Dentro ogni uomo innamorato si nasconde un coglione che prima o poi esce fuori

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Come finisce una storia d’amore? Semplice, lei dice “Io non ti amo più”, lui dice “Io non ti amo più”, entrambi dicono “È finita”, e finisce. Facile no? Tre frasette confezionate, ognuno se ne va per conto proprio e passa la paura. Magari fosse così… Ci sarebbero sicuramente meno morti sul campo. Invece, di solito, uno dei due muore dentro. A volte entrambi. La parola d’ordine è soffrire. Ma non una sofferenza leggera, quelle da due soldi, che passa con una birretta e due patatine. Per lasciarsi serve una sofferenza pesante, talmente pesante che, dopo sei mesi, sei dimagrito come se avessi seguito alla lettera la dieta del dottor Sobrino. Dio, quanto mi stava sul cazzo, il dottor Sobrino. Ricordate il payoff? “Centri dimagranti Sobrino, magri come un grissino!”.
Ora, facendo il pubblicitario di mestiere, posso dirlo: una roba simile avrebbe potuto scriverla anche una medusa spiaggiata. Però funzionava, è questa la cosa che mi fa incazzare di più. Uno si spreme le meningi per trovare l’idea creativa del secolo e poi arriva l’idea gelatinosa e urticante di una medusa che ti umilia in questo modo. Anche perché, diciamoci la verità, l’idea funzionò, nonostante il dottor Sobrino fosse un ginecologo con un master in dietologia. E io avrei avuto una gran voglia di chiedergli su quali basi avesse costruito la sua carriera da nutrizionista. Signora, divarichi le gambe… Ahi, ahi, ahi, ha una forte infiammazione!, le consiglio una crema al pesto e l’applicazione di due fette di soppressata quattro volte al giorno. Mi raccomando, il pesto deve essere fatto nel mortaio e con molto aglio. Oppure, ha il ciclo irregolare, per regolarizzarlo dovrebbe fare degli impacchi di maionese e zuppa di lenticchie tutti i giorni alle 8,18 e alle 17,22. Mi raccomando, rispetti gli orari ed eviti il sale e l’olio. Questo la pubblicità non può dirlo, ma secondo me la deviazione nutrizionistica è andata più o meno così, altrimenti non si spiega… In ogni caso, se i centri Sobrino hanno chiuso, un motivo ci sarà…
Il nostro ginecologo nutrizionista dovrebbe provare a fare il pubblicitario, in quel mestiere era forte. Ricordo con nostalgia degli spot televisivi efficacissimi nei quali si vedeva una topona mora, credo la signora Sobrino, che intervistava personaggi improbabili, che nella realtà non potevano esistere. Nemmeno Carlo Verdone nel film 7 chili in 7 giorni era riuscito ad arrivare a un livello simile di creatività. Forse, l’unico personaggio che poteva in qualche modo avvicinarsi ai testimonials del dottor Sobrino era un certo Paolone, un ragazzino con le fattezze di un monsignore, che nascondeva salami e insaccati ovunque e al termine della dieta ingrassava invece di dimagrire.
Una farsa.
Il film e la dieta.
E l’amore.
Non è una farsa, la fine di un amore? Su, non fate gli ipocriti, se non fosse per la tragedia, che ognuno vive e consuma a modo suo, ci sarebbe da scompisciarsi dalle risate a vedere due deficienti che si disperano per aver perso qualcuno che li ha fatti stare male. Perché se lasci qualcuno significa che non ti ha fatto stare bene, no? Altrimenti te lo terresti stretto. Invece c’è la strana tendenza ad associare l’amore alla sofferenza… strano modo di interpretare le parole. Infatti, quando si guarda indietro, dopo che è passata la tempesta, la frase più ricorrente che si dice è “Che coglione sono stato”. Ed è vero. Potrebbe essere il titolo di una canzone. Dopo La canzone dell’amore perduto, signore e signori, ecco a voi La canzone del coglione smarrito. Porca pupazza, quanti pianti mi faccio quando ascolto La canzone dell’amore perduto. Ogni volta, da almeno trent’anni, parte l’assolo della tromba di Telemann e le lacrime scendono da sole, come se venisse aperta la chiusa di una diga. Quando accade all’improvviso, che so, mentre smanetto con le playlist e sento le prime note, mi prende alla gola e mi soffoca. L’amore bisogna saperlo perdere, e io, modestamente, sono sempre stato molto bravo in questo. L’ho perso in modo scomposto e drammatico: De Andrè sarebbe stato fiero di me, se avesse visto ai disastri sentimentali che ho accumulato dai 15 ai 45 anni. Ho dato un senso a quei maledetti “fiori appassiti al sole di un aprile ormai lontano”, che ho spesso rimpianto. Spesso, eh, non sempre. A volte, si è trattato solo di finte primavere. Un po’ come quei tepori di marzo che mi ostino a chiamare primavera quando so benissimo che arriverà la gelata che brucerà tutto.
Ma per il coglione smarrito è diverso, quello fa parte della presa di coscienza che prima o poi prevale sulla presa di incoscienza.
Quando arrivi a guardarti con un occhio critico e a guardare con lucidità la storia in cui ti eri infilato e tutte le cose che non andavano, quando arrivi a non rimpiangere nulla della persona che avevi accanto e a sentirti libero e leggero, quando arrivi a vedere chiaramente che, non è vero che non c’era una via d’uscita, la via d’uscita c’era eccome e corrispondeva alla parola “fine”, quando arrivi a sostituire il pensiero “come faccio senza di lei” con “meno male che è finita e lei non c’è più”, significa che hai fatto i conti con il coglione che era in te. Ogni uomo innamorato nasconde dentro di sé un coglione che presto o tardi uscirà fuori, dice il saggio, cioè io. È solo questione di tempo, questo l’ho capito. Prendete una storia d’amore qualsiasi, aspettate la fine, e vedrete zompettare per la città un minchioncello nuovo, mesto e piangente, che romperà le balle ad amici e parenti per farsi consolare, pronto a uscire nuovamente allo scoperto alla prossima illusione d’amore. Osservatelo bene per almeno sei mesi e vi accorgerete che assumerà le fattezze di don Lurio anche se prima somigliava a Bud Spencer. Solo allora capirete che la dieta migliore consiste nella perdita di qualcuno a cui volete bene. E funziona. Cazzo se funziona..
A questo punto, la domanda che vi faccio è: “Quando finisce una storia?”. In un momento preciso, ovvero quando si mette la parola fine? Dai, non prendiamoci per il culo, quando arriva quel momento, spesso, è finita da tempo, ma si rimanda lo strappo per una serie di motivi. Vigliaccheria, consuetudine, abitudini, paura di restare soli, paura di avere nuove relazioni o speranza di un ritorno a un passato felice che sai benissimo che non tornerà più. Passata l’ubriacatura dell’innamoramento, restano le delusioni della realtà. E bisogna fare i conti col disinnamoramento, il peggiore degli stati d’animo. Quando ti rendi conto che la persona con cui vivi non riesci più a vederla come prima. A volte, addirittura, ti disgusta. Ti disgustano il suo odore, il suo sapore e come si muove. Non sopporti più il tono della voce, il modo in cui ride, che ti sembrava così dolce e invece è terribilmente volgare, e non la desideri più. L’idea di farci l’amore ti fa ribrezzo. Com’è possibile, se solo un anno prima bastava vedere la spallina del suo reggiseno per finire a far l’amore in qualsiasi posto? Non si capisce, non l’ho mai capito. Bisognerebbe fare dei corsi di disinnamoramento, altro che centri dimagranti Sobrino. Teoria e pratica per non amare più. Cuore infranto senza pianto. Questo è un bel payoff. Ne ho anche uno un po’ più d’effetto: Se hai tanto amato, resti inculato. Rende meglio l’idea, ma forse è troppo d’impatto… Meglio qualcosa di più religioso, tipo “Amati e fa’ ciò che vuoi”. Purtroppo, non avendo avuto la possibilità di frequentare corsi di questo tipo, anche se nel secondo che vi ho citato sarei sempre stato promosso a pieni voti, ho fatto tutto da solo, ma non sono mai riuscito a spiegare le tappe del dolore in modo razionale. Sono sempre partito da un punto e arrivato in un altro, senza un percorso chiaro e senza tempistiche precise. Perché se c’è una cosa su cui posso giocarmi gli zebedei è che da una storia d’amore importante se ne esce, ammesso che se ne esca, profondamente cambiati, in un modo completamente inaspettato e in un momento della vita totalmente imprevisto. L’altro resta incollato addosso per sempre, ma senza più il potere di fare male, questo è un dogma. E le donne che ho amato, tutte, fanno ancora parte della mia vita. Nella musica, nei libri, nei posti che ho vissuto insieme a loro, nelle piccole manie che ognuna più o meno aveva e che erano diventate anche le mie. E ne ho viste, di ipocondrie, di paure, di fissazioni, di stranezze, di fragilità e chi più ne ha più ne metta. Si chiamano “storie d’amore” perché quando uno è innamorato vive dentro una narrazione personale dall’inizio alla fine. E se gli amori sono tutti uguali, le storie d’amore sono tutte diverse. Per questo i libri che ne parlano hanno spesso successo. Io mi sono accorto di non amare più, quando meno me l’aspettavo, in un mercoledì qualsiasi, quando, guardando una vecchia foto, non ho sentito più niente. È stato terribile. Una sensazione di vuoto e di solitudine indescrivibili, più dolorosa della perdita. Ma di questo vi parlerò nei prossimi racconti, se ci saranno.
Come è finita tra me e Daniela? Nel più semplice dei modi: l’ho beccata insieme a un altro. Insieme al suo ex, che mi è sempre stato sul cazzo. E se qualcuno mi sta sul cazzo a prima vista, senza un motivo apparente, in realtà un motivo c’è sempre. Prima o poi farà qualcosa per farmi dire “ecco perché mi stava sui coglioni”. Gli scricchiolii, nella nostra storia, li sentivo da tempo. Da quando Daniela ha cambiato lavoro e ha iniziato a frequentare gente nuova. All’improvviso, è diventata una donna diversa, fissata con gli abiti firmati, gli Spritz, i profumi, i locali alla moda e tutte quelle cose che aveva sempre schifato. Ha iniziato a essere intollerante alla periferia, ad ambire a un ruolo di rilievo e a una casa “che potesse chiamarsi tale”, per dirla con parole sue. Non un appartamento anonimo in un posto anonimo, ma una casa che rappresenti quello che sei riuscito a costruire. A dire la verità, il cambiamento consumistico e le nuove amicizie, nuove nella forma ma non nella sostanza, me li sarei dovuti aspettare, non sono stati casuali. Il suo ex era un borghesotto sgangherato proveniente da una famiglia decadentemente benestante. Uno di quelli che cercano di ostentare tutto, anche quello che non hanno. Il cambiamento è stato una specie di ritorno al passato che avrei dovuto prevedere. Ma che volete? L’amore è così, prima ti benda e poi t’incula senza sconti. La benda serve per non vedere tutte quelle cose che non faresti passare lisce nemmeno alla Madonna. Ti fa valutare superficialmente cose di una gravità inaudita con cui ti ritrovi a fare i conti dopo la sbornia dei sentimenti. Ti fa sottovalutare aspetti caratteriali del partner che starebbero sul cazzo anche Madre Teresa di Calcutta e ti fa sopravvalutare la tua sopportazione come se fossi Madre Teresa di Calcutta. Sbornia, benda, rincoglionimento e inchiappettamento: la sintesi di una relazione di coppia è più o meno questa. All’inizio, Daniela mi vedeva come un dio, le piacevano le mie idee, la mia semplicità, il mio mondo, la gente “vera” che frequentavo. Dal dio è passata alla bestemmia, senza che ce me ne accorgessi. E passare dalla gente vera alle affermazioni che mettono in dubbio chi sei è un’operazione azzardata. Si rischia di farsi male sul serio. E a quelli come me, che costruiscono sempre sulle macerie delle relazioni passate, fa male sul serio.
- Devi dimostrare quello che sei, Luca.
Sosteneva Daniela.
- A me non interessa dimostrare di essere quello che appaio, Dani…
- No, Luca, essere e apparire spesso vanno di pari passo. Voglio anch’io una casa che faccia provare invidia alle mie amiche. Che non mi faccia sentire una donna di serie B.
- Serie B? Invidia? Ma tu sei una donna fantastica: sei bella, colta, intelligente… Non hai bisogno di una casa o dei gioielli per dimostrare agli altri quanto vali.
- Le mie amiche sono belle, colte e intelligenti, e si concedono anche qualche piccolo lusso. Non mi sembra un delitto. Tu non hai qualche ambizione? Non hai il desiderio di dimostrare chi sei realmente?
- Lo faccio già. Io sono quello nato e cresciuto in periferia, che gira con un’auto sgangherata e odia la superficialità. Ti sei innamorata di quell’uomo, ricordi? So benissimo chi sono, ma non so più chi sei tu…
- Si cambia, Luca, nella vita si cambia…
- E su questo non c’è dubbio. Solo che, nel tuo caso, i cambiamenti sono peggiorativi e indotti da quegli stronzi che frequenti.
- Sei un cafone, ecco cosa sei: io non ho mai etichettato così Alberto e Tiziana… e ne avrei avuto quintali di buoni motivi.
- Avresti potuto farlo, non me la sarei presa.
- Io sono una signora, non scendo a quel livello. Ricordi quando Tiziana c’ha provato con te? Cosa avrei dovuto dire?
- Niente. Non le ho dato spazio e lei l’ha capito subito.
- Senti, tagliamo corto: vuoi cambiare casa o no? Vuoi cambiare vita o no?
- No. No.
Il tenore delle nostre discussioni era diventato più o meno questo. Cambiava soltanto l’oggetto del contendere. Una volta era la casa, un’altra volta l’auto, poi le vacanze, poi il mio modo di vestire o di pensare…
Ora, capisco che mangiare un Calippo sul lungomare di Ladispoli, come è capitato spesso, non sia il massimo della goduria, ma hai dimenticato quella settimana da sogno a Terracina? E i nostri weekend a Tagliacozzo? Ragazzi, che giorni… Non vedevamo la luce del sole: io, lei e il nostro ammore. Il cielo in una stanza. Tutto è andato, ormai. La verità è che l’amore basta fino a un certo punto, e quel certo punto è quando inizi a dare per scontato il cielo in una stanza umida di Tagliacozzo, dove fai l’amore senza risparmiarti. È quello l’errore, l’unica cosa che non puoi permetterti di perdere, dandola per scontata. Invece, non si capisce perché, si perde quello e subentrano altre esigenze, che ovviamente non compensano una beneamata cippa. Chiamatemi arido, chiamatemi malfidato, ma ho imparato a diffidare dell’amore. È terribile, lo so, ma quando mi senti dire “ti amo” penso “Signore, perdona loro perché non sanno ciò che dicono”. È troppo definitivo e assoluto, e nella vita non c’è nulla che sia così, tantomeno l’amore. Servirebbe il famoso centro di gravità permanente di Battiato, per far durare l’amore. Dopo i primi mesi, i sentimenti si consumano, diventano altro, si fanno largo paure, insicurezze e insidie nascoste totalmente sottovalutate. E inizia il declino.
Ma veniamo a noi. A quel tempo, il coglione, che sono io, era a casa. Così mi descriverebbero nelle Profane Scritture. Insomma, ero a casa a pensare a cosa fare della mia vita, passando dal divano al pianoforte, dal pianoforte alla chitarra e dalla chitarra alle 101 ricette a base di pesce, e mi viene l’idea geniale, quelle cose da uomo ingenuo che mi fanno contemporaneamente sentire vivo e mi fanno prendere enormi sòle: le preparo una cena a sorpresa e le regalo una borsa nuova.
Ricominciamo da zero.
Voglio che torni tutto come prima.
Voglio azzerare la bruttura di questi mesi e dimostrarle quanto la amo. Sentite l’odore di coglioncello che comincia a palesarsi e che scalpita per uscire allo scoperto? Eccolo, il coglioncello c’est moi.
Nonostante la catastrofe sia vicina, e me lo sento dentro, avverto un pizzico di euforia. Torneremo a essere noi. Venderò casa, se sarà necessario, e la farò contenta. Andremo a vivere in centro, gliene parlerò oggi stesso. Posso anche fare a meno della signora Wanda che mi cucina gli struffoli a Natale e del mercato rionale. Posso anche adeguarmi alle cene di merda e agli amici stronzi. Per amore si fa, no? No, per amore questo non si deve fare. Bisogna scegliere partner convergenti, non divergenti. Questo lo so, ma cerco di convincermi che l’importante sia stare insieme, e che sia questo ciò che voglio.
È questo ciò che voglio? No, dentro di me lo so, ma cerco di autoconvincermene.
Lo vedi, Luca, che sei un coglione? E te lo dice l’autore, uno che ti conosce bene, non fosse altro perché ti fa dire cose che poi ti costringerà a smentire. Vuoi piantarla con questa storia che quando sei innamorato devi rinunciare a essere quello che sei? Non ti è bastato tutto quello che ti è successo nelle storie precedenti? Tira fuori i coglioni, Luca. Abbi il coraggio di dire apertamente quello che non ti fa stare bene. Se Daniela ti vuole, deve volere te, non una persona che non esiste e che stai cercando di costruire con la forza. Prima o poi ti stuferai di essere qualcun altro e andrà tutto a rotoli lo stesso. Non ti rendi conto che ti stai violentando?
- Va bene, autore de ‘sta minchia, farò così la prossima volta. Adesso lasciami sbagliare in pace. Ho detto che mi sacrificherò e la farò contenta. Mi arrendo su tutto. Voglio stare insieme a Daniela e il resto non conta.
Anzi, sai cosa ti dico? Esco e vado a fare la spesa al centro commerciale. Una botta di vita. I centri commerciali sembrano fatti apposta per deprimersi meglio. Uno va là, pieno di pensieri, gira a vuoto tra luci e vetrine senza un obiettivo preciso, e torna a casa pieno di vuoti. È vero, di solito i vuoti te li porti da casa, però il centro commerciale li amplifica.
Ma che m’importa? Io sono oltre, non ho tempo per deprimermi. Ho una missione e non ho nessun vuoto, mica sono come quei deficienti che aspettano la domenica per comprare la libreria Billy da Ikea. Vado diretto verso il negozio preferito di Daniela: Loius Vouittion, Vuoitton, Vuitton… non so nemmeno come cazzo si scrive.
Voglio quella!
Dico alla commessa, indicando una borsa che costa quanto una settimana bianca a Ovindoli, skypass e arrosticini inclusi.
- Ottima scelta. È un regalo?
Che domanda del cazzo è? Pensa che la stia comprando per me? Con quella cifra, comprerei una chitarra Ramirez da concerto, se proprio volessi spendere dei soldi a vanvera.
- Sì, è un regalo…
Esco dal negozio, assumendo l’atteggiamento spavaldo di un addetto alla sicurezza. Con una borsa simile, serve almeno un blindato portavalori. Sapete cosa faccio? Entro da Intimissimi e le prendo anche un completino “sechis”, quelli di pizzo in stile Giovannona coscialunga. Già me la vedo, con le sue gambe slanciate, in biancheria intima, che mi dice “consumami tutta”.
Oh, cazzo!
Tuffo al cuore.
Battiti.
Quella seminuda nel camerino è lei.
C’è un uomo.
Gabriele.
Troia.
Zoccola.
Mignotta.
Puttana.
Scappo?
Resto?
Sono una pietra.
Si baciano.
Lei ride.
Mi sgretolo.
Muoio.
Se non fosse una tragedia, ci sarebbe da ridere.
Dall’alto, si vedrebbero due innamorati e un coglione, con una borsa da tremila euro in una mano e un reggiseno nell’altra, che li guarda e piange.
Un uomo che piange deve fare molta tenerezza, ne sono certo.
- Signore? Tutto bene?
- Quella è… era… la mia compagna…
Dico, indicando i due bastardi figli di puttana avvinghiati come due polpi nel camerino.
Stronzi, potevate almeno chiudere la tenda.
Imbarazzo.
Cerco di trattenere i singhiozzi, mentre mi nascondo dietro i vestiti estivi per le taglie forti. Fisso per due minuti la fotografia di una cicciona sorridente e penso che sarebbe perfetta come testimonial dei centri Sobrino.
Daniela e Gabriele escono abbracciati e sorridenti come due fidanzatini.
- Signore, non vale la pena piangere per una donna così.
Ecco, bel pensiero a belino di bassotto. Vabbè che sei una ragazza giovane, ma questa è proprio la classica frase che direbbe Maria De Filippi a “Supposta per te”. E, in effetti, la supposta me la sono beccata tutta intera.
- … guardi il lato positivo: almeno ha risparmiato i soldi del completo.
Ecco, ora sì che mi hai consolato. Ripenso alla borsa, ai tremila euro e alla Ramirez persa per sempre. Che ci faccio, adesso, con la borsa? La riporto al negoziante? La regalo lo stesso a Daniela e le do uno schiaffo morale?
- Tenga, gliela regalo!
Dico alla ragazza, che mi guarda perplessa.
Apre la confezione e la richiude.
- Grazie, non posso accettarla.
- La prenda, è una borsa molto costosa…
- Non posso accettarla, non avrebbe senso. Deve regalarla a una donna che la merita.
Ci risiamo.
Ci risiamo.
Io sono quello che si ritrova sempre con un regalo in mano davanti a qualcuno che non sa cosa farsene. Cosa faccio, adesso?
Cammino.
Camminare serve per chiarirsi le idee. O per confondersele. O forse no, serve soltanto per stancarsi, tornare a casa distrutti e buttarsi sul letto senza avere la forza di pensare.
Rientro a casa tardissimo.
- Ma che fine hai fatto? Mi sono preoccupata! Potevi almeno mandarmi un messaggio…
- Troia!
Riesco solo a dire questo. Mi ero preparato un discorso definitivo, a tratti struggente e malinconico, ma la birra artigianali bevuta prima di tornare a casa deve avermi confuso le idee. Io l’alcol non lo reggo, questo è risaputo. Mi basta una birretta per diventare allegrotto. Alla terza, vedo la Madonna vestita da Lady Gaga. Non so nemmeno come ci sono finito, in quel posto pieno di ubriaconi. Ho visto un cartello con due frecce, che indicavano direzioni opposte, una con sopra scritto “Mondo crudele” e l’altra, puntata verso il locale, che indicava “Birra”. Non è un’idea originale, ho pensato. Su internet avevo già visto qualcosa di simile. Non avrei mai immaginato che qualcuno scrivesse realmente un cartello del genere e mi trovassi a dover scegliere, in una situazione di questo tipo. Ho aperto la porta e sono entrato. Mi sono seduto a un tavolo qualsiasi, in compagnia di due sconosciuti. Sono entrambi brilli, si vede. Uno dei due, con un accento napoletano, mi dice:
- Guagliò, tu si ‘n’amico mio. Piglia chillo ca vuoie ca pago io.
- Grazie, ma posso pagare da me…
- I’ sò ‘o nipote ‘e Schiavone, ‘u ssaie?
- Schiavone…?
- Sandokan, ‘o boss camorrista. Ciò nu core accussì, ma tengo pure ‘a mente criminale. Te vojo bene, ‘o vedo ca sì ‘ntelligente… Ma chisto ccà, o vedì?
E mi indica il compagno di bevute, che fino a quel momento era rimasto nella penombra.
- Chisto è ‘o nummero uno. È nu pezzo gruosso. Basta a ‘na parola soja e sò cazzi!
Mi presento, confuso. Non ho tempo per pensare al mio dramma, in quella situazione surreale.
- Piacere, Luca Strano.
Dico, mentre mi portano il un boccale di birra grande quanto la pentola con cui mia nonna faceva il ragù la domenica.
- Cesare Bevilacqua, Presidente della corte d’appello di Verona.
Il mio interlocutore triste è un pezzo grosso veramente. Un infelice pezzo grosso. Un infelice pezzo grosso che soffre di solitudine. Gliel’ho letta negli occhi, la tristezza. Una tristezza malinconica, che mi ha fatto pena. Che si è aggiunta alla mia voglia di morire. Si fa presto a dire alcolizzati, quando non si è scesi all’inferno. Strascinava le parole, il pezzo grosso, e mi parlava di Dostoevskij e di menti criminali. Il delirio di Raskolnikov e il suo delirio.
- Ho imparato a ragionare come i criminali, perché per combattere la criminalità bisogna pensare come loro. Bisogna fare pensieri disumani. A volte, mi faccio paura. Disprezzo i miei pensieri e me stesso.
Per un attimo, ho pensato che avrei voluto avere la mente criminale anch’io, per trovare una soluzione definitiva al dolore che provavo. Ma no, i problemi non si risolvono con la violenza e nemmeno con l’alcol, si risolvono tirando fuori le palle al momento giusto.
- Troia!
Sembro Nino Taranto quando fa il siciliano in Tototruffa ’62. Ci manca che dica “e tu cosa fetusa pottatti il disonore in casa mia”, e siamo a posto.
- Non permetterti di rivolgerti a me con questi toni!
- Zoccola. Mignotta. Puttana. Vattene via.
- Ma che ti prende, si può sapere?
- Vi ho visti, tu e quello stronzo…
- …
- Non dici niente, vero?
- Cosa devo dire? Sono ancora innamorata di lui, mi prendo tutte le colpe. Te l’avrei detto… Cercavo soltanto il modo migliore per non farti soffrire.
- Beh, l’hai trovato!
- Ti prego, Luca, non fare così… Non riesco a vederti in questo stato. Piangi, sei ubriaco…
- Ah, non riesci a vedermi così? Cosa ti aspettavi? Che ti dicessi “Sono contento per voi”?
- No, pensavo che ti accorgessi da solo che la nostra storia era arrivata al capolinea.
- Vattene via, Daniela, non farti vedere mai più.
È finita più o meno così. Io mi sono chiuso al cesso e ho aspettato che prendesse tutte le sue cose. Come un bambino, per non vedere e non sentire. Sono state le due ore peggiori della mia vita. Sentivo e vedevo tutto lo stesso, me la immaginavo mentre metteva le sue cose nelle valigie, e ho vomitato sul pavimento. E io ero là, l’ultraquarantenne, seduto sulla tazza del cesso, col viso pieno di lacrime e il pavimento pieno di vomito: tutto questo per un amore finito male. Sentivo il rumore dei cassetti, degli sportelli degli armadi, rumore di buste, conversazioni al telefono sottovoce. Era tutto amplificato. Mi sembrava di essere a un concerto orribile, davanti alle casse, senza la possibilità di muovermi. Poi ho sentito chiudere piano la porta.
L’agonia era finita.
Mi sono guardato allo specchio e mi sono fatto pena.
- Dani…?
Nessuna risposta.
Avete fatto caso all’importanza dei diminutivi e dei nomignoli usati dalle coppie? No? Allora vi spiego brevemente la dinamica del loro utilizzo e di come possano far scoppiare una lite furibonda o far riappacificare due persone.
Regola numero uno: il nome intero si usa soltanto quando si è incazzati, per prendere le distanze. E le lettere devono essere scandite.
D A N I E L A.
Usare il nome di battesimo in occasioni diverse può essere mortale.
Regola numero due: mai usare il diminutivo ufficiale. Se tutti la chiamano Danny, per te quel soprannome è off-limits: non vorrai mica omologarti alla massa, vero? Usare il diminutivo dato in pasto alle masse equivale a dire “sono uno dei tanti, sei una delle tante”, praticamente una dichiarazione di guerra. Bisogna chiamarsi in modo unico e speciale, perché ogni coppia è unica e speciale finché non diventa normale. Daniela per me è sempre stata Dani. Non è originale, lo so, ma ogni volta lo pronunciavo col tono sorpreso e ingenuo di chi scopre la bellezza delle parole per la prima volta. Per questo era speciale.
- Dani…?
Silenzio.
La casa era rimasta vuota, e penso che non ci sia niente di più vuoto di una casa da cui è appena andata via una donna.
- Dani…?
Lo ripeto ancora, forse è l’ultima volta che lo dirò con questo tono.
Silenzio.
Ho bisogno di non sentirmi solo.
Accendo la tv e chi ti becco? Roberto Carlino e la sua pubblicità di merda: “Immobildream non vende sogni ma solide realtà”. Roberto Carlino, il lampadato col riporto, quello col sorriso da Berlusconi e l’accento ndinghete ndonghete. Dio, che finale del cazzo. Non posso far finire la storia tra me e Daniela con quest’immagine: io, in mutande, col viso rigato dalle lacrime, ancora impregnato di puzza di vomito, birra e sudore, stravaccato sul divano, mentre guardo Roberto Carlino in televisione. Almeno, se avessi beccato la stangona della pubblicità del silicone Saratoga, quello sigillante, vi avrei lasciato con un’immagine positiva di me. Che poi, il silicone sigillante…Ma perché ci sono dei siliconi che non sigillano? Vabbè, alla stangona non farei notare che il payoff della pubblicità è una minchiata simile a quella dei centri dimagranti Sobrino. A proposito, da oggi inizierà la mia dieta dell’amor perduto. Ecco il nome giusto per una dieta efficace. Dieta non voluta, peraltro.
Va bene, mi alzo dal divano.
Apro le finestre.
Pulisco il bagno.
Metto sul fuoco la moka.
Mi faccio una doccia.
Mi guardo nello specchio.
Ho mille anni.
Sono sgualcito.
Guardo le mie rughe ed è come se le vedessi per la prima volta. Sono veramente tante. E profonde.
Eppure, nonostante l’età, quelle rughe intorno allo sguardo allegro e malinconico mi stanno proprio bene. Abbozzo un mezzo sorriso.
Ci sarà qualcuna a cui piaceranno le mie rughe, penso? Non importa, in questo momento devono piacere a me. Comincio a intravedere qualcosa che somiglia alla libertà. Libertà di pensare, libertà di vivere in periferia, libertà di non andare più a cene squallide con gente mediocre. Come ho fatto ad accettare tutto questo? Inizio ad avere consapevolezza della distanza che si era creata tra me e Daniela.
È finita, sì, ma cosa è finito, esattamente?
L’amore? No, quello era finito da tempo, da quando ho rinunciato a essere me stesso e ho indossato dei vestiti che non mi appartenevano. È finito quando Daniela ha cominciato a non essere più la donna unica e speciale che credevo fosse. In fin dei conti, era una donna normalissima, nemmeno troppo bella, diciamo piacevole, e con tantissime fobie che avevo imparato ad accettare. Ho sopravvalutato la sua sensibilità e la sua capacità di vedere il mondo: la verità è che il suo modo di pensare mi andava stretto. Non era una donna libera, aveva mille prigioni. La paura del giudizio degli altri, la corsa verso le futilità, la vita consumata tra aperitivi e apericena, i tranquillanti, l’ossessione sempre crescente per lo shopping. Non riusciva a capirmi, non ci capivamo più, e lei ha cercato di abbassare tutto al suo livello. Come è sempre accaduto con le mie donne, del resto: è più facile tirare giù chi è salito in alto, piuttosto che arrampicarsi.
E adesso che rimane di tutto il tempo insieme? No, porca troia, pure Massimo Ranieri no. Non dirò mai “un uomo troppo solo che ancora ti vuol bene”, se l’avete letto è perché l’ha scritto quel mentecatto dell’autore. Cosa ho fatto di male, per meritare pure questo? Andrebbe ricoverato, quel deficiente. Guarda tu in che situazione mi ha infilato… Ora tocca a me uscire da questo pantano musicale. Voglio qualcosa di più intenso, di più passionale. Come? La solitudine di Laura Pausini? E che cazzo, una migliore non c’è?
Ok, scelgo io: Giugno ‘73.

E tu aspetta un amore più fidato
il tuo accendino sai io l’ho già regalato…
Poi il resto viene sempre da sé
i tuoi “aiuto” saranno ancora salvati
io mi dico è stato meglio lasciarsi
che non esserci mai incontrati.

Ecco, va già meglio.
Io mi dico è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati. Per tornare a Massimo Ranieri, sapete cosa rimane, di tutto il tempo insieme? Rimane una borsa di merda da tremila euro, ecco cosa rimane.
Una.
Fottutissima.
Borsa.

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