (disegno del campione, raccolta dati, strutturazione e analisi dei dati, etc) o di trattazione degli archivi amministrativi. Le istituzioni che si occupano di statistiche ufficiali di solito non forniscono i dati di flusso, ma producono dati strutturati, sicuramente di qualità, che subiscono un processo di analisi e validazione affinché possano diventare “conoscenza”. Lo scotto da pagare per ottenere dati di qualità riguarda essenzialmente i tempi necessari al processo di analisi e diffusione I flussi di dati raccolti devono consolidarsi per diventare uno stock riferito a un arco temporale ben definito, che nella maggior parte dei casi descrive un fenomeno relativo a un arco temporale distante nel tempo. Si tratta di un limite che, oltre a far riflettere su come si sarebbe dovuto evolvere il ruolo delle istituzioni rispetto all’open data e alla fornitura dei dati di flusso, non consente di monitorare l’andamento dei fenomeni in tempo reale. I dati di flusso riguardanti il mercato del lavoro si possono suddividere essenzialmente in tre categorie:

  • Comunicazioni obbligatorie: vengono raccolte dal Ministero del Lavoro, contengono dati personali, che per essere rilasciati dovrebbero essere resi anonimi, e non sono disponibili in formato open né sotto forma di stock né tantomeno sotto forma di flussi.
  • Offerta di lavoro pubblico e privato: è presente sul web, in modalità totalmente destrutturata e localizzata su numerose piattaforme di settore.
  • Curriculum vitae: sono contenuti perlopiù all’interno delle piattaforme che si occupano dell’erogazione di servizi associati al lavoro (incontro domanda offerta)

La disponibilità di queste “nuove” fonti dati è figlia del cambiamento sociale avvenuto negli ultimi anni: il “modo” di cercare lavoro è totalmente cambiato rispetto al passato. Gli annunci si consultano online, i cv si mettono in vetrina sui social network, le aziende affidano la ricerca di lavoratori qualificati ai cacciatori di teste e inseriscono le opportunità lavorative nei siti in cui si tenta di incrociare la domanda e l’offerta. In questo sistema, più o meno chiuso rispetto alle policy di diffusione adottate dalle diverse piattaforme, il linguaggio con cui si parla di professioni è totalmente destrutturato ed è subordinato alle mode e alla creatività delle aziende e dei lavoratori, che spesso inventano nuovi nomi per dare una diversa dignità a professioni che in realtà non hanno nulla di nuovo. Le istituzioni e il mondo della ricerca, invece, utilizzano dei sistemi classificatori attraverso i quali raccolgono i dati, li standardizzano e li analizzano. In Europa, per trattare i dati sulle professioni, esiste la ISCO (International Standard Classification of Occupations), il sistema classificatorio fornito dall,ILO (International Labour Organization), che in Italia prende il nome di CP2011.

Alla CP2011 sono collegate numerose banche dati: le CO, l’indagine sulle professioni basata sul modello ONET, gli infortuni sul lavoro, gli sbocchi occupazionali dei corsi di laurea, l’indagine sulle forze lavoro, le retribuzioni e la riforma dei concorsi pubblici e dei piani di fabbisogno nel pubblico impiego. Per completare il panorama informativo, manca(va)no, oltre alla raccolta dei cv, l’analisi e la strutturazione e la rappresentazione dei dati relativi alle offerte di lavoro. Si tratta di un tassello essenziale, che consente di studiare un aspetto importante del mercato lavoro e di fornire dei cruscotti informativi utili ai cittadini, agli orientatori dei centri per l’impiego e ai decisori politici.

Raccogliere i dati relativi alle vacancies è un’operazione complessa: esistono numerosi motori di ricerca, alcuni con limitazioni riguardo al loro utilizzo, altri con API dedicate, alcuni dedicate alle aziende private, altri ai concorsi pubblici, ciascuno con criteri di ricerca diversi: il pericolo di trovare lo stesso dato replicato su diverse piattaforme è reale e introduce degli errori sistematici che influenzano negativamente le analisi. Inoltre, la strutturazione delle offerte di lavoro contenute in più dizionari eterogenei e diversificati introduce un ulteriore livello di complessità che, per non appesantire questo articolo, rimando a un approfondimento successivo. Basti sapere che per effettuare questa operazione è necessario l’impiego di un algoritmo in grado di individuare, ad esempio, l’offerta di lavoro denominata “SVILUPPATORE JAVA” e associarlo all’Unità Professionale, il massimo livello di dettaglio della CP2011, 3.1.2.1.0 — Tecnici programmatori.

Il sistema di raccolta utilizzato è basato su un crawler complesso, che consente l’interrogazione, la standardizzazione e l’archiviazione dei dati provenienti dalle piattaforme che pubblicano le offerte di lavoro e ne autorizzano l’utilizzo. Un’offerta di lavoro può essere rappresentata (e strutturata) abbastanza efficacemente, prendendo in considerazione il titolo, la descrizione, il luogo, l’azienda richiedente e il link al dettaglio e alla candidatura. Queste informazioni, collegate alla CP 2011, possono essere archiviate e analizzate agevolmente attraverso lo stack Elastic: un insieme di soluzioni basate sull’architettura REST, che consentono di lavorare con flussi di dati consistenti e monitorare il loro andamento componendo delle dashboard ad hoc. A questo punto c’è da chiedersi “Quanto sono big i dati riguardanti le offerte di lavoro?”. La risposta sincera sarebbe “poco”, ma è possibile articolare una risposta meno sincera… che dipende sostanzialmente da due fattori:

  • le risorse a disposizione
  • la frequenza di raccolta

Un crawler ben strutturato, eliminando le duplicazioni, permette di acquisire circa 300.000 record giornalieri: tanti rispetto all’indagine statistica sulle forze lavoro, un’inezia rispetto ai tweet o al catalogo dei prodotti di Amazon. Poiché la frequenza con cui vengono aggiornate le vacancies non è molto elevata, avrebbe senso schedulare la raccolta compatibilmente con le reali necessità di analisi, allo scopo di ottimizzare ulteriormente la quantità di dati e di risorse impiegate. In entrambi i casi, è sufficiente un’architettura che contempli un nodo Elastic attraverso i suoi moduli Logstash, Elasticsearch e Kibana attraverso cui è possibile seguire il flusso logico schematizzato nella figura sottostante.

Tralasciando gli aspetti tecnologici, che meritano sicuramente approfondimenti ulteriori, è utile focalizzare l’attenzione sui risultati che si possono ottenere da un’analisi di questo tipo. In primo luogo, è possibile raggruppare i dati al massimo livello di aggregazione della CP2011 per capire quali sono le professioni più richieste all’interno di un singolo raggruppamento. Le professioni intellettuali e le professioni tecniche, al momento dell’analisi, rappresentano più del 70% dell’offerta.

Scendendo un po’ più nel dettaglio, e facendo un focus sulle professioni intellettuali, si può comprendere meglio la distribuzione degli annunci rispetto alle Unità Professionali contenute nel Grande Gruppo.

La rappresentazione grafica dei dati in un diagramma a torta è molto esplicativa: gli Analisti e progettisti di software, insieme agli amministratori di Sistemi, agli Specialisti nella commercializzazione di beni e servizi e ai Chimici, rappresentano circa il 20% dell’offerta complessiva.

I dati raccolti, disponibili per la consultazione sulla piattaforma http://www.iolavoro.info, permettono inoltre di fornire informazioni precipue e di analizzare nel dettaglio l’andamento in funzione delle Unità Professionali. Prendendo in esame l’Unità Professionale 2.1.1.1.1 — Fisici, si possono osservare diversi aspetti che non emergono dagli studi ufficiali condotti sul mercato del lavoro.In primo luogo, è possibile raggruppare le vacancies, per fornire un elenco completo e un panorama ampio integrato, grazie all’associazione con la CP2011, con le altre informazioni sulle professioni messe a disposizione dalle istituzioni (INAPP, INPS, UNIONCAMERE, MINISTERO DEL LAVORO, MIUR, Istat, Regioni).

Abbinando l’elenco delle offerte di lavoro all’elenco delle aziende e degli enti pubblici che pubblicano gli annunci, si possono comprendere i settori che esprimono un fabbisogno maggiore per una certa figura professionale. Nel caso in esame, l’Istituto di Fisica Nucleare, il Politecnico di Milano e L’Alma Mater Studiorum di Bologna sono gli enti pubblici a cui è associato il maggior numero di vacancies. Tra i soggetti privati, invece, spiccano le multinazionali che si occupano di ricerca e selezione di risorse umane (Ranstad, Orienta e Manpower).

La distribuzione territoriale è un altro indicatore importante per la valutazione dell’incidenza e del fabbisogno di una certa professione rispetto alle attività produttive e alle aziende dislocate sul territorio nazionale. Nel caso in esame, si può osservare una concentrazione elevata nel nord Italia e molto meno marcata al sud.

Tra gli esempi di professioni più rappresentativi c’è il Fisico, seguito dallo Specialista in fisica medica e dal Fisico nucleare. Questa differenziazione è più evidente se si prende in considerazione un’Unità Professionale diversa (es. Analisti e Progettisti di software) alla quale sono associati un maggior numero di voci elementari (analista di procedure, analista di programmi, analista programmatore, analista programmatore edp, bioinformatico, consulente per le applicazioni gestionali, consulente per le applicazioni informatiche industriali, ingegnere del software, progettista di sistemi vocali, sviluppatore software, capo progetto informatico, progettista di software, progettista sistemi multimediali, specialista progettista di prodotti di editoria elettronica).

Un ulteriore strumento di grande rilevanza per numerose valutazioni è fornito dalla rappresentazione dell’andamento temporale. Conoscere il trend delle vacancies è importante per pianificare politiche e azioni mirate sui sistemi di istruzione, formando per tempo delle figure preparate e agendo con un livello di precisione rispetto al territorio molto elevato.

Ci sono numerosi altri aspetti che possono essere scandagliati attraverso la raccolta delle offerte di lavoro. Avendo accesso ai flussi delle CO e ai dati puntuali dell’indagine sulle forze lavoro, per esempio, si può comprendere meglio il rapporto tra l’offerta di lavoro e l’occupazione. Studiando i tempi di vita delle offerte lavorative, strutturate sulla base della CP2011, si può conoscere la velocità con cui una certa figura professionale viene inserita nel mercato del lavoro. Questa e altre questioni saranno illustrate in un paper dettagliato in corso di pubblicazione.

Avrei potuto farcela

avrei potuto farcela

Sono Luca Strano, ma se fossi in voi non mi fiderei molto dell’uso spericolato che faccio del verbo essere. Oggi come oggi, dire “sono” è un’affermazione azzardata, che genera false aspettative. Sarei un disonesto se mi presentassi con la presunzione di essere qualcuno che si possa descrivere esattamente come si fa con la ricetta dell’impepata di cozze. Ricomincio dalla presentazione, allora. Sono strano senza S maiuscola, questo posso dirlo. Parecchio strano. Sono  impreparato alla vita, alle prove a cui mi mette continuamente di fronte, e sono inadeguato a tutto: all’amore, alla paura, alla gente, alla sofferenza, ai problemi, alle soluzioni e alle scelte. Sbaglio in continuazione, se mi trovo in una situazione difficile o inaspettata reagisco come farebbe qualcun altro che non sono io e mi viene spontaneo chiedermi “Chi cazzo sono realmente?”. Per questo ho le idee confuse. Ho creduto di essere, serio, fedele, timido e onesto e sono stato costretto dalla vita a diventare cialtrone, a tradire per sopravvivere all’infelicità, a essere estroverso per sopravvivere al lavoro e a rubare per non essere derubato. Prometto che, in futuro, sarò Luca Strano, un uomo tutto d’un pezzo. Per ora dovete accontentarvi del professionista dell’errore descritto nella sinossi, una specie di spezzatino umano con tanto di patate a tocchetti. Vi farete un’idea sbagliata di me, che sarete costretti a cambiare Strada facendo, come direbbe Baglioni, senza l’aiuto del famoso “gancio in mezzo al cielo”. Che metafora geniale… invece di dire “nella vita sbaglierai e non potrai fare altro che attaccarti al cazzo”, Baglioni se n’è uscito con “strada facendo troverai un  gancio in mezzo al cielo”… lo stesso identico concetto espresso in modo diverso.
Non sapendo da dove iniziare, per farvi capire esattamente le dimensioni del coglione con cui avrete a che fare, comincio col darvi la tipica informazione che non serve a una beneamata minchia: faccio il pubblicitario. Non basta? Già, avete ragione, la domanda più inutile che si possa fare a una persona, per conoscerla, è “Che lavoro fai?”. Chiedetemi che libri leggo, che musica ascolto, che idee politiche ho, ma non che lavoro faccio. In effetti, citando Claudio Baglioni, non mi sono presentato benissimo. Avrei potuto esordire, che so, con Guccini, De Andrè, Gaber, al limite anche Bertoli… ma non sarebbe stata la stessa cosa. Vuoi mettere il parallelismo tra il “gancio in mezzo al cielo” e “attaccati al cazzo”? Aggiungo un altro particolare, dunque. La mia agenzia pubblicitaria si chiama sComunica. Con la s minuscola e la C maiuscola. Tranquilli, tranquilli, non sono ateo, sono credente a modo mio. Per esempio, non bestemmio mai a sproposito: ci deve essere sempre una buona ragione. Peccato che gli eventi me ne forniscano sempre più di una, di ragione. Vabbè, qualche giaculatoria a volte serve e non fa male a nessuno, men che meno a un ipotetico dio o a qualche santo. Alla fine, per entrare nel regno dei cieli, basta avere pietà di tutti, anche di sé stessi. Il problema non è il regno dei cieli, ma il regno della terra: qua son cazzi, non là. Lo ammetto, un po’ ateo lo sono, ma poco poco. La sComunica si chiama così ovvi motivi. Per fortuna se dovessi ricevere un padulo d’incenso dal Vaticano non sarei solo: dispenserei l’inculata anche al mio socio, Alberto, che poi è pure il mio migliore amico. Ci conosciamo da una vita. Riesce a perdonare le cazzate che faccio come non sarebbe in grado di fare nemmeno Santa Maria del Soccorso, quella che si invoca inutilmente quando sei nella merda, invece di prendere le pagine gialle e chiamare una ditta di idraulica e spurghi. Non che lui sia immune, dalle cazzate, ma è sicuramente più razionale ed equilibrato di me. Io sono complicato come un risotto alla pescatora, lui è razionale ed equilibrato come le fette biscottate del Mulino Bianco. C’è da dire, però, che non mi ha mai lasciato solo, nemmeno quando sono sceso all’inferno senza preavviso. Quando è finito il mio matrimonio, per esempio. Sì, ho una ex moglie e se avessi avuto la lungimiranza di prevedere l’alta probabilità di fallimento dei sentimenti, avrei sicuramente fatto una raccolta di firme per abolire definitivamente l’amore e il matrimonio. Vabbè, non voglio cincischiare ulteriormente, potrei descrivervi il mio carattere nei minimi dettagli, ma non sarebbe efficace come le storie che ho da raccontare. Comincio da oggi e dal compleanno di Alberto: 40 anni. L’età più bella, quella della maturità e delle opportunità da cogliere consapevolmente. Non solo, i quarant’anni rappresentano anche l’età dei colpi di testa (di cazzo), ma questo lo descriverò meglio in seguito…
Gli ho organizzato una festa a sorpresa che si ricorderà per tutta la vita. Ho anche ingaggiato un gruppo musicale, una cover band, che suona musica rock anni ‘50, la sua preferita. È fissato con Jerry Lee Lewis ed Elvis: siamo diversi anche nei gusti musicali. Ah, Alberto ha una moglie, Anna, una vera scassacazzi da manuale. Anna, la professionista del lamento. Anna, l’eterna insoddisfatta. Anna, l’eterna criticona. Anna, la donna più paranoica che io abbia conosciuto. Anna, la maniaca del pulito, quella che si sente addirittura superiore alla nonnetta immortale che pubblicizza la candeggina Ace. Avete presente quelle pazze scatenate che entrano in crisi se vedono un capello sul pavimento e che disinfettano continuamente ogni angolo della casa? Ecco, Anna è così. Una moglie che definire “dito al culo” è farle un complimento. Non so nemmeno come sia riuscito a convincerla a farmi dare le chiavi di casa, per fare i preparativi. Cioè, lo so: in cucina sono un dio, questo è risaputo. Quella zoccola di Anna ha avuto anche la sfacciataggine di pretendere un menù di suo gradimento: risotto alla crema di scampi, tagliata di tonno alle erbe, spiedini di mazzancolle e calamari, Sacher. Spero che abbiate compreso il tono amichevole della zoccola… cioè, del mio modo di rivolgermi ad Anna.
–  Mi raccomando: non lasciare il lavandino bagnato, perché divento una bestia…
Nient’altro? Vuoi pure una fetta di culo vicino all’osso o preferisci un gancio in mezzo al cielo a cui attaccarti in caso di necessità?
–  E stai attento ai mobili, ai tappeti e a qualsiasi complemento di arredo ti trovi a maneggiare. Anzi, se ti limiti a restare in cucina, non fai un soldo di danno…
–  Cos’è, casa Alcatraz?
–  Non fare il cretino,  lo sai che sono gelosa della mia casa…
No, tu non sei gelosa della tua casa, sei una malata di mente che andrebbe curata con un trattamento sanitario obbligatorio da uno sfasciacarrozze. Soprassiedo, va’, che è meglio. Giuro che mi viene voglia di organizzare un festino con venti spogliarelliste brasiliane, solo per demolire quella stracazzo di casa a ritmo di samba. A conoscerle, venti spogliarelliste brasiliane…
Per fortuna, quella psicolabile di Anna non ce l’avrò tra le palle: aveva un appuntamento col parrucchiere.
–  Stasera voglio essere bellissima!
Ha detto, prima di darmi le chiavi di casa.
Lo sarai, lo sarai, ho pensato, ma prima devi passare in chiesa a chiedere una grazia ai santissimi Sili e Cone, protettori dei chirurghi plastici. E visto che ci sei dì anche un rosario per tutte le siliconate che conosci:

Alba Parietti, prega per noi
Daniela Santanchè, prega per noi
Valeria Marini, prega per noi

Dunque, facciamo il punto della situazione: la spesa l’ho fatta, il regalo ce l’ho…
A proposito di regali, se avrete la pazienza e la voglia di leggere le mie storie, vi imbatterete spesso nella frase “io sono quello che fa i regali a chi non sa cosa farsene” o qualcosa del genere. È un’autocitazione, che deriva da un fatto che mi è accaduto e da una mia ferma convinzione: ciò che accade nei primi anni della vita di un bambino influenza enormemente il comportamento e gli eventi dell’adulto di domani. La mia sindrome del regalo non richiesto la devo a un ragazzino, ma farei meglio a dire a un figlio di puttana, che mi ha rovinato l’infanzia. Si chiamava Andrea, ma tutti lo chiamavano Andreino per via della sua altezza paragonabile a quella di una scatoletta di tonno. All’epoca non sapevo che quella storia del cuore vicino al buco del culo, nelle persone basse, a volte può avere un riscontro pratico palpabile. Questa merda umana era una specie di boss e gestiva il commercio clandestino di tappi e biglie, il calendario degli sport estivi in cortile e altre menate di questo tipo.
Essere il migliore amico del boss era un privilegio. Tutti, chi più chi meno, aspiravano a ricoprire questa carica. Lo sapeva, l’infame, e si vendeva per un pacchetto di figurine Panini. Il compleanno di Andreino è stato per anni una specie di evento. Lo festeggiava in casa con un gruppo ristretto di fedelissimi: ogni anno diversi, ovviamente. Non c’è nulla di più infedele dei fedelissimi, nella vita. Quell’anno, uno dei fedelissimi ero io. Io e il mio cuore puro, che mantengo tuttora, nonostante la vita e le persone cerchino continuamente di contaminarlo. Non dormivo la notte, al pensiero del regalo da fare a quel guappo ‘e cartone e della festicciola a cui avrei partecipato.
Già da ragazzino avevo la fissazione di fare regali unici, studiavo per non sbagliare. Che coglione, direte, e avete ragione. Purtroppo il  vizio di fare un regalo che faccia pensare “Come cazzo fa a conoscermi così bene?” ce l’ho ancora, nonostante le fregature accumulate negli anni. A regalare un anello di brillanti sono tutti capaci, a regalare due biglietti per un concerto che si tiene a ottocento chilometri di distanza, facendo andata e ritorno in giornata, su una macchina sgangherata, è più difficile.
Mi piace sorprendere, ecco. E non è vero che i regali bisogna saperli fare, i regali bisogna saperli ricevere. Chi riceve un regalo dovrebbe seguire una specie di galateo o almeno fare tutte quelle espressioni del viso che il mittente della sorpresa ha immaginato.
Sembro uno sfigato lasciato dalla moglie (e in parte lo sono), invece l’altro giorno mi sono ritrovato in una profumeria senza un motivo. Anzi, un motivo c’era: Daniela. L’ultimo amore, quello che, forse, non si scorda mai. Credo in lei. Ne sono innamorato come può esserlo un uomo di 40 anni.
Profondamente, quindi.
Senza illusioni.
Consapevolmente.
Pensavo di non esserne più capace. Non ci credevo più, insomma. Invece mi sono ritrovato a immaginare i suoi gusti e a giocare con l’olfatto.
–  Non ha proprio idea di quale profumo usi la sua compagna?
–  No. L’ho appena abbracciata, però. Ce l’ho addosso, il suo profumo.
La commessa me li ha fatti provare tutti: dolce, aspro, leggero, pesante, fruttato, estivo, invernale, agli agrumi di Sicilia, ai frutti di bosco del Trentino…avrà pensato che stessi cercando la supercazzola dei profumi. Invece, cercavo il “suo” profumo. e alla fine l’ho trovato. Sono tornato a casa, contento come un pagliaccio e profumato come una bagascia d’alto bordo, immaginando le espressioni del suo viso. Fa quel sorriso soffocato a metà dall’imbarazzo che ha solo lei. Le farei dei regali solo per vederla sorridere così.
E’ solo mio, quel sorriso. E  il suo modo di camminare.
Sì, ne sono innamorato, ma questo ve l’avevo già detto, e non voglio che pensiate di avere di fronte un romanticone tutto cuoricini e coccole, quindi ritorno a parlare di quella grandissima testa di cazzo di Andreino.
La festa iniziava alle 17 e io avevo impacchettato i regali in tante piccole scatole cinesi. Mi avvio verso casa sua e lo vedo venirmi incontro, insieme ad altri bambini. Si avvicina, esibendo un sorrisetto perfido ai lati della bocca. Capisco tutto, in un attimo: avevano festeggiato senza di me. E il regalo? Quel regalo costruito giorno dopo giorno? Che ci faccio? Me lo tengo? Me lo sbatto? Lo butto?
Glielo do lo stesso, senza dire niente.
Corro.
Piango.
Stringo i pugni.
La prima vera delusione.
Ho conosciuto la cattiveria negli occhi spietati di un bambino. Se fossi Buzzati, direi negli “spietati occhi”, per dare più forza al concetto, ma mi trattengo perché non ho lo spessore nemmeno della cugina di secondo grado, del buon Dino. Ho imparato a leggerli negli occhi, i sentimenti delle persone. L’ho imparato quel giorno. Mi perseguita, la sindrome di Andreino: regalare qualcosa di  prezioso a chi non sa cosa farsene. Avere l’anima in festa quando la festa è finita. È accaduto talmente tante volte che ho perso il conto. E mi ha fatto sempre molto male, soprattutto quando ho regalato me stesso e ho donato amore a chi non sapeva come riceverlo.
Comincio a pensare che l’altruismo sia una colpa, ma non me ne frega una beneamata minchia: altruista sono e altruista rimango.
Ma torniamo ad Alberto. Dicevo che il regalo ce l’ho, la sacher pure… Le candeline!, cazzo, ecco cosa mancava. Devo cercare un tabaccaio per comprarle. Per il momento, mi godo i colori autunnali di Villa Borghese: sono stupendi. Mi fermo un attimo: proprio là, su quella panchina, il 10 ottobre di venti anni fa, io e Valeria ci stavamo baciando come due adolescenti. Avevamo davanti tutte le possibilità… se avessimo saputo che le avremmo sprecate tutte, forse ci saremmo comportati diversamente e ci saremmo salvati. Esserci al momento giusto, evitare rancori stupidi, smussare gli angoli per evitare di litigare per cose assolutamente inutili e, soprattutto, prolungare quello stato di felicità il più a lungo possibile: questo avremmo dovuto fare. Mi siedo un attimo su quella stessa panchina: a volte mi piace farmi cullare dai ricordi e dalla malinconia. Faccio finta di essere ancora quello là, il ragazzo di una volta. Per un attimo, al pensiero di tutte le cose belle che abbiamo vissuto insieme, vengo assalito dall’ansia. Poi, ripenso agli ultimi tempi, a quanto fosse diventato difficile dirsi anche buongiorno, e mi calmo. Penso che non l’amo più e che sto bene insieme a Daniela. Sono contemporaneamente triste e felice. È così, quando si costruisce qualcosa sulle macerie. Sopra c’è un bel palazzo, ma sotto restano cumuli di calcinacci. Mi sento come una ginestra che fiorisce in mezzo all’asfalto, senza passato e futuro. Fermarsi a riflettere è pericoloso, ci sono ferite che riprendono a sanguinare proprio quando sei sicuro che siano diventate cicatrici. La verità è che mi rifugio spesso nel passato perché così non corro rischi. Il presente e il futuro sono troppo pericolosi. Purtroppo, non bisogna mai fermarsi a riflettere perché un barboncino potrebbe approfittarne e pisciarti addosso.
–  Signora, i cani si tengono al guinzaglio, porca di quella troia!
–  Stia tranquillo, non morde…
–  No, non morde, me ne sono accorto: piscia addosso della gente che se ne sta per i fatti propri a riflettere.
Capito perché si dice “fare le cose a cazzo di cane”? Me lo sento, quella stronza della padrona è sicuramente la donna che ha ispirato a Califano la canzone Piercarlino. Più precisamente, mi riferisco al pezzo in cui dice:

Quanno je scappa è sempre mattinata,
L’avesse mai ‘na vorta anticipata.
Spacca er minuto, ar primo chiaro ‘n cielo,
Pare che c’ha la sveja sotto ar culo.
Chi se lo scorda er compleanno tuo
“Comprami un cagnolino amore mio!
Gli starò dietro, ha la parola mia”!
Sei stata dietro a li mortacci tua.

Ecco, la stessa cosa che penso io: sei stata dietro a li mortacci tua. Non potevi tenertela vicino, quella vescica urinaria a quattro zampe? Scusate il francesismo, ma quando ci vuole ci vuole… Va’ a spiegarlo, stasera, questo odore di selvatico che mi porto addosso! Vado a comprare le candeline, è meglio…
–  Due candeline, grazie. Un quattro e uno zero.
–  ‘E candeline nun se usano più, è robba cartagginese. Je do ‘na bella fontana luminosa, vedrà che farà ‘n figurone, quanno l’accennerà!
Ammetto la mia ignoranza: fino a oggi non sapevo cosa fosse una fontana luminosa. Trattasi di una specie di candelina infiammabile dalla quale fuoriesce una pioggerellina colorata. Si sistema sopra alla torta, si accende e crea un’atmosfera allegra e festosa. Tutti battono le mani e intonano “tanti auguri a te, tanti auguri a te”. E io non posso non pensare a Gaber, in questi momenti, e a quello che non si fa per far finta di essere sani.
–  Non sanno se ridere o piangere e batton le mani… Far finta di essere sani…
Canticchio, nonostante il pensiero del teatrino della vita mi abbia messo un po’ di tristezza addosso, che si è aggiunta alla riflessione interrotta dal quel cazzo di cane. A volte, mi sembra tutto inutile e mi sento inutile anch’io. Ci vorrebbe un cane che mi pisci addosso ogni volta che inizio a fare riflessioni cupe… a parte la puzza, smetterei di deprimermi, ma in poco tempo mi verrebbe l’artrite reumatoide  .
A proposito, in casa di Alberto si sente un profumo chimico soffocante, che, mischiato con la puzza di piscio di cane, mi fa pensare all’abitacolo di una macchina in cui si mette l’Arbre Magique dopo aver pestato una merda. Sì, lo so, è un’immagine un po’ forte, ma in quanto a eleganza non me lo mette al culo nessuno.
Devo ammettere che Anna ha avuto buon gusto ad arredare casa: non c’è niente che sia fuori posto. Il divano in pelle fatto a mano, il mobile e la libreria in piuma di mogano, i quadri d’autore, il tappeto persiano: è tutto armonioso e ben disposto. Bravo Alberto, hai scelto proprio una donna di classe!, peccato che sia una trifolapalle da competizione.
Ah, che bella la ricchezza della lingua italiana.
Trifolare: Cuocere a fuoco vivace, con olio, aglio e prezzemolo, una vivanda tagliata a fettine sottili.
Palle: Testicoli.
Trifolapalle: Colei che cuoce a fuoco vivace, con olio, aglio e prezzemolo, le palle di un uomo tagliate a fettine sottili.
Anna è una campionessa olimpionica di questa specialità. Come trifola e affetta lei, non trifola e affetta nessuna donna al mondo. Fammi stare attento a quello che faccio, piuttosto: non ho nessuna intenzione di diventare l’oggetto del trifolamento serale. A occhio e croce, mi sembra sia tutto a posto: vino in fresco, tartine, antipasti, patatine, olive… lo vorrei anch’io un amico come me.
Suonano alla porta, chi sarà?
‘Stocazzo, risponderete voi, che avete la mente maligna. C’è poco da fare ironia. Non potete deridermi così, se prima non specificate il tono del pensiero. Avete posto più enfasi  su “sto” o “cazzo”?  Non è il momento di dare lezioni, ma la stessa parola può significare stupore o presa per il culo. Ok, nel vostro caso era una presa per il culo, come per dire “ chi vuoi che sia, ‘stocazzo?”.
–  Luca? Come stai? Ma che ci fai qua? Anna dov’è?
‘Stocazzo!, dico io, stavolta, con l’enfasi su “sto” e l’intonazione stupefatta di chi si trova davanti al secondo e terzo posto olimpionico delle trifolapalle, Lucia e Martina, due amiche di Anna. Tre domande in una, per impicciarsi con “nonscialanz”. Vabbè, non so come si scrive e non ho voglia di cercare su internet. Torniamo alle due bagasce: se non puoi battere il nemico, confondilo…
–  Lucia, Martina, siete uno schianto. Entrate e mangiate qualcosa, Anna e Alberto arriveranno tra poco…
Come no, proprio uno schianto, nel senso che preferirei schiantarmi al suolo con il bangigiaming piuttosto che darvi udienza. Siliconate di merda. Vi è rimasta solo la pianta dei piedi, al naturale.
–  Valeria l’hai più sentita? Peccato che vi siete lasciati… eravate una bella coppia.
Peccato ‘stocazzo, tanto per rimanere in tema e rafforzare il mio disappunto: quella stronza mi ha rovinato la vita, non la voglio più vedere né sentire. Come potete osservare, il lato malinconico di qualche ora fa è stato prontamente sostituito da quello razionale.  Per fortuna, suonano di nuovo alla porta e non faccio in tempo a rispondere alle due Barbie di Tor di quinto.
–  Scusate, suonano di nuovo.
Mi avvicino alla porta e dico  “Chi è?”.
Vi proibisco di pensare a qualsiasi parola inizi per “‘sto”.
–  ‘Stocazzo –  risponde Alberto, da fuori.
Ma allora è un vizio! Vi siete messi d’accordo? Questo racconto comincia a non piacermi: è pieno di gente volgare e maleducata.
–  Non sei originale, socio, è roba vecchia. Lo diceva sempre anche mio nonna a mia nonna e la tradizione si è tramandata a mio padre e mia madre…
–  Non mi dire niente che mi girano i coglioni a elica di overcraft: le feste di compleanno non le sopporto…
–  Lo dici a me? Ti rendi conto che amici avete, tu e Anna? A parte il sottoscritto, s’intende…
–  Lo dici a me? Io non ho amici, a parte il soprascritto. Le baldracche rifatte, gli avvocaticchi, le checche impazzite, i dirigenti de ‘sta minchia sono tutti amici di Anna.
Suonano nuovamente.
–  Chi è – dice Alberto.
Lo guardo, per ricambiare la cortesia di poco prima. Non c’è nemmeno bisogno di proferir parola, basta il pensiero.
–  Sono Anna, apri, amore…
E ti pareva che lei non doveva rovinare la poesia di questo momento? Impegnati Anna, puoi fare di meglio…
–  Luca!, non mi piace per niente come hai apparecchiato. Ti avevo detto di usare le posate del servizio e di non spostare tassativamente nessun oggetto. Mi spieghi perché quella pianta è finita vicino al termosifone? E quell’unto sul piano cottura? Avrei dovuto supervisionare, lo sapevo
Ecco, ti ho detto che puoi fare di meglio e mi hai preso in parola. Allora, cominciamo col dire che nemmeno hai salutato e sei entrata in casa muovendoti all’impazzata come quei robottini a pile elettriche che andavano di moda negli anni ‘80. Cominciamo col dire che qualsiasi cortesia ti faccia una persona deve essere ricambiata almeno con un grazie. Cominciamo col dire che sono mesi che mi trifoli i coglioni con questa stracazzo di festa di Alberto. E ora passo alle premesse. Premesso che sei stata tu a volermi dare a tutti i costi questa incombenza. Premesso che non sai cucinare nemmeno un panino con olio e sale. Premesso che se non avessi spostato la pianta non ci sarebbe stato spazio per tutti. Premesso tutto ciò, vaffanculo.
–  Anna, non esagerare come al solito…
Grazie, Alberto, bel modo di dire “non trifolare le palle altrui, accontentati delle mie”. Anche perché, nonostante la scarsa qualità degli invitati, sta andando tutto per il verso giusto.
Cioè, “stava” andando tutto per il verso giusto…
Adesso arriva il momento più idiota di una festa di compleanno, quello in cui bisogna appartarsi in gran segreto, per mettere le candeline sulla torta, fingendo che la torta non ci sia. Ditemi voi se esiste un rito più demente di questo. Si è mai vista una festa senza torta? No, non si è mai vista. Allora spiegatemi perché deve esserci tutto questo mistero… Il festeggiato non può avvicinarsi al frigorifero. Se disgraziatamente lo fa, è un dramma.
–  Ecco, ha visto la torta. Sorpresa rovinata!
Ma siete completamente decerebrati? Quale sorpresa si rovinerebbe, dicendo “vado a mettere le candeline sulla torta”? Secondo voi, se uno entra in una pescheria deve fingere stupore mentre guarda l’occhio delle triglie, o può anche rilassarsi e pensare che sia normale? Sentiamo, cosa dovrebbe fare?, guardare il pescivendolo ed esclamare “Ohhhh, cosa ci fa questo strano animale dentro a una pescheria?”. Non vi viene il dubbio che nella testa del pescivendolo possa passare un pensiero simile a “ Ma ‘sto cojone c’è venuto da solo o ce l’hanno mandato?”. Ora, spiegatemi il motivo per cui si debba far passare il festeggiato per il coglione di cui sopra. Mettetevelo dentro quel cervello da criceti sottosviluppati che avete: non esiste al mondo una festa di compleanno in cui il festeggiato non si aspetti una torta. Chiaro?
Niente, devo prestarmi a questo gioco da imbecille. Anna mi fa un segno, mi alzo e andiamo in cucina. Esco la torta dal frigo. E non fate i pignoli: lo so benissimo che non si può scrivere “esco la torta dal frigo”. Per chi mi avete preso? Sarò un po’ incazzato per questi giochetti che sono costretto a sopportare o no? Posso prendermi qualche libertà linguistica, ogni tanto, o devo rendere conto ai lettori?
–  Cos’è ‘sta roba?
–  Come “cos’è ‘sta roba?”…  non dirmi che non lo sai: è una fontana luminosa. Fa una pioggia colorata che mette allegria, crea un’atmosfera diversa dalle solite candeline e fa risaltare la pettinatura delle belle donne come te.
Quante stronzate sparo, pur di giustificare le mie bischerate… Si spengono le luci. Altra minchiata galattica. Cosa dovrebbe fare un festeggiato quando si spengono le luci? Un’espressione sorpresa? Dire “Ohhhhh non me l’aspettavo”.  Taccio, che è meglio. Approfitto di questi secondi per mandare un messaggio al complesso rock che ho ingaggiato: quella si che è una sorpresa, non questa scenetta di merda.
“Tra un minuto, potete suonare il pezzo di apertura”.
Ho la torta in mano, cammino nel buio come una quaglia, mentre Anna accende lo stoppino., che si consuma velocemente come in un cartone animato di WIlly il coyote.
–   Tanti auguri a te, tanti au…
Fiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuu.
Oddio! Da dove proviene questo fischio agghiacciante? Sarà l’attacco del gruppo rock? No, proviene da questa fottuta fontana luminosa. Adesso che faccio? Prima di tutto, sto calmo, mica posso mettermi allo stesso livello di questi coglioni, che scappano nella stanza da letto come formiche impazzite. Anzi, faccio un sorriso tranquillo e sornione e li rassicuro. Ho le palle, io.
–  Ma dove scappate? È una fontana luminosa ed è sicurissima. Possibile che non ne abbiate mai vista una? Ora farà una semplice e innocua pioggerella colorata…
Innocua ‘stocazzo, tanto per non perdere la tonalità aulica del racconto. Non faccio in tempo a finire la frase che si sente un botto in stile “bomba di San Gennaro” e parte una palla infuocata che si schianta sul soffitto. La pioggia in effetti l’ha fatta, ma è incandescente, e mi cade addosso in tutto il suo infuocato splendore. Dio, che dolore, i lapilli mi entrano nel cranio e mi perforano il cuoio capelluto.
Sono tutti in preda al panico, ma io non cambio di un millimetro la mia impostazione rassicurante. Fermezza, nervi saldi e un altro sorriso finto, lo stesso che, nella vita, mi sono ritrovato spesso a mostrare agli altri, per nascondere il mio dolore e i miei pensieri. Quello che da oggi in poi chiamerò “Il sorriso da fontana luminosa”. Dentro muori, ma non dai la soddisfazione di farlo capire. Lo so, non si può morire dentro e sorridere così.
Ecco, ci mancava la botta nostalgica, in questo momento. Ripenso a Valeria e all’ultima volta che ci siamo visti. Avrei avuto voglia di baciarla, era bellissima e stava già insieme a un altro. Non mi aveva detto nulla, ma io già lo sapevo. Nella testa mi risuonavano  le parole di Gianni Bella.

avrei potuto farcela

E aveva ragione Gianni: stavo morendo dentro e sorridevo. Se penso a quante volte sono stato costretto a morire dentro, e a sorridere, mi viene da piangere. A sorridere così, col mio sorriso da fontana luminosa, mentre il mondo mi crollava sotto ai piedi. Avrei potuto farcela, se non avessi amato. Avrei potuto farcela, se avessi incontrato le persone giuste. Avrei potuto farcela. E forse ce l’ho fatta, se sto qui a raccontarvi le mie storie e a strapparvi qualche sorriso. Mi scendono le lacrime, non so se per i lapilli o per il male che mi ha fatto Valeria. Due sofferenze diverse, che fanno piangere nello stesso modo. Ma io sono quello che sorride al dolore e fa finta che non esista.
–  Avete visto che bella pioggia colorata? Venite qua e mangiamo la torta…
Dico, contento di aver superato il dramma. Macché superato… i drammi non vengono mai da soli. Altra sequenza mortale: fischio, botto e palla di fuoco. Verde, stavolta.
Per fortuna, il gruppo musicale ha iniziato a suonare. Peccato che il pezzo sia Great balls of fire, la canzone di Jerry Lee Lewis, quella preferita da Alberto. Ti piace Jerry, caro Alberto? Ti piacciono le great balls of fire? Adesso attaccati al gancio in mezzo al cielo di Baglioni.  Non sembra una festa di compleanno, sembra una rivolta studentesca del ‘68.
Si sente il suono indiavolato della tastiera e il cantante che grida Goodness gracious, great balls of fire.
Che tradotto può assumere diversi significati, in base a come viene interpretato Goodness gracious: Santo cielo, Bontà divina, Per grazia di dio.
Caso 1) Santo Cielo, grandi palle di fuoco. No, Santo Cielo non è l’espressione adatta per questa situazione. Semmai ci starebbero meglio un paio di bestemmioni, ma capisco che non è il caso di perdere il controllo e far scomunicare me e l’autore dal Vaticano.
Caso 2) Bontà divina, grandi palle di fuoco. Bontà? Pensa tu se dio fosse stato cattivo… Cosa avrebbe fatto? Avrebbe lanciato un asteroide a tutta velocità sul palazzo e sterminato i condomini? Ecco da dove deriva la mia diffidenza nei confronti di chi dice “dio è buono”.  Ancor più diffidenza la provo nei confronti di chi dice “dio ti guarda”. Se mi sta guardando, in questo momento, perché non si fa una manciata di cazzi suoi e volge lo sguardo altrove?
Caso 3) Per grazia di dio, grandi palle di fuoco. Grazia di dio, questa mi piace. Quindi, le grazie di dio sarebbero queste. Pensate a quanto sono antico: non solo non sapevo che le fontane luminose avessero preso il posto delle candeline, ma ero convinto che le grazie di dio avessero uno stampo più classico, tipo il cieco che acquista improvvisamente la vista o lo storpio che riprende a camminare normalmente. Invece no, tra le grazie che dio può fare, ci sono anche le palle di fuoco. Che culo! Mi è capitata la migliore, quella più richiesta. Chi non vorrebbe una grazia di dio simile? Per chi avesse rapporti con gli intermediari di dio, faccio presente che a me sarebbe bastata una Grazia di dio con le fattezze di una fotomodella: non capisco queste manie divine di strafare sempre.
Ma poi, come funziona, esattamente? Una grazia corrisponde a una palla?  No perché se è così io sto già alla seconda… Dio, non si poteva, che so, come seconda grazia, farmi vincere qualche milioncino? Niente da fare, devo gestire bene questa dose di fortuna ed evitare un’altra doccia infuocata. Col cazzo che direziono la torta verso il soffitto., stavolta Miro al lampadario di Murano, è meglio.  Ora si comincia a ragionare: la palla di fuoco colpisce il lampadario e disintegra quegli odiosi pendoli lavorati a mano, poi, rotola sul mobile in piuma di mogano, ricade sul divano, sul tappeto, incendia tutto e… gooooooooooooal! Sono o non sono meglio di Nando Martellini, per la precisione con cui faccio le  radiocronache? L’assedio alla Bastiglia, in confronto al casino che ho armato, è la merenda dei bambini dell’asilo. Se non fosse per la colonna sonora azzeccatissima, e per il fatto che in tutto questo c’è lo zampino delle grazie di dio, ci sarebbe da preoccuparsi, a vedere la faccia imbufalita di Anna. Guarda com’è incazzata, mentre cerca di domare l’incendio…
Non voglio finire fuori tema, cioè, fuori racconto: stavamo parlando di grazie, giusto? E quante sono le grazie famose?
Una? Nooooo!
Due?Nooooo!
Sono tre, lo sapete benissimo. Infatti, la terza grazia non tarda a palesarsi. Fischio, botto e great ball of fire. Non posso sparare sugli invitati, anche se ne avrei una gran voglia. Mi tocca mirare verso il corridoio. Lo faccio con disinvoltura, mantenendo il mio bel sorriso da fontana luminosa. Azzarderei anche un bel “Tranquilli, non può succedere nulla”, dando seguito al consiglio dei saggi di negare sempre l’evidenza, ma non mi sembra il caso. Ammetto che qualche piccolo inconveniente questa fontana luminosa lo sta creando. La terza palla di fuoco è azzurra: un omaggio ai laziali che sono in sala. Dopo tutto il giallorosso dell’incendio, bisogna anche accontentare la tifoseria avversaria. Non avevo mentito, quando ho detto che le fontane luminose rendono l’atmosfera diversa. Il panico può considerarsi allegria? No, forse no, è più simile all’euforia… quindi, direi che le fontane luminose trasmettono euforia. E non potete immaginare a quale livello sia arrivata l’euforia, quando la terza grazia è passata a un soffio dai capelli di Anna, li ha incendiati e si è schiantata sul letto dove, per definizione, si ripongono le giacche degli ospiti. Il panic… ehm… l’euforia è finita fuori controllo e qualcuno ha fatto un gesto folle: chiamare i Vigili del Fuoco. Ma vi pare? Per qualche fuocherello nella sala da pranzo e nella stanza da letto è il caso di scomodare le autorità? Basta, non ne posso più di questo pessimismo e dei regali non graditi. Cosa c’entro, io, se quel figlio di mignotta del tabaccaio ha sostenuto a più riprese che le fontane luminose sono sicurissime? Cosa avrei dovuto fare? Non avrei dovuto fidarmi? Avrei dovuto rifiutare le grazie, quando è risaputo che le grazie del Signore non si rifiutano mai? Avrei dovuto mirare meglio? Avrei dovuto farmi i cazzi miei che, alla fine, è sempre la soluzione a ogni problema? Avrei dovuto farcela, questa è la verità. Avrei dovuto farcela.

Certo, certo. È chiaro.

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Il cibo è la mia seconda passione. La prima è… la narrativa. Che avevate capito? Subito a pensar male… “Ci sono gente” totalmente in malafede e voi non fate eccezione. A dire il vero, ero indeciso se scrivere musica o narrativa, ma poi ho optato per la prima, che in qualche modo comprende anche la seconda. Direte, se c’è di mezzo anche la musica, non potevi scrivere che il cibo è la tua terza passione? Sì, avrei potuto scriverlo, ma poi non sarebbero tornati i conti e non avrei saputo argomentare bene l’equivoco tra prima e seconda passione. E poi non è che devo svelare tutti i trucchi del mestiere… Comunque, in questi anni, avreste dovuto capire con chi avete a che fare. Dovreste sapere che se mi proponessero di scegliere tra un fine settimana triste in compagnia di Belen Rodriguez e la lettura ad alta voce de I fratelli Karamazov in un gruppo di ultrasettantenni, non farei nessuna fatica ad ammettere candidamente di avere un’amaurosi fugace, patologia che sicuramente conoscerete, anche senza usare Google, e che indica un desiderio irrefrenabile di “amaure” fugacemente Belen. Sbagliato. Volevo vedere fino a che punto arrivasse la vostra ignoranza sulle patologie oculari; patologie che io conosco alla perfezione, conoscendo a memoria la poesia Un ottico dell’Antologia di Spoon River. Si tratta di una comune perdita temporanea della vista che, purtroppo, con enorme rammarico, mi costringerebbe a disertare la lettura condivisa e a ripiegare sul fine settimana triste. Lo so, sarebbero dei giorni terribili, che passerei chiuso con lei in una camera d’albergo con vista sul mare senza sapere cosa fare. Che noia, dio, che noia. Dovrei far ricorso a tutta la mia fantasia, per non tagliarmi le vene, e, ovviamente, porterei con me tutte le precauzioni del caso: le carte napoletane e il gioco dell’oca, per l’esattezza. Passare ore e ore a lanciare i dadi, per arrivare al traguardo e ritrovarsi tra la casella 89 e il rischio di finire sulla casella “torna al punto di partenza” è un dramma che nessuno meriterebbe di vivere. Porterebbe alla disperazione chiunque. Meglio vaccinarsi contro l’amaurosi fugace, dunque, e scongiurare ogni rischio. Purtroppo, non sono riuscito a vaccinarmi in tempo e un paio di weekend con la bisteccona argentina li ho dovuti trascorrere. Vi dirò, non vi perdete niente. Non è gran che, non sa giocare nemmeno a rubamazzo. Ho vinto sempre io. Solo una volta mi sono lasciato intenerire e ho finto di finire sulla casella “salta due turni”, ma solo perché sono un buono. Sono convinto che chiunque altro non avrebbe avuto pietà. Non so perché sia finito a parlare di questo, visto che ero partito dal cibo. Forse perché cibo e gioco dell’oca danno lo stesso piacere? O forse perché sono un dissociato che inizia a parlare di un argomento e finisce col parlare di tutt’altro? Lascio a voi la risposta. Non cado in queste provocazioni che peraltro mi sono fatto da solo. Ho detto che parlerò di cibo, e gioco dell’oca sia! Cioè, e cibo sia.
La mia è una vera e propria malattia. Io con gli ingredienti ci parlo. Li coccolo. Quando vedo il guanciale solo e triste nel frigorifero, mi commuovo. Tutto solo, al freddo. Mi chiedo: “Ma non ce l’ho un cuore? Possibile che sia diventato così arido?”. A quel punto, sento il dovere di trasmettergli tutto il calore che merita. Sui fornelli. I vegani non me ne vogliano, ma c’è della poesia in tutto questo. Ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da guanciale e pecorino. Ed è subito amatriciana. Quasimodo approverebbe commosso. Mi sento un poeta. Ermetico come un vasetto di ciauscolo. Sensibile come un finocchio al cazzimperio. Cazzimperio come un finocchio sensibile.
E atletico.
Atletico come un capocollo di suino nero dei nebrodi.
Campione indiscusso di salto in padella. Ci sono voluti anni e anni di faticosi allenamenti, ma alla fine ce l’ho fatta. Il polso della mia mano destra, che prima era dedito esclusivamente a pratiche e movimenti condizionati dai precetti onanistici, si è evoluto. Avrei potuto perdere tranquillamente la vista, ed evitare di ricorrere all’amaurosi, se non fosse subentrata questa passione per la cucina. Tralascerei l’immagine di me associata agli ampi movimenti della mano nella pratica del salto in padella e ai micro movimenti relativi alla pratica onanistica: non ne uscirei vincente e trasmetterei false aspettative alle mie fans. Poi, c’è da dire che gli allenamenti di salto in padella non sono mai esenti da rischi. Prima di raggiungere un livello di dimestichezza simile a quello raggiunto nell’altra attività, peraltro praticata con soddisfazione per circa trent’anni, qualche piccolo inconveniente l’ho avuto. Sono talmente onesto da ammettere che degli incidenti sporadici si verificano tutt’ora, ma si tratta di casi isolati. Qualche goccia d’olio bollente che mi ustiona le mani, sugo sulle camicie, macchie di unto sulle Clarks. Robetta, insomma.
Purtroppo, come in tutto ciò che si fa nella vita, c’è una differenza sostanziale tra l’obbligo e la passione. Cucinare per qualcuno che si ama  è passione, è donargli un po’ d’amore, seppur sotto la forma di tonnarelli a cacio e pepe. Quando Daniela entra in casa e, per esempio, sente il profumo di ciambellone appena sfornato, cambia espressione. Si distende. Può esserle accaduta qualsiasi cosa, che so, una lite in ufficio terminata con una scarica di vaffanculi repressi, che non ha potuto spedire a destinazione perché con gli altri mantiene sempre un timido riserbo, ma appena varca la soglia di casa, si riconcilia col mondo. La sequenza è: fetta di ciambellone caldo, baci, letto, amore e lite furiosa. Perché al vaffanculo represso bisogna dare libero sfogo, non si può reprimere, e io sono il suo sfogatoio preferito. Con me il timido riserbo non funziona, siamo come il canestro e il pallone da basket. Col tempo, lei è diventata più precisa: potrei azzardare che è quasi una specie di Michael Jordan dell’insulto. Ormai mi centra anche a occhi chiusi. Anche quando sono innocente e del tutto estraneo ai fatti. Perché una donna trova sempre il motivo per insultare o sminuire il proprio uomo. E se non lo trova, ne inventa uno. Sarebbe capace di rinfacciarmi che a ottobre del ‘68 non ho cambiato la cinghia della tapparella”. Aivoglia a spiegarle che nel ‘68 non ero neanche nei pensieri dei miei genitori e che non ero nato. Aivoglia a spiegarle che, da quando stiamo insieme, ho preso 7 lauree, 4 master, scritto 95 libri, e letti almeno  2000, e inventato le tapparelle che si sollevano con la forza del pensiero. Per lei e per i suoi amici sarò sempre il coglione che nel ‘68 non ha cambiato la cinghia della tapparella. Amen.
E questo discorso quando salterà fuori? In un sabato qualsiasi, dopo l’annuncio del venerdì, annuncio che ormai conosco benissimo: “Amore, domani sera ho invitato a cena i nostri amici”.
Come? Stai dicendo che vuoi frantumarmi gli zebedei, con la storia della tapparella, senza concedermi nemmeno di appellarmi a un attacco di amaurosi tremends? Ho una dignità, io. E so fare l’analisi psicologica delle frasi che mi dici. Punto primo, se esordisci con la parola “amore”, qualsiasi cosa dirai dopo sarà senz’altro un padulo di dimensioni galattiche che viaggia con moto uniformemente accelerato verso le mie terga. Punto secondo, se inviti delle persone a cena e io devo passare una giornata davanti ai fornelli, nonostante l’amaurosi, c’è qualcosa che non funziona. Punto terzo, i nostri amici sono solo amici tuoi. A me stanno sulle palle a livelli stratosferici. Soltanto con la mia ex suocera ho raggiunto livelli simili di disgusto. Ma, si sa, l’uomo innamorato è per definizione cedevole e rincoglionito, e io non faccio eccezione. Quindi, di solito, rispondo con altrettanta tenerezza “Certo, amore, passeremo una bella serata”. Che tradotto significa “passerò una serata di merda insieme a qualche mignotta rifatta e a dei superuomini che non devono chiedere mai”. Anche perché, con quei prepuzi che si ritrovano al posto della testa, non saprebbero cosa chiedere e quali domande fare. In compenso, hanno le soluzioni per qualsiasi problema, purché il problema non riguardi loro. Ma su questo punto mi soffermerò tra poco, quando vi parlerò dell’alternativa alla cena fatta in casa. Quella più terrificante. Quella che, nella maggior parte dei casi, mi obbliga a soggiornare lunghe ore sulla tazza del cesso fin quando le mie chiappe non si siano fuse con la tavoletta. Sì, sto parlando del ristorante “in”, quello che conosce l’amico figo che sa vivere. Al contrario di me che non so vivere e sono ancora attaccato alle fettuccine fatte in casa da mia nonna, quelle alla nazzicaculo, per intenderci. Quelle col ragù fatto pippiare 7 ore sui fornelli, in cui affondare mezzo filone sciapo di Terni. Quelle che lasciano nel piatto un irresistibile richiamo alla scarpetta. I sentimentalismi non pagano, questo è evidente. Invece, quei posti del cazzo in cui si mangia bene, si spende poco e si può conversare per ore di argomenti interessantissimi fin quando i testicoli non chiedono asilo politico ai polmoni, quelli sì. Quelli sono da uomini di mondo. Funziona così, lei rientra in case e…

–  Amore?…
Eccolo. Sento il sibilo.
Colpito!
Ahi!, donna furba di dolore ostello,
che hai disprezzo imman per le mie terga,
dispensi più paduli di un bordello
Quando uno ha l’anima candida e poetica come me, non c’è nulla da fare. Sento odore di Nobel…
Sentiamo, cosa devo aspettarmi, dopo questo incipit vaselinato?
– Stasera ti porto a cena in un posto bellissimo. Andiamo insieme a Piero, Franca, Carlo…
– Davvero? Fantastico… di che posto si tratta?
Fantastico un cazzo. Voglio starmene a casa a sfondarmi di fettuccine e vino dei castelli.
Un posticino che conosce Piero. Dice che si mangia un sushi da dio e si spende pochissimo… lo sai, lui per queste cose è un fenomeno.
Come no. Un vero fenomeno. Ha un talento per sparare minchiate colossali, oltre alla sfacciata intenzione di portarti a letto, usando quei mezzi da Casanova fallito che funzionano bene su quelle bagasce delle tue amiche. Mi chiedo chi sei diventata, Dani. Non ti riconosco più. Non mi piaci più. Siamo lontanissimi. Te ne sei accorta? No, secondo me no. Non ti sei accorta che ci siamo persi. Ha ancora senso stare insieme? Ti ricordi chi sono e perché ci siamo scelti? Ricordi i tuoi slanci d’amore, i  tuoi gesti altruisti? Ricordi il mondo che avevamo costruito? Camminiamo sulle macerie, facendo finta di niente. Passando dagli impegni di lavoro alle cene di merda insieme ad amici che amici non sono. Rimpiango i primi tempi, quando vivevamo in simbiosi. Quando il tempo aveva senso solo se stavamo insieme, anche solo a guardare il soffitto. Quando ti addormentavi tra le mie braccia e  dicevi “ho tutto, sto bene così, non mi serve altro”. Adesso cos’hai? Adesso cosa ho? Niente. Mi manca tutto. Un’altra volta. Anzi manca tutto e faccio finta di niente.
–  “Maddai”… è una bella idea. Se non ti dispiace, invito anche Alberto e Cristiana. Sono mesi che non facciamo qualcosa insieme…
–   Sei sicuro? Non mi sembra una buona idea… Cristiana è veramente pesante e volgare. Temo che mi faccia fare una brutta figura…
C’è un momento preciso, in ogni coppia, in cui bisognerebbe parlare senza freni inibitori. Dire tutta la verità, fregandosene delle conseguenze. E’ un momento di confine, e si percepisce chiaramente. Sai benissimo che se parli la storia finisce e se non parli continuerai a strascinarla per un po’, con la stessa agonia. E’ questione di attimi. Un secondo, per prendere una decisione. Un secondo per decidere se ferire o non ferire, se restare o andarsene, se dare ancora una possibilità o non darla più, se essere te stesso o far finta di essere qualcun altro. Capite bene che si tratta di una responsabilità enorme. Una volta, quando ancora ci amavamo, è accaduto. Ho mostrato il mio disagio, il mio dolore e la mia sofferenza: ero io ed è stato drammatico. Danni incalcolabili. Ne siamo usciti in fin di vita. Perché il problema non era solo nelle mie parole, ma anche nei miei silenzi e nelle fragilità che ho rotto. Troppo rischioso, mandare in frantumi qualcuno che si ama. Ma adesso posso permettermelo. Ci vogliamo bene, non ci amiamo più, e siamo alla distanza giusta per non ferirci. Ci penso un momento. Prendo fiato. Rifletto ancora. Sto per dire “È finita, non ti amo più”, ma le parole si fermano. Sembrano incastrate nella gola come spine di pesce. Conficcate nella trachea. Dico la prima cosa che mi passa per la testa.
–   Ho voglia di vedere i miei amici, Dani. Della figura che “potrebbe” farti fare Cristiana non me ne può fregare di meno. D’altronde, anche Piero, con quelle sue uscite da psicodemente, non fa una bella figura ai miei occhi. Preferisco la volgarità di Cristiana, che almeno è sincera.
–   Come fai a difenderla, non lo so. Ti ha creato solo problemi, in agenzia. Stavate per chiudere i battenti, a causa del suo modo di essere. E non dire di no… troieggiava con chiunque. Non la sopportavi… non capisco come hai fatto a cambiare idea.
–   Sì, è vero, ha creato qualche problema. Ma ho imparato a conoscerla. Ha cercato di migliorarsi e ho capito che troieggia molto meno di quello che sembra. In ogni caso, molto meno di quelle baldracche delle tue amiche!
Ecco là, mi è scappato…
–   Non ti permetto di rivolgerti a loro con questi toni. Ognuna ha una storia che tu non conosci: non puoi esprimere giudizi.
–   Esattamente come non puoi farlo tu con Cristiana.
Discorso chiuso.
Muro contro muro.
In auto, silenzi, musi lunghi e anime annoiate. Distanza. Sembriamo come quei luoghi che qualche anno prima sembrano fantastici e dopo qualche anno li trovi completamente cambiati. Rivedi le foto e ti chiedi “com’è possibile?”. Prima c’era un campo di papaveri e margherite e adesso c’è il deserto.
Cazzo, mi sono intristito per voi al pensiero che in questo momento starete ricordando qualcosa di bello che non c’è più. Non ho inventato nulla, sia chiaro. Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria, diceva Francesca, per mano del sommo poeta.
Vabbè, parcheggio davanti al ristorante tra la BMW di Piero e la Porsche di Fabio, un altro superuomo dell’alta finanza, sempre abbronzato e col sorriso lupigno. Ho qualche perplessità… non vorrei che quei due cessi a pedali facessero sfigurare la mia Panda Hobby 1.100 Fire. Specifico “1.100 Fire” perché la mia non è quella col motore tradizionale ad aste e bilancieri. Altrimenti avreste ragione a non considerarla al pari della BMW e della Porsche. Ho anche il portapacchi sul tetto, se proprio vogliamo essere precisi. Optional di altissimo livello, che i fighetti non sanno nemmeno a cosa possa servire. Possibile che non abbiano mai avuto l’esigenza di trasportare, che so, un divano letto o un materasso a molle indipendenti, sfoderabile, che al minimo accenno di moto si impenna come il ciuffo di Little Tony? Io prevedo tutto, cari miei. E quando devo acquistare un’auto guardo agli aspetti pratici.
A dire la verità, sono un po’ preoccupato per la serata. Daniela non ha tutti i torti: Cristiana è una mina vagante. È anche vero che non la sopportavo… e parlo al passato perché le persone cambiano e lei negli ultimi anni si è comportata lealmente in diverse occasioni. L’ho apprezzato e si è guadagnata la mia fiducia, al punto da diventare una buona amica. È una donna ruvida e schietta, non c’è che dire. A volte se ne esce con delle espressioni gergali da carrettiere che, per quanto possano essere volgari, descrivono benissimo le situazioni, ma mi mettono terribilmente in imbarazzo. Per questo, ho cercato di metterla in guardia, cercando di contenere la sua esuberanza con un ammonimento imperativo:
–  Cristiana, mi raccomando, sii sobria…
–  In che senso?
–  Nel senso che ti troverai in mezzo a un gruppo di stronzi che non sono capaci nemmeno di stare a galla e Daniela non vuole fare brutta figura.
Mentre sono perso tra i miei pensieri, Alberto arriva con la sua Audi cabrio. Eccone un altro, penso. Valutate voi, tra tutta questa gente, chi è inadeguato: io o loro? La maggioranza vince, ma si contende premi di merda. Vogliamo competere veramente? Facciamo una gara di trasporto materassi e vediamo chi vince. Ecco là, parli di materassi e spunta Cristiana, vestita come un carretto siciliano e truccata come il cantante dei Cure, che mi tramortisce con un profumo agli olii essenziali di mango e caciocavallo. Meno male che le avevo chiesto di essere sobria. Avrei dovuto dirle “sii zoccola” e si sarebbe presentata sicuramente in tailleur e con un filo di trucco. Ha una personalissima visione della zoccolagine e non ha tutti i torti…
–   E me cojoni…
Esclama, guardandosi intorno.
–   Prego?
Risponde Daniela, fingendo di non aver capito. Io, invece, conoscendo Cristiana e interpretando bene l’intonazione data alla sua esclamazione di giubilo, ho capito tutto.
Il significato è chiaro:
E. Bel posto, non c’è che dire…
Me. Spenderemo una cifra spropositata per mangiare poco e male.
Cojoni… Mi annoierò talmente tanto che ringrazio dio di essere donna perché se avessi le palle resterebbero incollate alla sedia.
Che poi è quello che ho pensato anch’io. Solo che, essendo uomo, e avendo le palle, l’incollaggio istantaneo lo rischio realmente. Se fossimo andati da Peppe er matriciano, mi sarei sentito più a mio agio. Tovaglie di carta, boccali di birra e soffritto di sugna. Ah, quella sarebbe vita. Invece no. Entriamo in una sala elegantissima appestata di cristalli di Murano, sedie di Murano, camerieri di Murano, pane di Murano, pesce di Murano e facce da cazzo dei Parioli, che cercano di far finta di essere di Murano.
La tavolata è al completo: mancavamo solo noi. Presentazioni, convenevoli, parole di circostanza, e ovviamente, gli occhi sono tutti puntati su Cristiana. Risatine, segni di disgusto, apprezzamenti pesanti. Viene servito un prosecco accompagnato da alcune tartine, le distanze si riducono e iniziano le operazioni di incollaggio: discorsi inutili, su temi inutili fatti da persone inutili.
– Uè, Luchino, quando lo cambiamo quel catorcetto di macchina? Se vuoi, ti vendo la mia,,, io ho ordinato il nuovo modello.
Luchino ‘sto cazzo, penso. Chiama Luchino quella bagascia della tua compagna, se hai le palle. La mia Panda si inchiappetta il tuo Suv di merda quando vuole, ho il motore Fire, io. Con dieci euro di benzina faccio Roma- Magliano Sabina andata e ritorno. Ma non ti do la soddisfazione di proporti uno scambio, sono un signore e rispondo con più eleganza.
– Mi piacerebbe, Fabio, mi piacerebbe sul serio, ma la tua non auto non ha il portabagagli e io ne ho un bisogno vitale: trasporto spesso materassi sfoderabili a molle indipendenti.
– Materassi…?
– Lascia perdere, Fabio. Stasera Luca ha bevuto troppo prosecco… Spero che riesca ad arrivare lucido al dolce…
È incredibile come sia cambiato tutto. Qualche anno fa, la disputa Panda – SUV era con Alberto e Cristiana. Ricordate la vacanza sulla neve? Ricordate l’ultimo addio allo sportello? Ok, non ricordate un cazzo. Vabbè, facciamo finta che abbiate detto sì. In quell’occasione, ebbi modo di argomentare le distanze che si erano create tra noi: davamo un valore ai soldi troppo diverso. Adesso mi ritrovo a dover stringere alleanze con Cristiana, per poter sopravvivere alla serata. Purtroppo, però, non si possono mai prevedere le direzioni che prenderanno le conversazioni: da semplici questioni automobilfalliche si può passare tranquillamente alle coltellate, senza accorgersene. Per esempio, basta dire:
– Maddai, la Panda è una macchina da poveracci. Bisogna anche darsi un tono… Nemmeno gli zingari la usano più… L’abito fa il monaco, Luchino… capisci il mio ragionamento?
Ragionamento? Cioè, fammi capire, pensi veramente di aver sviluppato un ragionamento? Sicuro che non si tratti di un pensiero che potrebbe fare anche l’unghia incarnita di un galletto amburghese? Fattelo venire qualche dubbio, ogni tanto. Ti sei mai chiesto, per esempio, cosa accadrebbe se al posto del cervello avessi un casatiello? Te lo dico io: non accadrebbe niente. Produrresti gli stessi pensieri ad minchiam of levrier, cioè a cazzo di cane. Stai calmo, Luca, stai calmo. Conta fino a dieci, anzi, risolvi a mente la radice quadrata di settemilioniquatteocentocinquantottomilaventisette. Poi, ripeti un paio di canti a caso della divina commedia e ripassa a memoria la dimostrazione delle successioni di Cauchy. Infine, di’ una preghiera propiziatoria al creatore di tutti gli uomini, Galileo Galilei. Soltanto lui può fornirti un sistema inerziale da cui far partire un vaffanculo, che arrivi al destinatario con moto rettilineo uniforme e velocità costante. Mi ripropongo di farlo, ma vengo inaspettatamente interrotto. No, Cristiana non ha preso il vaffanculo al balzo per rispondere al posto mio. Men che mai l’ha fatto Daniela, che avrebbe dovuto mostrare un po’ di gratitudine per quella povera auto, l’unica ci ha regalato momenti di felicità irripetibili e non ha mai perso un colpo. Come il sottoscritto, aggiungo io. Su, Daniela, di’ qualcosa, su, non è difficile. Ti ricordi quella volta in cui ci scappava di fare l’amore e ci siamo fermati nel primo parcheggio che abbiamo trovato? Ti ricordi quanto eravamo felici? Faceva un caldo della Madonna, eravamo sudati, stretti come la testata e il monoblocco del motore fire, ci muovevamo pianissimo e tu eri bella come il sole di luglio. Indossavi un vestito nero e avevi negli occhi una luce che avrebbe fatto sfigurare persino i led della spia della riserva. Stavamo là, in un posto desolato, tra i rifiuti e la puzza degli scarichi, davanti a un fabbricato abbandonato, con le auto che ci passavano vicino e la paura di essere beccati da un momento all’altro. Eppure, nonostante tutto, il paradiso era in quella Panda, in uno spiazzo accanto all’autostrada Roma-Fiumicino. Via Riccardo Morandi, per l’esattezza. Il fratello di Gianni, quello conosciuto più per le opere di ingegneria e meno per la passione segreta per le canzoni. Gianni cantava “c’è un grande prato verde”, ricordate? E l’avevamo cercato, quel giorno, il prato verde in cui imboscarci… cioè, impratarci… ma niente. Abbiamo girato tutta la campagna intorno all’aeroporto, come cani da tartufo. Delusione. Il grande prato verde non esiste. Se esiste, o ci sono i cani pastore, o ci sono le case dei contadini o è pieno di rovi che ti bucano il culo appena ti siedi. Il bastardo di Monghidoro ha mentito. Ma per fortuna suo fratello Riccardo ha pensato anche a quelli come noi, quelli che, in un pomeriggio afoso d’estate, vogliono amarsi e non hanno tempo per tornare a casa. Non c’è il prato verde? Pazienza. “C’è un gran parcheggio grigio”, brano meno celebre ma sicuramente più realistico, dal momento che il parcheggio esiste e porta il nome del suo autore. Che coppia, Riccardo e Gianni Morandi. Il primo costruiva autostrade e il secondo scriveva canzoni per fare pubblicità alle opere del fratello, al suono di “Andavo a 100 all’ora…”. Insomma, in quel parcheggio deserto ci siamo amati, tra i tuoi sììììì e i miei silenzi. Bocche incollate e sudore. Ea talmente bello vedere il piacere disegnato sul tuo viso, che non riuscivo a dire niente, cercavo solo di trattenere quel momento più a lungo possibile. Perché sapevo che saremmo diventati diversi da quelli là e volevo avere qualcosa da ricordare quando sarebbe accaduto. In una sera qualsiasi, a cena con degli estranei, che di quella Panda non ne sanno un cazzo.
Ho tirato fuori questo momento poetico e felice della mia vita per due ragioni. La prima è per dimostrare scientificamente, qualora ce ne fosse bisogno, cosa di cui dubito, che non sono un coglione, almeno non interamente. So riconoscere la bellezza anch’io, cosa credete? La seconda è per dimostrare scientificamente, qualora ce ne fosse bisogno, cosa di cui dubito, che sono un coglione intero e non il mezzo coglione delle righe precedenti. Invece di attaccare quel deficiente alla giugulare come un mastino napoletano, cosa che avrei fatto senza problemi, se solo mi fossi trovato nelle condizioni per farlo, me ne esco con la frase che fa imbestialire Daniela perché è il mio modo per perculare un interlocutore che mi parli di cose di cui non me ne frega una cippa.
– Certo, certo. È chiaro…
Frase che può assumere forme diverse, ma egualmente efficaci. Basta mescolare l’ordine degli addendi e il risultato non cambia.
Certo, è chiaro è chiaro.
Certo, è chiaro, certo.
È chiaro, certo, è chiaro.
La duplicazione di “certo” ed “è chiaro” è essenziale per rafforzare il concetto. È come dire “Certo, non me ne frega un cazzo, un cazzo!” oppure “È chiaro, sei un coglione, un coglione!”. Duplica l’offesa e il disinteresse. Potreste obiettare che nella forma “certo, coglione, certo” o “è chiaro, non me ne frega un cazzo, è chiaro” la duplicazione dell’offesa non c’è. È vero, potrebbe sembrare così, ma la soddisfazione di dare apertamente del coglione a qualcuno fingendo di assecondarlo non ha prezzo. Sotto un innocuo e gratificane “è chiaro” si nasconde un coglione, dietro a “certo” si nasconde “fottiti!, tu i tuoi ragionamenti da minchione”. Se state pensando che uso le metafore meglio di Raymond Chandler, siete autorizzati a farlo. Vi autorizzo anche a usare le suddette metafore per scopi personali e non commerciali.
Insomma, questa storia del “Certo, certo. È chiaro” è uno dei tanti linguaggi in codice che Daniela conosce bene. Mi guarda compassionevole e distante, nemmeno incazzata, come per sottolineare la mia incapacità di mostrare le palle e scatenare una rissa. Una volta mi avrebbe guardato innamorata, pensando “sei un cazzo di genio”. Pensate che io sia un vigliacco? Scusate se mi permetto, ma, come al solito, non avete capito un cazzo. Mentre quel testicolo striminzito parlava di auto e 4×4, io sono stato attaccato violentemente da una nemica subdola che combatto da anni. No, non mi riferisco a Daniela, e nemmeno alla mia ex moglie. Mi riferisco a quella bagascia infame, che si palesa nei momenti meno opportuni. Di solito esordisce con delicatezza, mostrandosi quasi distaccata e accondiscendente. Mi dà una specie di sensazione di freddo in pancia anche se fuori ci sono 40 gradi e ho appena bevuto tè bollente. Conosco benissimo il significato di quella sensazione, ma ogni volta faccio finta di niente e cerco di ignorarla. Faccio il vago. Dissimulo. Dico “sarà lei o non sarà lei?”. Nella mia mente intono qualche canzone per distrarmi, brani tipo “Ancora tu? Ma non dovevamo vederci più? E come stai? Domanda inutile, stai come me e mi scappa…”. Oppure, “No non può essere leeeeeei… “. Insomma, c’è una canzone per tutte le situazioni della vita e in questo caso Battisti ci prende alla grande. Minuti sprecati per far credere all’ascoltatore che Non è Francesca e alla fine è proprio Francesca. La stessa situazione in cui mi sono trovato io: minuti sprecati per autoconvincermi che non fosse “costipazione ultraliquida improvvisa” e alla fine non solo era quella, si era trasformata nella più celebre delle sue sfumature, quella che più elegantemente viene chiamata cacarella e a cui vengono associate spesso altre parole delicate ed eloquenti tipo fischio, asfissia, braghe, aritrmia, sudarella.
Capirete bene che mentre quel coglione parlava di auto io ero troppo impegnato in altri ragionamenti e non potevo argomentare qualcosa di conflittuale. Avevo un conflitto interno da risolvere. Prove di indifferenza. Ma, si sa, l’indifferenza è il peggior disprezzo, e alla cacarella non piace essere ignorata. Cioè, tu puoi anche ignorarla, ma lei non ignorerà mai te. Strano modo di dimostrarti il suo affetto e la sua amicizia.
Mentre penso “no, non può essere leeeei”, sento nello stomaco il classico rimescolio, che dura qualche secondo, e alla fine la sciabolata. Quel dolore che ti squarcia lo stomaco. La stessa sensazione che avrebbe un’orata se solo potesse dire cosa prova quando la squartano in due per toglierle le interiora. Ecco, in questo caso l’orata sono io e la sciabolata mi toglie il fiato, strappandomi anche le branchie. Respiro a stento. Non so cosa fare. Avrei voglia di scappare e invece questi coglioni continuano a parlare di puttanata galattiche. Quando il nemico attacca bisogna studiare le contromosse, ma in questa guerra c’è solo un vincitore e quel vincitore non sono io: è la tazza del cesso su cui posare nel più breve tempo possibile le mie chiappe traditrici. Che faccio? Provo a resistere e arrivare alla fine della cena? Ci provo? Ok, l’avete voluto voi. Ma per resistere devo pur occupare il tempo. E lo faccio come mi riesce meglio, impiegandolo in due cose assolutamente inutili. Visto che non ricordavate le vacanze sulla neve, sicuramente non ricorderete nemmeno il mio sorriso da fontana luminosa, quello che sfoggiai quando un tabaccaio con la testa da prepuzio mi vendette un generatore di palle di fuoco incendiarie al posto di una fontana luminosa da mettere sulla torta di compleanno di Alberto. Insomma, parlo di quella volta in cui il mio regalo gli incendiò la casa, creò il caos, e io, mentre i lapilli incandescenti mi bucavano il cranio, continuavo a rassicurare gli ospiti con il mio sorriso forzato, ribattezzato “sorriso da fontana luminosa”. Situazione diversa, ma stessa impostazione. Dentro muoio, ma ai commensali sfoggio il mio sorriso da fontana luminosa. La prima cosa inutile è andata. Inutile perché alla gente del tuo dolore non gliene frega mai niente. Puoi soffrire ridendo o soffrire piangendo: gli altri non riusciranno mai a comprendere fino in fondo quello che senti realmente. Quindi, col mio bel sorriso da fontana luminosa stampato in faccia, che non permette nessuna considerazione sui miei dolori, passo alla seconda cosa inutile. Mi chiedo “Cosa mi avrà fatto male?”. Lo vedi che sei un deficiente, Luca? Ti stai torcendo dai dolori e pensi sia più importante risalire alla causa del malessere che trovare un cesso disposto a essere umiliato dalle tue terga? È importante sapere se è colpa delle tartine o del panino con cozze, melanzane, peperoni, fettina panata e caciocavallo che hai mangiato a pranzo? No, non è importante, solo che questo pensiero si palesa in ogni essere umano, in quel minuto di pausa in cui sembra che sia tutto un falso allarme. Il sudore freddo si attenua, il senso di sgomento passa e si intravede una possibilità di salvezza. Di solito, quella sensazione dura poco, un paio di minuti al massimo. Poi, arriva il colpo di scimitarra, che riporta tutto alla realtà. Non è un falso allarme, hai bisogno di un cesso. Subito.
Cosa fai, quindi?
Ti alzi, mantenendo il suddetto sorriso, e ti dirigi verso la toilette.
Mi scappa di lavarmi le mani, dici ai commensali, facendo ricorso all’ultimo briciolo di ironia che hai in corpo. Cammini, in travaglio, verso il bagno e trovi la sorpresa.
Guasto.
Nemmeno occupato, guasto. Rotto. Fuori uso.
Guastooooo?
Cosa cazzo state dicendo?
Volete farmi credere che in questo posto di merda, dove il coperto costa dieci euro a persona, non c’è un bagno funzionante? Giuro che, appena esco da questo incubo, scrivo una recensione negativa che farà passare la voglia a tutti i colitici del pianeta di venire a mangiare qua.
Ho capito, può salvarmi solo lei.
Panda.
1100 Hobby.
Con motore Fire.
Lei da sola non basta, però, mi serve anche quell’insalatiera di cristallo piena di frutta che ho visto all’ingresso. In meno di mezzo secondo, e in queste situazioni gli attimi possono essere fatali, elaboro il mio piano diabolico.
– Mi sa che ho dimenticato il cellulare in macchina. Vado a recuperarlo… aspetto un messaggio di un cliente importantissimo.
– Vacci dopo, Luchino, abbiamo ordinato la grigliata di pesce.
– Fabio… Fatti. I cazzi. Tuoi.
Temo di averlo detto con il tono e lo sguardo della bambina dell’Esorcista, perché quel demente replica mestamente.
– Ok, Luchino, ma stai calmo… Era solo per dirti che tra poco arriva la grigliata di pesce.
Sai dove puoi mettertela la grigliata di pesce? Vuoi che ti faccia un disegno o lo intuisci da solo? Con la spigola non dovresti avere problemi, semmai potresti avere delle incertezze con le rotelle di calamari… Potrei stupirti, se ti dicessi gli usi che puoi farne. Per fortuna, all’ingresso non c’è nessuno, posso agire indisturbato. Non mi pongo nemmeno il problema della pena relativa al furto con destrezza di un’insalatiera. Un anno? No, vostro onore, la frutta l’ho lasciata dov’era. Va bene, allora facciamo tre mesi e dieci cene forzate con gli amici di Daniela. Ok, come non detto, vada per l’annetto di vacanza a Regina Coeli. Esco dal ristorante come Furia cavallo del west e galoppo verso la Panda, ma a metà strada sento contemporaneamente l’ultima doglia e la voce di Piero che dice “Luchino, sbrigati, la grigliata è in tavola”. Ancora Luchino… Luchino ‘sto cazzo, ripenso un’altra volta. Lo so, sono monotono, ma non sopporto di essere chiamato così. Se ti avvicini alla Panda, giuro che ti spacco il parabrezza a testate. Con la tua, di testa. Apro lo sportello e in meno di due minuti quella che sembrava una tragedia annunciata si trasforma in un momento di enorme gratificazione. Giubilo. Sento gli angeli cantare Alleluia.
Ah! Come sto bene.
Mi sento un uomo nuovo.
Rigenerato.
Fischietto come un fringuellino. Fiù fiù fiù.
Finestrini aperti, cicale e l’odore della notte.
Cioè, non solo della notte, ma questo non conta ai fini del racconto.
Aria, aria fresca.
Panda.
1100 Hobby.
Motore Fire.
Amore.
Fedele compagna.
Solo tu mi conosci veramente.
Solo a te ho mostrato i miei lati nascosti.
Solo tu mi togli dagli impicci come nessun’altra.
Per un attimo, valuto attentamente cosa fare dell’insalatiera, promossa in un millisecondo a un ruolo ben più importante e impegnativo di quello che aveva sul bancone. Ho diverse possibilità: rimetterla al suo posto?, depositarla sul cofano della BMW di Piero?, creare un’edicola votiva in un angolo di casa?, trasformarla in un pratico portachiavi da usare alla bisogna? Alla fine, però, prendo una decisione drastica e dolorosa: l’abbandono lungo la strada senza guinzaglio. Mi vergogno troppo di essere umano. Qualche anima buona si prenderà cura di lei.
Rientro nel ristorante, con l’aria trionfante, simulando il passo sicuro di un garibaldino. Mi è venuta quasi fame, a dire il vero.
– Ce l’hai fatta? L’hai fabbricato questo cellulare?
– Fabio, vai a farti fottere tu e la tua Porsche. Col cazzo che la cambio la mia Panda!