Il faro

p_20190511_170935_vhdr_on

 

Ci sono giorni in cui i ricordi e la malinconia hanno la meglio sulla mia ostinata razionalità. Non so se dipenda da questioni genetiche, ovvero da un dna difettoso ereditato dai miei genitori, o dalle circostanze che si accaniscono contro di me. In effetti, mia madre è sempre stata una donna euforica e piena di vita, mentre mio padre un uomo triste e malinconico: il risultato non poteva che essere un figlio bipolare, che passa dall’allegria al pianto senza motivo. Basta un alito di vento o una scena già vissuta e il respiro comincia a mancarmi. In un attimo cambio umore e vengo sopraffatto da pensieri angoscianti, riflessioni, rimpianti, nostalgie, sensazioni di vuoto e chi più ne ha più ne metta. Quando accade, non riesco a stare chiuso in casa, devo uscire. Esco e cammino per ore. Oltrepasso il porto e arrivo fino alla darsena dei pescatori. La sorpasso e raggiungo il faro. Secondo me è stato messo là apposta. Mi aspetta. Sta lì per dirmi “Dove cazzo sei stato tutto questo tempo? Vieni da me solo quando stai male, eh? Ma io sto sempre qua. Ti aspetto. Non ti mando via. Dai, racconta, che t’è successo? Ti servono risposte o domande?”. Tutti i fari sono così. Per raggiungerli, devi camminare parecchio e quando sei arrivato hai di fronte solo il mare. E dietro la strada che hai percorso. I fari sono una metafora dell’esistenza. Quando un marinaio è in mezzo alla tempesta, cerca un porto in cui mettersi al sicuro. E dove c’è un porto c’è un faro. Chi non ha mai provato cosa significhi entrare in uno specchio d’acqua piatta, dopo aver navigato in mezzo a una burrasca, non può capire cosa si provi. Il sale addosso, i nervi tesi, la paura e improvvisamente la tregua. Ci vuole qualche giorno per riprendersi da quello stato. Poi, piano piano, la burrasca perde la sua forza emotiva e diventa una storia da raccontare agli amici. Esagerando, anche. Facendo finta che sia stato un gioco. Fingendosi coraggiosi e spavaldi. Sminuendo. E quasi sempre, dopo lo scampato pericolo, torna la voglia di ripartire. Quasi sempre. Il faro è sempre là, soltanto che quando parti non segnala il posto sicuro in cui andare, ma il posto sicuro che stai lasciando e quello ignoto verso il quale sei diretto. Guardi dietro e vedi la strada che hai fatto per raggiungerlo, guardi in avanti e vedi un mare immenso, pieno di opportunità. Di insidie. Di bellezza. Un mare che promette tutto e mantiene le promesse: quiete e tempesta. Tu lo sai. Lo sai e parti lo stesso. E ogni volta, quando non sai come metterti al sicuro, ti trovi a dire “perché cazzo non sono rimasto in porto?”. Oggi non so cosa sia successo. Ho pensato per un attimo a lei, a quello che ne è stato di noi, a come ci siamo persi senza fare niente per restare, e quel pensiero, come un gomitolo di lana che cade improvvisamente a terra, ha srotolato un chilometro di altri pensieri indesiderati, alcuni belli e alcuni orrendi. Amore sprecato. Buttato via. Non apprezzato. Non custodito. Perso. Pensieri che si incastrano tra loro sempre in modo differente, per suscitare ogni volta emozioni e sentimenti diversi. Oggi il cielo è anche nuvoloso. Promette compagnia alle lacrime di qualche sfigato depresso che non vuole piangere da solo. E che posso perdermi una buona compagnia? Che poi, a dire la verità, non sono né sfigato e né depresso. Direi più che altro malinconico. Le cose non vanno così male. Sono un po’ come quella barca a vela che sta rientrando lentamente in porto col motore acceso e le vele arrotolate. Procedo con cautela e tengo le vele chiuse per non prendere più nemmeno un soffio di vento. Così non rischio di rimanere come un coglione quando il vento sparisce. Il suono del motore diesel è monotono e rassicurante. Mi ricorda mio padre e il suo gozzo. E io bambino. Sento la stessa puzza dei fumi di scarico: scommetto che quella barca monta un Renault RC18D. Gran motore, quello. Non si fermava mai, nemmeno davanti al mare incazzato. Non come me, che mi sono fermato non so quante volte e sono stato sempre impreparato a tutto. Tipo adesso, che non so dove andare e sto fermo. Perché se mi muovo son cazzi. Ho un nodo in gola e non so nemmeno perché. Forse è colpa di Guccini e della sua Canzone delle domande consuete. Le playlists casuali hanno un potere straordinario: nella mischia, scelgono sempre il brano più indicato a descrivere il momento che stai vivendo.
Tu lo sai, io lo so, quanto vanno disperse
trascinate dai giorni come piena di fiume
tante cose sembrate e credute diverse
come un prato coperto a bitume.
Rimanere cosi’ annaspare nel niente
custodire i ricordi, carezzare le eta’
e’ uno stallo o un rifiuto crudele e incosciente
del diritto alla felicità
Se ci sei, cosa sei? Cosa pensi e perché?
Non lo so, non lo sai; siamo qui o lontani?
Esser tutto, un momento, ma dentro di te.
Aver tutto, ma non il domani.
Non andare… vai. Non restare… stai.
Non parlare… parlami di te.

Faccio sempre così. Cammino, ascolto la musica fin quando non capita qualcosa che mi mette malinconia. Alla fine spengo la radio, mi incazzo con me stesso e mi dico che in certi posti bisogna stare in silenzio. Ma ormai il danno è fatto. Tanto vale ripensare alla canzone e riflettere un po’.
Sono impantanato tra un presente monotono e rassicurante, un passato deludente, che continua a influenzare le mie scelte e non la smette di violentare il mio desiderio di stare bene, e lei. Il soffio di vento. Quel tarlo che ha messo di nuovo tutto in discussione. Quella che vuole stare dentro a tutti i costi. Non importa come e nemmeno perché. Quella che si ostina a dire “issa queste cazzo di vele, che si parte insieme”. E io sto qua, fermo, senza sapere cosa fare. Come sempre. Senza sapere dove andare. Con la paura di sbagliare ancora. Prigioniero di una fine che non vuole finire e di un inizio che non so se e quando inizierà. Tristezza per ciò che è finito, perché lo so che non potrà essere più niente se non un ricordo dolce, ed emozione fuori controllo per qualcosa che sta nascendo, nonostante faccia di tutto per impedirlo. Sensazione di vita irrisolta e voglia di speranza soffocata dai rimpianti. Indeciso. In perenne equilibrio tra i voglio e i non voglio, tra i faccio e i non faccio.
Mi chiedo come ho fatto a ridurmi così, ad avere paura della bellezza.
Di due occhi disarmati più dei miei.
Non è giusto. Non è giusto.
Un lampo rosso. Un saluto.
Combinazioni a cui attribuisco dei significati completamente inventati. Coincidenze. Scommesse sceme tipo “se il faro si illumina quando quella barca passa vicino a quel pescatore faccio così, altrimenti faccio colà”. Tanto lo so che non faccio niente comunque. Mi fermo. Mi dico parole rassicuranti, rispondo alle mie domande, dopo aver valutato attentamente ogni singola possibilità. Risposte inutili a domande inutili. Dico qualcosa a voce alta, per rompere il silenzio. Il vento soffia forte e si porta via le parole sospese in aria, domande e risposte comprese. Respiro. Chiudo gli occhi. Ho così bisogno di una carezza, in questo momento. Ma non c’è nessuno. Come al solito. Lascio fare al vento e alla salsedine. Resto così, a occhi chiusi. E aspetto.
- Signore? Signore, si sente bene?
Un uomo sulla settantina mi si è avvicinato e non me ne sono nemmeno accorto.
Sì, sto bene, grazie.
Rispondo con tono cortese e distaccato, mentre penso “Questo è venuto a rompere il cazzo nel momento meno opportuno. Non ce l’ho scritto in faccia che voglio stare da solo?”.
Pausa.
Silenzio.
- Bello, vero?
- Sì, è molto bello.
Vengo qua spesso, specialmente col cattivo tempo. È una specie di droga…
Tra le infinite opportunità che potevano prospettarsi, si è verificata la peggiore: un vecchio nostalgico rompicoglioni che vuole avviare una conversazione sulle condizioni meteo marine e sulla faro dipendenza. Spero si tolga presto dalle palle e mi lasci da solo. Desiderio esaudito: si allontana di qualche metro, si siede su uno scoglio e inizia ad armeggiare col telefono. E ad ascoltare musica.
Un nonno tecnologico, penso.
Tendo l’orecchio per capire cosa stia ascoltando.
Lo faccio sempre. Desiderio irrefrenabile di non farmi gli affari miei.
Dimmi che musica ascolti e ti dirò chi sei.

Scinne cu ‘mme
nfonno o mare a truva’
chillo ca nun tenimmo acca’
vieni cu mme
e accumincia a capi’
comme e’ inutile sta’ a suffri’
guarda stu mare
ca ci infonne e paure
sta cercanne e ce mpara’

Murolo.
Roba retrò da nostalgici.

ah comme se fa’
a da’ turmiento all’anema
ca vo’ vula’

Mia Martini.
Lo vedo piangere coi singhiozzi. Senza ritegno. Come chi ha perso tutto e gli rimane solo un faro e una canzone. Lacrime che scendono da sole, senza nemmeno la compagnia di quella pioggia promessa qualche ora fa.
Mi sento una merda.
Io ho ancora tutte le opportunità, lui no.
Mi avvicino, timoroso.
Vinco la resistenza di interrompere la sua sofferenza.
Chi soffre vuole stare solo, penso.
- Andiamo via. Le offro un caffè. Con questo freddo, qualcosa di caldo ci vuole.

Il posto

tempesta

In una vita qualsiasi, anche nella peggiore e disgraziata, c’è sempre qualcosa da salvare. Luisa aveva salvato quel posto sulla banchina del porto. Quando aveva tempo, e se non ce l’aveva lo trovava, andava là, si sedeva con le gambe a penzoloni, e stava ore e ore a guardare. Cosa guardava? Guardava i ricordi, fissava lo sguardo verso punti lontani alla ricerca di qualche frammento del passato.
In tutti quegli anni, mentre la vita scorreva annoiata, la gente aveva continuato a passeggiare, i colori del cielo e del mare ad assumere milioni di tonalità diverse e i gozzi di legno a rientrare lentamente in porto, borbottando al ritmo dei pigri motori diesel. Ecco perché l’aveva salvato, quel posto, perché là si sentiva sicura. C’è da chiedersi cosa ci sia di rassicurante in una banchina con la vista su uno specchio d’acqua in cui i colori dell’arcobaleno si vedono soltanto grazie alle chiazze di nafta lasciate dai pescherecci e al posto dei pesci, a nuotare, ci sono solo rifiuti galleggianti che danzano rigurgitanti per via della risacca. Degli odori, poi, è meglio non parlarne: è la direzione del vento a decidere come profumare l’aria. Aria che a volte sa di frittura di pesce, a volte di piscio e alghe, altre volte di gasolio, e solo raramente, quando il mare è mosso, sa di sale. Eppure, in quel posto lei si sentiva protetta. Tutto era familiare e prevedibilmente rassicurante. Perfino le reti dei pescatori stese al sole, che si muovevano come le lenzuola colorate messe ad asciugare fuori dalle finestre.
- Tutti i ricordi sono malinconici – pensava – se sono belli perché sono belli, se sono brutti perché sono brutti.
E in quanto a orrori, Luisa non si era fatta mancare niente. Era stata violentata dal padre, quello stesso padre che amava come un dio, a 12 anni, in una sera come tante. Una di quelle sere in cui, rientrando ubriaco e imbottito di antidepressivi, aveva perso il controllo. Il mattino seguente, lui non ricordava niente e lei si era persa. Quella violenza senza senso, quale violenza ne ha?, era stata come un biglietto gratuito per un viaggio obbligatorio e non richiesto verso l’inferno. Aveva cominciato a drogarsi. Eroina, per l’esattezza, roba pesante, che una ragazza può comprare soltanto prostituendosi. Sono due cose che vanno a braccetto, la droga e la prostituzione. Sono in simbiosi. L’una serve all’altra, l’una si nutre dell’altra. Per chi si buca, non è vero che l’eroina fa male: anzi, serve a stare meno male. Perché non drogarsi significa pensare, e pensare significa soffrire. A morte. Una sofferenza talmente profonda e tagliente che gli altri non possono capire. E quando gli uomini non capiscono, non possono salvarsi e non possono salvare. Niente parole dolci, per lei. Niente amori sognati e principi azzurri. Luisa era una “drogata di merda”. Se l’era sentito dire decine di volte, dopo una scopata veloce in un vicolo buio, da uno dei tanti animali che andavano a cercarla soltanto per appagare una fame bestiale. Mai una carezza, mai un bacio vero. Però ne era uscita. Dopo tanti anni, era riuscita salvarsi. Da sola. E aveva perdonato. tutti, anche suo padre, che ormai era morto dopo una lunga e dolorosa malattia. Andava là anche per questo, per ritrovarlo e per ritrovarsi. Perché non voleva perdere gli unici ricordi belli della sua vita. Si riconosceva tra le bambine, che stringevano le mani ai loro papà. Vedeva nei loro occhi il suo stesso amore, e provava una piccola emozione al ricordo di quando lo aspettava la sera per andare a vedere “i navoni”, quei pescherecci che rientravano dalla pesca e le sembravano enormi.
Il cielo si era fatto nero, quel pomeriggio. C’erano delle nuvole minacciose, trafitte da.qualche raggio di sole che colorava il mare di verde e d’azzurro.
- Non voglio più sforzarmi a cercare un senso alla mia vita. E’ successo, questo è tutto.
Il vento aveva iniziato a soffiare più deciso, si incanalava tra due palazzi antichi, portando con sé il sapore del sale e il profumo del sapone di marsiglia dei panni stesi.
- Tra poco pioverà e io non potrò impedirlo, come non ho potuto impedire niente di tutto quello che mi è capitato.
All’improvviso, un grido. Una bambina aveva lasciato una mano sicura ed era corsa verso il mare.
- Aiuto! E’ caduta in acqua…
Urla disperate.
- Salvatela, vi prego.
Scene isteriche.
Curiosi.
- Non si vede più.
- E’ andata a fondo.
Luisa aveva visto. Se n’era accorta prima di tutti. Le sue braccia esili, che molti anni prima erano servite solo per iniettarsi l’eroina, la tenevano stretta. Ed entrambe risalivano dal buio.

 

 

 

Il congresso

congresso della famiglia

A quel congresso, a cui avrebbero partecipato tutti i suoi colleghi, Massimo non voleva andare. O quanto meno avrebbe voluto starsene nascosto tra gli invitati, invece di fare un discorso sui valori della famiglia tradizionale e di come quell’ipocrita normalità inventata fosse l’unica possibile. Non era la persona più indicata ad “affermare, celebrare e difendere la famiglia naturale come sola unità stabile e fondamentale della società”, come recitava il volantino del congresso. Proprio lui che si era sempre sentito sbagliato e inadeguato. Sempre in colpa, fin da bambino. Proprio a causa di una famiglia normale. Normale e ignorante. E bigotta. Sempre col dito puntato, sempre con quella strana vergogna che provano i cattolici quando entrano in chiesa, preoccupati più di non commettere quei peccati inventati da persone come loro che di non essere miseri. La differenza tra sembrare perfetti e mostrarsi veri, Massimo la conosceva bene. E preferiva essere vero. La sua normalità si chiamava Federico, il compagno con cui condivideva la vita da più di vent’anni. L’amore della sua vita. L’ omosessualità, dopo aver sperimentato sulla sua pelle la bestialità della cattiveria umana, se l’era tenuta per sé, insieme alla felicità di quella relazione. Nessuno avrebbe dovuto più entrare nella sua vita. Ne aveva subite troppe, di umiliazioni. Quelle rare volte in cui aveva provato a parlarne con qualcuno, genitori inclusi, si erano ripetute patetiche scene da film trash: risatine, compatimento, allontanamento, discriminazione… C’era stato un periodo in cui malediceva il giorno di essere nato. Non riusciva a convivere con la sua identità, a volte provava addirittura schifo per quello che era. Cercava di annientarsi, pur di non essere più lui. Pur di non essere. Aveva delle lunghe cicatrici sui polsi. Stavano là, da anni, a testimoniare una personale battaglia contro la vita. Battaglia vinta.

- Quanto potere di farmi del male ho dato alle persone… sono stato proprio uno scemo.

Un sorriso sulle labbra. Quelle parole che lo avevano ferito a morte, adesso lo facevano ridere. Per un lungo periodo, non era stato più Massimo. Era il gay, l’omosessuale, il malato. Questo agli occhi di quelli buoni. I cattivi, invece, lo chiamavano frocio, culattone, checca, depravato. E i pianti si sprecavano. E la voglia di morire pure. Poi era arrivato Federico, e la sua vita si era trasformata da condanna senza fine a un dono senza confine. Era riuscito a dare un senso anche al tempo perso a disperarsi.

- È stato un modo per ingannare l’attesa, ma ne è valsa la pena.

Poveracci, pensava adesso. Non capiranno mai cos’è l’amore. Sono tutti troppo impegnati a essere normali in una normalità che si sono creati da soli. E non vedono. Non vedono di essere imprigionati dentro a una gabbia che hanno costruito con le loro mani. Gli animali nati in gabbia non hanno idea di cosa sia libertà. Di quanto sia bello sentirsi liberi. Sentirsi liberi ed essere sé stessi. Ogni tanto qualcuno ci prova, a scappare, ma sono pochi. E, di quei pochi, la gente dice “È impazzito”, “È uscito di testa”. Sono quelli che restano là, a guardare la vita passargli davanti, aspettando che si consumi, convinti di essere al sicuro. Non avendo altro di meglio da fare che vivere attraverso le vite degli altri. O meglio, non proprio attraverso le vite, attraverso l’invidia e il giudizio nei confronti di quelle vite.

- Ci vado, al convegno. Ci vado.

Non sempre è possibile rifiutare di eseguire le disposizioni di un superiore, specialmente quando il lavoro è precario e traballante.

- Se non posso rifiutare, posso eseguire a modo mio…

E Massimo si era preparato un discorso a modo suo.

- Cos’è la famiglia?

Disse, quando venne il suo turno.

- Intendo la famiglia vera, quella cattolica, quella naturale di cui discutiamo in questo convegno. È amore o razionalità? È amore o convenienza? Da quando ho ricevuto l’invito a questo congresso, non smetto di domandarmelo. Che sia una conseguenza dell’amore, non c’è dubbio. Che sia l’unica conseguenza dell’amore, mi sembra una negazione della realtà. Tra gli invitati, ci sono molte persone che conosco da anni. Alcune hanno un’amante, altre l’hanno avuta. Alcuni consumano il tempo sui siti pornografici, altri sono iscritti ad associazioni di scambisti…

- Ma che cazzo dice?

- È impazzito?

- Questo coglione!, domani si becca una lettera di richiamo.

- … altre hanno una ex moglie, una ex famiglia, una nuova ex moglie e una nuova ex famiglia. Altre sono gay, ma si vergognano. Si vergognano di amare, capito? Si vergognano di provare dei sentimenti. Sono costrette a provare vergogna per una delle cose più belle che possa accadere nella vita. Eppure sono qua, a celebrare qualcosa in cui in fondo non credono, ad applaudire i loro carnefici, a esaltare una delle tante forme d’amore di cui l’uomo è capace, fingendo che sia l’unica possibile.  Quella che alcuni uomini hanno scelto come normalità. Quella che si può mostrare senza provare vergogna. Lo hanno deciso per tutti, anche per chi non lo pensa. E hanno chiamato “naturale” ciò che in natura non esiste, per dividere, per discriminare.Per farci sentire in colpa. Come se ci fosse un amore naturale e uno innaturale. Come se l’amore avesse delle regole da seguire. E le emozioni? E l’irrazionalità? E quello che scoppia dentro due persone che si amano? L’amore che non si vede, insomma. Quello vero. Facciamo finta che non esista? Ci fa comodo far finta che non esista? A me no. A me no.Oggi celebriamo ciò che si vede e che ci fa comodo: un funerale, più che una gioia. “L’unità stabile e fondamentale della società” è quella in cui le persone non siano costrette a vergognarsi di essere quello che sono. È quella in cui l’amore non è scritto su un contratto,ma può assumere tutte le sue sfumature in qualsiasi momento della vita. “L’unità stabile e fondamentale della società” è il rispetto della libertà altrui e io sono qui per celebrare la libertà.Come.Unità.Stabile.Della.Società.

 

 

 

 

 

 

 

Il biglietto

Non andare via, resta. Quel bigliettino, scritto da Flaminia molti anni prima, saltò fuori all’improvviso e lo trafisse senza pietà. Provò un senso di vuoto profondo che lasciò subito il posto alla malinconia. Com’era arrivato a quel punto? Non lo ricordava nemmeno più, i ricordi si erano sbiaditi come i sentimenti che aveva provato per la sua ex moglie. Si erano amati, ne era certo. Si erano anche odiati, umiliati e insultati, ma dopo tanto tempo aveva dimenticato il peggio di quella relazione e cominciava a rimpiangere il meglio. Come aveva potuto mandare a puttane il suo matrimonio per una ragazzina di vent’anni e per quell’illusione di sentirsi ancora giovane?
Quel biglietto, Flaminia l’aveva scritto, disperata, per trattenerlo. La sua ultima possibilità. Pensava che Marco, aprendo la valigia, avrebbe capito e sarebbe tornato da lei. E l’aveva aspettato, i primi giorni con speranza, i mesi successivi, smarrita, tra le lacrime e le sedute dall’analista. Aveva percorso tutte le tappe del dolore: la delusione, la disperazione, l’odio, il rancore, la voglia di fargliela pagare e di vederlo soffrire. Alla fine, aveva vinto la battaglia con quell’io irrazionale che ognuno si porta dentro: non l’amava più. Provava indifferenza. A volte anche pena per quell’uomo ormai invecchiato e lontano, che non faceva più male nemmeno ai suoi ricordi. Lui il biglietto l’aveva letto, ma non era tornato. Martina era la sua seconda occasione, un amore inaspettato che l’aveva risvegliato dalla noia del matrimonio. I giorni tutti uguali si erano trasformati in una nuova primavera, che voleva vivere fino in fondo. Le scenate, le parolacce e l’aggressività iniziale di Flaminia non avevano scalfito la sua voglia di vivere e la storia con Martina. Anzi, avevano rafforzato il desiderio di allontanarsi da quella prigione, un inferno che erano riusciti a creare giorno dopo giorno, maledicendo il giorno in cui si erano incontrati. A scalfire la voglia di vivere e la nuova storia d’amore erano stati, come accade spesso, i nuovi problemi e la nuova routine, che giorno dopo giorno avevano consumato tutto. In realtà, i problemi non erano nuovi, e lui avrebbe dovuto saperlo. Quando finisce la favola e si affievoliscono le illusioni, affiorano le insoddisfazioni e le incomprensioni.
- E adesso?
Si chiese, mentre preparava un’altra valigia, l’ultima, senza sapere cosa fare. L’amore con Martina era finito. Senza drammi e scenate, stavolta. Era finito e basta. Come tutti gli amori. Strade diverse. Lei verso le opportunità che si possono vedere solo attraverso la bellezza dei trent’anni, lui, con quei cinquant’anni suonati e alle spalle tanti fallimenti, verso una strada giorno dopo giorno sempre più corta. Il biglietto era comparso nel momento giusto.
- Sarà un segno del destino? Sì, lo è. È il mio biglietto di ritorno.
Una fiammella, una piccola speranza che gli si accendeva dentro mentre riempiva la valigia.
- Mi aspetterà ancora? E se avesse accanto un altro uomo? Non importa, non importa… C’ero prima io, ci sono sempre stato. Ci siamo amati, nessuno si è amato come noi, e abbiamo diritto a una seconda possibilità.
Passavano i minuti e quella fiammella cresceva dentro. Stava diventando un fuoco, che si alimentava a ogni pensiero.
- Aspetterò che esca dall’ufficio. E se non vorrà parlarmi, mi troverà tutti i giorni qui. Ho troppe cose da dirle. C’è voluto un po’ di tempo, ma alla fine ho capito…
Ho portato via le ultime cose, non tornerò più. Abbi cura di te. Un biglietto attaccato sul frigo e un’altra fine. Poi, di corsa in macchina, il traffico, i semafori, i passanti e la voglia di arrivare presto, di fermarsi ad aspettare sotto quel portone.
E lei da quel portone era uscita, alle 18.00 in punto. Come accadeva da anni, prima e dopo di lui. Batticuore. A Marco sembrò più bella di quando l’aveva conosciuta. Non gli sembrava possibile che si fossero persi.
- L’ho lasciata per rincorrere un’illusione, ma stavolta non ci lasceremo più.
Pensava all’eternità, mentre camminava verso di lei. Felice, si sentiva felice.
Si guardarono negli occhi. Un istante, un istante per dirsi tutto quello che c’era da dire. Vicinissimi, ma ormai distanti. Nessuno dei due si fermò. Entrambi proseguirono.
Ognuno col suo dolore.
Ognuno con la sua solitudine.

d'amore, di rabbia e altri racconti

d’amore, di rabbia e altri racconti

L’ombrello

racconti, narrativa, calvino, camilleri, carver

Uno spritz, il computer acceso e la sua solitudine. Da anni, Marta consumava le sere e la vita così, senza aspettarsi più nulla, senza aspettare più nessuno. Aveva imparato a convivere con sé stessa, accettando la solitudine di quei quarant’anni arrivati troppo presto e controllando insicurezze e fragilità, quintali di fragilità, grazie all’aiuto di un analista. A Riccardo, nonostante fosse in terapia da anni, mostrava sempre il suo lato ironico; non voleva fare la parte della femminuccia piagnucolosa. E lui stava al gioco, ma ogni tanto affondava il coltello in quelle ferite che ormai non facevano più nemmeno tanto male. In fin dei conti, non aveva niente di diverso rispetto a quei milioni di persone, che vanno avanti senza fare troppe storie: qualche amore finito tra urla e pianti, un lavoro poco soddisfacente, il fisico che cominciava a modificarsi, ma, soprattutto, l’incapacità di vivere pienamente la quotidianità e di apprezzare i brevi istanti di felicità. Quando capitano, non dopo. Il presente di Marta si era trasformato nel rimpianto continuo del passato. La felicità, diceva a Riccardo, non è qualcosa che accade, è il rimpianto di qualcosa accaduto che non si può più avere indietro.
- La felicità è una gran fregatura, te ne accorgi solo dopo che l’hai vissuta, e non puoi far altro che rimpiangerla. Per conoscerla, devi perderla, e non si può dire che il ricordo di essere stati felici sia una cosa allegra.
Lui articolava grandi teorie, citava Jung e la fioritura dell’anima come l’unica strada possibile per raggiungere la felicità. Lo faceva con distaccata professionalità, mentendo anche a sé stesso perché, in fondo, quella strada non l’aveva mai trovata nemmeno lui, nonostante avesse indicazioni precise. Le sedute ormai erano diventate un appuntamento fisso, un caffè con un amico, che spesso non chiedeva nemmeno la parcella. Marta era stata per lui contemporaneamente un successo e un fallimento professionale. Da una parte era riuscito a salvarla dal baratro della depressione, dall’altro non era riuscito a evitare che si ritrovasse spesso a camminare ancora sul bordo del baratro. Sei il perno e la buccia di banana della tua esistenza, gli diceva spesso.
E lei sorrideva, dissimulava, faceva qualche battuta fino a quando non riusciva a strappare una risata anche a lui.
- Dovrei farti pagare io, le sedute, con tutte le risate che ti faccio fare…
Alcune sere, sentiva un dolore sottile, famigliare, che l’accompagnava senza fare troppo male, come il mal di schiena che si prova a una certa età, ormai conosciuto e accettato con rassegnazione. Altre volte il dolore era lancinante, gli mancava l’aria, si sentiva oppressa, insoddisfatta, fallita. Le sembrava tutto inutile; mangiare, dormire, respirare, anche parlare e sfogarsi con le amiche, persone ormai distanti anni luce, che vivevano nella mediocrità rassicurante delle loro famiglie. Quella sera si era sentita così, perduta. Lo spritz era rimasto intatto nel bicchiere, il computer fisso su una pagina piena di numeri e lei era uscita.
Senza meta.
Vagabonda e disperata.
Faceva i conti, piangeva e rimpiangeva quella felicità che aveva toccato per pochi istanti. Un bacio, il sole primaverile, il profumo di caffè nella nuova casa, le carezze di un papà che non c’era più e a cui non aveva fatto in tempo a dire ti voglio bene. Perché se l’era tenuto dentro fino alla fine. Perché non voleva fargli vedere che insieme a lui stava morendo anche lei. Tutto era ormai lontano e irraggiungibile. Il mondo intorno era cambiato, lei era cambiata, anche se il caffè continuava ad avere sempre lo stesso profumo e il sole continuava a splendere. Marta non splendeva più, marciava a fari spenti.
Pioveva, quella sera.
Pioveva forte.
Scrosci d’acqua.
Diluvio di pensieri.
Niente ombrello, andava troppo di fretta.
Doveva uscire da quella prigione, sapendo bene che la vera prigione, quella da cui non sarebbe mai uscita, era dentro di lei.
Non mi abituerò mai alla pioggia, mi coglie sempre di sorpresa. So che pioverà, ma mi stupisco che venga a piovere. Come quando succede qualcosa di brutto che avevo previsto, ma che non riesco a evitare. E non ho mai l’ombrello.
Vuoto. Anima gelata.
Le strade deserte erano riempite soltanto dal rumore di qualche auto o da un televisore col volume troppo alto. Una sagoma in lontananza e un attimo di paura. A chi verrebbe in mente di uscire a far del male a qualcuno, con questo tempo?, pensò.
- Riccardo, che ci fai qui?
- Ti ho chiamato e non hai risposto…
- …
- Sei senza ombrello, e quando piove un ombrello ci vuole.

Il parco

racconti, racconti brevi, narrativa, libri, alessandro capezzuoli

Il parco è un posto in cui non aspettarsi nulla, a parte lo scorrere del tempo. Per chi, come Fulvio, provava quel dolore intenso e profondo che solo il male di vivere sa infliggere, il parco era una specie di rifugio. I piccoli gesti, le mamme che spingono le carrozzine, la gente che fa sport e i bambini che gridano e giocano a calcio, lo rassicuravano. Una vita tranquilla è possibile, pensava.
Contro il dolore fisico c’è sempre una soluzione, contro il mio dolore no.
A volte capita, nella vita, di sentirsi inadeguati all’esistenza, e Fulvio si sentiva profondamente inadeguato. Inadeguato a confrontarsi con gli altri, inadeguato alla superficialità, inadeguato al divertimento e alla morale del suo tempo e del suo paese. Inadeguato perfino all’amore. La sua situazione si era irrimediabilmente complicata a causa di Paola. Si erano conosciuti casualmente durante un viaggio di lavoro, avevano scambiato qualche messaggio, poi lunghe chiacchierate in un piccolo bar di provincia. Le chiacchiere, inizialmente professionali e distanti, erano diventate sempre più intime e confidenziali, e alla fine si erano innamorati. Tra loro funzionava tutto alla perfezione, una specie di armonia perfetta delle anime e dei corpi. Piccolo particolare: erano entrambi sposati. Lui con un’altra, lei con un altro. Avevano entrambi dei figli e non erano nemmeno più tanto giovani. Come fare? C’era una soluzione? Le avevano analizzate tutte, una per una, valutando le possibili conseguenze di questa o di quell’altra scelta. Compreso l’eventuale dolore dei rispettivi compagni a cui erano affezionati. L’amore no, avevano capito che amarsi significava altro. Ogni soluzione, ogni ragionamento, era una specie di partita a ping pong, una sfida, in cui la pallina rimbalzava tra l’amore e la morale. Non era possibile che le due cose stessero dalla stessa parte. E la morale, si sa, vince spesso sull’amore. Nella morale ci sono le responsabilità, i cosa dirà la gente, le sofferenze dei figli, i se e i ma delle famiglie, i sensi di colpa e tutte quelle cose che sono state create dall’uomo per rendersi infelice.Sentirsi in colpa per amore è la condanna peggiore che si possa infliggere a un uomo. Nella morale non c’è mai niente di vero e, soprattutto, non c’è mai niente di morale. È una strada senza uscita, è routine da dare in pasto ai robot. È la giustificazione degli inetti, di chi non pensa, di chi giustifica anche i peggiori fallimenti con quelle frasi rassegnate tipo “è sempre stato così”.
- Non capisco perché devo scegliere. Perché?, cazzo! Perché devo scegliere tra l’amore che provo per Paola, l’amore per i miei figli e l’affetto nei confronti di Laura? Perché a Laura voglio bene, questo è certo. Non l’amo, forse non l’ho mai amata, ma le voglio un gran bene e vederla soffrire mi fa stare male. Chi ha deciso che deve andare così? Io no di certo, semmai questa società di merda in cui sono costretto a vivere. Vorrei stare lontano, in un posto dove gli esseri umani non siano costretti ad amarsi uno per volta. Come se l’amore si potesse applicare alle persone, seguendo una regola precisa. Il teorema di pitagora. Due cateti e come risultato sempre la stessa ipotenusa. Soltanto che qua a 90° sono piegato solo io, con tutto ciò che ne consegue…

Un sorriso gli spuntò sulle labbra: magra consolazione di un’ironia che ormai aveva perso. Continuò il suo pensiero.

- Una regola, una stupida regola. Come se esistesse una sola forma d’amore e non miliardi di sfumature.
Basta!, ho deciso: stasera parlo con Laura.
Però, i bambini… che pena! E lei? Soffrirà, lo so…
Domani dico a Paola che è finita, che non possiamo andare avanti così. Lo faccio anche per lei, per non vederla più piangere. O forse è meglio aspettare, col tempo le cose cambieranno, ci saranno le i condizioni per…
Certo, aspettare, aspettare che I figli crescano, ma noi saremo più vecchi e stanchi. Lo siamo già adesso, figuriamoci tra vent’anni.

Il sole era tramontato da un po’.
Fulvio aveva passato l’intero pomeriggio immerso nei suoi pensieri.
Senza una soluzione.
Senza una speranza.
Si alzò e andò via.

La puttana

racconti, racconti brevi, libri, narrativa, racconti fotografici, racconti di strada, alessandro capezzuoli

Puttana è stata la prima parola che Amina ha imparato appena arrivata in Italia. All’inizio pensava fosse un complimento. Forse perché il suono somigliava a putera, che in Sudan significa principessa. Ciao principessa, così l’aveva salutata suo padre, prima che partisse per sempre dal suo paese. Aveva venduto i suoi terreni, e avrebbe venduto anche i suoi organi, per dare alla figlia la vita che lui non aveva avuto. In Italia starai al sicuro, le diceva. Là non c’è la guerra, potrai trovare un lavoro e avere una vita normale. Aveva sentito parlare di un paese in cui c’era posto. Il paese degli ultimi. Un posto in cui vivere senza rinunciare alla propria cultura, anzi, vivendo grazie a quella. Gli abitanti, povera gente del Sud, anziani che ormai avevano perso le speranze, li accoglievano. Si sentivano più giovani. Migliori. Il paese era tornato a vivere, era diventato di nuovo bello. Un posto in cui restare, non da cui partire. In ogni vicolo si sentiva una musica diversa, lontana, suoni nuovi che non erano italiani, ma erano belli, vivi. Ricordavano il mare e il deserto. Le donne indossavano vestiti colorati, forse per nascondere gli orrori vissuti; una pennellata di felicità sulla porta di un armadio pieno di dolori. Perché quella era la loro nuova vita e nessuno poteva più sporcarla. Per le strade si ballava. E si rideva.
Senza barriere.
Senza confini.
Senza paura.
Tutti insieme.
Ognuno aiutava come poteva. C’era chi sistemava le case abbandonate dai migranti calabresi affinché potessero accogliere altri disperati, più disperati di quelli che erano partiti, e chi aveva imparato a fare il caciocavallo. Chi raccoglieva i rifiuti, facendosi aiutare da un mulo, perché i i mezzi di raccolta erano troppo grandi per passare in quei vicoli stretti, e chi accudiva gli anziani abbandonati dai figli, ma non dai migranti. C’erano uomini, giovani e vecchi, che giocavano a carte nei bar e bevevano vino, e donne che si confidavano segreti come bambine. C’erano storie d’amore e di morte, ricordi lontani e qualcuno da rimpiangere. Era lì che Amina voleva andare. Era quella l’Italia che immaginava. Dolce e accogliente. E lei, con i suoi sedici anni, aveva avuto una fiducia infinita nei racconti del padre. Nella valigia aveva messo la pagella, perché non si sa mai, può sempre servire per dimostrare chi sei e quanto puoi essere utile agli altri, il libro Piccole donne e qualche vestito. Tranne quello buono, che aveva indossato prima di partire per fare bella figura e per nascondere la sua povertà. La prima violenza, cruda, bestiale, l’aveva subita prima di imbarcarsi. Era stata violentata da tre animali che avevano già incassato i soldi del viaggio, ma volevano prendersi gli interessi senza chiedere il permesso. Era rimasta a terra sanguinante e se non si fosse alzata per raggiungere il barcone sarebbe rimasta là. Nessuno si era intromesso, nessuno l’aveva aiutata. Erano tutti troppo impauriti, ognuno col suo carico di dolore a cui pensare, e non volevano avere altri problemi. Che l’indifferenza al dolore e la paura degli altri fossero un problema, invece, l’avrebbero imparato nel peggiore dei modi: subendo lo stesso trattamento da parte degli italiani. Indifferenza al loro dolore e paura della diversità. Da anni, le falsità raccontate dal Ministro dell’interno e dell’odio avevano dato i loro frutti malati: le persone si erano lasciata riempire di paure e di menzogne con la stessa inerzia di un tacchino a cui viene tagliata la testa per farlo ripieno. Ormai erano convinte che la causa della loro povertà fossero i più poveri e non i più ricchi. E che la soluzione alla povertà fosse una questione di egoismo e non di condivisione.Brutta cosa, la politica. D’altronde, ogni notiziario era diventato un manifesto della paura, venivano sbandierate invasioni inesistenti, numeri inventati di sana pianta, pericoli di ogni genere, furti di soldi e di identità nazionali: cos’altro può fare una persona, in preda al terrore e incapace a guardare la realtà, se non odiare con tutto il marcio che ha dentro chi in realtà sta peggio? Il prezzo di quella politica scellerata, che aveva distrutto la parte migliore degli italiani, il ministro l’avrebbe pagato caro qualche tempo dopo. Perché c’è sempre un preciso momento, nella storia, in cui l’odio avvelena chi l’ha seminato. Amina in quel paese non c’è mai arrivata: è stata comprata, venduta, stuprata, umiliata, rivenduta e ricomprata. Tante, troppe volte. Puttana, le diceva la gente. Puttana, le urlavano e quei clienti violenti che a volte la picchiavano; belve assetate di quell’amore che non sarà mai amore. E lei, tra le lacrime, pensava al suo paese e a suo padre, che da bambina le diceva che l’amore avrebbe salvato gli uomini. E pensava a quell’ultimo saluto: ciao putera, ciao principessa.

La pensione

racconti, racconti brevi, libri, narrativa, racconti fotografici, racconti di strada, alessandro capezzuoli

Ama il potere come te stesso, questo è stato per quarant’anni l’unico comandamento della religione di Fabio Duranti. Una religione che, a dire la verità, trova da sempre un ampio numero di fedeli. Il potere, non il lavoro: la differenza è sostanziale. Se si fosse dedicato anima e corpo a un lavoro appassionante, forse sarebbe riuscito a dare un senso alla sua vita. Invece, in quell’ultimo giorno di lavoro, non riusciva a vedersi in un altro posto che non fosse il suo ufficio all’ultimo piano del Ministero dell’Economia. Temporeggiava, metteva negli scatoloni ricordi inutili, che sarebbero rimasti chiusi là dentro per l’eternità e non avrebbero alleviato quell’angoscia che si impossessa immediatamente dei pensionati appena mettono il naso fuori dall’ufficio. L’attimo prima e quello dopo il pensionamento spezzano l’uomo in due. Dividono il suo senso di utilità dal disagio dell’inutilità, la partecipazione dall’isolamento, le aspettative dalla rassegnazione. Fino al momento dei saluti ti senti parte di un mondo, dopo diventi un estraneo. Ti ritrovi solo, con troppo tempo disponibile e pochi modi per riempirlo. Smarrito come Pollicino nel bosco, con una sensazione di vuoto simile a quella che si prova dopo aver scartato i regali di Natale, a causa della consapevolezza di aver consumato non la festa ma la sua attesa. Le parole di Fabio, che risuonavano come ordini perentori per i corridoi del ministero, sì erano sgonfiate negli ultimi mesi: ormai non incuteva più timore quasi a nessuno. Non pensava che sarebbe toccato anche a lui, rifiutava l’idea. Il potere è per sempre, pensava. Dare ordini, questa era la sua fissazione. Giusti o sbagliati che fossero. Anzi, più le sue decisioni erano ingiuste, più umilianti erano le conseguenze, e più si sentiva onnipotente. Come quella volta in cui riuscì a obbligare i dipendenti a prendere dei giorni di ferie forzate in prossimità delle feste comandate, facendo credere ai superiori che si trattasse di una misura necessaria per risparmiare. Il risparmio era quasi pari a zero, ma il piacere che provava in quell’esercizio di prepotenza era immenso. Il risultato fu duplice: da una parte la rivolta dei dipendenti e dall’altra le lodi dei superiori. Che tradotto nel suo linguaggio significava colmare i sensi di inferiorità di cui soffriva da sempre e mettere un altro mattoncino per arrivare a far parte della schiera dei superiori. Quel ricordo, per un momento, lo fece sentire soddisfatto di sé: lui era diventato un “superiore”. Di cosa e di chi non aveva importanza, la cosa importante era avercela fatta, aver scalato tutti i gradini della carriera. La ragione della sua esistenza era tutta in quel ruolo: direttore generale. Il senso del dovere l’aveva sostituito da subito col senso del potere e nessuno si era potuto sottrarre alla realtà che lui aveva deciso di raccontare agli altri. Rispetto di regole assurde, colpi bassi e meschinità varie erano entrate anche nelle vene anche dell’ultimo usciere. Costruendo una realtà distorta, aveva intossicato l’ambiente giorno dopo giorno, subdolamente, come chi avvelena l’acqua con l’obiettivo di avvelenare le persone. L’ultimo provvedimento che aveva firmato avrebbe preso forma l’indomani, attraverso la nomina del successore: l’unico che era rimasto fedele. Si sentiva orgoglioso di essere stato duro e spietato fino alla fine.
- È stato stronzo fino alla fine.
- La nomina di Marchetti se la poteva risparmiare. D’altronde, dopo anni di scelte a cazzo, non poteva che terminare in bellezza.
- Poi, proprio Marchetti, che ne ha dette sempre peste e corna. È arrivato perfino a dire che si scopava la moglie… lo chiamava l’impotente prepotente.
- Fatti loro, io so solo che non sono riuscito nemmeno a fare un misero passaggio di fascia e lui avrà una pensione coi fiocchi.
- Ci mancava pure la pagliacciata della festa di pensionamento: me la risparmierei volentieri.
- Dai, scendiamo, ci sarà anche Marchetti, che è più stronzo di lui: se non vede che ci siamo anche noi chissà che pensa.
In una sala enorme, tristemente addobbata con qualche decorazione, si era creato un viavai di persone che mangiavano un tramezzino, scambiavano qualche parola e salutavano, alcune timidamente, altre con rancore, il direttore uscente e, soprattutto, quello entrante.
Poi fu il momento del discorso.
- È con immenso dispiacere che…
Il dispiacere è solo suo, pensava la platea annoiata.
In meno di un’ora era tutto finito: il personale era tornato ad occupare le stanze e lui era uscito per sempre da quell’edificio, portando via due scatole di cartone e un senso di sconfitta che non aveva mai provato prima. Non aveva più nessuna scadenza, niente di urgente da firmare e nessuna questione essenziale da risolvere: tutto ciò che riteneva l’essenziale era alle sue spalle, nelle stanze anonime dell’edificio che, dopo aver girato l’angolo, non vedeva già più.
Non c’erano più scuse.
Non poteva più rimandare.
Non poteva più raccontare e raccontarsi false verità, come aveva fatto per anni, avvelenando gli altri e sé stesso, in cerca di una ragione o di una scusa che desse senso alla sua esistenza. Le scuse erano tutte in quelle scatole piene di vuoti. Doveva fare i conti con quello che non era mai stato e cominciare a essere. Ed era difficilissimo.

Alessandro Capezzuoli

La corsa

racconti, racconti brevi, libri, narrativa, racconti fotografici, racconti di strada, alessandro capezzuoli

Corri, corri come se non dovessi fermarti mai. Corri, corri come se non ci fosse un domani. Corri, qualsiasi cosa accada. E non rallentare, nemmeno se senti che ti scoppia il cuore. Un decimo di secondo perso è una gara persa, e tu non devi perdere. Tu sei nata per correre, ragazza. E per vincere.

Ogni volta che si fermava a guardare quei trofei, Emma pensava alle parole del suo allenatore. Aveva iniziato l’atletica leggera per dispetto, perché le sorelle erano iscritte entrambe a un corso di danza classica e a lei quei balletti sembravano ridicoli. Roba da femminucce, pensava. Gli allenamenti, invece, erano durissimi. Correva col sole e con la pioggia; quando i suoi compagni uscivano da scuola per consumare il pomeriggio davanti alla televisione, lei andava ad allenarsi. E le parole del suo allenatore, giorno dopo giorno, le erano entrate dentro. Le soddisfazioni se le era tolte a colpi di vittorie, complimenti e articoli di giornale. Nel frattempo, però, la vita le era corsa accanto. Quanto e più di lei. Senza che se ne accorgesse. Emma era nata per correre, o l’avevano convinta che fosse così. Le gare, quelle maledette gare, che un bambino dovrebbe vivere come un gioco, per lei erano diventate un’ossessione. La competizione con gli altri l’aveva estesa non solo all’atletica, ma a ogni aspetto della vita. I rapporti umani, i sentimenti, i piccoli traguardi di tutti i giorni: in ogni cosa c’era un obiettivo da raggiungere, un avversario da sconfiggere e una medaglia da vincere. Senza fermarsi. Corri, corri come se non dovessi fermarti mai. Corri sotto al diluvio e sotto al sole cocente. Era diventata forte, Emma. Forse troppo. Il suo carattere si era indurito come la pianta dei suoi piedi. Sacrificio. Impegno. Rabbia. Vittoria. E poi di nuovo a correre e ad allenarsi, per aggiungere una medaglia e un articolo di giornale alla carriera. Bulimica di successi. Ogni vittoria le creava un senso di vuoto profondo, un’insoddisfazione che riusciva a colmare soltanto correndo. Fame, nausea. E poi ancora fame e ancora nausea. Vomito.

Gli obiettivi, i grandi obiettivi che vedeva in lontananza, il matrimonio, la casa, la famiglia, li aveva rincorsi con la stessa rabbia e lo stesso spirito di sacrificio. Li aveva raggiunti, quegli obiettivi, ma aveva un marito che non amava, una casa acquistata per avere un posto qualsiasi in cui stare e una profonda insoddisfazione, che a sessant’anni non avrebbe più potuto colmare. Avrebbe dovuto fermarsi, altro che correre. La vita aveva regalato anche a lei attimi di felicità, attimi che non era riuscita ad assaporare e che non sarebbero più tornati. Aveva avuto carezze dolci da un uomo che ormai non c’era più. C’erano stati raggi di sole, panini in riva al mare e accenni di batticuore messi a tacere dalla razionalità. Nei ricordi, un diluvio di vita non vissuta. Persa. Lasciata scorrere in attesa di qualcosa che non sarebbe arrivato mai. Gli obiettivi, quei maledetti obiettivi da raggiungere, le avevano rovinato degli istanti di bellezza, che avrebbe dovuto sorseggiare lentamente come un cioccolato caldo durante un inverno gelido. Il viaggio, conta il viaggio, non la meta. Adesso l’aveva capito. Adesso era tardi. La gara più importante, quella che ognuno fa con sé stesso, l’aveva persa.

 

Il treno

racconti, racconti brevi, libri, narrativa, racconti fotografici, racconti di strada, alessandro capezzuoli

 

Il treno delle 7,27 arriva sempre in orario. È così preciso che potrebbe essere preso come riferimento per regolare gli orologi. Gli orari dei treni della tratta Roma- Orte ormai li conosco a memoria. Anche i volti dei passeggeri sono diventati familiari. Con qualcuno, a volte, scambio un cenno di saluto. Non un saluto vero e proprio, più una smorfia, un movimento del viso, che sta a significare “ciao, sono qua anche stamattina, buona giornata”. Dopo tanti anni, riesco a prevedere pure  i ritardi. L’unico treno che non ritarda mai è quello delle 7,27, quello che prende Elena per andare all’università. Se per qualche motivo non riesce a prenderlo, è la fine. Gli altri non rispettano la precisione che promettono negli opuscoli. D’altronde, chi è che rispetta quello che promette? In pochi. In pochi…
Oggi sono in anticipo di venti minuti. Pazienza, mi siedo qui e l’aspetto, tanto non ho fretta. Aspettare non costa niente. Certo, vedendo tutta questa gente che va di corsa, qualche dubbio mi viene… oggi avere tempo per aspettare qualcuno è un lusso. Chissà dove vanno, tutti. E perché corrono. Se avere tempo per aspettare è un lusso, non averlo cos’è? E’ la miseria, secondo me. La mancanza di tempo l’ho sempre associata alla mancanza di libertà. Se non posso decidere come spendere il mio tempo, non sono libero. E’ una ricchezza, il tempo. Forse per questo si dice “spendere il tempo”, perché averlo a disposizione è difficile e prezioso.
Io il tempo ce l’ho.
Sono ricco.
E aspetto.
E spendo il mio tempo qua, su una panchina fredda, solo per vederla scendere da quel treno. Quanto è bella. La riconosco subito, in mezzo alla folla. Ieri indossava un vestito a fiori che mi piace da morire. Ha detto che lo mette soltanto per me. Mentre camminava tra la gente, avevo paura che qualcuno vedesse la stessa bellezza che vedevo io e me la portasse via.
È stata il mio primo amore, Elena.
L’unico.
Oggi voglio portarla a pranzo fuori: al diavolo gli impegni.
Appena la vedo glielo dico: oggi ci prendiamo una giornata tutta per noi!
Dal treno delle 7,27 non è scesa.
Avrà fatto tardi.
Ma io aspetto. Sono un po’ stanco, ma l’aspetto.
Il tempo per aspettare io ce l’ho.
Ho dormito poco, mi sa che chiudo gli occhi per riposare dieci minuti.

- Amerigo! Amerigo, mi senti? Amerigo, rispondi! Rispondi, cazzo!

- Che è successo?

- Si è sentito male?

- Aria, fate aria. Chiamate un’ambulanza e lasciatelo respirare.

- Chi si è sentito male?

- Boh, forse un passeggero.

- Ma no, è Amerigo, un barbone.

- Non è un barbone, è il poeta della stazione Termini: da quarant’anni viene qua tutte le mattine e aspetta.

- Aspetta sempre lo stesso  treno e qualcuno che non è mai arrivato.

- Fate silenzio! Zitti! Amerigo sta morendo…

- Ma chi è quello che sbraita tanto?

- Forse è un amico.

- No, è il giornalaio.

- Si vede che lo conosceva…

- Perché i soccorsi non arrivano?

- Capirai, nell’ora di punta, arrivare qua è un’impresa…

- Largo, fate largo…

- È grave?

- Respira?

- Shhh, gli stanno facendo il massaggio cardiaco.

- Non si muove.

- È morto.

- I medici sono arrivati troppo tardi.

- In certi casi il tempo è fondamentale.

- Era malato di cuore e nessuno lo sapeva.

 Alessandro Capezzuoli

La dieta

Ho deciso di mettermi a dieta. Oggi è lunedì, e le diete si iniziano sempre quando comincia la settimana. Gli altri giorni non valgono. Una volta ho cominciato il mercoledì e non ha funzionato. Che poi, come al solito, inizio  in un giorno preciso e finisco in un giorno qualsiasi. All’improvviso e senza un vero motivo. Come tutte le cose che, nella mia vita, ho iniziato e sono finite senza un perché. Basta niente per romperla, la dieta. Com’è successo l’ultima volta? Ah, sì, una caramella. Una stramaledetta caramella. Avevo voglia di qualcosa di dolce. Carenza d’affetto, dicono. Cosa vuoi che sia una caramella? Ne ho mangiata una al caffè, ma mi aveva lasciato in bocca uno strano sapore. Così, ne ho mangiata un’altra. Poi un cioccolatino. E alla fine della giornata il patto di fedeltà era rotto. Divorzio. Mettersi a dieta, rinunciare al piacere del cibo, è come sposare un uomo per interesse e amarne un altro alla follia: è naturale, poi, ricorrere al tradimento.Io, invece, mio marito non l’ho mai tradito. Nonostante tutto. È per lui che voglio tornare a essere bella. La parola d’ordine è “rinuncia”. È una vita che rinuncio a tutto, mica solo al cibo, quindi non farò troppa fatica. Ho rinunciato al lavoro, ho rinunciato alla mia passione, la danza, ho rinunciato persino a essere donna, per quella gelosia che lo ha sempre ossessionato. Chissà come sarebbe stata, la mia vita, se avessi dato retta alla mia insegnante. Segui le tue passioni, mi diceva. Non smettere mai di ballare, qualsiasi cosa accada. Non bisognerebbe mai essere costretti a scegliere quale passione seguire. Alla fine, io ho scelto di seguire l’amore. Non mi pento, poco importa se sono ingrassata, mi vedo brutta e vecchia e non mi riconosco più allo specchio. Ho deciso di essere una buona moglie e lo sono stata. Non vedo l’ora che torni a casa, per dargli la notizia: tua moglie tornerà a essere bella!

- Hai bevuto ancora?

- Solo un bicchierino…

- Non ci credo! Puzzi di vino…

- Vuoi farmi la predica?

- Lo dico per il tuo bene.

- E che ne sai tu di cosa è bene per me, eh? Che cazzo ne sai?

- Avevo una cosa da dirti…

- Me la dici dopo. Adesso ho fame e non voglio sentire niente. Avrò pure il diritto a rilassarmi, dopo una giornata passata a spaccarmi la schiena per mantenerti, no?

La dieta inizia il lunedì e finisce senza un vero motivo. Non ho più voglia di essere bella, questo è il motivo. Lui mi ama, ne sono certa. Mi ama a modo suo, me l’ha detto tante volte. Gli schiaffi fanno parte del suo modo di amare. Stanotte è successo di nuovo. È stato fortissimo, così forte da farmi perdere i sensi. Non smettere mai di ballare, qualsiasi cosa accada. a questo pensavo, mentre mi picchiava.

Alessandro Capezzuoli

La discesa

Il 137 è un autobus che fa parte dell’arredo urbano. Ormai ha passato abbondantemente la trentina, come gli alberi striminziti che sono stati piantati nella piazzetta del capolinea e non sono mai cresciuti. Tommaso, invece, è cresciuto anche troppo. Ogni giorno che Cristo ha fatto, con la pioggia, la neve o il sole, alle 7:03, li trovi entrambi là, con una meta da raggiungere. Una meta di cui non frega più niente a nessuno dei due. Eppure non è stato sempre così: il 137 collega la periferia al centro e ha avuto un passato glorioso. Si sa come sono i romani: riescono a umanizzare sempre tutto, anche le cose. Er tutta callara, l’avevano soprannominato così. Qualunque fosse l’autista a guidarlo, la prima discesa, per tradizione, andava affrontata a tutta velocità. A tutta callara, per l’esattezza. Il passato di Tommaso, invece, non era stato così glorioso. Nonostante sia nato e cresciuto in quel quartiere, la gente lo riconosce tuttora a malapena e, soprattutto, non gli ha mai dato nessun soprannome. Certe volte è più facile affezionarsi alle cose che non alle persone. Aveva pochi amici, qualche flirt insignificante e si era ampiamente rassegnato a finire i suoi giorni così, consumando il tempo tra la casa, l’ufficio e le faccende da sbrigare. Come se quello fosse tutto. Come se niente fosse tutto. Facendo finta di essere uguale agli altri. Come Er tutta callara, un autobus tra i tanti, ma che almeno aveva un soprannome tutto suo.

Così, una mattina dopo l’altra, ruggine e rughe avevano fatto la loro comparsa. Il passo di Tommaso era diventato meno veloce e Er tutta callara arrancava ogni giorno di più sulla salita che era obbligato a percorrere per tornare al capolinea.

- Hai saputo la notizia? Lo mandano in pensione…
- Stai a scherzà? Er tutta callara nun se tocca!
- Nessuno scherzo: dal primo marzo la linea è soppressa. Hanno aperto la nuova fermata della metro e c’è bisogno di ottimizzare le corse.

Per fare la rivoluzione, basta togliere alla gente le abitudini. E visto che l’uomo riesce ad abituarsi a tutto, alla fine si abitua anche alle rivoluzioni. La prima cosa a cui pensò Tommaso, dopo aver ascoltato quella breve conversazione, fu di aver perso un amico. Un lutto. Da lì a poco avrebbe dovuto stravolgere le sue abitudini. Avrebbe smesso di sbuffare al ritmo dei colpi mancati dal motore a gasolio del 137. Certo, avrebbe preso la metro, ma non sarebbe stata la stessa cosa. Fu assalito da quella sensazione angosciante di chi ha capito di aver perso la battaglia contro il tempo, dopo aver creduto di poterlo fermare con la gioventù. E allora decise in quell’istante di fermarsi, pianificando con precisione come, dove e quando. Perché su quell’autobus, in un giorno come tanti, tra la gente che saliva e scendeva, lui il tempo era riuscito a fermarlo sulle labbra di Viola. Lei non c’era più, lui non c’era più, entrambi si erano persi. Ma quel bacio era ancora là, a fermare il tempo come tanti anni prima.

Alessandro Capezzuoli

Prima che tutto cambi

Luca Strano si ripropone come i peperoni in piena emergenza intestinale, questa è la cattiva notizia. La buona notizia è che stavolta sarà più inopportuno di una salsiccia durante il ramadan e più fastidioso dell’acqua in ebollizione, quando tracima dalla pentola e spegne il fornello. Non potendo prendersela con Darwin, importunerà nientepopodimeno che il creatore in carne, ossa, frattaglie e Spirito Santo, mettendo in discussione i comandamenti e i comandati. Essendo totalmente privo di risposte, formulerà a dio domande a caso col solo scopo di distruggere millenni di storia in poche sudicie pagine. Il papa, i vescovi e tutto l’ordine sacerdotale sono concordi nel considerarlo il demonio del nuovo millennio, anche se hanno riso come dannati di fronte all’ironia acuta delle sue storie. Ebbene sì, Luca Strano è un comunicatore scomunicato, pronto a cogliere la bellezza e le opportunità prima che le circostanze cambino le carte in tavola. Perché un attimo di bellezza non colto è sempre uno spreco imperdonabile.

 

E’ andata com’è andata

Se avevate nostalgia di Luca Strano o eravate in pensiero per lui, potete smettere di piagnucolare e di preoccuparvi: è vivo, lotta con sé stesso ed è tornato più in forma di uno squacquerone scaduto. Furbo come un piccione, scattante come una quaglia, vi condurrà per mano verso un viaggio fantastico che ha come unico obiettivo quello di ritornare prima di partire. Prodigo di consigli come non lo è mai stato, riuscirà a spazientire anche il lettore più saggio con quell’aria spavalda da controllore di treni. Treni che ha spesso sfiorato ma non è mai riuscito a prendere a causa dei suoi ritardi fisici e mentali. Invece di tagliarsi le vene con la limetta per le unghie dei criceti o di ubriacarsi con l’acqua ossigenata e il succo di rape nere per il rimpianto di non essere mai partito, canterà a gola “spietata” la gioia di essere restato. Perché chi resta ha sempre qualcuno da aspettare, qualcuno che prima o poi ritorna da chi lo attende.

Ci sono rimasto male

L’attesa è finita: Luca Strano e ricicciato. Inaspettato come un brufolo prima di una cena galante, gradito come una macchia di sugo su una camicia bianca prima di un colloquio di lavoro. Destreggiandosi con estrema labilità tra i lassativi e i mattarelli da viaggio, stavolta parlerà d’amore, dimostrando che la coppia è una macchina perfetta costruita incoscientemente per risolvere una montagna di problemi complessi che i single non hanno. Con la lucidità di un ornitorinco, farà un’analisi spietata dei suoi disastri sentimentali, traendo conclusioni affrettate, senza senso e prive di qualsiasi logica. Non si farà mancare quantità spropositate di decisioni sbagliate prese d’impulso e a caso per far fronte alle difficoltà che incontrerà nel suo percorso verso l’autodistruzione sentimentale a cui è geneticamente predisposto. Alcune volte si soffermerà a riflettere seriamente, così seriamente che sarà impossibile non fermarsi a sorridere e a pensare che i sorrisi, quelli veri, nascondono sempre profonde malinconie.

Sarò io che sono strano

Luca Strano torna a far parlare di sé. Dopo lo strepitoso successo della prima raccolta di racconti (ben 5 copie vendute, 4 delle quali acquistate dal protagonista), eccolo di nuovo alle prese con ciò che gli riesce meglio: creare dal nulla problemi inesistenti, per il solo gusto di risolverli a colpi di soluzioni sbagliate e trovarsi inevitabilmente coinvolto in situazioni improbabili e grottesche. Si vanta di essere riuscito a trasformare il suo talento naturale in un mestiere: fa “l’errorista” di professione e il pubblicitario per diletto. È un artista dell’imprevisto e un fine decisionista: quando si tratta di fare le scelte sbagliate al momento giusto o le scelte giuste al momento sbagliato non si tira indietro. Madre natura lo ha dotato di una filosofica ironia: l’unica arma che possiede per ridere di sé, delle convenzioni, dei fallimenti e di chi si prende troppo sul serio. Può parlare di fisica e di supplì con la stessa disinvoltura, confondendo abilmente l’una con l’altro. È l’uomo che ogni donna non vorrebbe mai avere a fianco, a parte Daniela.

Avrei potuto farcela – di Alessandro Capezzuoli

Luca Strano è un professionista della scelta sbagliata al momento sbagliato. Fa il pubblicitario a tempo perso e si complica la vita a tempo pieno. Incespica continuamente tra situazioni imbarazzanti, tempeste sentimentali e avvenimenti improbabili. Sfida spavaldamente gli eventi e le loro combinazioni, noncurante degli epiloghi spesso tragicomici che comportano le sue scelte. E’ un filosofo cialtrone che parla di sé, dell’ amore e dell’ amicizia con un linguaggio diretto e senza mezzi termini. Lo fa attraverso una serie di racconti che lo descrivono in tutta la sua geniale inadeguatezza.

Cronaca di un viaggio in Sicilia

Chi legge Camilleri, Pirandello, Sciascia, Verga, Quasimodo e Buttitta, nella maggior parte dei casi non si limita a leggere, ma fa un viaggio attraverso se stesso. Leggendo le storie delle persone, si riesce a capire meglio la propria storia. Prendendo in prestito gli occhi di qualcuno che guarda il mondo in modo diverso, si impara a guardare diversamente, a non giudicare, a vedere il bello dove sembra esserci il brutto e il brutto che spesso viene camuffato con una bellezza superficiale. Ho fatto il mio viaggio in Sicilia e sono tornato senza tornare. Dalla Sicilia non si torna (e lo dico da romano) mai completamente. I siciliani sono esattamente come li ha descritti Tommaso da Lampedusa : “…noi Siciliani siamo stati avvezzi da una lunghissima egemonia di governanti che non erano della nostra religione, che non parlavano la nostra lingua, a spaccare i capelli in quattro. Se non si faceva così non si sfuggiva agli esattori bizantini, agli emiri berberi, ai viceré spagnoli. Adesso la piega è presa, siamo fatti così. Avevo detto ‘adesione’ non ‘partecipazione’. In questi sei ultimi mesi, da quando il vostro Garibaldi ha posto piede a Marsala, troppe cose sono state fatte senza consultarci perché adesso si possa chiedere a un membro della vecchia classe dirigente di svilupparle e portarle a compimento; adesso non voglio discutere se ciò che si è fatto è stato male o bene; per conto mio credo che parecchio sia stato male; ma voglio dirle subito ciò che Lei capirà da solo quando sarà stato un anno fra noi. In Sicilia non importa far male o far bene; il peccato che noi Siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di ‘fare’. Siamo vecchi, Chevalley, vecchissimi. Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee, tutte venute da fuori già complete e perfezionate, nessuna germogliata da noi stessi, nessuna a cui abbiamo dato il ‘la’; noi siamo dei bianchi quanto lo è lei, Chevalley, e quanto la regina d’Inghilterra; eppure da duemila cinquecento anni siamo colonia. Non lo dico per lagnarmi: è in gran parte colpa nostra; ma siamo stanchi e svuotati lo stesso…Siamo troppi perché non vi siano delle eccezioni; ai nostri semi-desti, del resto avevo di già accennato. In quanto a questo giovane Crispi, non io certamente, ma Lei potrà forse vedere se da vecchio non ricadrà nel nostro voluttuoso vaneggiare: lo fanno tutti. D’altronde vedo che mi sono spiegato male: ho detto i Siciliani, avrei dovuto aggiungere la Sicilia, l’ambiente, il clima, il paesaggio. Queste sono le forze che insieme e forse più che le dominazioni estranee e gl’incongrui stupri hanno formato l’animo: questo paesaggio che ignora le vie di mezzo fra la mollezza lasciva e l’asprezza dannata; che non è mai meschino, terra terra, distensivo, umano, come dovrebbe essere un paese fatto per la dimora di esseri razionali; questo paese che a poche miglia di distanza ha l’inferno attorno a Randazzo e la bellezza della baia di Taormina, ambedue fuor di misura, quindi pericolosi; questo clima che c’infligge sei mesi di febbre a quaranta gradi; li conti, Chevalley, li conti: Maggio, Giugno, Luglio, Agosto, Settembre, Ottobre; sei volte trenta giorni di sole a strapiombo sulle teste; questa nostra estate lunga e tetra quanto l’inverno russo e contro la quale si lotta con minor successo; Lei non lo sa ancora, ma da noi si può dire che nevica fuoco, come sulle città maledette della Bibbia; in ognuno di quei mesi se un Siciliano lavorasse sul serio spenderebbe l’energia che dovrebbe essere sufficiente per tre; e poi l’acqua che non c’è o che bisogna trasportare da tanto lontano che ogni sua goccia è pagata da una goccia di sudore; e dopo ancora, le pioggie, sempre tempestose che fanno impazzire i torrenti asciutti, che annegano bestie e uomini proprio lì dove una settimana prima le une e gli altri crepavano di sete. Questa violenza del paesaggio, questa crudeltà del clima, questa tensione continua di ogni aspetto, questi monumenti, anche del passato, magnifici ma incomprensibili perché non edificati da noi e che ci stanno intorno come bellissimi fantasmi muti; tutti questi governi, sbarcati in armi da chissà dove, subito serviti, presto detestati e sempre incompresi, che si sono espressi soltanto con opere d’arte per noi enigmatiche e con concretissimi esattori d’imposte spese poi altrove; tutte queste cose hanno formato il carattere nostro che rimane così condizionato da fatalità esteriori oltre che da una terrificante insularità di animo”.
Come avevo accennato la settimana scorsa, sono partito alle 11:35 dell’8 ottobre con un volo Ryanair (tratta Roma-Comiso) acquistato per una cifra ridicola: 19 euro per l’andata e 19 euro per il ritorno. Ora posso dirvelo: ogni volta che prendo l’aereo ho una paura terribile. Avete presente quando Camilleri descrive la paura dell’aereo di cui soffriva il fisico delle alte atmosfera nel libro segnali di fumo? Sono fisico anch’io e come lui sono terrorizzato dall’aereo. Senza scendere nei dettagli, ogni volta che sto per salire quelle scalette, mi risuonano in testa le parole di Gigi Proietti nel famoso sketch della saùna: “Ma nun ciannà, ma lassa perde, ma chi t’ ‘o fa ffà, basta!”. Per fortuna il volo è tranquillo e l’aereo atterra alle 12:30 senza troppi problemi. Gli altri passeggeri fanno l’applauso al pilota, io gli scatto una foto e mi riprometto di accenderci sotto due candele per una settimana in segno di adorazione. L’aeroporto di Comiso è piccolissimo. Praticamente si scende sulla pista. All’uscita vedo un ragazzo (i quarantenni come me li chiamo ragazzi…) con un cartello sul quale c’è scritto Hertz, l’autonoleggio dal quale ho prenotato l’auto in affitto (il costo per quattro giorni, compresa l’assicurazione che copre tutti i danni e le varie franchigie, si aggira intorno ai 200 euro). Avevo già previsto di fare due chilometri a piedi e invece Carmelo è lì ad accogliermi, pronto ad accompagnarmi con la navetta nella sede dell’autonoleggio. Ha il viso simpatico e abbronzato Carmelo. Sorride e mi racconta dell’estate infernale appena finita, dei 40° di temperatura media, del flusso di turisti ‘da bagno’ e di quelli che scelgono la Sicilia perché amano Camilleri. Mi dice che un gruppo di Dublino ha prenotato tutte le auto; vanno lì solo per vedere la casa di Montalbano. Gli faccio osservare che io non appartengo a nessuna delle due categorie. Io sono un po’ siciliano. Ho letto e viaggiato talmente tanto tra le parole e le descrizioni dei siciliani e della Sicilia, che la cittadinanza debbono darmela ad honorem. Mi consegna la macchina, una Fiat Panda nuova di zecca, consigliandomi di percorrere la statale, per arrivare a Ragusa in un ‘virivirì’. Lì ho prenotato una stanza in un B&B. Mi sono fatto un programma preciso e dettagliato (che ho puntualmente disatteso in ogni sua parte) per vivere la Sicilia. L’arrivo a Ragusa, per esempio, l’ho previsto alle 13:30. Arrivo alle 14:30, dopo essermi perso per strade e stradine (tranquilli, non sono il PM Tommaseo e non mi sono scatafasciato da nessuna parte. Avevo il navigatore, ma nel corso della vita mi sono fatto pirsuaso che l’unico modo per capire fino in fondo un posto è perdersi tra la gente e i vicoli; quasi sempre a piedi, ma questa volta anche tra i sensi unici e i divieti di accesso…). Mi telefona Adele, la ragazza – anche lei quarantenne – che gestisce il B&B, la quale mi spiega esattamente come raggiungerla. Sapete il motivo per cui ho cambiato programma? Appena sceso dalla macchina ho sentito un profumo di melanzane fritte e di bucato appena fatto. Odore di buono. Ho deciso di seguire quei profumi. State pensando che sia un contrasto di odori stranissimo? Ho passato quattro giorni ad inseguire quel tipo di contrasti che ho ritrovato più o meno dappertutto (mi verrebbe da scrivere anche dentro di me, ma evito di farlo perché non basterebbero le pagine di un’antologia). Adele è di una gentilezza incredibile. Mentre scrivo questi appunti, mi viene in mente un’altra Adele(ina) e mi accorgo di non aver pensato alle coincidenze. Non voglio fare pubblicità al B&B, ma mi rendo conto che è una cosa talmente particolare da destare qualche perplessità…se siete curiosi guardate qui (http://www.tripadvisor.it/Hotel_Review-g194872-d1550753-Reviews-Le_Stanze_del_Sole-Ragusa_Province_of_Ragusa_Sicily.html), io mi sono trovato bene e Adele esiste realmente. Mi trattiene mezz’ora per parlarmi della sua esperienza nel settore alberghiero e mi consiglia i posti in cui mangiare i veri piatti siciliani. L’ascolto, ma non vedo l’ora di andare là fuori ad inseguire quegli odori. Sistemo i bagagli alla meno peggio, indosso le scarpe da ginnastica, mi armo di macchina fotografica e inizio a vagare: il mio viaggio inizia da qui. Io non mi sono quasi mai meravigliato di fronte alle città che ho visitato. E’ la condanna di chi vive immerso nell’arte e nel bello di Roma. Scendo quei pochi scalini che separano il bed e breakfast da Ibla e mi trovo davanti un panorama di una bellezza struggente. Un contrasto mozzafiato tra il cielo nuvoloso, i raggi di sole che infilzano le nuvole e quel barocco dolcemente malinconico che ti entra dentro. Vorrei avere la capacità di inchiodare tutto nella memoria. Stringo i pugni, chiudo gli occhi, ma so che quella sensazione è passata nello stesso attimo in cui è iniziata. Restano gli scatti della reflex da cui si capisce ben poco e queste poche parole scritte a caldo. Mi aggiro per i vicoli di Ibla con la stessa fame d’aria di chi è stato in apnea vent’anni. Respiro. Respiro quelle pietre e quell’aria in cui si mescolano le storie vere e di fantasia che raccontano dei siciliani e della Sicilia. Mi perdo tra il Duomo di San Giorgio e la piazza antistante (quella di Vigata per intenderci). Resto a tambasiare tra la piazza e il duomo fino a quando non mi imbatto nella gelateria consigliata da Adele, nella quale servono dei gelati particolarissimi all’olio di oliva, al nero d’avola e all’immancabile pistacchio. Cammino quattro ore senza fermarmi tra il saliscendi delle gradinate (alcune veramente molto suggestive), toccando le parole che ho letto e riletto, riconoscendomi nei vicoli e nei visi. Sono stanco, ma non riesco a rinunciare alla granita alle mandorle del Caffè Sicilia, un bar pasticceria che si trova sulla piazza antistante la cattedrale di San Giovanni battista (un altro gioiello da ammirare affatati). E’ quasi ora di cena. Rientro nella stanza, faccio una doccia veloce ed esco a caccia di sapori. Il gestore della Tana del Lupo è un signore cinquantino dai modi gentili. Mi spiega con dovizia di particolari come si prepara la pasta alla donnalucatese: alici fresche, capperi, pomodori pachino, olio extra vergine d’oliva e pangrattato. I pomodori si mettono sempre verso la fine della cottura perché altrimenti diventano delle pellacce sparse nel piatto. Mi è venuta una gana di pasta alla donnalucatese che non immaginate. Al primo boccone, come scriverebbe Camilleri, sento la marcia trionfale dell’Aida e il sciauro di mare che mi attraversa…Sono le 23:00 ed ho gli occhi a pampineddra. Vado a letto.
9.10.2014 Oggi il programma è chiaro. L’itinerario che ho fatto, studiandolo per giorni sulla carta, prevede una visita ad Agrigento e a Porto Empedocle. Faccio colazione verso le 8. Agrigento è molto distante da qui, per cui starò fuori tutta la giornata. Adele ha preparato delle brioche col tuppo, dei cornetti caldi ed altri dolci molto buoni. Oh no! Il latte a lunga conservazione lo odio…prenderò un paio di caffè. Esco e lascio volutamente il navigatore in stanza. Mi perderò di nuovo. Percorro la strada che porta fuori dal centro di Ragusa e mi fermo su un’altura a guardare Ibla per riempirmi nuovamente gli occhi di quella bellezza malinconica. Il motore della Panda fischietta allegramente ed è una bella giornata. Cerco il cartello stradale che indichi la direzione per Agrigento. Non lo trovo. Proseguo per un paio di chilometri e leggo ‘Santa Croce Camerina’. La tentazione è troppo forte, lo seguo. Da lì a poco trovo l’indicazione per Punta Secca. Guccini scrive in una famosa canzone ‘E’ difficile spiegare è difficile capire se non hai capito già’. Chi legge questo racconto ha sicuramente capito. C’è il sole, fa caldo e la verandina è lì, vicino alla bellissima Torre Scalambri appena restaurata. Non nego che ci sia molta autosuggestione in chi visita questo posto. Camilleri e Montalbano lo hanno reso unico. Probabilmente, se stessi passeggiando in un angolo del lungomare di Rimini, vivrei tutt’altre sensazioni. Ma sono qui, dove il mare sembra più mare che in altri posti. Sono qui dove sembra di toccare l’Africa e dove sembra di sentire le grida disperate dei migranti. Sono qui seduto in questa verandina che è stata protagonista di mille viaggi della mente. Sono qui mentre accarezzo questa sabbia dolcemente ruvida come i brividi sulla pelle. E’ già passata un’ora ed ho scattato decine di foto. Mi sono amminchiato con l’idea di immortalare ogni particolare, compreso un granchio che sta lì fermo a prendere la tintarella. Sarà uno di quelli con cui si è fermato a giocare Montalbano? Ma va! Alessandro sveglia! La parte razionale di me cerca di prendere il sopravvento. “Tu confondi realtà e fantasia”, mi dice senza pietà. Da bambino hai visto decine di granchi come quello, ci hai giocato anche tu e questo non ha nulla di diverso. Lo so, gli risponde l’altra metà, ma lasciami sognare in pace un altro po’. Guardo l’orologio. E’ passata un’altra “mezz’orata” ed io non ho voluto dare soddisfazione all’Alessandro razionale. Ora devo proprio andare, altrimenti non riesco a completare il programma della giornata. La macchina guida da sola, ormai comanda lei. Non c’è verso di farla arrivare sulla strada che porta ad Agrigento. Si ferma davanti al castello di Donnafugata: una visita a casa di Balduccio Sinagra è d’obbligo. La storia di questo castello la leggo nel suo giardino. Ci sono degli alberi centenari enormi lì. Chissà quante storie avrebbero da raccontare. Mi fermo a guardare meglio…non sono alberi, sono ficus. Ne esistono di così grandi? Nel salone di casa mia ne ho uno che sarà grande quanto una foglia di queste qui. Mi chiedo se siano più antichi i ficus o il castello e mi viene in mente la storia della fontana dei quattro fiumi di piazza Navona e della statua che rappresenta il Rio de la Plata. Secondo la leggenda, questa statua venne scolpita dal Bernini con la mano alzata per proteggersi dalla caduta imminente della chiesa di sant’Agnese in Agone di Borromini. Nella realtà, la fontana fu realizzata prima della chiesa e la mano alzata è un omaggio ad un angelo della cappella Sistina dipinto da Michelangelo. E le stanze di questo castello quante storie avranno da raccontare? Sono le 12: 30 ed è arrivato veramente il momento di andare, ci penserò mentre guido..ehm, cioè, mentre guida la Panda. Stavolta sembra che ci abbia inzertato: la strada è quella giusta ed Agrigento dista 100 chilometri. Le strade di campagna che passano per Vittoria interrompono la continuità delle caratteristiche recinzioni in pietra, che delimitano centinaia di serre curatissime: gli ortaggi che trovo sui banchi del mio mercato rionale provengono da qui. Provengono da qui anche le recenti storie di violenza sulle donne immigrate che lavorano nei campi: il contrasto tra il buonumore della verandina e il pensiero nivuro mi ha messo malinconia. Nel frattempo arrivo a Gela. L’umore nivuro peggiora. Una città distrutta dalla faccia peggiore della chimica. L’attraverso, cercando di guardare soltanto la strada, per non rovinarmi la giornata. Si sono fatte quasi le due, ma per fortuna sono quasi arrivato ad Agrigento. Stavolta ho le idee chiarissime. No, la prima tappa non è la valle dei templi e nemmeno la casa natale di Pirandello. Vista l’ora, direi che si tratta di un posto ben più importante: il gran caffè Concordia. E’ qui che fanno i migliori cannoli siciliani che si possano mangiare. Poiché sono curioso come una scimmia, ho chiesto ad un’anziana signora di Agrigento, fermata con la scusa (neanche troppo scusa) di essermi perso, quale fosse il segreto per prepararli. Vi riporto quasi integralmente la sua teoria: “per arrotolare il cannolo non si utilizzano mai le canne di acciaio, ma delle canne di fiume vere e proprie: il nome cannolo deriva dalle canne con cui viene preparato. Se non si utilizzano le canne di fiume, si ottiene un’altra cosa simile al cannolo. La canna di fiume, essendo di legno, quindi permeabile, permette all’impasto di cuocersi perfettamente durante la frittura. La ricotta deve essere esclusivamente di pecora. Il vero cannolo ha una scorza croccante e dorata che non si ammorbidisce quando si riempie con l’impasto. Il segreto è una seconda frittura veloce di tutte le cialde sfumata con un po’ di vino rosso. Nel ripieno ci vanno l’arancia candita, la zucca candita e il cioccolato.
Vi do una ricetta che vale oro…
Impasto:
400 g farina
40 g strutto
40 g zucchero
Marsala secco
Ripieno:
1 kg di ricotta
600 g di zucchero
cioccolato fondente
30 g di aroma ai fiori d’arancio
buccia di arancia candita
Zucca candita dadini
Ciliegine candite per la decorazione (ma va bene anche l’arancia)
Zucchero a velo.
Strutto per friggere i cannoli
L’anziana signora impasta a mano, su un ripiano in legno, la farina, lo strutto e lo zucchero, facendo amalgamare gli ingredienti e aggiungendo il marsala fino a quando l’impasto non risulti morbido. Dopodiché lascia riposare l’impasto coperto per un paio di orate .Successivamente, stende l’impasto col mattarello (scrodatevi la macchina per la pasta) stando attenta a non fare la sfoglia troppo sottile, altrimenti la cialda si rompe quando i cannoli vengono riempiti. Dopo aver steso la sfoglia, taglia dei quadrati che debbono avere la diagonale uguale alla lunghezza della canna. Posiziona il rullo all’interno della sfoglia e piega un lembo verso l’interno, facendo combaciare l’altro lembo spennellato precedentemente con dell’ acqua in modo che faccia da collante e impedisca l’apertura della sfoglia durante la frittura. Attenzione, la sfoglia si cuoce in fretta…le prime volte è meglio friggerne uno per volta. I cannoli si devono riempire nel momento in cui vengono consumati, altrimenti la sfoglia diventa molliccia. La farcitura è semplice: setaccia la ricotta e con il mestolo e amalgama delicatamente gli ingredienti. Questo è quello che ho imparato dalla signora siciliana. Il risultato è quello che vedete nella foto, o meglio, nella foto c’è il cannolo del Caffè Concordia. Se devo essere sincero, cannoli a parte, Agrigento me l’aspettavo diversa. Ma è anche giusto che sia così. Il sogno di Zosimo e il sogno rivoluzionario dei contadini del ‘700 fanno parte di un’epoca troppo lontana. Fuggo dal traffico, facendo lo slalom tra i palazzoni di cemento, sperando di prendere aria ad Akragas, nella valle dei templi, la vera Agrigento. Qui c’è tutta la Grecia di Camilleri. Immagino quegli stessi contadini nascosti tra le colonne del tempio della Concordia che cercano di fronteggiare il gioco delle alleanze dei potenti. Accanto a me una guida turistica illustra le differenze tra le varie tipologie di templi greci. Mi fermo ad ascoltare, se fossi un turista ‘standard’, sarei già appagato da questo, ma io non sono venuto in Sicilia per ascoltare una guida. La storia del tempio l’ho già letta su Wikipedia ed ho appagato la curiosità del turista da esportazione. Adesso mi metto a cercare la moneta di Akragas e sparisco come Cosimo Cammarota. Chi non ha mai pensato di sparire e di ricominciare? A pochi passi da qui c’è la casa di Pirandello. Il sole, ancora caldissimo, proietta la mia ombra lunga sul viale e non posso fare a meno di pensare ad Adriano Meis e chiedermi se sono più ombra io o lei. Meglio di no. Meglio pensare al caldo afoso e borbottare qualche imprecazione, pensando al dottor Pasquano. La visita ad Akragas costa circa 10 euro, 8 euro l’ingresso e 2 euro il parcheggio, ma ne vale la pena. Sono talmente stanco che la tentazione di tornarmene a Ragusa e farmi una doccia sta prendendo il sopravvento. Non posso. Devo passare per forza a Porto Empedocle e a Realmonte. Arriverò a notte inoltrata. Il contrasto tra la miniera di sale di Realmonte e Akragas è impressionante. Mi fermo per assaggiare quel sale, avendo la netta impressione di averlo già assaporato. Mi viene in mente la capretta del sonaglio…ha fatto una brutta fine, meglio proseguire per la scala dei Turchi. Non so se riesco a descrivere con le parole cosa significhi trovarsi al centro dei colori. Mentre mi arrampico sulla gradinata naturale della falesia, ho la sensazione di essere un intruso tra l’azzurro del mare, il bianco accecante della marna, il marrone della valle dei templi , il verde dei cactus e l’arancione dei fichi d’india. Dio, se esiste, è passato qui. Ormai è tardissimo e il mal di testa è sicuramente venuto anche alla Panda. Faccio in tempo a passare per Porto Empedocle, guardare la casa di Camilleri e scattare una foto ad un cartello che dà il benvenuto a Vigata. Le ciminiere che vedo in lontananza parlano più delle mie parole. Della Vigata che immaginavo, lì c’è ben poco. Ormai è notte fonda, ma Gela mi regala ancora un picco di umore nivuro: quasi un’ora per uscire dalla via che attraversa il paese. A letto, finalmente.
10.11.2014 Il mio programma è completamente saltato. Chili e chili di fogli e di itinerari stampati, il tablet a portata di mano e un gps infallibile sono diventati un complemento d’arredo della stanza. Sono in vacanza e faccio quello che mi pare e piace, non voglio più farmi guidare da quelle scatolette invadenti che decidono per me. Faccio colazione con le ottime brioche di Adele, bevo una cicaronata di caffè e mi metto alla guida. Alt! Sosta al caffè Italia. Altra colazione a base di brioche col tuppo e granita alle mandorle. Ora posso ripartire. Percorro una strada a caso e vedo l’indicazione per Donnalucata. Decido di andare lì, sul lungomare di Vigata. La prima cosa che mi colpisce di questo borgo di pescatori è la luce che si riflette sulle pietre bianche delle case. Entro in un negozio che vende le tipiche ceramiche siciliane, attirato dalla bellezza del fabbricato decorato all’esterno con vari oggetti colorati. Poi, un piede leva e l’altro metti, mi dirigo verso la spiaggia. Senza accorgermene, comincio a canticchiare “Ciuri Ciuri Ciuriddi tutto l’annu…”. Sto lì un’ora, sdraiato sulla sabbia a prendermi tutto il sole e il vento che posso. Sono solo. Le onde del mare cullano i miei pensieri. Il vento ascolta tutte le parole che non ho detto. Un dialogo, o forse un ballo, la danza del gabbiano. Mi ritrovo in uno stato di dormiveglia strano. Non so se ho dormito o no. So soltanto che si sono fatte le 11 e devo proseguire il mio pellegrinaggio verso Modica. Anche qui, come ad Agrigento, la prima cosa che mi viene in mente è mangiare. Voglio due arancini veri. Il parente dell’arancino a Roma è il supplì. Questa parola deriva dal francese surprise, che è stato italianizzato in supplì e non in sorpresa. La sorpresa è la mozzarella che si trova al suo interno. Il supplì al telefono prende il nome da un’evidenza innegabile: se si apre in due, la mozzarella deve filare e collegare le due metà. Al contrario di Montalbano, penso modestamente di saper cucinare bene e i supplì sono una mia specialità. Fare dei buoni supplì è difficile come fare dei buoni arancini. La difficoltà principale è la cottura al punto giusto: se sono poco cotti la mozzarella non fila, se sono troppo cotti, si scuriscono e si induriscono. Si comincia dal ragù, che preparo con un trito di sedano, carote e cipolla, soffritto in olio extra vergine d’oliva, a cui si aggiunge la carne di manzo e di maiale in parti uguali. Ovviamente il ragù deve ‘pippiare’ almeno 4 ore per raggiungere il giusto livello di consistenza. La carne di maiale e la carne di manzo si debbono fondere insieme al soffritto e al pomodoro, per creare un unico sapore che si riconosce dal profumo che invade la cucina. Il riso per preparare i supplì deve essere a chicchi grandi e si deve mantecare insieme al ragù e ad un ricco brodo vegetale preparato ad hoc: il dado serve solo per il gioco dell’oca. Regola aurea: non uso mai il mestolo per mantecare il riso, lo salto in padella affinché tutto il ragù, anche quello che si trova sul fondo, venga assorbito dai chicci. A tre quarti di cottura, aggiungo un bel po’ di pepe e lo lascio raffreddare in un apposito recipiente abbastanza capiente (va bene anche un piatto molto grande), avendo cura di stenderlo uniformemente per garantire un raffreddamento omogeneo. Il più è fatto. Quando il riso si è completamente freddato, formo delle polpette al cui centro inserisco la mozzarella, le passo nell’uovo e nel pangrattato e le friggo a 180°. Ah, dimenticavo, non aggiungo mai il sale sull’impanatura, altrimenti il supplì si sbriciola durante la cottura. Il supplì ha un sapore deciso, il pepe nella cucina romana è utilizzato spesso, e si accompagna bene con una birra fresca. Racconto questo perché ho camminato un’ora per Modica alla ricerca di una friggitoria (lì ce ne sono tante) che mi piacesse. Quella no, è troppo moderna. Quell’altra è poco pulita. Quegli arancini sono stati fritti nel ’77 e gli sono cresciute le basette a forza di stare lì. Signora sa consigliarmi un posto dove mangiare degli arancini buoni? Sì, forse, ma, svolta a destra, dietro l’angolo…insomma, ho girato a vuoto per molto tempo, prima di trovare quella che mi piacesse. Alla fine ho deciso di entrare in una friggitoria che esponeva il cartello “Arancini di Montalbano”. Anche in questa entro malvolentieri perché non mi piacciono queste trovatine pubblicitarie attira turisti, ma, vista l’ora e la fame, direi che è arrivato il momento di fermarsi. Al banco c’è una ragazza mora a cui chiedo due arancini. Mi risponde cortesemente: “Attenda un attimo che glieli faccio preparare”. E’ quella giusta. Passano cinque minuti e torna con due sacchetti bollenti. Le chiedo il conto e una birra fresca. Mi risponde, sempre garbatamente, che con gli arancini non si beve la birra, ma la spuma. Mi chiedo tra me e me: ”Ancora la fanno?”. Lei sembra che mi abbia letto nel pensiero e aggiunge: ”A Modica, oltre alla cioccolata, facciamo un’ottima spuma”. Ne prendo due bottigliette. La spesa è consistente…3,40€. Mi siedo sulla scalinata della chiesa di Santa Maria del Gesù…dopo dieci minuti gli arancini e la spuma non ci sono più! Non ho una meta precisa. Leggo un’indicazione che segnala la casa natale di Quasimodo. Per raggiungerla, passo attraverso una lunga scalinata che sembra scavata nel ventre della città. Incontro alcuni turisti tedeschi che scattano foto a mitraglia. Fa caldo, d’altronde sono le 3 del pomeriggio, cosa pensavo di trovare qui, la neve? Anche qui c’è una luce accecante che rende belli pure i palazzi più decadenti. Difficile trovare una chiave di lettura per Modica. E’ di una bellezza particolare. Ricordate Michela Pardo (Pia Lanciotti) nella Luna di Carta? Ecco, la descriverei così, quel tipo di bellezza malinconica e disperatamente ai margini. Sono davanti alla porta della casa di Quasimodo. Mi sento banale, ma sembra l’uscio di una casa qualsiasi. Giro l’angolo e leggo la targa posta accanto alla finestra: “ Ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole. Ed è subito sera – Salvatore Quasimodo”. Quante volte l’ho letta sui banchi di scuola. Eppure mi fa piangere. Per la prima volta. Chi l’ha detto che gli uomini non devono piangere? Modica è così, come Michela Pardo, come me, come i siciliani e i romani, come tutti quelli che non sanno di esserlo: soli sul cuore della terra trafitti da un raggio di sole. Giro per i vicoli con questa idea fissa. Modica è bellissima. Mi fermo in un negozio a comprare la cioccolata. Chiedo al negoziante se il caldo la scioglie. Seconda gaffe. La cioccolata di Modica è fatta soltanto con cacao e zucchero lavorati a basse temperature. Non ci sono olii, grassi e burro di cacao, non si scioglie. Dolce e amaro. Ed è subito sera… Ho ancora il tempo per fare un giro a Scicli, dove c’è il famoso commissariato e la stanza del ‘signori e quistori’. Parcheggio appena posso e mi incammino ancora una volta. Non nascondo che trovarsi tra Palazzo Iacono e piazza Mormino Penna sia emozionante, ma la cosa che mi ha colpito di più è stata la conversazione con la ragazza che mi ha fatto visitare la stanza del sindaco. Lei è innamorata di Roma, il suo sogno è trasferirsi nella mia città ed aprire un PUB. Le chiedo il motivo, visto che vive in una terra a parer mio bellissima. Mi dice serenamente: “Tu la vedi da turista ed hai ragione. Il PUB qui ho provato ad aprirlo col mio ragazzo…. i gestori dei ristoranti vicini ci hanno fatto i peggiori sfregi e siamo stati costretti a chiuderlo”. Alla faccia del bicarbonato di Sodio, direbbe Totò. Continuo a passeggiare con una certa amarezza, è meglio che me ne torni nella mia stanza. Faccio un attimo mente locale, e mi dico ” Alessà hai fatto ‘na cazzata”. Non mi ricordo più dove ho parcheggiato la macchina. Ma si può essere più coglioni? Va bene che Scicli non è Roma, ma adesso vai a trovarla. Giro a vuoto per mezz’ora abbondante. Non so proprio come tornare a casa. E adesso che faccio? Sono un idiota. Ma come mi salta in mente di parcheggiare in una città che non conosco senza guardare nemmeno il nome della via? Lampo di genio. Cammino per le strade, pigio il tastino per l’apertura delle portiere e, mi dico, prima o poi la trovo. Faccio trecento metri e vedo le quattro fecce della Panda lampeggiare. Fantozzi me fa ‘n baffo! Dopo questa bravata è meglio che me ne torni a Ragusa. Stasera voglio vedere Ibla illuminata.
11.10.2014 Mi sveglio malinconico. Oggi è l’ultimo giorno. Domani dovrò essere all’aeroporto alle 7 e non farò in tempo nemmeno a fare colazione. Saldo il conto della stanza (170€ per 4 notti), bevo un’altra cicaronata di caffè, mangio un paio di brioche col tuppo e mi fermo a parlare con Adele. Mi consiglia di tornare in primavera, per vedere le rappresentazioni delle tragedie greche a Siracusa. Prometto di non mancare. Un gruppo di turisti del nord benestanti mi consiglia un ristorante per la cena. Mi fido o no? Deciderò stasera…Come al solito, non ho nessun programma per la giornata. Un amico mi ha consigliato di visitare Marzamemi. Ma sì, vado lì. Lungo la strada trovo l’indicazione per Noto. Visto che è qui vicino, ci faccio un salto. Stavolta non ci casco: la macchina è parcheggiata sulla via Giovanni Aurispa! Il fascino del barocco di Noto è tristemente offuscato dalla dimensione turistica che hanno dato al centro storico. Decine di negozi che vendono souvenir made in China…troppo fuori dalle mie corde. Faccio un giro di cortesia, prendo una granita al gelso nero al Caffè Sicilia e mi dirigo verso la riserva di Vendìcari. La radio passa “Amore che vieni amore che vai”. L’impatto con l’ingresso nel paese è terribile. Quattro costruzioni degli anni ’70 semidiroccate. E’ dove sto? All’idroscalo di Ostia? Mai fidarsi dei consigli…proseguo verso il borgo e arrivo davanti alla tonnara abbandonata. Parcheggio. Giro l’angolo e resto senza parole. I malavoglia e Verga. Un borgo di casuzze in pietra che il sole fa brillare. Le porte e le finestre sono di tutti i colori: rosso , celeste, giallo e verde. Una goccia di splendore. Cerco accuratamente un posto dove mangiare. Dopo una breve ispezione sulla banchina frangiflutti, scelgo il posto che ha la terrazza sul mare più bella. Entro e mi siedo al tavolo all’angolo da cui si vede Capo Passero, un’acqua cristallina e, con un po’ d’immaginazione, l’Africa. Oddio che ho combinato. Che errore. Il peggiore della vacanza. Un cameriere gentilissimo ed educato mi porta un menù in pelle ‘appestato’ di brillanti. E’ un posto elegante e non me n’ero proprio accorto. Le pietanze sono incomprensibili. Prendo un antipasto a base di sarde e un primo piatto a base di bottarga. In pochi minuti mi viene servito l’antipasto: tre sardine minuscole con una sputazza trasparente accanto (ecco cos’era la nuvola di menta che riportava il menù) e due gocce di pomodoro. Confido molto nel primo piatto. Finisco di mangiare l’antipasto e il cameriere poco dopo mi serve il primo piatto: 11,23 grammi di linguine con bottarga e limone. Mi viene da dirgli: “Stai babbiando? Questa di solito è la quantità che assaggio per sentire se la pasta è cotta”. Finisco di mangiare. La fame supera la tristezza. Il cameriere gentile torna e mi chiede: “Tutto a posto?”. La mia anima romana non può fare a meno di dire:” Sì, l’assaggio è stato buono, ora puoi anche portare la porzione intera”. Mi sorride, facendomi intendere che lui è un povero Cristo che sta lì a guadagnarsi da vivere. 38€ per sostare un’ora su una veranda non è poco. Poiché la tonnara dove comprare le alici è ancora chiusa, decido di fare un’altra passeggiata. Mi incammino per le vie del paese nuovo e vedo due tavolini fuori ad una specie di alimentari che espone un cartello con sopra scritto “Pane Cunzato”. Avete presente il filone di pane tagliato a metà e condito con olio, sale, origano, pomodoro a fette, scaglie di formaggio e acciughe? E la provvidenza che lo manda. Mi siedo. Pane cunzato a tinchitè e birra costano cinque euro e cinquanta centesimi: pago con dieci euro senza chiedere il resto. Ora sto meglio. Si è fatto tardi. Percorro velocemente la strada che passa per Capo Passero, Capo Spartivento e Pachino. Tante serre come qui non le avevo mai viste. Ho voglia di farmi un bagno. Mi fermo sul lungomare di Donnalucata, prendo l’asciugamano e mi avvio verso la spiaggia. L’asciugamano è rosso, celeste, giallo e verde…curioso no? La spiaggia è deserta, il mare è tutto mio. Nel frattempo, ho deciso di andare a mangiare nel ristorante consigliatomi la mattina; anche Adele mi ha assicurato che si mangia bene. Faccio una doccia veloce, quasi dispiaciuto di lavare via il sale di Donnalucata, ed esco nuovamente. Due errori nello stesso giorno sono imperdonabili. Posto elegante, cameriere gentile, questa volta anche una bella porzione di pasta alla Siracusana con alici, capperi e uvetta, ma ho ancora il sapore del pane cunzato in bocca e non riesco proprio a gustarmela. Purtroppo, io non sono abituato a viaggiare. Quando sono fuori di casa ho uno stravolgimento del metabolismo e dello stomaco. Non mi sembra elegante scrivere dove e come ho passato l’ultima sera a Ragusa…
12.10.2014 Sveglia alle 6. Riconsegna dell’auto alle 7. Carmelo controlla che non ci siano danni. E’ tutto a posto, mi accompagna in aeroporto. Gesti apotropaici prima del decollo. Vedo in lontananza l’Etna. Il volo procede bene…oh cavolo, i motori dell’aereo non ronzano più. Ecco, cadrà e non potrò raccontare le mie impressioni a nessuno. Lo sapevo. Proietti aveva ragione…Ah, no, è solo iniziata la discesa. Sono arrivato a Roma sano e salvo.
Questo è il diario strampalato e sgrammaticato del mio viaggio in Sicilia. Non vuole essere una guida o una raccolta di consigli, anche perché ho visto tutto con i miei occhi, che sono abituati a guardare il mondo a testa in giù. Qualcuno si ritroverà nelle mie descrizioni, qualcun’altro rimarrà deluso. Fa parte di quella capacità di vedere il mondo da diverse angolazioni, che inseguo da una vita. Buon viaggio.

14/07/2014

Oggi, tra i messaggi, le emails, le telefonate, gli abbracci, i sorrisi, i lacrimoni, gli auguri cantati in diretta radiofonica, gli auguri inaspettati in stile Crozza/Razzi che mi hanno fatto ridere mezz’ora, le dediche musicali, Artemio, le lanterne cinesi, le torte fatte in casa e i regali a sorpresa, ci siete stati proprio tutti (anche quelli che non sono su facebook). Gli anni passano ed io ho la consapevolezza di cambiare ogni giorno. Non sempre il cambiamento è sinonimo di miglioramento, probabilmente cambio in peggio, ma nonostante questo molti di voi continuano ad esserci. Ed esserci per me vuol dire essere presenti sempre, per brindare insieme con un vino novello o in quei momenti di disperazione in cui non si vede via d’uscita. Quest’anno è stato molto complesso e intenso come lo è probabilmente quello di molti uomini che oltrepassano gli ‘anta. Un bilancio di cosa è, cosa è stato e cosa dovrebbe essere. Un miscuglio di consapevolezza, aspettative, rimpianti, malinconie, paure, incertezze, progetti e voglia di cambiare.
Col tempo ho capito molte cose che a vent’anni, come direbbe mia cugina, “intuivo ma non mettevo bene a fuoco”.
Ho capito che si può amare qualcuno per quello che è, con le sue scelte, i suoi errori e le sue cicatrici, e non per quello che vorremmo che fosse.
Ho capito che non esiste una madre migliore di quella che riesce a farlo.
Ho capito che la vita è sporcarsi, cadere e rialzarsi, sbagliare, correre a perdifiato, amare fino a spezzarsi l’anima, cantare a squarciagola, urlare, ridere a crepapelle, chiedersi ogni giorno perché, piangere con i singhiozzi, sbattere i pugni, rannicchiarsi nel letto come un bambino, stare a braccia aperte contro il vento, ballare in una piazza affollata, per sentirsi vivi, senza vergognarsi di farlo.
Ho capito che un uomo non può dire di aver vissuto se non si è mai sporcato, se non è caduto e si è rialzato, se non ha sbagliato, se non ha corso a perdifiato, se non ha cantato a squarciagola, se non ha amato fino a spezzarsi l’anima, se non ha riso a crepapelle, se non si è chiesto continuamente perché, se non ha pianto con i singhiozzi, se non si è rannicchiato nel letto come un bambino, se non è stato con le braccia aperte contro il vento e se non ha ballato in una piazza affollata senza vergognarsi.
Ho capito che l’unica vergogna è provare vergogna.
Ho capito che nessun libro può insegnare la vita.
Ho capito che i libri bisogna saperli leggere.
Ho capito che so leggere.
Ho capito che De André e Camilleri si somigliano perché i genovesi e i siciliani si somigliano.
Ho capito che posso imparare molto da un uomo che abbia una storia da raccontare.
Ho capito che le parole sono belle, ma i fatti lo sono di più.
Ho capito la differenza tra idea e azione.
Ho capito che una persona indifferente vive bene, ma fa vivere male gli altri
Ho capito che i buoni consigli non esistono.
Ho capito che posso girare per negozi giorni e giorni, per cercare un regalo da fare ad una persona che amo, provando una gioia infinita pensando alla faccia che farà.
Ho capito che un abbraccio fa bene.
Ho capito di essere un professionista dell’errore.
Ho capito che ci sono persone che pensano di aver capito quando in realtà non hanno capito niente.
Ho capito che le parole sempre e mai le usano soltanto gli idioti e i poeti.
Ho capito che puoi stare anni senza vedere qualcuno, per poi incontrarlo casualmente e accorgerti che il tempo non è mai passato.
Ho capito che non so viaggiare, ma a Genova mi sento a casa.
Ho capito che alcune persone, poche, morirebbero per rispettare la parola data.
Ho capito che sono un uomo di parola.
Ho capito che per me è sempre una questione di principio.
Ho capito che per capire non basta ascoltare, ma che ascoltare è importante per capire.
Ho capito che ciò di cui ho realmente bisogno si può riassumere in una parola.
Ho capito che ogni giorno è primavera.
Ho capito che sono sempre in ritardo.
Ho capito che, se devo giustificare un ritardo, dire “Non puoi capì che m’è successo” funziona sempre.
Ho capito che si può dire no e sì nei momenti sbagliati.
Ho capito che amo mia madre perché fa continuamente scelte sbagliate, si sporca, cade, si rialza, canta a squarciagola, urla, ride, piange, mostra fiera le sue cicatrici e non si vergogna dei suoi errori.
Ho capito che mia madre non è un uomo.
Ho capito che la cicoria è buona, ma le patatine fritte lo sono di più.
Ho capito che un bambino a volte capisce più di un adulto.
Ho capito che ci sono alcuni viaggi che si fanno per non tornare più.
Ho capito che si può scappare dagli altri, ma non da se stessi.
Ho capito che tutti hanno cinque sensi, ma non tutti li sanno usare.
Ho capito che nessuno ha il sesto senso, nemmeno io.
Ho capito che potrei vivere di sola pizza.
Ho capito che non puoi dare agli altri i tuoi occhi per vedere la vita, ognuno ha i suoi, ma prima o poi capita di incontrare qualcuno che ha i tuoi stessi occhi.
Ho capito che il profumo dei biscotti appena sfornati fa sentire meno soli.
Ho capito che le persone che ti amano darebbero la vita per non ferirti.
Ho capito che le persone ti feriscono.
Ho capito la mia colite e la rispetto anche se lei non rispetta me.
Ho capito che…potete togliermi tutto, ma non il caffellatte la mattina appena alzato (lo ha capito anche la mia colite).
Ho capito che un conto è dire ‘Aiuto! Non vedo’ e un conto è dire ‘Aiuto! Oggi è primavera e io non posso vederla’.
Ho capito che anche Gauss, Newton, Dante, Caravaggio e Proust almeno una volta nella vita si sono chiesti il perché di quello strano batuffoletto nell’ombelico.
Ho capito che se conosci fino in fondo te stesso, prima o poi riesci ad uscire da qualsiasi situazione.
Ho capito che se non ti conosci non ne uscirai mai.
Ho capito cosa è la fiducia e cosa è la delusione.
Ho capito che ho il pollice verde con le piante e con le persone.
Ho capito che di qualcuno bisogna pur fidarsi…ma si finisce sempre col fidarsi delle persone sbagliate.
Ho capito che…ecco…adesso prendo e parto…così poi vedi…ma ‘ndo vado…
Ho capito che la musica non si ascolta con le orecchie.
Ho capito che non potrò mai prendere sul serio chi si prende troppo sul serio.
Ho capito che potrei uccidere per un piatto di pasta scotta.
Ho capito che ci sono sorrisi e SORRISI, lacrime e LACRIME.
Ho capito che si può avere tutto senza avere niente.
Ho capito che so far ridere.
Ho capito che in costume faccio ridere di più.
Ho capito che, quando le circostanze sembrano negarlo, c’è sempre qualcuno che se ne frega delle circostanze e mi regala un sorriso: dio lo benedica!
Ho capito che la vita graffia.
Ho capito che l’unico modo per non avere sensi di colpa è non avere sensi di colpa.
Ho capito che potrei anche diventare vegetariano se la pizza con la mortadella non fosse così buona.
Ho capito che non sono in gara con nessuno: faccio una gran fatica a star dietro alle mie idee, figuriamoci a quelle degli altri.
Ho capito che, per quanto possiamo correre, arriviamo tutti nello stesso posto.
Ho capito che non sopporto le persone stupide.
Ho capito che gli stupidi non mi sopportano.
Ho capito che non importa dove sei, ma con chi sei.
Ho capito che chi non aveva capito è condannato a non capire mai.
Ho capito che una birra allunga la vita.
Ho capito che la vita è troppo corta per perdere tempo con gli imbecilli.
Ho capito che cambiare è una continua dimostrazione di intelligenza e di coraggio.
Ho capito che pisciare controvento può essere pericoloso, ma non pisciare è peggio.
Ho capito che 40 è un bel numero, ma 39 è meglio.
Ho capito che tutto sommato rughe e cicatrici non mi stanno affatto male.
Ho capito che è inutile tentare di far capire qualcosa a chi non capisce.
Ho capito che si può piangere insieme ad un violinista sconosciuto.
Ho capito che so armare un casino per esserci.
Ho capito che non so inventare scuse per non esserci.
Ho capito quanto è prezioso incontrare qualcuno che capisce.
Ho capito che capisco subito quando qualcuno non capisce.
Ho capito che chi non fa di tutto per dimostrare di esserci, in fin dei conti non ci tiene poi così tanto a te.
Ho capito che il silenzio uccide, ma le parole…
Ho capito che so cucinare meglio di Adelina perché so far saltare i cibi in padella.
Ho capito che capire è difficile e che non capirò mai abbastanza proprio perché cambio e mi interrogo ogni giorno. Oggi ho avuto tante manifestazioni di affetto da persone che c’erano anche ieri e, di questo ne sono certo, ci saranno anche domani. Ho capito che è una fortuna, nonostante il mio caratteraccio e le mie spigolosità, avere ancora vicino, come tanti anni fa, molte persone che mi vogliono bene e alle quali voglio bene. In fine dei conti, viaggiare da soli non è poi così divertente e se l’avessi fatto non sarei arrivato fin qui…

Un libro ci salverà?

Alcuni li usano come fermaporte, altri per non far traballare un tavolino, altri ancora per accendere il barbecue. Ma c’è anche chi li usa per volare, per sapere, per sognare o per essere protagonista di una storia che gli appartiene anche se è stata scritta da altri. Il libro è tutto questo. L’origine della parola libro è liber che significa corteccia, un materiale sul quale anticamente si scriveva.

Francamente, credo che il libro sia sempre esistito, almeno da quando l’uomo ha avvertito la necessita di scolpire i propri pensieri, di raccontarsi e di rispondere alla madre di tutte le domande: perché? Inizialmente lo faceva sulla pietra, poi sulla carta ed ora sul web: la sostanza non cambia. Nonostante siano stati versati fiumi d’inchiostro per descrivere la bellezza e la pochezza della razza umana, non è cambiato gran ché da quell’inizio: si continua ad odiare, ad amare e a farsi del bene o del male più o meno nello stesso modo.

Mi è capitato spesso di regalare dei libri, tanti libri. A volte l’ho fatto superficialmente, altre volte col cuore e i risultati sono stati molto diversi. Un libro regalato con superficialità certamente finisce sotto la zampa di un tavolino. Quando vado in libreria per fare un regalo “pensato”, mentre sono assalito dall’eterno dubbio (piacerà?), mi guardo nei tanti specchi appesi e rivedo in me Giacomo nel film “Tre uomini e una gamba”: passeggia con le mani dietro la schiena schifando i best sellers (troppo commerciali per lui), afferra un mattone polacco minimalista di scrittore morto suicida giovanissimo (copie vendute: 2) e per fare colpo su una ragazza, improvvisa lì per lì una recensione. Per fortuna Aldo riporta tutto alla realtà, avvicinandosi e fingendo che a Giacomo cada in terra una rivista pornografica…la ragazza ovviamente se ne va stizzita (ma questo nel film, nella realtà…). La vita è più prosa che poesia e nel 90% dei casi la scelta del “libro” giusto da regalare è quella di Aldo.

Poche volte mi è capitato di regalare un mio libro, già letto, già vissuto, un po’ perché sono geloso della mia biblioteca, un po’ perché se regalassi un mattone minimalista polacco, in pochi lo apprezzerebbero. Eppure, quelle poche volte sono rimasto sorpreso dalla responsabilità con cui il destinatario del regalo ha accettato di custodire e condividere con me una storia, un segreto o un pensiero, sapendo che in quel libro erano sì contenute le parole dell’autore ma c’era anche una parte della mia storia, delle mie emozioni, delle mie riflessioni e dei miei stati d’animo. Donare un libro, significa donare una parte di noi stessi, accettarlo consapevolmente è un atto di coraggio che ci rende depositari di qualcosa di unico e prezioso, qualcosa da condividere e da non tradire. Accade anche questo, raramente, ma accade, ed è uno dei pochi casi in cui la gioia nel dare e nel ricevere si equivalgono.

Altre volte mi sono pentito di aver regalato (ma sarebbe più corretto dire “suggerito”) un libro interpretato male, che ha causato un impoverimento del lettore piuttosto che un arricchimento. Mi è anche capitato frequentemente di aver mal riposto le mie aspettative; l’episodio più eclatante si è verificato quando ho consigliato di leggere “Le affinità elettive” di Johann Wolfgang von Goethe ad un amico che stava vivendo un momento particolare della sua vita; la risposta trasecolata che ho ricevuto è stata: ” Affinità de chi? Ma che robbba è!”.

Spesso, troppo spesso, ho fatto lo sforzo di pensare ad un libro e alla persona a cui regalarlo, ripetendomi le parole di Proust: “Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso”. Ecco, forse la scelta di un libro è vincolata a quel “leggere se stessi”; donare un libro che permetta di leggere se stessi, vuol dire conoscere molto bene (e questo è rarissimo) la persona alla quale si pensa davanti allo scaffale di una libreria. Poco importa che si tratti di un “mattone minimalista” o di un romanzo Harmony, l’importante è dare agli altri questa possibilità. Sarò un illuso, ma, nonostante tutto, sono ancora convinto che un libro ci salverà!

Secondo me Facebook…

Quando è nato Facebook, ho avuto un atteggiamento scettico-intellettualoide ed ho pensato che le persone lo aspettassero come aspettano un infarto. Scherzando con un amico, paragonai la sua utilità a quella del mixer per fare la cremina al caffè. Mi sono sbagliato, in parte.
Dopo molto tempo, mi sono iscritto anch’io, ne ho fatto un modesto uso e mi sono fatto anche una personale idea sul ruolo sociale che ha questo social network nel nostro paese. Partirei da un dato di fatto: ad oggi conta circa un miliardo di utenti nel mondo e 21 milioni in Italia. Un osservatore superficiale potrebbe sostenere che facebook abbia colmato un atavico bisogno dell’essere umano: comunicare. Chi si sia occupato di comunicazione o copywriting sa benissimo che la prima regola da seguire per scrivere qualcosa di interessante è quella anglosassone delle 5 W: Who, Why, Wath, When, Where.
Ho provato a fare uno sforzo e ad applicare questa regola a Facebook…

Who (Chi)
A chi comunichiamo quando scriviamo qualcosa? Agli amici, questo è chiaro. E chi sono gli amici? Ecco, rispetto a questo ho una visione personale e diversa dalla massa. Da quando mi sono iscritto, ho schivato tantissime richieste di amicizia da parte di persone che considero tutt’altro che amiche. Le ho cordialmente ignorate, dandomi una giustificazione, per non sentirmi troppo in colpa: “ Perché dovrei condividere pensieri e riflessioni con persone alle quali nella realtà non importa gran che di me?”. Ma soprattutto, perché dovrei passare il tempo a cancellare dalle notizie i vari “Pincopallo ha cliccato Mi piace sulla supercazzola prematurata”? Al contrario, i profili di molti conoscenti “vantano” centinaia di altre amicizie. Mi chiedo: “Ma chi è che nella vita reale ha 1000 amici?” I miei amici, quelli con cui condivido veramente il viaggio della vita e con i quali non mi vergogno di parlare dei vizi e delle debolezze (tante) che ho, saranno sì e no 5-6 e la metà di questi non è su facebook. La risposta a questa domanda penso sia contenuta nel Why.

Why (Perchè)
Il perchè facebook abbia conquistato un miliardo di utenti non credo sia da ricercarsi principalmente nel bisogno di comunicare ma nel bisogno di apparire. La società moderna ci vuole belli, sportivi, ricchi, pieni di gloria e di successo…in una parola vincenti; molti di noi passano metà della vita per cercare di rientrare in questi canoni e l’altra metà per dimostrare agli altri di avercela fatta: per me sarebbe un vero inferno. Ecco spiegato, almeno in parte e senza generalizzare, l’arcano delle migliaia di amici. Un vincente ha anche una vita sociale ricca; è apprezzato e stimato dagli altri, ha una rete di contatti che deve essere ostentata, proprio come si fa con il Suv o l’Audemars Piguet. Insomma, il contenuto può anche essere scarso ma il contenitore deve essere perfetto e questa perfezione deve essere mostrata a tutti. Ma non è tutto. O almeno, non può essere soltanto per questo motivo. Ci sono tantissime persone che stimo e si trovano in questa condizione, pur non rincorrendo avidamente il successo e la sua esibizione. Ho provato a fare un esercizio mentale che faccio spesso: cercare un sostantivo per descrivere una situazione. Purtroppo è uscito fuori “superficialità”. I rapporti e i sentimenti sono diventati superficiali, veloci e incredibilmente vulnerabili. E’ facilissimo aggiungere un Pinco Pallino tra le amicizie ed è ancor più semplice cancellarlo dalla lista. La cosa veramente difficile è ascoltare, capire, sostenere e condividere, gioire per la gioia e soffrire per la sofferenza degli altri… e questo francamente su facebook è complicato.

Wath (Che cosa)
Beh, questa è la parte che mi diverte e mi preoccupa di più. Che l’Italia non fosse più un paese di Santi e di navigatori me n’ero accorto da un pezzo. Però, non sapevo di vivere in un paese di finti poeti e improbabili filosofi. Quando lessi per la prima volta la Divina Commedia, ebbi un sussulto nell’anima, una specie di subbuglio delle emozioni per via di quello sconquasso che provoca in un cor gentile una cosa indescrivibilmente bella. E da quel libro ho avvertito una fame insaziabile di leggere, leggere e leggere. Perchè? Perchè Dante fa innamorare Paolo e Francesca grazie ad un libro. Ma non un libro qualsiasi, un libro che toglie il fiato e fa impallidire i protagonisti. Un libro che racconta la storia di un altro amore e di un disiato riso, quello di Ginevra, baciato da cotanto amante, Lancillotto, che dà il coraggio a Paolo di baciare Francesca. Detto così, sarebbe quasi banale, se Dante non avesse scolpito quel momento con dei celebri versi: “Quando leggemmo il disïato riso esser basciato da cotanto amante, questi, che mai da me non fia diviso, la bocca mi basciò tutto tremante.” La forza delle parole fa tremare e impallidire anche chi legge la storia, anche Dante che non ce la fa a proseguire e sviene. Chi ha avuto la fortuna di leggere la Divina Commedia, ha avuto anche un altro privilegio: essere egli stesso il protagonista del libro e viverlo in prima persona. Quel “ Mi ritrovai per una selva oscura” sembra più la riflessione fatta dal lettore che non dall’autore. Voi direte: “Ma questo che minchia c’entra con facebook?”. A parte il fatto che potreste usare termini più consoni per fare delle domande, proverò a dare la mia personale e opinabile connessione tra le due cose. Un concetto, una storia, un pensiero non si possono ridurre ad un vuoto copia e incolla e la cultura moderna è diventata esattamente questo. La maggior parte dei “facebookkari” dispensa perle scientifico-filosofico-letterarie non perché abbia una cultura vasta o una personalità particolarmente sensibile, ma perché ha cercato su internet “Kant aforismi”, “Leopardi poesie”, “Einstein citazioni”; ne ha copiati un po’ a caso e li ha condivisi su quella maledetta bacheca! Tutto si consuma velocemente, anche la cultura, e il motivo è sempre da ricercarsi in parte nel “Why”: l’importante è dimostrare agli altri di essere perfetti, suscitare ammirazione, il resto non conta. Ebbene, almeno io voglio rassicuravi: non sono perfetto e sono anche abbondantemente contento di non esserlo! Sono lunatico e orgoglioso, a volte irascibile e intrattabile, spesso sono taciturno e faccio pensieri tinti, ho la pancetta e zero capelli, da anni combatto col batuffolino nell’ombelico e sono sufficientemente ignorante perché molte cose non le so e molte altre le ho semplicemente dimenticate a dispetto di una bella Laurea in fisica appesa al muro, ma questo non mi pesa e non tento di colmare la mia ignoranza cercando in rete l’aforisma che faccia pensare agli altri :“Ammazza che fico!”. Cerco di dare un senso alla mia esistenza, tentando di conquistare un briciolo di conoscenza, per capire meglio il mondo, le persone e per migliorare la mia capacità di guardare le cose da diverse angolazioni. Purtroppo, ogni conquista non riesce a migliorarmi e mi fa finire nello sconforto per la triste condizione dell’esistenza umana (e soprattutto della mia). Insomma sono uno da cui tenersi alla larga! Chi ve lo fa fare a chiedere l’amicizia?

When e Where (Dove e Quando)
Li metto insieme perché rappresentano il lato più psciotico di facebook. In mezzo al traffico, nel cesso, mentre si cucina, durante una riunione…ogni momento e ogni posto sono buoni per condividere qualcosa di idiota con qualcuno o impicciarsi di cose altrettanto sceme scritte dagli altri: al 20° Lelletto ha vinto con Ciccetto a Ruzzle scatta il grande capo Estiquatzi che è in me. Ma questo non sarebbe neanche un male se per molti non fosse diventato un bisogno compulsivo che rovina anche una passeggiata in mezzo ad un bosco o il tempo (che già è poco) trascorso con i figli.

Dal quadro che ho fatto non ne esce una bella immagine, invece penso che facebook, usato cum grano salis, sia una bella cosa. I pochi ristretti amici che ho, e non lo dico per piaggeria, scrivono poche cose intelligenti, spesso ironiche, mai banali e frequentemente interessanti; alcuni lo fanno apertamente e altri tra le righe, sta a chi legge capirne gli stati d’animo e alzare il telefono per dire: “Come stai?”, “Ci vediamo?” o semplicemente “Ti voglio bene!”.

Secondo me l’Italia…

Ho sempre pensato che il voto fosse l’unico strumento in mio possesso per rivendicare il diritto alla democrazia. Democrazia che, lo scrivo per non dimenticarlo, etimologicamente deriva dal greco δῆμος (démos) e popolo e κράτος (cràtos) e significa governo del popolo. Come si può chiamare un uomo che, nell’epoca della globalizzazione, ritenga la propria felicità subordinata alla felicità degli altri? Illuso? Ingenuo? Nostalgico? Non so come definirmi, so soltanto che nel 461 a.c Pericle fece questo discorso agli Ateniesi:

Qui ad Atene noi facciamo così.
Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.
Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.
Qui ad Atene noi facciamo così.
La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.
Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.
Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.
E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.
Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.
Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.
Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versalità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.
Qui ad Atene noi facciamo così.

E qui in Italia noi come facciamo?

Qui in Italia noi facciamo così.
Qui il nostro governo favorisce i pochi invece dei molti e per questo viene chiamato “Governo Ladro”, un governo che continua a pesare il sale quando piove.
Qui in Italia noi facciamo così.
Le leggi qui assicurano una giustizia diversa in base alla ricchezza e alla posizione occupata nella società, ma noi ignoriamo sempre i meriti dell’eccellenza.
Se un cittadino si distingue, allora egli sarà punito e, a differenza di altri disonesti, ladri e faccendieri, sarà allontanato da qualsiasi compito statale che possa consentirgli di contribuire a creare una società migliore. Qui in Italia il merito non viene mai ricompensato ed è facilissimo far diventare un raccomandato direttore di un centro di ricerca; ben più complicato è dare ad un ricercatore la possibilità di fare ricerca.
Qui in Italia noi facciamo così.
Nella vita quotidiana abbiamo una libertà molto limitata perché non conosciamo più il significato della parola solidarietà; siamo sospettosi l’uno dell’altro e impediamo al nostro prossimo di vivere a modo suo perché siamo invidiosi della sua felicità. Non siamo liberi di vivere come ci piace e siamo sempre pronti a ignorare qualsiasi pericolo che non ci colpisca direttamente. Un cittadino Italiano mischia sempre gli affari pubblici con quelli privati e soprattutto si occupa degli affari pubblici per risolvere le sue questioni private.
Qui in Italia noi facciamo così.
Ci è stato insegnato a non rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche a non rispettare le leggi e a non dimenticare mai che non dobbiamo proteggere i deboli.
E ci è stato anche insegnato a non rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento perché, a poco a poco, ci hanno privato dei sentimenti fino a non farci più distinguere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.
Qui in Italia noi facciamo così.
Un uomo che non si interessa allo Stato noi lo consideriamo prezioso perché non può intralciare gli affari loschi della politica; benché in molti siano in grado di dare vita ad una politica, in pochi qui in Italia sono in grado di giudicarla.
Noi consideriamo la discussione uno strumento per raccontare false verità al fine di raccogliere voti, per governare i cittadini come fossero dei burattini attraverso una dittatura mascherata da democrazia.
Noi non crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma che la libertà sia solo il frutto dell’arroganza, della prepotenza e della furbizia.
Insomma, io proclamo che l’Italia sia schiava di un’Europa in cui credo sempre meno e che ogni Italiano cresca con la speranza di avere un lavoro gratificante, speranza che si trasformerà presto nella sfiducia in se stesso, in un licenziamento a 50 anni e nell’incapacità di guardare in faccia il proprio figlio quando non saprà come sfamarlo o farlo studiare. Ed è per questo che la nostra Nazione è schiava della globalizzazione ed ha paura degli stranieri che emigrano dal loro paese come hanno fatto i nostri bisnonni molti anni fa.
Qui in Italia noi facciamo così.

Perdonate la mia satira velata di polemica, ma soltanto confrontando irriverentemente il passato col presente sono riuscito a darmi una risposta e a capire il punto in cui siamo arrivati. La democrazia è nata con un obiettivo ben preciso: creare uno Stato che avesse come scopo principale il raggiungimento della libertà e della felicità dell’individuo. Felicità e libertà che non potevano ignorare quella del prossimo e che si realizzavano condividendo lo Stato insieme a tutti i cittadini. E in cosa si è trasformata questa democrazia? In una cosa sporca che favorisce la cultura del profitto a tutti i costi; un profitto a favore dei furbi, degli speculatori e di un modello economico malato e fallimentare attraverso il quale si perpetrano le peggiori ingiustizie sociali.
La colpa di tutto questo è sicuramente dello Stato (cioè nostra) perché non abbiamo fatto nulla per impedirci di diventare quello che siamo: un popolo con molti furbi, ignoranti e arroganti che approfittano dei deboli, togliendogli ogni speranza; quei deboli che vengono privati di qualsiasi potere decisionale e, a volte, anche della dignità. Il voto, quello strumento meraviglioso attraverso cui dovremmo decidere come raggiungere la nostra felicità, è diventato una semplice nota di colore elettorale priva di significato che serve soltanto a rendere la mediocrità di questo paese un po’ meno mediocre. L’inno della nostra nazione inizia con delle parole molto belle che purtroppo non ci rappresentano più: fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta. Ci sentiamo ancora fratelli? L’Italia s’è desta o è addormentata da mezzo secolo? Rileggendo quello che ho scritto, ripenso ad un monologo dell’indimenticabile Giorgio Gaber: ” Secondo me un italiano quando incontra qualcuno che la pensa come lui fa un partito. In due è già maggioranza.”

Ecco qual è il nostro problema: non riusciamo più a condividere nulla, neanche le idee. E questa disaggregazione è la forza del potere che gestisce le nostre vite. La storia, il corso delle cose non li cambia una persona sola. Andrea Camilleri, uno scrittore che adoro per la lucidità con cui descrive la nostra triste realtà, in un romanzo (per l’esattezza il giro di boa) scrive :

E s’arricordò che una volta aveva veduto, in un paese toscano, i cardini del portone di una chiesa distorti da una pressione accussì potente che li aveva fatti girare nel senso opposto a quello per cui erano stati fabbricati. Aveva domandato spiegazioni a uno del posto. E quello gli aveva contato che, al tempo della guerra, i nazisti avevano inserrato gli òmini del paese dintra alla chiesa, avevano chiuso il portone, e avevano cominciato a gettare bombe a mano dall’alto. Allora le pirsone, per la disperazione, avevano forzato la porta a raprirsi in senso contrario e molti erano arrinisciuti a scappare.Ecco: quella gente che arrivava da tutte le parti più povere e devastate del mondo aveva in sé tanta forza, tanta disperazione da far girare i cardini della storia in senso contrario.

Insieme possiamo cambiare le cose, da soli NO!

Io sono un fisico e mi indigno quando sento parlare di modelli economici basati sulla crescita, che impoveriscono la terra e gli uomini. In natura non esiste un sistema in grado di crescere all’infinito. Le risorse sono finite, come probabilmente lo sarà la permanenza dell’uomo su questo pianeta; qualcuno, prima o poi, dovrà preoccuparsi di trovare una valida alternativa al presente. Lo dovrà fare per se stesso e per i propri figli, sperando non sia troppo tardi! Perché quel qualcuno non dovremmo essere noi?

Alessandro Capezzuoli

Discorso di Kurt Vonnegut

“Se dovessi darvi un solo consiglio per il vostro futuro, allora vi direi: mettete gli occhiali da sole! Perché i benefici dell’impiego a lungo termine degli occhiali da sole sono stati provati scientificamente, mentre tutti gli altri consigli che ho da darvi sono basati, nulla più, sulla mia vagolante esperienza. Comunque eccoli.Godetevi la bellezza e la forza della vostra giovinezza. Fregatevene del resto.
Non capirete quella bellezza e quella forza se non quando se ne saranno andate.
Ma credetemi quando, fra vent’anni, guarderete le vostre vecchie foto, allora vi ricorderete, in un modo che adesso non potete nemmeno immaginare, quante possibilità c’erano dietro a voi e che fantastico aspetto avevate. Perché, sapete, non siete grassi come credete!

Non preoccupatevi del futuro. Oppure, preoccupatevene, ma sapendo che tanto è un gesto inutile. Non vi aiuterà più di quanto masticare un chewing gum vi possa aiutare a risolvere un problema di algebra.

I veri problemi della vita tendono ad essere cose che mai prima hanno incrociato le vostre preoccupazioni. Quel tipo di cosa che ti fulmina verso le quattro di un martedì qualunque.

Fate, ogni giorno, una cosa che vi spaventi.

Cantate.

Non siate avventati con i cuori degli altri, ma non tollerate chi è avventato con il vostro cuore.

E non perdete il vostro tempo con la gelosia.

Vi accadrà di essere in testa, altre volte indietro. È una corsa lunga, ma alla fine è una corsa solo con voi stessi però.

Ricordatevi dei complimenti che riceverete e dimenticate gli insulti.

Conservate le vecchie lettere d’amore.

Gettate via i vecchi estratti conto.

Stiratevi spesso!

Non sentitevi in colpa se non sapete cosa volete fare della vostra vita. Le persone più interessanti che conosco non sapevano cosa fare della loro vita quando avevano 22 anni. E alcuni dei più interessanti quarantenni che oggi io conosco non lo sanno ancora adesso. Prendete molto calcio. Siate gentili con le vostre ginocchia, quando cederanno vi mancheranno!

Forse vi sposerete, forse no. Forse avrete dei bambini, forse no. Forse divorzierete a 40 anni, forse ballerete sul tavolo al party per le vostre nozze d’oro.

In ogni caso, non congratulatevi troppo con voi stessi e nemmeno state troppo a borbottare contro voi stessi.

Le vostre scelte saranno per metà frutto del caso, è così per tutti.

Godetevi il vostro corpo. Usatelo in tutti i modi che potete. Non abbiate paura di lui o di cosa la gente pensa di lui. È il più grande strumento che mai avrete.

Danzate, anche se non avete altro posto per farlo che la vostra camera.

Leggete le istruzioni per l’uso, anche se non le seguirete.

Non leggete le riviste di moda, vi faranno solo incazzare!

Sforzatevi di conoscere i vostri genitori, non potete mai sapere quando se ne andranno.

Siate gentili con i vostri fratelli e fratellastri. Sono il miglior legame che avete con il vostro passato e quelli che, più probabilmente, vi rimarranno attaccati nel futuro.

Cercate di capire che gli amici vanno e vengono, ma alcuni, pochi, è bene tenerli stretti.

Lavorate duro per costruire ponti sulla terra e nella vita, poiché più vecchi sarete più avrete bisogno di gente che vi conosceva quando eravate giovani.

Vivete a New York almeno una volta, ma andatevene via prima di diventare troppo duri.

Vivete in California almeno una volta, ma andatevene via prima di diventare troppo molli.

Accettate alcuni inevitabili verità, tipo: i prezzi saliranno, i politici avranno delle amanti e voi diventerete vecchi. Quando lo diventerete, vi verrà da fantasticare che ai vostri tempi i prezzi erano ragionevoli, i politici persone nobili e i figli rispettavano i genitori.

Ah! Rispettate i vostri genitori.

Non aspettatevi aiuto da nessuno. Magari avete investito in azione sicure, magari avete una moglie sanissima ma non potete mai sapere quando tutto decide di andare storto.

Non sprecate troppo tempo con i vostri capelli! O quando avrete 40 anni vi sembrerà di averne 85!

E infine, guardatevi da quelli che vi danno consigli. Ma anche siate pazienti con loro. Dare consigli è un modo di avere nostalgia. È un modo di ripescare il proprio passato dall’oblio e di liberarsene. Riverniciando le pareti brutte e dandogli un valore che prima non aveva. E comunque alla fine, fidatevi di me, mettete sti occhiali da sole!

Kurt Vonnegut